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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


(11 febbraio 2005)


Quelle parole che cambiarono la storia



Nella storia umana, ci sono date e avvenimenti che vengono assunti come «punti nodali», rispetto ai quali, cioè, è possibile definire un prima e un dopo. Sono passaggi entro cui si immagina che confluiscano le linee di forza di un «mondo» politico e sociale ― variamente dispiegate e organizzate sul palcoscenico dell’umana convivenza –, per uscirne poi nuovamente ma diversamente dispiegate, a costituire un altro «mondo» altrimenti fondato e organizzato.

Certo, si tratta di assunzioni di sintesi estrema, rispetto alle quali il maligno o lo sciocco ― spesso coincidenti ― obietta che «le cose non sono semplici come le racconti, ma molto più complicate», che «non si può generalizzare», che «la storia non ha mai ritmi istantanei» eccetera eccetera. Tutto vero: ma il giudizio sintetico, l’identificazione delle linee di forza, la definizione degli elementi portanti, è l’unica pratica possibile non solo per raccontare la storia, ma soprattutto per capirla. E allora, una data o un avvenimento a elevata densità simbolica riescono a evocare un passaggio epocale ― magari perfettamente descritto in tanti e grandi tomi ― con una capacità espressiva immediata e facilmente percepibile e memorizzabile.

La caduta del Muro è l’esempio in corso di quanto sto dicendo. Un semplice muro caduto che rappresenta la fine del più grande totalitarismo della storia? Sì: perché se anche la rappresentazione sembra sproporzionata, la rappresentatività mi pare invece assolutamente adeguata, non richiedendo ― per intendersi sulla grandezza dell’evento ― ulteriori e lunghe spiegazioni: il suo valore simbolico è esauriente.

Quando, però, si è in presenza di un girar pagina della storia, è assolutamente necessario ricordare che, prima del «punto nodale», vi sono stati uomini che hanno fatto scelte di campo, che hanno deciso d’impegnare la loro esistenza per operare sulle e contro le linee di forza dominanti, per «piegarle» fino a farle confluire in tale punto, per riorientarle e rigenerarle. Direte: tutto ciò è ovvio. Ma ― aggiungo io ― l’ovvio, come sempre, è trascurato e dimenticato: nella fattispecie, da un lato, facendo torto a quegli uomini che hanno lavorato e sofferto in silenzio contro il «mondo» al potere; dall’altro, privando le nuove generazioni dell’esemplarità del loro comportamento.

Una lunga premessa che spero aiuti a cogliere compiutamente il senso profondo ― e l’emozione provata ― che mi è parso di cogliere e provare, leggendo una pagina di «piccola» storia «privata» ― così strettamente e inesorabilmente legata alla «grande» storia –, trovata nell’opera Testimone della speranza: la vita di Giovanni Paolo II, protagonista del secolo di George Weigel (Mondadori, pp. 405-407).

Eravamo nell’ottobre del 1979, circa un anno dopo la salita di Giovanni Paolo II sul soglio di Pietro. L’impero socialcomunista era in pieno fulgore e l’Ostpolitik, ormai da anni, costituiva l’unica e apparentemente ineluttabile strategia di confronto adottata dal Vaticano verso di esso. L’Ostpolitik ― grossolanamente ma spero comprensibilmente ― si fondava su questo assunto: ritenendo quell’impero invincibile, era meglio trattare che opporsi, con una corrività che minava la capacità di resistenza di tanti cattolici e che diffondeva un relativismo nei princìpi di cui oggi ― e chissà per quanto tempo ancora ― si avvertono le pesanti conseguenze. Quella scelta «politica» si traduceva, fra l’altro, nell’uso di un linguaggio ufficiale meno che felpato, addirittura solo generico: mai doveva farsi riferimento esplicito ai gestori dei GuLag e alle dottrine che li generavano.

Questo era il panorama «politico-culturale» che faceva da sfondo, quel 2 ottobre 1979, al nuovo Pontefice venuto dall’Est, mentre volava ― sullo Shepherd One, il 727 della TWA ― da Boston e New York, dove avrebbe tenuto un discorso davanti all'Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Mentre rileggeva questo discorso, padre Jan Schotte ― un ex missionario belga che lavorava presso la Segreteria di Stato vaticana e accompagnava il Papa ― «era preoccupato». Perché? Cito testualmente: «Perché il cardinale Agostino Casaroli aveva escluso quasi tutti i riferimenti che sarebbero potuti suonare come una critica all'Unione Sovietica e alle altre potenze comuniste, comprese alcune considerazioni sui diritti umani e sulla libertà religiosa. Casaroli pensava infatti che questo tipo di questioni andasse discusso in un dialogo discreto fra diplomatici, e non in un pubblico confronto. Padre Schotte, che aveva collaborato alla stesura del discorso, era di tutt'altro parere: la difesa dei diritti umani e la sfida morale al totalitarismo costituivano il nocciolo dell’intervento del Papa. Eliminare quei passi significava svuotare il discorso agli occhi del mondo. Il fatto era che nella Segreteria di Stato i funzionari di rango inferiore non mettevano di solito in discussione il giudizio del consigliere più elevato del Papa, il cardinale segretario di Stato".

Ma quando andò a portare il testo «mutilato» a Giovanni Paolo II ― che era «al lavoro nella sua cabina privata» –, padre Schotte ritenne, contrariamente al solito, di dover «mettere in discussione» le mutilazioni, prima spiegando «quali tagli il segretario di Stato suggeriva di apportare», poi esponendo «le ragioni per cui riteneva che accettarli fosse un grave errore».

Due uomini soli stavano per decidere, sulla base del loro senso morale e della loro fede, che era arrivato il momento di impegnarsi a «costringere» le linee di forza allora terribilmente vigenti verso il «punto nodale». «Il sacerdote aveva cerchiato le parti che a suo giudizio dovevano essere pronunciate davanti all'Assemblea dell'ONU perché indispensabili per trasmettere il messaggio papale. Giovanni Paolo II esaminò il testo con le sue parentesi e i suoi cerchi, ci pensò su e poi concordò con Schotte: non avrebbe accettato i suggerimenti del cardinale Casaroli e avrebbe invece affrontato con franchezza davanti all'Assemblea il problema del fondamento morale della pace, ossia i diritti umani».

Il giorno del discorso, prima di pronunciarlo, il Papa che veniva dall’Est, portandosi nella memoria il gelo e la lividezza del ferro della cortina, comunicò ― a suo modo e per chi poteva e doveva capire ― che l’atteggiamento verso «quel mondo», era finalmente e improvvisamente cambiato. «Di norma, quando il Papa saliva sul podio per tenere un discorso, a porgergli i fogli era il segretario personale, monsignor Stanislaw Dziwisz, che godeva di questo piccolo privilegio. Quel giorno, mentre svolgevano varie formalità nella sede dell'ONU, Dziwisz prese da parte Schotte e gli disse: «Il Santo Padre vuole che sia tu a porgergli le carte». Schotte rimase sbalordito. E altrettanto stupiti furono i vari accompagnatori del Pontefice quando, come gli era stato ordinato, il sacerdote belga comparve sul podio per consegnare all'oratore il testo dell'intervento. Il Papa non si era limitato ad accogliere il consiglio di Jan Schotte, ma con quel semplice gesto di gratitudine aveva mandato un segnale preciso alle antenne sempre tese della curia romana: il Pontefice gradiva consigli franchi e aperti e non voleva censure sui temi dei diritti umani e della libertà religiosa».

Quando si festeggia l’anniversario dell’emblematica caduta del Muro, sarà bene ricordarsi, allora, di quell’aereo in volo, sul quale due uomini ― anche se uno di loro straordinariamente sui generis ― presero in mano il libro della storia e decisero, fidando nel solo aiuto di Dio, d’impegnarsi per voltare pagina. «Quella» pagina ― la più terribile della storia dell’umanità ― che solo dieci anni dopo si sarebbe definitivamente appoggiata sulla precedente, fra la polvere e sotto le macerie del Muro. Come in ogni «punto nodale», vi era un prima e vi è un dopo: ma è sempre il cuore e la fede degli uomini a determinare il quando e il come.

Guido Verna




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Guido Verna


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