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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale





Il male che abbiamo sconfitto


Lo scorso 12 giugno, nella parte nord-ovest della capitale degli Stati Uniti, Washington, all’incrocio fra la Massachusetts Avenue e la New Jersey Avenue, in vista del Campidoglio, è stato inaugurato un monumento alle vittime del comunismo.
Il monumento, alto circa tre metri, è una copia della Dea della libertà, una statua di polistirolo espanso e cartapesta alta dieci metri, costruita — in soli quattro giorni — alla fine di maggio del 1989 durante la rivolta di Piazza Tienanmen a Pechino dagli studenti dell’Accademia Centrale di Belle Arti e poi distrutta dal regime. La dedica impressa nel basamento fa riferimento «agli oltre cento milioni di vittime del comunismo e a coloro che amano la libertà».
Copie della medesima statua sono state realizzate in varie città di diversi paesi. Per esempio nel Freedom Park di Arlington, a Washington; nel Victoria Park di Hong Kong (1996); a San Francisco, a Chinatown; all’Università della British Columbia, Canada; alla York University di Toronto, Canada; e all’Università di Calgary, Canada (1995).
Promossa dalla Victims of Communism Memorial Foundation di Washington, presieduta dal dott. Lee Edwards — uno dei maggiori storici del movimento conservatore americano, membro della Heritage Foundation e Adjunct Professor of Politics all’Università Cattolica d’America a Washington — e animata dall’ex ambasciatore e fervente anti-comunista di origini ucraine Lev E. Dobriansky, l’opera è stata iniziata il 27 settembre 2006 ed è stata ultimata il 7 giugno scorso.
L’occasione prescelta per l’inaugurazione è stato il ventesimo anniversario della visita del Presidente Ronald Wilson Reagan (1911-2004) a Berlino, in cui egli, in un discorso tenuto il 12 giugno davanti alla Porta di Brandeburgo, chiese clamorosamente al segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Mikhail Gorbaciov, di rimuovere il Muro.
Alla cerimonia, svoltasi alla presenza di circa mille persone, fra cui molti deputati, leader e funzionari politici, è intervenuto il Presidente Gorge Walker Bush, il quale ha rivolto ai presenti il discorso di cui presentiamo una traduzione redazionale.
Il discorso pare significativo non solo per l’intento celebrativo dei milioni di vittime della Rivoluzione comunista mondiale, che — a differenza dei paesi dell’ex «socialismo reale» e del Vaticano — ben poca audience hanno finora avuto nei paesi del mondo già a suo tempo detto «libero». Ma anche per aver «indossato» per la prima volta in un’occasione pubblica i dati quantitativi del «costo umano del comunismo», un calcolo che per la prima volta fu tentato da ambienti governativi statunitensi, pubblicati dallo storico Robert Conquest, all’inizio degli anni 1970 (1) — con grossi limiti, non ultimo quello di mancare dei circa vent’anni di vita che l’impero socialcomunista di casa-madre sovietica avrebbe ancora avuto — e poi, più in ampio, dal Libro nero del comunismo (2), rapporto che ha avuto una certa diffusione in diversi paesi del mondo. Ancora, per il pro-memoria di cui è latore: l’impero del male è stato sconfitto, ma milioni di uomini vivono oggi ancora sotto il giogo del comunismo illiberale. E, infine, per il vibrante appello a non dimenticare questi milioni di sventurati, a ricordare che il comunismo, che tanto terrore incuteva, è stato sconfitto ed è stato sconfitto dalla potenza inarrestabile del desiderio di libertà. Una libertà che, tramontata la minaccia comunista, conosce tuttavia oggi un’altra grave sfida: quella del terrorismo radicale islamico, nemico della libertà, contro il quale occorre mobilitarsi come un tempo l’America ebbe l’onore e la grave responsabilità di fare contro il comunismo e l’impero sovietico.
Quella ribadita da Bush potrebbe sembrare una visione troppo ampia e quasi «mistica» della libertà: ma sappiamo bene come egli la intenda. La sua — ce ne ha dato e continua a dare numerose prove — non è certo la libertà dei liberal stile «East Coast», la libertà «da», la libertà anche per il ogni sregolatezza, ma la libertà «per», la libertà di fare il bene, difendendo la libertà e la vita sotto gli occhi di Dio, creatore stesso della libertà.
Date queste premesse, non stupisce la dura reazione della Repubblica Popolare Cinese (3), il maggior paese comunista del globo di oggi e di sempre, che senz’altro è in pieno nel mirino della impietosa e meticolosa denuncia del presidente americano. La Cina ama fare business cercando di mettere in ombra le caratteristiche illiberali e anti-umane del suo regime e le violazioni storiche dei diritti umani di cui dal 1949 — se non da prima — è colpevole il Partito cinese. Ogni tanto un richiamo di queste realtà può essere salutare.
Dopo il mea culpa su Yalta (4) e dopo l’incontro con i dissidenti anti-comunisti avuto a Praga il 5 giugno questo nuovo intervento segna una nuova tappa di un percorso di rivisitazione e di radicale ripensamento non ideologico della storia del secondo Novecento, che rivelano quanto nuove e diverse da quelle delle passate amministrazioni siano le radici culturali della politica neo-con di George W. Bush. E, se è vero che gli Stati Uniti d’America sono il maggior soggetto dai connotati imperiali dei nostri giorni, possiamo immaginare che l’impatto sull’avvenire del mondo di questa oggettiva revisione non sarà insignificante.

Oscar Sanguinetti

 

Note


(1) Cfr. Robert [George Robert Ackworth] Conquest, The human cost of communism, trad. it., Il costo umano del comunismo, Edizioni del Borghese, Milano 1973 (The human cost of Soviet communism. Prepared ... for the Subcommittee to Investigate the Administration of the Internal Security Act and Other Internal Security Laws, of the Committee on the Judiciary, United States Senate, Washington, U.S. Govt. Print. Off., Washington 1970). Cfr. altresì Richard L.[ouis] Walker, The human cost of communism in China, United States. Congress. Senate. Committee on the Judiciary. Subcommittee to Investigate the Administration of the Internal Security Act and Other Internal Security Laws, U.S. Govt. Print. Off., Washington 1971.
(2) Cfr. Stephane Courtois, Nicolas Werth, Jean-Louis Panne, Andrzej Paczkowski, Karel Bartosek, Jean-Louis Margolin e Mark Kramer, Il libro nero del comunismo: crimini, terrore, repressione, 1997, trad. it., Mondadori, Milano 1998-2007.
(3) Cfr. per esempio Alessandra Farkas, Memoriale anti-comunista fa litigare Cina e America. «Idea da Guerra fredda», in Corriere della Sera, 15-6-2007.
(4) Cfr. il discorso del 7 maggio 2005 a Riga, in Lettonia; cfr. un estratto del discorso in Verso una revisione della storia europea del secolo XX?, nella sezione Memoranda di questo sito [testo ripreso dal sito http://www.whitehouse.gov/news/releases/2005/05/20050507-8.html.



* * *


George W. Bush


Discorso in occasione
dell’inaugurazione
di un monumento alle vittime
del comunismo


12 giugno 2007








Q ui, in compagnia di uomini e donne che si sono opposti al male e hanno contribuito ad abbattere un impero, con orgoglio, in nome del popolo americano, approvo il Monumento alle Vittime del Comunismo.

Il XX secolo sarà ricordato come il secolo più funesto della storia umana. E la documentazione di quest’epoca brutale ci è offerta dai monumenti sparsi per questa città. Tuttavia, fino ad ora la nostra capitale non aveva alcun monumento dedicato alle vittime dell’imperialismo comunista, un’ideologia che ha strappato la vita a circa cento milioni di uomini, donne e bambini innocenti. È quindi giusto che ci raduniamo per ricordare coloro che sono periti per mano comunista e che inauguriamo questo monumento che custodirà le loro sofferenze e i loro sacrifici nella coscienza del mondo.

Costruire questo monumento ha richiesto più di un decennio di sforzi e la sua presenza nella nostra capitale attesta la passione e la determinazione di due illustri americani: Lev E. Dobriansky […] e il dottor Lee Edwards. Costoro, lungo il cammino, hanno dovuto far fronte a battute d’arresto e a ostacoli, ma non hanno mai desistito, perché nel loro cuore udivano le voci dei caduti gridare: «Ricordatevi di noi».

Queste voci gridano a tutti: e sono legione. Le cifre reali di coloro che sono stati uccisi in nome del comunismo sono incredibili, così grandi che un conteggio preciso è impossibile. Secondo le migliori stime degli studiosi il comunismo ha tolto la vita a decine di milioni di persone. In Cina e nell’Unione Sovietica, e ad altri milioni nella Corea del Nord, in Cambogia, in Africa, in Afghanistan, in Vietnam, nell’Europa dell’Est e in altre parti del globo.

Dietro questi numeri stanno le vicende umane di tanti individui, con le loro famiglie e i loro sogni, le cui vite sono state troncate da uomini che perseguivano un disegno di potere totalitario. Alcune delle vittime del comunismo sono ben note. Fra di esse il diplomatico svedese Raoul Wallenberg, che salvò centomila ebrei dai nazionalsocialisti solo per essere arrestato su ordine di Stalin e spedito nella prigione moscovita della Lubianka, dove scomparve senza lasciar traccia. E il prete polacco Popieluszko, che fece della sua chiesa a Varsavia il rifugio della rete clandestina di Solidarnosc e che fu rapito, picchiato e gettato nella Vistola dalla polizia segreta.

I sacrifici di questi individui animano la storia: ma dietro di loro ve ne sono altri milioni, uccisi nell’anonimato dalla mano brutale del comunismo. Fra di essi gl’innocenti ucraini morti di fame nella Grande Carestia causata da Stalin; o i russi uccisi nelle purghe staliniane; i lituani e i lettoni e gli estoni caricati su vagoni-bestiame e deportati nei campi di sterminio dell’Artico dal comunismo sovietico; i cinesi uccisi nel Grande Balzo in Avanti e nella Rivoluzione Culturale; i cambogiani trucidati nei Killing Fields (i campi di sterminio) di Pol Pot; i tedeschi dell’Est uccisi a fucilate mentre tentavano di scalare il Muro di Berlino per riuscire a raggiungere la libertà; i polacchi massacrati nella foresta di Katyn; e gli etiopi massacrati nel «Terrore Rosso»; gl’indio misquito assassinati dalla dittatura sandinista in Nicaragua; e i balseros cubani annegati mentre fuggivano dalla tirannia.

Non sapremo mai i nomi di tutti coloro che hanno trovato la morte, ma in questo sacro luogo le vittime sconosciute del comunismo saranno consegnate alla storia e ricordate per sempre.

Inauguriamo questo monumento perché abbiamo verso coloro che sono morti l’obbligo di riconoscere le loro vite e onorare la loro memoria. Lo scrittore ceco Milan Kundera un giorno ha descritto la lotta contro il comunismo come «lotta della memoria contro l’oblio». I regimi comunisti hanno fatto di peggio che togliere la vita alle loro vittime: hanno cercato di rubare la loro umanità e di cancellare la loro memoria. Con questo monumento noi affermiamo delle vittime anonime e innocenti del comunismo: questi uomini e queste donne sono vissuti e non saranno dimenticati.

Inauguriamo questo monumento perché abbiamo verso le generazioni future il dovere di registrare i crimini del XX secolo e di assicurare che essi non si ripeteranno mai. In questo luogo consacrato ricordiamo la grande lezione della Guerra Fredda: la libertà è preziosa e non può esser data per scontata; il male è una realtà e dev’essere contrastato; e, all’occasione, uomini dominati da ideologie dure e piene di odio commetteranno crimini indicibili e strapperanno la vita a milioni di persone.

È importante che ricordiamo questa lezione, perché il male e l’odio che hanno causato la morte di decine di milioni di persone nel XX secolo sono ancora al lavoro nel mondo. Abbiamo visto il loro volto l’11 settembre 2001.

Alla stessa stregua dei comunisti i terroristi e i radicali che hanno attaccato la nostra nazione sono seguaci di una ideologia assassina che disprezza la libertà, schiaccia ogni dissenso, ha ambizioni espansionistiche e persegue fini totalitari. Alla stessa stregua dei comunisti i nostri nuovi nemici credono che l’innocente possa essere assassinato purché ciò serva ai loro progetti radicali. Alla stessa stregua dei comunisti i nostri nuovi nemici disprezzano i popoli liberi e pretendono che quelli di noi che vivono in libertà sono deboli e mancano di coraggio nel difendere il nostro stile di vita libero. E alla stessa stregua dei comunisti i seguaci del radicalismo islamico violento sono destinati a fallire.

Se rimarremo ben saldi nella causa della libertà, noi garantiremo che un futuro Presidente americano non dovrà trovarsi un giorno in un posto come questo a dedicare un monumento ai milioni di vittime dei radicali e degli estremisti del XXI secolo.

Possiamo aver fiducia nella potenza della libertà poiché abbiamo già visto la libertà sconfiggere la tirannia e il terrore. Il dott. Edwards ha detto che il Presidente Reagan andò a Berlino. E che fu esplicito nelle sue affermazioni. Reagan disse: «Abbattete il muro» e due anni dopo il muro è caduto. E milioni di persone dell’Europa centrale e orientale sono stati liberati da una indicibile oppressione. È giusto che nell’anniversario di quel discorso inauguriamo un monumento che riflette la nostra fiducia nel potere della libertà.

Gli uomini e le donne che hanno progettato questo monumento avrebbero potuto scegliere un’immagine di repressione per questo spazio: una copia del muro che una volta divideva Berlino; o le baracche gelate del GuLag; o un campo di sterminio disseminato di teschi. Invece hanno scelto un’immagine di speranza: una donna che tiene in mano una lampada di libertà. Ci ricorda le vittime del comunismo e anche qual è la potenza che ha vinto il comunismo.

Come la nostra Statua della Libertà, questa donna ci ricorda che la fiamma della libertà arde in ogni cuore umano e che è una luce che non può essere spenta dalla brutalità dei terroristi o dei tiranni. E ci ricorda che, quando un’ideologia uccide decine di milioni di persone e si conclude, ciò non di meno, con la sconfitta, vuol dire che essa si è scontrata con una potenza più grande della morte.

Ci ricorda che la libertà è dono del Creatore, la libertà è un diritto nativo di ogni uomo e che alla fine la libertà vincerà.

Ringrazio ciascuno di voi che avete reso possibile questo monumento per il vostro servizio alla causa della libertà. Vi ringrazio per la vostra devozione alla memoria di coloro che hanno perso la vita a causa del terrore comunista. Possano le vittime del comunismo riposare in pace. Possano coloro che continuano a soffrire sotto il comunismo trovare la libertà. E possa Dio, che ci ha dato la libertà, benedire questo grande monumento e tutti coloro che verranno a visitarlo.

Dio vi benedica.



Documenti



POLITICA ITALIANA

Alfredo Mantovano Commemorazione delle vittime d’Ungheria del 1956, Camera dei Deputati, 8 novembre 1996





POLITICA INTERNAZIONALE

George W. Bush Discorso in occasione dell’inaugurazione di un monumento alle vittime del comunismo, 12 giugno 2007





CHIESA

Pio XI
Preghiera per l'Italia,
1 febbraio 1939


Benedetto XVI
Lettera al vescovo di Verdun per il novantesimo anniversario della battaglia,
21 ottobre 2006


Benedetto XVI
Messaggio al Presidente della Repubblica di Ungheria
in occasione delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario dell’insurrezione di Budapest,
7 ottobre 2006


Benedetto XVI
Discorso all'Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana, Aula del Sinodo,
30 maggio 2005


Giovanni Paolo II
La grande preghiera per l’Italia e con l’Italia.
Meditazione di Giovanni Paolo II alla concelebrazione eucaristica con i Vescovi italiani presso la tomba dell’Apostolo Pietro, 15 marzo 1994

IL LIBRO DEL MOMENTO

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Metodo e storia. Princìpi, criteri e suggerimenti di metodologia per la ricerca storica

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320 pp., € 22,00.



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Pio X. Un pontefice santo alle soglie del «secolo breve»,

con una prefazione di Roberto Spataro S.D.B.,
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Alle origini del conservatorismo americano. Orestes Augustus Brownson: la vita, le idee,

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Marco Tangheroni,
Della storia.
In margine ad aforismi di Nicolás Gómez Dávila

Sugarco Edizioni, Milano 2008,
144 pp., € 15,00


Giovanni Cantoni,
Per una civiltà cristiana nel terzo millennio. La coscienza della Magna Europa e il quinto viaggio di Colombo

Sugarco Edizioni, Milano 2008,
264 pp., € 18,50


Oscar Sanguinetti,
Cattolici e Risorgimento. Appunti per una biografia di don Giacomo Margotti
con una prefazione di Marco Invernizzi

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160 pp., € 15,90


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trad. e cura di Paolo Mazzeranghi

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prefazione di Marco Invernizzi,
a cura dell'Istituto Storico dell'Insorgenza e per l'Identità Nazionale,
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152 pp., € 15,90.





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