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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


(12 febbraio 2005)


«L’oro di Mosca» per il referendum sul divorzio. Trent’anni dopo.



I decennali di un accadimento sono passaggi obbligati ineludibili — e generalmente inelusi — per riportarlo alla memoria; ma dovrebbero essere anche l’occasione per ripensarlo più compiutamente e soprattutto — ritengo — per verificare che il cono di luce che viene proiettato su di esso non risenta eventualmente di maliziosi orientamenti, operati da tecnici delle luci e da registi interessati a far cogliere allo spettatore solo una parte della scena.

Gli anniversari, almeno quelli multipli di dieci, dovrebbero stimolare, in altre parole, a muovere i riflettori in maniera da illuminare tutta la scena, in modo da eliminare ogni possibile zona d’ombra e lasciarla così osservare integralmente, in larghezza e in profondità, portando alla ribalta tutti i personaggi.

Il tempo è condizione necessaria per leggere in maniera sempre più esauriente un accadimento. Il tempo non passa mai inutilmente, se non altro perché l’incremento di prospettiva, che ne è il portato naturale, può aiutare a stemperare le passioni e a purificare lo sguardo. Ma, nel nostro caso — i trent’anni dal referendum abrogativo della legge sul divorzio —, c’è un «di più»: il tempo intercorso non è stato un tempo qualunque, bensì un tempo straordinario, non solo perché è iniziato un nuovo millennio, ma anche per la caduta del Muro di Berlino, un evento inatteso e improvviso che — per rimanere nella metafora — ha permesso provvidenzialmente l’acquisizione di «lampade» ben più luminose e penetranti.

Sulla base di queste premesse pensavo che il trentennale del referendum, caduto nel 2004, potesse essere, se non una priorità, almeno un’occasione per ri-puntare i proiettori delle luci, giacché il potere culturale dei «tecnici» e dei «registi» di allora, ancorché vigente e vigoroso, si è tuttavia incrinato e, molto di più, perché è stato possibile aprire molti armadi — i «magazzini» delle nuove «lampade» — ritenuti a lungo inaccessibili.

In uno di essi lo storico di origini russe Victor Zaslavsky ha trovato al riguardo questo «faretto» molto illuminante: »[…] la pratica di chiedere aiuti finanziari supplementari direttamente a Mosca, oltre a quelli assegnati annualmente dal Fondo [internazionale per gli aiuti alle organizzazioni operaie di sinistra], era destinata a continuare. […] Nell’aprile del 1974 la Direzione del Pci chiese un aiuto supplementare di 2 milioni di dollari per la partecipazione al referendum del maggio 1974, argomentando che tale consultazione aveva sostanzialmente la stessa importanza delle elezioni politiche. La richiesta fu soddisfatta per metà» (1).

Ho atteso lo scadere del 2004 per vedere quanti avrebbero notato e commentato questa minuscola informazione, a mio parere di straordinaria utilità per ri-valutare l’avvenimento, finalmente percepibile a tutto tondo, con la scoperta di un «dietro» — mi si passi la tautologia — non «dietrologico», costruito cioè non con il fumo di supposizioni pregiudiziali e tendenziose, che, al contrario — attraverso questo nuovo e inaspettato elemento probatorio, così pieno di significati —, consente di avere una più completa cognizione di causa.

Invece, almeno per quello che ho potuto verificare, non ho trovato eco alcuna della notizia. Tutto è filato more solito: solo qualche doveroso, ma fuggevole e forse fastidioso cenno di cronaca, e nulla più.

Eppure, quella minuscola informazione confermava, ex contrario, quanto alcuni — non in molti, per vero avevano giΰ da allora compreso: cioè che quel 1974 era da considerare, a suo modo, una data fatidica, segnando quel referendum l’avvio del progetto — a sua volta fase di un disegno più ampio — teso alla progressiva demoralizzazione e demolizione della struttura sociale di base, per quanto ancora ne sopravviveva: la famiglia. E il primo passaggio verso la istituzionalizzazione della «nuova» cultura ideologica inoculata con violenza nel corpo sociale durante il Sessantotto, una cultura nemica delle gerarchie e del sacro, atea o relativistica, finalizzata alla definitiva secolarizzazione della società italiana, così mirabilmente descritta dal regnante Pontefice: «estromissione della motivazione e della finalità religiosa da ogni atto della vita umana» (2).

L’informazione di Zaslavsky confermava altresì, se mai ce ne fosse bisogno, che i comunisti rappresentavano culturalmente, almeno a quel tempo, la punta più avanzata e a suo modo riassuntiva di quel processo di snaturamento della civiltà occidentale, che alcuni autori hanno chiamato tout court «Rivoluzione», il cui progresso non si è certo esaurito con la caduta del Muro. E che da parte comunista era stata colta, più che da altri, l’importanza di quel referendum, con uno sforzo ermeneutico d’altronde non particolarmente improbo, se, di principio, tale parte ne era stata la forza promotrice più entusiasta e più interessata.

A chi pensasse a un arbitrario eccesso di responsabilizzazione, offro questi rapidi elementi, appunto di principio, tratti dei «padri fondatori» del comunismo, a riprova della congruità e della fedeltà del comportamento dei loro «figli culturali». Nel Manifesto dei comunisti, fra gli obiettivi espliciti, c’è l’«abolizione della famiglia». E se per Friedrich Engels il comunismo avrebbe soppresso «la duplice base dell’odierno matrimonio: la dipendenza della donna dall’uomo e dei figli dai genitori» (3), per Wladimir Lenin, più perentoriamente, era »[…] impossibile essere democratici e socialisti senza chiedere fin d’oggi l’intera libertà di divorzio, poiché la mancanza di una tale libertà costituisce la forma estrema di vessazione del sesso oppresso: della donna» (4).

Il comunismo sognato dai «padri fondatori» non era, dunque, fatto solo di lotte operaie, ma — come d’altra parte i più «accorti» sapevano fin dalla sua nascita — molto, molto di più: un progetto completo, totale e totalizzante, di uomo e di società. Provo a pormi una domanda per nulla retorica, che apre una questione su cui dovremmo riflettere: e se questo progetto fosse stato più importante delle lotte operaie, rappresentando esso il fine autentico e queste solo il mezzo? Perché, se così fosse, si potrebbe interpretare l’implosione improvvisa dell’impero socialcomunista anche in questa chiave: aveva semplicemente esaurito il suo compito, che non era la giustizia di classe, ma la socializzazione della mentalità «nuova»: ora toccava ad altri alzare il vessillo e guidare la «compagnia» verso la meta.

Gli anniversari «multipli di dieci» dovrebbero servire — ancora — non solo a capire meglio il passato, ma anche a leggere meglio il presente, spronando a porsi qualche ulteriore domanda, magari non di storia, ma di cronaca. Per esempio: quanto di quel progetto è ancora in corso? Se il comunismo cruento è finito, è finito anche quello «diffuso»? La prospettiva del mondo ideologico concepita da Engels e da Lenin è stata sconfitta o è ancora pesantemente in azione? Non è forse pensabile che il GULag non c’è più solo perché non c’è più bisogno di filo spinato per obbligare ad acquisire quella mentalità, dal momento che essa si è ormai metastatizzata?

Un’ultima osservazione. Comunque sia, il «faretto» messoci a disposizione da Zaslavsky ha permesso di portare in primo piano, rendendolo visibile a tutti, e non solo a chi aveva buona vista, questo «fatto»: l’«oro di Mosca» non serviva solo a combattere le lotte operaie, ma anche — forse soprattutto o, addirittura, forse solo — a combattere altre e più devastanti battaglie, come quella contro la famiglia.

Questo «fatto» è però uno specchio e la luce si riflette su di esso e va a illuminare anche altre zone e altri personaggi: se qualcuno volesse trovare un esempio, non letterario ma incarnato, della funzione leniniana degli «utili idioti», può provare a buttare lo sguardo sulla zona occupata da quei cattolici che, allora, firmarono per introdurre nella nostra società l’istituto giuridico fondamentale per il perseguimento della sua definitiva «secolarizzazione».

Note

  • (1) Victor Zaslavsky, Lo stalinismo e la sinistra italiana, Mondadori, Milano 2004, p. 136.
  • (2) Giovanni Paolo II, Annunciare il valore religioso della vita umana. Discorso «Sono lieto», del 1°-3-1991, n. 1, 2a edizione accresciuta, Cristianità, Piacenza 1993, p. 5.
  • (3) F. Engels, Il catechismo dei comunisti, trad. it., con note originali di Eduard Bernstein (unito K. Marx e Idem, Il manifesto dei comunisti; titolo di copertina: Il manifesto dei comunisti e il catechismo dei comunisti), Edizioni del Maquis, Milano 1971, p. 31.
  • (4) Lenin, L’emancipazione della donna, trad. it., Rinascita, Roma 1950, p. 73.



  • Guido Verna




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    Guido Verna


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