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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


inserito il 22 giugno 2013


Silvio Ciccarone


La figura del beato Nicolò Rusca nella storia della Valtellina della prima età moderna



1. Il contesto storico

La vicenda umana di Nicolò Rusca si snoda nel periodo che segue la conclusione del Concilio di Trento (1545-1563), indetto per affrontare i gravi e urgenti problemi posti alla Chiesa dalla nascente età moderna. Tutte le difficoltà e le criticità di quel periodo storico si riflettono nella storia e nella morte del nostro sacerdote.

La Valtellina, dove opererà don Rusca, era passata, insieme alla contea di Bormio e a Chiavenna, sotto il dominio della Repubblica delle Tre Leghe — l’odierno cantone svizzero di Graubünden (letteralmente: Leghe Grigie) o dei Grigioni — nel 1512. Questo particolare Stato, di cui per brevità non descriverò la forma e il funzionamento, originali e piuttosto complessi, era caratterizzato dall’aleatorietà della struttura politico-amministrativa, dell’autorità e degli organismi di coordinamento della periferia con il centro (1). Noto solo che questo Stato era caratterizzato da un intenso pluralismo religioso, venutosi a creare in seguito alla nascita e alla diffusione di quella che per i cattolici era l’eresia protestante.

La Repubblica delle Tre Leghe prevedeva la parità teorica fra le due confessioni religiose, ma, in pratica, soprattutto nella parte meridionale, cioè in Valtellina, dove il protestantesimo non aveva attecchito in modo significativo, le autorità stabilirono una serie di regolamenti e di provvedimenti di carattere religioso che furono percepiti come discriminatori e vessatori dalla maggioranza cattolica.

In particolare fu stabilito che ovunque risiedessero dei protestanti, fossero anche solo tre persone, questi avevano diritto a contributi per il culto e all’uso di una chiesa, se ve n’era più di una, e alla condivisione dell’unica esistente, se non ve ne fossero state altre.

In generale, la norma fu percepita come segnale di un atteggiamento favorevole all’insediarsi ed espandersi del culto protestante, mentre ai cattolici veniva vietato il proselitismo. Le due confessioni dovevano essere in teoria sullo stesso piano teorico, ma nella pratica non era così.

Inoltre, si vietò l’ingresso di sacerdoti e religiosi "stranieri", cioè non appartenenti al territorio; fu vietato anche l’espatrio dei residenti, con il conseguente difficile collegamento con il resto della diocesi e con il vescovo, che risiedeva a Como, nello Stato di Milano, cioè "all’estero". Le visite pastorali erano rese difficili, in quanto sottoposte ad accordi politici e sempre brevissime: e tutto ciò accadeva negli anni in cui si era svolto e doveva essere applicato il Concilio di Trento, che prevedeva una profonda riforma del clero, della sua formazione attraverso l’istituzione dei seminari, dell’organizzazione parrocchiale e diocesana: la costruzione cioè di quella struttura ecclesiastica che arriva sino ai nostri giorni.

Si possono quindi immaginare le difficoltà nell’applicazione del Concilio in una zona sostanzialmente isolata per decisione politica e si possono comprendere i sentimenti non sempre amichevoli e cordiali fra gli appartenenti alle due confessioni.

All’inizio del 1600 a tutto questo si aggiunsero ulteriori tensioni politiche internazionali fra il blocco imperiale austro-spagnolo, da un lato, e quello franco-veneziano dall’altro, che fecero della posizione strategica delle Leghe Grigie un terreno di scontro di interessi ben più grandi.

2. La vita

Nicolò Rusca nacque nel 1563 a Bedano, nei dintorni di Lugano, nel Canton Ticino elvetico, da una famiglia benestante. Il padre, Giovanni Antonio, era notaio e la madre, Daria Quadrio, di nobile famiglia di Tesserete — anch’essa nel Canton Ticino — e figlia di un noto medico. Quella di Giovanni Antonio Rusca fu certamente una famiglia molto religiosa: di cinque figli, tre, Bartolomeo, Luigi e Nicolò, divennero sacerdoti e, una, Margherita, monaca benedettina: uno solo, l’ultimo, Cristoforo, si sposò, generando due figli, che a loro volta si fecero sacerdoti.

Don Rusca ricevette i primi rudimenti intellettuali da don Domenico Tarilli, parroco di Comano, nelle vicinanze di Lugano. Quindi la famiglia lo invia a Pavia per istruirsi "[…] in umanità e per passare poi alla rettorica e agli studi alti" (2) e, a tal fine, si iscrisse a una scuola retta dai padri della Compagnia di Gesù. Dopo sei mesi fu chiamato dal padre a Milano per continuare gli studi al Collegio Elvetico, fondato dal cardinale san Carlo Borromeo (1538-1584), arcivescovo di Milano, e ingrandito dal cardinale Federico Borromeo (1564-1631), anch’egli arcivescovo di Milano e cugino del primo. Il collegio era stato fondato proprio per i sacerdoti svizzeri o comunque provenienti da territorio dello Stato svizzero. Si perfezionerà altresì in ebraico e greco presso l’accademia gesuitica di Brera.

In merito ai suoi studi, l’ultimo — di molti — postulatore della causa di beatificazione, padre Pietro Riva, scrive: "Lo stesso san Carlo Borromeo nutriva per lui una particolare predilezione; per cui un giorno gli disse profeticamente: "Figliolo, combatti il buon combattimento, compi il tuo corso, perché ti sia preparata la corona di gloria che un giorno il giusto Giudice ti darà"" (3).

Ordinato sacerdote il 23 maggio 1587 dall’arcivescovo di Milano Gaspare Visconti (1538-1595), ricevette l’incarico di parroco di Sessa, pieve di Agno, nell’attuale Canton Ticino, dove rimase per circa due anni. Quindi, l’8 luglio 1591, divenne arciprete di Sondrio e lo sarà fino al 1618.

In questi ventotto anni egli svolse il suo ministero da vero sacerdote rinnovato secondo le indicazioni del Concilio di Trento: predicazione e scuole per il popolo; formazione dei giovani con difesa delle verità cattoliche; istituzione di confraternite — a Sondrio istituì la Confraternita del Santissimo Sacramento con l’autorizzazione del vescovo di Como —; rinnovamento degli edifici di culto — per esempio il monastero benedettino femminile di Sondrio, che restituì all’antico splendore e disciplina, rendendolo meta delle fanciulle delle più nobili famiglie (4) — e dei sacri arredi e suppellettili liturgiche; amministrazione dei sacramenti; preghiera e studio approfondito della dottrina.

Strettamente legato da sentimenti di amicizia ai confratelli sacerdoti, fu strenuo difensore della verità cattolica attraverso scritti e dispute, ma fu sempre rispettoso degli avversari, mai astioso; fu anzi in buoni rapporti con il pastore luterano Scipione Calandrino (1540 ca.-?), lucchese e già parroco di Morbegno, anche se convinse diversi protestanti a tornare alla fede cattolica. Difese la fede nella transustanziazione, la Chiesa, il Papa, l’autorità dei Padri, la liceità delle immagini sacre. Il suo impegno fu cercare la salvezza delle anime, non la sconfitta o l’umiliazione degli avversari.

In particolare, di lui si ricordano tre pubbliche dispute, che tenne fra il 1592 e il 1597 rispettivamente a Sondrio, Tirano e Piuro (5).

Quella del 1592 a Sondrio fu intorno alla questione del primato del Papa, questione importante per stabilire la verità della fede cattolica rispetto a quella protestante. La disputa fu condotta con Calandrino al capezzale di un’ammalata di fede riformata, zia di una neo-convertita al cattolicesimo.

Nel 1595 ci fu la seconda disputa, questa volta a Tirano, sulla natura divina e umana di Cristo, che ebbe tale risonanza da dare luogo a una edizione a stampa sia da parte cattolica, sia protestante. La controversia nacque dall’accusa rivolta al parroco di Tirano, don Simone Cabassi, di aver sostenuto che nel secondo libro delle Istituzioni di Giovanni Calvino (1509-1564) questi aveva bestemmiato contro la divinità di Cristo. Ora, quest’accusa era particolarmente grave, perché la legislazione grigione puniva simili attacchi e Cabassi rischiava una condanna che poteva giungere sino alla morte: tuttavia, il pastore se la cavò con un’ammenda che fece gridare alla vittoria entrambe le fazioni.

La terza disputa si tenne a Piuro nel 1597 e fu occasionata dalla discussione fra il ministro riformato Tommaso Casella e il parroco del luogo, Bernardino Cornacchia, sorta a casa di una donna riformata convertita al cattolicesimo da un frate cappuccino. La disputa verteva sull’origine del sacramento dell’Eucaristia, se istituito da Cristo o dalla Chiesa. Si stabilì che la disputa fosse tenuta pubblicamente e diede origine a scritti da entrambe le parti. I cattolici ritennero di uscirne vincitori dando luogo a festeggiamenti ma la Dieta federale impose il silenzio per la pace e la tranquillità pubblica (6).

In merito al forte impegno nello studio, le fonti attestano come egli arricchì la sua biblioteca, impegnando il proprio denaro e indebitandosi, perché riteneva fondamentale la battaglia argomentata in difesa della verità cattolica: lo testimoniano le sue dispute, i suoi scritti, le sue lettere. Scrive Giovanni Antonio Paravicini (1588-1659) nel suo La pieve di Sondrio: "Nel tempo che le avanzava dalle funtioni parochiali e dalla vita attiva, per lo più si vedea donato alla contemplativa, astratto nelle specolationi, immerso nei libri" (7). Le sue letture erano costituite principalmente da testi della Scrittura — una Bibbia in greco ed ebraico — e dei Padri della Chiesa, le opere del gesuita Francisco de Ribera (1537-1591); Anselmo di Canterbury (†1109), san Giustino (inizio II secolo-164 ca.), sant’Atanasio (295 ca.-373), sant’Agostino (354-430), i testi dei concili in greco e in latino, gli Annali del card. Cesare Baronio, C.O. (1538-607), l’Indice dei libri proibiti e, in particolare, le opere del cardinale (1542-1621) (8).

Il cardinale Roberto Bellarmino (1542-1621), uno dei massimi teologi dell’epoca, fu particolarmente stimato da Rusca, tanto che quest’ultimo "nelle controversie ricorreva alle opere del Card. Bellarmino, a preferenza di ogni altra. In una sua lettera al Bellarmino stesso, scritta l’8 novembre del 1615, con semplicità confessa di aver sconfitto i ministri grazie alla sua guida" (9).

Ci sono giunte ventiquattro delle sue lettere, di queste diciassette sono inviate ai cardinali Carlo (una) e Federico Borromeo (le altre). Tali lettere hanno come tema di fondo la cura e la salvezza delle anime, come dimostrano le lettere al card. Federico Borromeo, che furono volte a intervenire nelle nomine ecclesiastiche, ad aiutare i giovani valtellinesi che intraprendevano gli studi al Collegio Elvetico e finanche a richiedere preghiere per la propria salute per consentirgli di dedicarsi meglio alla propria missione (10).

Questo suo forte e alacre impegno pastorale per la verità cattolica non poteva passare inosservato e così il 1608 diverrà per lui, secondo le sue parole, l’"anno della persecuzione" (11).

Fu allora che don Nicolò venne arrestato dal governatore della Lega con l’accusa di aver ripreso un giovane della parrocchia che lavorava presso il conte bresciano Ulisse Martinengo (1545 ca.-1570), protestante — esule in Valtellina —, il quale lo aveva indotto ad assistere a una predica calvinista. Il crimine di cui il sacerdote si sarebbe macchiato era di aver contravvenuto al divieto imposto ai fedeli delle due confessioni, cattolica e protestante, di fare alcunché che potesse creare frizioni e risentimenti all’altra parte. Don Nicolò, sostenuto dai cattolici di Sondrio, che affermavano non aver egli fatto altro che comportarsi secondo il suo ufficio, venne riconosciuto innocente e liberato dietro il pagamento della considerevole somma di quattromila scudi.

Ma i guai per lui non erano finiti. Lo stesso anno don Rusca fu accusato di un ben più grave crimine: l’aver partecipato all’attentato alla vita del pastore Calandrino compiuto quindici anni prima, nel 1594. Si colse allora l’occasione di ripetere l’accusa per il fatto del giovane servo del conte Martinengo e si aggiunse pure che avesse sobillato i soldati spagnoli — allora lo Stato di Milano era sottoposto al dominio della Corona spagnola — contro i Grigioni durante la costruzione del forte di Fuentes — fatto costruire nel 1603-1604 da don Pedro Enríquez de Acevedo (1525-1610), conte di Fuentes, governatore dello Stato di Milano —, vicino a Colico, ora in provincia di Lecco.

Per sfuggire a queste nuove accuse don Rusca decise di non presentarsi al processo e di rifugiarsi invece prima ad Ardenno, presso l’amico Giovanni Maria Paravicini, poi, fuori dei confini, nella casa paterna a Bedano, quindi a Como dal vescovo Filippo Archinto (?-1632; in carica fino al 1621), che lo consigliò di rimanere lì fino alla conclusione della vicenda. I cattolici sondriesi e il fratello Bartolomeo si assunsero il compito di difendere don Nicolò, che fu infine assolto, non senza il pagamento di una forte somma di denaro, all’inizio del 1609 quando egli rientrò in Sondrio (12).

3. Il processo e il martirio

Negli anni successivi i protestanti grigioni tentarono di istituire un collegio a Sondrio con l’intento di imparare la lingua e le lettere italiche e di realizzare un istituto misto per cattolici e protestanti. Come dimostrato dai documenti ritrovati, il vero scopo del collegio era in realtà la diffusione del protestantesimo in Valtellina: e lo rivela il fatto che il rettore e tre dei cinque professori del collegio fossero protestanti. L’importanza dell’istituto nei progetti dei protestanti era tale da indurre addirittura l’Inghilterra e altri principi protestanti a fornirvi il loro sostegno (13).

L’opposizione dei cattolici e di don Rusca non poteva tardare. Allo scopo venne interpellato il nunzio mons. Sarego, che cercò di coinvolgere persino il Regno di Francia per impedire la costituzione del collegio. Decisa comunque la sua istituzione, don Rusca ne dichiarò apertamente di fronte alle autorità l’inopportunità, opponendosi a che i cattolici lo frequentassero. E questa fu la causa della sua nuova persecuzione che arriverà fino al martirio.

In contemporanea con la questione del collegio, altri problemi politici si addensarono nello Stato delle Tre Leghe. Nel 1617, infatti, fu concluso un patto con la Spagna inviso ai comuni filo-veneti valtellinese: ciò causò una sollevazione armata — una delle numerose Fähnlilupfe (letteralmente "levate di vessilli") che si susseguirono fino al 1622 — di questi ultimi, che fecero istituire a Thusis un tribunale che, oltre a giustiziare gli avversari politici, colpì esponenti cattolici di spicco (14).

Questo tribunale subiva infatti il predominio di alcuni giovani pastori protestanti fondamentalisti che ne inasprivano i componenti e, il 25 luglio 1618, li indussero a far arrestare don Nicolò. Questi fu preso e condotto attraverso la Valmalenco sino a Coira — la capitale dei Grigioni — e qui detenuto in un’osteria.

Diffusasi prontamente la notizia dell’arresto, il vescovo di Como mons. Archinti si mosse per cercare di farlo liberare rivolgendosi all’arcivescovo di Milano cardinale Federico Borromeo e al nunzio presso gli svizzeri mons. Sarego, cui chiese altresì di fare pressione sui cantoni cattolici perché a loro volta premessero per ottenerne la liberazione.

I tentativi però fallirono e don Nicolò Rusca venne condotto a Thusis per esservi processato. Qui fu accusato ancora dei fatti per cui era stato assolto nel 1608-1609 e vi si aggiunse l’accusa di aver tentato di corrompere i giudici di allora; quindi di essere un ribelle e un traditore per essersi dimostrato disobbediente e contumace verso i Signori grigioni e per essersi adoperato per impedire l’istituzione del collegio protestante di Sondrio; poi di aver intrattenuto rapporti con i nemici spagnoli durante la costruzione del forte di Fuentes; infine, di aver violato la libertà religiosa in una serie di episodi, di aver disprezzato il credo protestante mediante pubbliche preghiere "pro haeresum extirpatione", per l’estirpazione dell’eresia, addirittura di aver aiutato i confratelli della Confraternita del Santissimo Sacramento a nascondere armi per eliminare i riformati. Rammento che siamo alla vigilia del cosiddetto Sacro Macello della Valtellina che scoppierà nel luglio del 1620.

Il processo iniziò il 1° settembre 1618: don Nicolò si professò innocente riguardo a tutte le accuse e chiese di essere condannato al bando o alla galera pur di evitare le torture, ma i giovani pastori estremisti insistettero. Giunsero anche il fratello don Luigi e Giampietro Morosini di Lugano con una lettera dei Sette Cantoni cattolici a difesa di don Rusca, ma né questa, né altre lettere di luganesi sortirono alcun effetto. Non avendo dunque potuto confessare crimini mai commessi, ma anzi essendosi difesosi efficacemente, per l’accanimento dei pastori estremisti (15), i giorni 3 e 4 settembre egli fu sottoposto a tortura. La sera del 4 settembre, prostrato dai dolori infertigli, morì.

Certamente, come fa notare Paolo Tognina da parte protestante (16), i cattolici non furono immuni da azioni che contribuirono a esacerbare gli animi, in particolare i rapimenti di alcuni esponenti protestanti che di tanto in tanto avvennero in quegli anni e i cui autori furono poi processati e condannati dall’Inquisizione, ma ciò nulla toglie alla sostanziale ingiustizia e pretestuosità del processo contro don Rusca, che fu palesemente "pilotato" dai giovani pastori fondamentalisti.

4. Conclusioni

Dopo un processo di beatificazione apertosi ufficialmente solo all’inizio degli anni 1930, l’arciprete Nicolò Rusca è stato dichiarato martire: il 19 dicembre 2011 un decreto della Santa Sede ha infatti riconosciuto che la sua uccisione è avvenuta "in odio alla fede". Per questo, domenica 21 aprile 2013 — 450° anniversario della sua nascita —, alle ore 15 e 30, a Sondrio, in Piazza Garibaldi, è stato dichiarato beato dal cardinale Angelo Amato, prefetto per la Congregazione delle Cause dei Santi, alla presenza del vescovo di Como, mons. Diego Coletti.

In conclusione, mi pare di poter dire che la figura di questo martire abbia molto da insegnare. La sua fu una vita di dedizione totale ai suoi doveri di pastore di anime in una situazione estremamente difficile. Mai venne meno tuttavia all’amore e sollecitudine verso tutti e fu difensore della verità nella carità, come ricordato da papa Benedetto XVI (2005-2013) nell’enciclica Caritas in veritate del 2009. Lo stesso Papa ha ricordato che le due, carità e verità, non possono essere disgiunte perché, come ha detto poi Papa Francesco, la Chiesa Cattolica non è un’istituzione filantropica fra le tante, ma è la testimone di Cristo e Cristo Crocifisso, dunque della Verità su Dio e sull’uomo.

Don Nicolò si è trovato a vivere in una situazione in cui le autorità pubbliche erano sostanzialmente ostili, ma non si è tirato indietro, non si è nascosto, non ha rinnegato la sua fede, anche a costo della sua stessa vita.

La Chiesa, nel beatificarlo, non ha voluto, comunque, aprire polemiche ormai sopite: il cardinale Amato ha ricordato che non si tratta di "[…] cercare rivincite, ma di proclamare l’innocenza di un giusto e di ricavare insegnamenti validi di riconciliazione, di rispetto, di fraternità, di amicizia e di collaborazione nell’annuncio del Vangelo".

Note:

(1) Una descrizione della struttura e del funzionamento dello Stato delle Tre Leghe si trova nel saggio di Claudia di Filippo Bareggi, professore associato di Storia Moderna presso l’Università degli Studi di Milano, Politica, religione e società nella Valtellina del primo governo grigione, in Alessandro Botta; C. di Filippo Bareggi e Paolo Tognina, Nicolò Rusca: "Odiate l’errore, amate gli erranti", a cura di Pier Carlo Della Ferrera, in Banca Popolare di Sondrio (Suisse), Relazione d’esercizio 2000, Lugano (CH) 2001, pp. 53-82.

(2) Molte delle notizie sulla vita di don Nicolò Rusca e sulla sua morte sono tratte dallo scritto redatto all’indomani del martirio: Nicolai Ruscae S. T. D. Sundrii in Valle Tellina archipresbyteri, anno MDCXVIII Tuscianae in Rhetia ab haereticis necati, vita et mors, edita nel 1621 da Giovanni Battista Baiacca (1575 ca.-?), comasco, dottore in diritto canonico e civile, segretario del nunzio presso gli svizzeri mons. Lodovico Sarego (1558-1625), consultata nell’edizione italiana Vita e morte di Nicolò Rusca di Baiacca, datata Lugano 13 ottobre 1618, Tipografia e Cartoleria Mattei, Morbegno (Sondrio) 1939. La biografia più recente è a cura di monsignor Saverio Xeres, "Dà la vita il buon pastore" (Gv 10, 11). Biografia di Nicolò Rusca (1563-1618), Diocesi di Como-Fondazione Gruppo Credito Valtellinese-Fondazione Centro studi "Nicolò Rusca"- Museo Valtellinese di Storia e Arte, Sondrio 2013, che include le lettere del beato, a cura di Annalina Rossi, e due appendici: la storia delle cause di beatificazione e un elenco delle fonti e della bibliografia su Rusca. Molte notizie, articoli, documenti e bibliografia sono inoltre reperibili sul sito Internet della diocesi di Como, all’indirizzo: http:// www.diocesidicomo.it/ diocesi_di_como/ vita_cristiana/ 00032707_Beatificazione_Rusca.html, consultato il 18-6-2013.

(3) Pietro Riva, Fedele alla missione, in L’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso, Città del Vaticano 21-4-2013.

(4) Cfr. G. B. Baiacca, op. cit., p.17.

(5) Per un elenco delle dispute di Nicolò Rusca e dei suoi scritti cfr. l’articolo Gli scritti di Nicolò Rusca e la difesa della dottrina cattolica, consultabile sul sito della diocesi di Como all’indirizzo http:// www.diocesidicomo.it/ diocesi_di_como/ vita_cristiana/ 00032791_Scritti.html, del 2012, a cura del Comitato per la beatificazione di Nicolò Rusca per "Diocesi di Como".

(6) Cfr. ibidem.

(7) Ibidem.

(8) Cfr. ibidem.

(9) G. B. Baiacca, op. cit. p. 18.

(10) Per una introduzione alle lettere cfr. la pagina internet Le lettere di Nicolò Rusca, indirizzo http:// www.diocesidicomo.it/ diocesi_di_como/ vita_cristiana/ 00032793_Lettere.html, consultata il 20-6-2013, a cura del Comitato per la beatificazione di Nicolò Rusca per la diocesi di Como.

(11) Lettera al Card. Federico Borromeo citata in Il martirio di Nicolò Rusca, alla pagina http:// www.diocesidicomo.it/ diocesi_di_como/ vita_cristiana/ 00032792_Martirio.html, consultata il 20-6-2013, a cura del Comitato per la beatificazione di Nicolò Rusca per la diocesi di Como. Tutte le notizie sui processi e il martirio di don Rusca sono tratti da questo articolo, da G. Baiacca, op. cit., e dal saggio di Paolo Tognina, responsabile delle trasmissioni evangeliche alla Radio Televisione della Svizzera Italiana di Novaggio e già pastore della chiesa evangelica riformata di Locarno, Il tribunale penale di Thusis (1618) e la morte di Nicolò Rusca (in A. Botta; C. di Filippo Bareggi e Idem, Odiate l’errore, amate gli erranti", cit., pp. 70-77).

(12) Cfr. G. Baiacca, Vita e morte di Nicolò Rusca, cit., pp. 10-13.

(13) Cfr. ibid., pp. 19-21.

(14) Cfr. C. di Filippo Bareggi, Politica, religione e società nella Valtellina del primo governo grigione, cit.

(15) Cfr. G. Baiacca, op. cit., pp. 23-26; e lettera al padre Tobia da Milano, predicatore cappuccino, dello stesso Baiacca, pubblicata in appendice all’opera e recante data "Lugano, 13 ottobre 1618".

(16) P. Tognina, op. cit..



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