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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


inserito il 9 gennaio 2011


Marco Invernizzi e Oscar Sanguinetti


Un Tricolore che divide, invece che unire?

Alberto Melloni


Il 7 gennaio scorso, Giornata nazionale della Bandiera, istituita nel 1996, il Presidente Giorgio Napolitano ha dato avvio a Reggio Emilia alle celebrazioni ufficiali del 150° anniversario dell’Unità, inaugurando la Mostra Le strade della bandiera. Reggio Emilia città del Tricolore, curata dal prof. Alberto Melloni, docente di Storia del Cristianesimo all'Università di Modena e Reggio Emilia, nonché direttore della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII, il cuore della cosiddetta «Scuola di Bologna», ed editorialista del Corriere della Sera di Milano.

Napolitano, nell’occasione, ha tenuto un importante discorso, in cui ha sottolineato il ruolo centrale della bandiera dai tre colori, nata a Reggio proprio il 7 gennaio del 1797, come simbolo dell’unità nazionale e repubblicana. L’intervento è stato preceduto da una prolusione di Melloni, sulla quale vale altrettanto la pena di soffermarsi, perché per più di un aspetto, sconcertante.

* * *

Melloni individua correttamente l’origine della simbologia tricromatica nelle bandiere della Rivoluzione francese, quale espressione del celebre trinomio ideologico «liberté-egalité-fraternité». E, altrettanto correttamente, vede anche nel tricolore designato a Reggio nei primi giorni del 1797 come vessillo della neonata Repubblica Cispadana (Reggio più Modena più Ferrara più Bologna) una bandiera «politica» — e lo sottolinea in corsivo. Di quale politica? Evidentemente di quel «giacobinismo» italiano, che si trova a primo conclave nella città già estense grazie alle baionette francesi che hanno cacciato il Duca Ercole Rinaldo III d'Este (1727-1803) dal trono. Quel movimento illustrato altresì dai terroristi bolognesi Luigi Zamboni e Giovanni Battista de’ Rolandis (1774-1796), condannati a morte proprio quell’anno dal governo pontificio per un complotto di due anni prima; dall’ex «abate» Giuseppe Compagnoni (1754-1833), segretario della neonata Repubblica; da un pullulare di illuministi, ex sacerdoti e frati, economisti, imitatori dei rivoluzionari di Oltralpe, tutti accomunati dal servile ossequio all’occupante straniero — straniero davvero, non come gli austriaci che erano pur sempre sudditi di un dominio sovranazionale dai contorni ancora vagamente religiosi — e dal tentativo di sfruttare la forza delle armi francesi per liquidare il vecchio regime e instaurare forme politiche ugualitarie da cui si attendevano una rigenerazione morale della «nazione» e delle vita religiosa italiana.

Questo genuino contenuto che il simbolo vessillare dai tre colori — ripreso, con poche varianti, dalle repubbliche «giacobine» succedutesi nella Penisola fino all’Impero — rifletteva e riflette, sarebbe stato oggetto di una serie interminabile di «appropriazioni indebite», in primis da parte del Regno sabaudo — Carlo Alberto ne fa il vessillo, ancorché imprimendovi lo stemma sabaudo, delle truppe che lancia contro l’Austria nel marzo del 1848 —, dell’Italia umbertina — particolarmente importante la celebrazione del centenario che fa Giosué Carducci, che vede nel tricolore l’emblema della coscienza unitaria italiana precedente al Risorgimento — e, infine, del fascismo, che, fra i suoi innumerevoli «latrocinii» — della libertà, dei simboli rivoluzionari, degli emblemi della romanità, dei vari «Balilla» — all’ombra del tricolore compie ripetuti abomini, come l’eccidio dei oltre mille cristiani abissini al tempo della guerra d’Etiopia.

Se la parte peggiore dell’Italia — quegli «uomini infami», come li definisce, che vanno dall’insorgente del Mezzogiorno postunitario, al qualunquista meridionale immortalato da Scarpetta, agl’«intransigenti[…] papalini», ai «clericali» che raccontano barzellette sconce sul tricolore — persino don Sturzo! —, irride il simbolo nazionale e i socialisti preferiscono la bandiera rossa, solo alcuni rimangono fedeli al carattere originario del vessillo. E chi sono costoro?

La parte eletta, la parte «non Stenterella, direbbe Gramsci» della nazione: i mazziniani e tutti quelli cui l’Italia unita e liberale non va bene: quelli che con lui ripetono a tutto spiano «non è il paese che sognavo». I vari delusi: il primo Croce, i fratelli Rosselli, i circoli antifascisti, la Resistenza partigiana, la resistenza degl’internati militari come il servo di Dio Giuseppe Lazzati, poi rettore della Cattolica. Persino i poveri soldati delle trincee del Piave, decimati a migliaia dai plotoni d’esecuzione italiani. Personaggi come Jemolo, come Parri, come Bauer, come Aldo Capitini, alfieri di quella visione della società italiana tramontata con l’Unità di marca sabauda: solo lì, in quella opzione politica, in quelle figure insigni di eroi troverebbe la giusta collocazione il tricolore. E il patriottismo a esso sotteso troverebbe la sua espressione solo nel patriottismo istituzionale della democrazia moderna.

I rilievi in sede storica e non, che il discorso di Melloni suscita non sono pochi.

In primis, ricorre anche in questa visione la completa omissione di una pagina fondamentale della nostra biografia nazionale: quella dell’Insorgenza. I «giacobini», prima ancora di essere ridimensionati da Napoleone imperatore e «superati» dalla vicenda risorgimentale, sono stati combattuti ferocemente — e con loro i terribili francesi — da migliaia, se non decine di migliaia d’italiani, contro i quali, forti delle armi straniere, hanno reagito, scatenando una tremenda guerra civile che lascia ancora barlumi di memoria nel Meridione. Questi italiani, non giacobini, non liberali, ma tutti cattolici — come peraltro Melloni — sono italiani di serie B? o non sono mai esistiti? E questa feroce avversione non fa sorgere qualche dubbio che la cultura incarnata dai «giacobini» avesse qualche tara, quanto meno peccasse alquanto di utopismo, e i suoi esponenti non fossero un po’ troppo asserviti al dominatore?

Per inciso, la bandiera a tre colori della Cispadana fu innalzata ancora prima della proclamazione della Repubblica, nell’ottobre del 1796, dalla Legione Cispadana, una formazione volontaria impiegata dai francesi contro gl’insorgenti della Garfagnana, nello stesso 1796, e contro i ribelli del Montefeltro. E in queste occasioni si è macchiata di ripetuti eccidi, in parte puniti dagli stessi francesi, ma non per questo meno reali.

Quindi, se il tricolore rimanda al «giacobinismo», rimanda a un soggetto che più «divisivo» non si può immaginare.

Ma più che l’attualità, colpisce il giudizio, meglio la catena di giudizi, che ha un solo filo conduttore — che spesso fa aggio sulla attualità medesima, asservendola — anch’esso «divisivo» come non mai.

Ci sono due Italie, una potente e vincente, ma irrimediabilmente fradicia, che ne opprime una seconda, invece, sana e unica titolare del futuro della nazione, che solo in certi momenti ha trovato spazio e respiro.

E, ancora, gli sferzanti epiteti che riserva all’avversario, ma anche a tutto ciò che abbia solo sentore di cattolicesimo «ufficiale». Pio IX che gioisce dell’esecuzione di Zamboni e de’ Rolandis; il Sant’Uffizio di cui si ricorda, come unico gesto, la proibizione di esporre il tricolore in certe circostanze; e i «guelfi» alquanto pecorecci. Mentre pare siano da apprezzare solo i «cattolici del dissenso»: Lazzati, Arturo Carlo Jemolo, Giuseppe Dossetti, che vanno a braccetto con gli «illuminati» più virulentemente ostili al cattolicesimo, come Riccardo Bauer, Ferruccio Parri, il «cristiano» Aldo Capitini, Ignazio Silone, Pier Paolo Pasolini, lo storico David Kertzer, il socialista Meuccio Ruini o la comunista, nonché convivente di Palmiro Togliatti, Nilde Jotti, arruolando anche Dante solo perché fornisce lo slogan giusto per criticare, per l’ennesima volta, il l’Italia di Berlusconi.

Che dire di questo exploit di un intellettuale che si definisce cattolico, uno che viene invitato nelle curie e nelle parrocchie non solo a parlare del suo cavallo di battaglia - l’interpretazione del Concilio Vaticano II come rottura con la Chiesa precedente, condannata da papa Benedetto XVI - ma di tutto, assegnandogli un ruolo di grande rappresentatività? Melloni non cita della vicenda nazionale moderna una sola delle ragioni che hanno ispirato i cattolici a comportarsi come si sono comportati: non cita gli insorgenti, cattolici e italiani, non fa cenno ai cattolici italiani che «tentarono» un Risorgimento diverso, come il beato Rosmini, nulla su quelli, altrettanto cattolici e italiani, che morirono per il beato Pio IX, non ricorda il ruolo dei cattolici italiani nelle elezioni, decisive, del 18 aprile 1948. Per loro solo qualche fuggevole cenno di disprezzo, ma prevalentemente silenzio, oblio: non c’è posto per loro nella biografia della nazione italiana. Si salva e si esalta la Resistenza certo: eppure, se puntuali sono le denunce del male fatto dal fascismo, neppure un cenno sul «triangolo della morte» (eppure siamo a Reggio Emilia, nel cuore di questo spazio tenebroso) dove migliaia di uomini e donne e decine di sacerdoti vennero assassinati dai partigiani. E si esalta anche la Costituzione, anche qui senza alcun cenno al fatto che le forze politiche che l’hanno votata non esistono più e che la Costituzione è come un vestito, che si può, senza scandalo, adeguare al trasformarsi del corpo che ricopre.

Nessuno vuole disfare l’Unità raggiunta, e neppure disprezzare Resistenza e Costituzione, ma nessuno può convincerci che le vere e profonde radici d’Italia non siano da ricercare altrove.

Dispiace che le commemorazioni per il 150° dell’unificazione siano cominciate così, con un’evidente impronta giacobina e una interpretazione della storia italiana ostile non soltanto alla Chiesa e al Papato, ma alle stesse forze risorgimentali «moderate» che concretamente hanno portato all’Unità. Una Unità che poteva essere migliore, ma anche peggiore se l’avessero fatta i personaggi evocati da Melloni.

Marco Invernizzi e Oscar Sanguinetti


Risorgimento




Marco Invernizzi
150 anni,
ma quanta retorica...



Oscar Sanguinetti
Cattolicesimo italiano e Risorgimento


Oscar Sanguinetti
Una bandiera «politica»?


In prossimità del 150° anniversario dell'unità
Appunti sul Risorgimento /4 Appunti sul Risorgimento /3 Appunti sul Risorgimento /2 Appunti sul Risorgimento /1
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Ombre e luci del processo risorgimentale italiano


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Anti-Risorgimento e intellettualità italiana


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Da Repubblica «Superba» a provincia piemontese: Genova nel Risorgimento


Beato Papa Pio IX
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