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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


inserito il 13 ottobre 2008


Oscar Sanguinetti

Complotto «cattointegralista»
o «forza delle cose»?


Premessa

In un suo recente articolo (1) pubblicato dalla rivista quadrimestrale Passato & Presente, diretta da Gabriele Turi, Massimo Cattaneo rivolge la sua attenzione a quel revival che hanno conosciuto negli ultimi anni gli studi sui movimenti di reazione contro la Rivoluzione francese, che ormai comunemente vengono denominati «insorgenze».

Il lavoro di Cattaneo − la prima parte del titolo lo lascia intendere − parrebbe voler tentare un bilancio dell’intera storiografia sull’argomento. Però poi – e a questo proposito il sottotitolo è del tutto eloquente – egli finisce per diffondersi ad abundantiam, scagliando contro di esse strali acuminati, solo su quelle correnti storiografiche recenti meno omologate − per lo più di orientamento «conservatore» − che in merito, come peraltro su analoghi «nodi» della biografia nazionale, hanno avanzato ipotesi di lavoro innovative e stanno svolgendo ricerche originali.

Lo studioso romano già dieci anni or sono, in un suo saggio apparso in un lavoro collettaneo, aveva stigmatizzato negativamente quel «revisionismo» storiografico che scaturiva, a suo avviso, dalle prospettive «cattolico-integralista, neo e postfascista, monarchico-legittimista» (2). Oggi torna sul tema e lo fa più o meno negli stessi termini discutibili di allora, anche se estende e rimodula le sue critiche.

Non si tratta né del primo, né dell’unico attacco che viene rivolto contro la corrente di studiosi che leggono l’Insorgenza come una pagina qualificante della storia e dell’ethos italiani e non come una spiacevole «parentesi» in senso crociano.

La stessa rivista fiorentina, per esempio, ha ospitato in passato un altro articolo dai toni aspri, autore Luciano Guerci (3). E di recente un altro studioso – non accademico: dirige la biblioteca della Fondazione «Giangiacomo Feltrinelli» di Milano –, David Bidussa, ha parlato degli studi – peraltro descritti abbastanza fedelmente – sull’identità nazionale svolti dagli storici cattolici «fondamentalisti» e «tradizionalisti» in termini preoccupati, intravedendo addirittura «complotti» e ventilandone, in aggiunta, una indiretta corresponsabilità nello scandalo della lista di proscrizione di 162 docenti universitari di religione ebraica, apparsa nel febbraio del 2008 in un blog italiano (4).

Per questi due motivi − ripetitività e mancanza di originalità − probabilmente non varrebbe la pena soffermarsi sulle argomentazioni sostenute nell’articolo. Tuttavia esse offrono il destro per alcune puntualizzazioni e per una riflessione sulla condizione attuale della storiografia sulle origini dell’Italia contemporanea.

I. «Luci»

Entrando nel merito, va premesso che non poca parte della ricostruzione che Cattaneo fa del fenomeno delle insorgenze e della nouvelle vague storiografica risponde al vero, il che rivela che l’autore ne ha una buona, anche se, come dirò, parziale, conoscenza. Anzi, si potrebbe dire che il suo lavoro rappresenta un utile strumento – naturalmente a patto che se ne rovescino prima le valutazioni storiche e intra-disciplinari – per presentare in sintesi lo sforzo di ricupero della memoria dell’Insorgenza italiana svolto negli ultimi lustri.

Per esempio, è nel giusto quando ammette la prevalenza delle motivazioni religiose nell’Insorgenza e laddove asserisce che spesso esse sono la finestra attraverso la quale le culture contadine leggono i fatti, lieti e meno piacevoli, del loro tempo. Così pure quando parla senza mezzi termini di «rivolte controrivoluzionarie» (p. 82), anzi di «grande scontro tra Rivoluzione e Controrivoluzione» (ibidem) – ed è francamente raro vedere la seconda realtà menzionata con l’iniziale maiuscola −, cogliendo assai bene la differenza fra i moti anti-francesi e le jacquerie tradizionali. Ancora è nel vero quando scrive che il termine «insorgente» fu usato per la prima volta per denominare gl’insorti nord-americani degli anni Settanta e Ottanta del secolo XVIII, così come quando afferma che il termine «brigand» (cfr. p. 83) è stato attribuito agli insorgenti dai francesi e dai giacobini «con chiara operazione ideologica» (ibidem).

II. «Ombre»

Sulla base di questi elementi si potrebbe dire che i dieci anni passati dal primo exploit siano stati spesi bene.

Poi però questa impressione sbiadisce davanti ai pregiudizi ideologici, alle debolezze interpretative, alle carenze informative e alle frequenti apostrofi astiose, che costellano il suo lavoro degradandolo a pamphlet bilioso e misoneista.

Non mi pare il caso di ribattere punto su punto a tutte le affermazioni che lo storico fa e agli epiteti che egli di nuovo riserva ai colleghi di studi a lui poco accetti, anche perché sono più o meno quelle cui avevo replicato già a suo tempo (5): mi limito ad alcune precisazioni critiche, che mi pare si possano ridurre in sostanza a tre.

1. Sul piano scientifico

1.1 Uno sviluppo negato

Sotto il profilo scientifico, anche se l’analisi svolta dallo storico romano ripercorre in sostanza gli stessi binari di due lustri or sono, non poca acqua è passata sotto i ponti e la necessità di rivedere gli archetipi – se non gli stereotipi – interpretativi delle origini dell’Italia contemporanea è stata espressa – forse più implicitamente, nei lavori svolti, che non negli enunciati pubblici – da non pochi studiosi italiani, i quali ben poco hanno da spartire con le culture politiche evocate da Cattaneo.

Questo superamento degli schemi invalsi nel post-Risorgimento, irrobustiti in chiave nazionalistica dal fascismo e rivitalizzati nel secondo dopoguerra dalla «revisione» in senso «nazionalpopolare» operata dalla cultura gramsciana – incarnata nella politica culturale togliattiana – nasce dalla «forza» irreprimibile della ricerca, al cui sviluppo hanno contribuito tanti studiosi, conservatori compresi. L’erosione di tali schemi è stata determinata non tanto da una congiura di reazionari, bensì dal crollo delle ideologie progressiste, culminato all’incirca fra il 1985 e il 1991, le più importanti delle quali – quelle di matrice materialistico-storica – esercitavano un’influenza potente sul modo di concepire la storia e su quello di scriverla.

I nuovi apporti − fra cui alcuni stranieri, francesi e inglesi in particolare, i cui autori hanno avuto il vantaggio di accostarsi ai vari «nodi» della nostra storia nazionale senza i condizionamenti che di norma gravano sui loro colleghi italiani − hanno avuto una gamma di conclusioni differenziata.

Se nella maggioranza non hanno ribaltato i cliché storiografici, né hanno sposato in toto le letture «cattolico-integraliste» iniziali − semplicemente hanno ricondotto i cliché alle questioni sottostanti e hanno reso più problematica la loro formulazione −, hanno comunque dovuto lasciare un certo spazio, quanto meno sotto il profilo fattuale, alle ipotesi di queste ultime, mettendo, per diametrum, in evidenza i limiti delle letture deduttive e tranchant, come quelle liberalradicali e gramsciane, che opponendosi a priori a ogni mutamento di prospettiva si rivelano prospettive «conservatrici», se non di principio, almeno di fatto. Nel novero di tali questioni è emersa prepotentemente alla ribalta tutta una serie di fenomeni sottovalutati, anche di grande rilievo storico, come appunto le insorgenze. Anche se a riguardo interpretazioni adeguate sono tuttora da svolgere, nessuno può oggi tuttavia negare l’esistenza di questa complessa pagina di storia patria.

Per completezza, non va taciuto neppure che negli anni dal 1998 a oggi gli studi messi sotto accusa hanno fatto decisi progressi e i loro autori hanno raffinato la qualità dei loro contributi, nonostante la perdurante condizione di «confinati» ai margini della storiografia «seria» e la cronica scarsezza di risorse, non solo finanziarie – che qualche giunta comunale di buona volontà o un ente regionale governato da personale politico particolarmente illuminato (6), con buona pace delle insinuazioni dello studioso romano, non sono bastate e non bastano a colmare – ma anche, per esempio, di tempo. Soprattutto nel Mezzogiorno la produzione di nuovi studi è stata abbondante, anche se la pubblicazione presso editori locali o minori ha impedito che questa letteratura approdasse a un pubblico più vasto. È vero che non si tratta sempre di lavori scientifici vero nomine e che non mancano i pamphlet polemici e «revanscisti», ma è altrettanto vero che il materiale che queste pubblicazioni hanno «escavato» e «accatastato» è tutt’altro che esiguo.

Le opere da menzionare sarebbero tante: mi limito a qualcosa che ben conosco – e che anche Cattaneo conosce –, perché ne sono promotore e in parte autore. Alludo al volume Guida bibliografica dell’Insorgenza in Lombardia (7), che ho curato con altri studiosi del mio istituto. Si tratta di un volume oggettivamente importante perché è frutto di una approfondita ricerca di archivio e – unico nel suo genere – rivela quante fonti per la storia dell’Insorgenza giacciano, non sfruttate, nelle biblioteche. Di più, oso dire che esso riveste un carattere esemplare sotto il profilo metodologico, perché testimonia − al di là del risultato −, l’intento di affrontare la storia nazionale – ovviamente in uno dei suoi aspetti e, come sempre accade, quello più vicino agli interessi del singolo studioso – in maniera non deduttiva e la storia dell’Insorgenza in particolare partendo dai documenti e non da presunti «sacri testi».

1.2 Nuove letture

Anche sul piano interpretativo il progresso non è stato insignificante. Oltre agli approfondimenti, che non mancano, quando si è allargata la prospettiva storica nello spazio e nel tempo sono affiorati fenomeni che configurano altre forme d’insorgenza, sia prima sia dopo l’Insorgenza «storica», quella cioè degli anni rivoluzionari e napoleonici, localizzate sia in Europa sia in altri continenti. L’ipotesi di lavoro sulla base della quale è oggi possibile e forse doveroso muoversi (8) è quella di un moto assai ampio che connota l’intero Occidente in età moderna, che si manifesta quando la modernità politica, cioè la sua creatura più genuina, lo Stato moderno, inizia a far sentire il suo peso e a frantumare i quadri tradizionali di riferimento dei popoli europei, soprattutto quando, e a misura che, intacca la visione del mondo delle classi subalterne. Il terminus a quo di tale fenomeno globale – o almeno intercontinentale – si può rinvenire nelle rivolte di paesi, ceti e colonie contro l’irrigidimento centralistico e la secolarizzazione delle monarchie europee nel secolo XVI; il suo proprium nelle insurrezioni popolari europee dell’età della Rivoluzione; e il suo terminus ad quem – finora – in determinati fenomeni elettorali di natura «conservatrice» e moderata verificatisi «imprevedibilmente» in diversi Paesi occidentali – fra cui l’Italia – nei decenni del secondo dopoguerra, senza escludere gli ultimi anni.

1.3 Omissioni nella citazione della letteratura sull’Insorgenza

Lo studioso romano è coautore della sezione dedicata ai movimenti controrivoluzionari della nuova Bibliografia dell’età del Risorgimento. 1971-2001, che fa seguito ai tre volumi analoghi redatti negli anni 1970 (9). Dunque dovrebbe avere un quadro degli studi sull’argomento quanto più completo e «pesato» si possa immaginare.

Eppure, dall’articolo di cui mi occupo emerge una conoscenza della letteratura sulle rivolte anti-napoleoniche non sterminata, tendenzialmente ristretta agli autori a lui noti o da lui preferiti e povera proprio di segnalazione degli studi compiuti dalla storiografia non omologata.

Per esempio, come può far partire la conoscenza delle insorgenze dal convegno di Rennes del 1985 − e chissà perché avrebbe avuto poca eco in Italia? − e non menzionare con il dovuto rilievo un testo-chiave come il lavoro d’insieme pubblicato da Jacques Godechot nel 1961 (10), che, pur con ampi limiti, era negli anni Sessanta l’unica opera di quel tipo sull’argomento? Come non segnalare in questa categoria l’omologo volume di Giacomo Lumbroso (11) − nonostante il limite della sua lettura in chiave nazionalistica −, che risale del 1932, e che per l’Italia era l’unica introduzione disponibile sui moti popolari del Triennio Giacobino? Allora subito dopo questi due libri e qualche storia locale non vi era che il terreno inesplorato degli archivi (12). Ed è significativo che oggi, anche se non mancano elaborazioni e introduzioni alla questione, le due opere rimangono ancora le uniche nel loro genere. Cattaneo le conosce entrambe perché le cita nel suo lavoro bibliografico pubblicato da Olschki: tuttavia pare non comprenderne – al di là, ripeto, dei limiti – il peso e lo «status» storiografico.

Un’altra significativa omissione dell’articolo riguarda la cronologia: le uniche reazioni popolari al di fuori degli anni delle «Repubbliche sorelle» che vengono menzionate nell’articolo di Passato & Presente sono i moti contro le riforme illuminate degli ultimi decenni del Settecento. È invece assente la segnalazione delle numerose rivolte degli anni successivi al 1800, scatenatesi al Sud ma anche nel Nord-Est a causa della leva obbligatoria, dell’imposta sul macinato, dell’eccessiva invasività dello Stato italico: rivolte ancora più disperate perché gli avversari degl’insorgenti questa volta non sono più i focosi e scriteriati «giacobini», ma uno Stato moderno: il Regno d’Italia.

Eloquentemente la Rao, che ispira oggi la corrente interpretativa di cui Cattaneo è esponente, parla di rivolte «antirepubblicane», circoscrivendo così automaticamente l’Insorgenza ai moti del 1796-1799. Questo è un difetto di prospettiva dalle gravi conseguenze sul piano scientifico: l’Insorgenza del Triennio è infatti solo una tessera minore di un mosaico ben più ampio – come scrive lo stesso Cattaneo, è solo un momento nell’ambito dello scontro epocale fra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, che non inizia né con il 1789 francese, né con il 1796 italiano – ed essa stessa assume senso solo se la si inquadra fattualmente e concettualmente nei lineamenti della figura che concorre a comporre.

1.4 «insorgenze» o «Insorgenza»?

Il rilievo più deciso sul piano scientifico va rivolto all’insistenza con cui si sostiene il carattere esclusivamente frammentario del fenomeno delle insorgenze, una costante che sembra caratterizzante una certa lettura (13).

La frammentazione – non la frammentarietà – dei fenomeni insorgenti è reale, ma la loro numerosità e frequenza e la sincronia elevatissima che presentano, la comunanza dei caratteri di fondo fra gl’innumerevoli «casi», sono tutti elementi che rimandano palesemente a un moto generale, a un corale e multiforme impulso che va a configurare un fenomeno collettivo unitario e univoco. Che, in più, si manifesta ovunque nonostante la presenza di forti inibitori di carattere strutturale, ergo oggettivo: l’Italia infatti è un Paese stretto, allungato e montuoso e la Penisola al tempo delle Repubbliche era veramente spezzettata, non solo politicamente e culturalmente, ma anche territorialmente, dal punto di vista delle comunicazioni, sempre difficili e spesso soggette a gravi perturbazioni stagionali.

Questo vale anche se ben di rado i contadini e i montanari insorgenti avranno coscienza esplicita di essere parte di un moto comune: la loro ottica ristretta infatti impedirà quasi sempre di svolgere operazioni di un qualche momento; il loro «dilettantismo» da «guerrieri della domenica» li vedrà più spesso soccombere che non vincere in uno scontro di durezza impensata; infine, il perenne condizionamento esercitato sulla loro presenza in campo dal bisogno di dedicarsi ai lavori agricoli si rivelerà una costante per loro fatale.

Tuttavia, è un fatto che gli elementi centrifughi e disarticolanti che ho cercato di descrivere non prevalgano su quelli centripeti e unitivi, e che fra questi ultimi assumano un ruolo e un peso decisivi la comune cultura di matrice cattolica e il «senso comune» collettivo, cioè una medesima configurazione dell’ethos privato e civile, che porterà popoli diversi a comportarsi in tempi e luoghi diversi nel medesimo modo a fronte di stimoli simili.

Sul punto, che l’articolo tocca, delle perdite umane dell’Insorgenza – sulle quali concordo non vi siano dati precisi – non si può non considerarle straordinariamente alte, soprattutto se si tiene conto della popolazione della Penisola a quel tempo – circa 28 milioni di persone –: se le cifre riportate da Massimo Viglione sono ritenute esagerate, si provi a dividerle per dieci – ed è tantissimo – e si vedrà che il risultato non può non rimandare a un fenomeno «a monte» di proporzioni e di retaggio straordinari, davanti ai quali non si può far finta di niente né avanzare giustificazioni riduttive, se non mistificanti.

Ci si sente infatti seriamente presi in giro quando si leggono righe in cui – come fa Anna Maria Rao, che parla di «ampi sviluppi» riguardo allo «studio dei movimenti di rivolta antirepubblicana» (14) – si cerca di accreditare un interesse e una conoscenza ormai avanzati, se non compiuti, del fenomeno «insorgenza». Dove sono i libri – mi chiedo –, le collane, le enciclopedie, le biografie, i convegni, i corsi universitari, le tesi, i progetti di ricerca? dove sono tutti quegli strumenti di ricerca e quelle occasioni di confronto e di dibattito che vengono messi in atto ciclicamente, per esempio, per la Resistenza o per il Risorgimento?

1.5 Un utile accostamento comparativo

Un paragone che mi pare utile avanzare e affidare alla riflessione di chi legge – in primis, auspico, l’autore dell’articolo di Passato & Presente – per capire che cos’è stata l’Insorgenza mi fu suggerito una decina di anni or sono da un compianto amico, il medievista Marco Tangheroni, durante una conversazione privata e cioè quello con il «comune». I comuni – al plurale – nascono e s’impongono in maniera multiforme e disomogenea, asincrona e frammentata, ma vanno a costituire una realtà unica e tipica, che investe tutta l’Europa e «domina» i secoli XI-XII, facendo legittimamente parlare gli storici di «età dei Comuni» nel quadro della storia della cristianità medievale.

1.6 Insorgenza: un nuovo «tipo-ideale»?

Alle insorgenze, come al comune, si potrebbe applicare il concetto weberiano (15) di «Idealtypus» («idealtipo» o «tipo ideale»). Le insorgenze assumono il carattere di una realtà teorica che sussume i dati storici, ergo contingenti, di una pluralità di fenomeni, riconducibili tuttavia a un unico modello esplicativo, il quale si può rivelare utile per accostare, per inquadrare e per comprendere – senza ovviamente forzare e ridurre il reale al concetto e senza torcerne artatamente la semantica – l’essenza di una realtà storica collettiva. Ciò avviene già, per esempio, per i termini «feudalesimo», «rivoluzione», «corporativismo», «fascismo», «bonapartismo»: anzi, si potrebbe addirittura avanzare l’idea di una categoria storico-politica…

Non solo quindi alle insorgenze ci si può riferire con l’iniziale maiuscola, ma si può anche parlare lecitamente di una «età dell’Insorgenza», la quale per certo non oscura l’«età della Rivoluzione», in quanto non si può non vedere come quest’ultima costituisca il vero e proprio mainstream degli ultimi decenni del Settecento e della prima metà dell’Ottocento. L’Insorgenza è senza dubbio, lo si voglia o no, un prodotto, un indotto, della Rivoluzione: ma è una realtà inseparabile da essa. Omettere di affrontarla o sottovalutarla si traduce fatalmente in una cattiva comprensione, non solo della storia tardo-moderna in generale, ma anche di quella della Rivoluzione medesima.

2. Sul piano informativo

Anche l’informazione riguardo ai soggetti sui quali l’articolo appunta le sue critiche sembra alquanto imprecisa: molteplici sono infatti le mancanze di accuracy – oltre che di garbo – nei confronti dei vari personaggi e organismi che cita.

Mi limito a quanto concerne me e l’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale (Isiin) per cui opero, senza con questo prendere le distanze dagli amici e dai conoscenti, singoli e appartenenti ad altri organismi, bersaglio anch’essi delle «sciabolate» della rivista fiorentino-milanese: anzi solidarizzo in pieno con loro, pur sapendo che sanno benissimo come difendersi da soli. Ma, anche in questo caso, preferisco parlare solo di cose che conosco «di prima mano».

Ciò premesso, fra le inesattezze non posso non citare, fra l’altro, che Mauro Ronco non è uno storico, ma un professore ordinario di Diritto Penale; che io non ho partecipato a uno degli eventi – il convegno romano di Percorsi – cui vengo associato; soprattutto, che non vi è cenno alcuno dei grandi convegni promossi dall’Isiin sull’Insorgenza e su altre tematiche in diverse città italiane fra il 1996 e il 2006 (16), pur tutti documentati sugli organi dell’Istituto, anche se Cattaneo è convinto che di Annali Italiani siano usciti solo due fascicoli. Per esempio, sull’epoca napoleonica, ricordo il convegno di Milano del 2005 Napoleone e il Regno d’Italia (1805-1814). La Lombardia fra cesarismo post-rivoluzionario e prime forme di unificazione nazionale, i cui atti sono in uscita a mia cura nel numero del 2008 degli Annali di Storia Moderna e Contemporanea dell’Università Cattolica.

Per riassumere, da questo e da tanti altri piccoli particolari si evince che Cattaneo è un assiduo frequentatore dei siti Web suoi «avversari», ma in realtà la sua familiarità con la letteratura prodotta da questi ultimi è alquanto relativa: e questo è riflesso nitidamente, come detto, nella sezione affidata ad Anna Maria Rao e a lui medesimo nella nuova Bibliografia dell’età del Risorgimento (17).

III. Un tentativo di comprensione

Mi sforzo invece di capire, contestualizzandola, che senso abbia tale rinnovata dimostrazione di contrarietà nei confronti di uno sforzo di ricupero storico, che sarà anche «viziato» da categorie culturali non condivise – ma comunque con gli stessi diritti di quelle antitetiche –, ma che è reale e ha prodotto risultati apprezzabili e utilizzabili da tutti, anche da storici di altre simpatie. Per fare un esempio, non mi riconosco per nulla nella cultura marxista di Giorgio Candeloro, ma, servata distantia, non mi sento di chiamarlo «sedicente storico»: non solo i materiali che egli ha messo insieme nei suoi lavori sul movimento cattolico e sulla storia d’Italia, ma anche, al limite, le valutazioni pur intrise d’ideologia gramsciana che egli dà – nel mio caso, cambiandone il segno – si rivelano utili per me come per chiunque. Del resto è riconosciuto comunemente che, quando fa storia, lo storico non può spogliarsi della sua cultura: essa ne orienta inevitabilmente le scelte tematiche e le ipotesi di lavoro. Il problema nasce quando la cultura politica interferisce con il lavoro sul campo e sull’interpretazione dei fatti, cioè quando altera una corretta metodica, la quale, se vogliamo considerare la storia una disciplina vero nomine deve essere oggettiva e immodificabile nei suoi elementi strutturali. L’onestà dello storico non sta nell’indossare un abito totalmente neutrale, il che è impossibile, bensì nell’operare con il massimo rigore possibile, nella disponibilità a mutare interpretazioni e ipotesi di lavoro quando i risultati, le cose, lo impongano.

I termini sopra le righe così frequentemente impiegati nell’articolo di Passato & Presente suonano a conferma di una ostilità radicata e preconcetta. L’antipatia che rivela per il cattolicesimo – naturalmente solo per quello «integralista»: lo storico romano si avventura peraltro in una spericolata contrapposizione fra Concilio Tridentino e Concilio Vaticano II − e il fastidio che prova nel vedere cattolici non «democratici» − in senso gramsciano − scrivere di storia sono tali che da indurlo addirittura a intravedere una macchinazione ordita da questi ambienti, di cui sarebbero braccio operativo i loro «alleati» politici di destra.

La tesi ovviamente non sta in piedi in quanto la nozione di «complotto» implica una segretezza di tesi e un occultamento delle proprie azioni che i movimenti, i siti e le riviste di area cattolico-conservatore son ben lungi dal presentare; inoltre, non va dimenticato che la «teoria del complotto» non nasce con l’abbé Augustin Barruel nel 1797 (18), bensì affiora e si diffonde ben prima fra i giacobini parigini durante il Terrore. Agitare complotti «reazionari», oggi come allora, rivela in realtà una condizione psicologica al limite dell’isteria, determinata dalla preoccupazione di essere «aggrediti» e scavalcati dalla realtà.

Che cos’altro rappresenta infatti una malintesa difesa patriottarda come questa, se non cercare di salvare l’insalvabile, aggrappandosi con i denti a una lettura della storia ormai fuori dal tempo, logora se non del tutto atrofizzata e ossificata, ferma all’età delle ideologie, quando veniva prima l’appartenenza «di scuola» e poi la verità?

IV. Il futuro

È paradossale che il soprassalto di ideologismo che traspare da ogni poro dell’articolo di Passato & Presente venga ribaltato e imputato come habitus sugli storici di estrazione cattolico-conservatrice.

1. Un habitus comune

Anche se è inevitabile convenire che la presenza di schemi pregiudiziali in costoro è agli inizi prevalente, non si può per contro evitare di osservare che negli anni Ottanta e Novanta la battaglia delle idee era tutt’altro che spenta. Né va sottovalutato che allora, in quegli anni post-sessantottini, nei licei e nelle università italiane si insegnava la storia proprio così, «a schemi», premettendo cioè i giudizi di tipo extra-storiografico – vogliamo dire «politico»? – a quelli di merito. Perché stupirsi dunque che il «giro mentale» degli studiosi «revisionisti» abbia ai suoi esordi risentito di questi condizionamenti?

2. Collaborazione o scontro?

Non si può più, da una parte, dire: «c’è una pagina buia nella storia italiana che va studiata, perché da ciò dipende il nostro futuro» e, dall’altra, sentirsi rispondere: «voi non siete autorizzati a parlarne perché non avete il pedigree». In questa maniera non si va da nessuna parte. Personalmente, come storico di orientamento poco gradito agli estensori di Passato & Presente, se il problema è davvero la presunta scarsa qualificazione degli autori – ma in realtà non si tratta di questo: è la cultura alle loro spalle a fare problema –, non avrei alcuna obiezione se questi indispensabili studi fossero svolti dagli studiosi accademici, dalle istituzioni di cultura, dagli organi di ricerca, cioè da tutti quei soggetti in tesi – infatti non mancano rimbrotti a storici di professione – esenti dalle critiche della rivista: l’importante è che la ricerca progredisca e, al di là delle opinioni di partenza e delle possibili torsioni, saranno i fatti a parlare.

Passata la stagione delle celebrazioni e lontano dalle luci – oggettivamente alquanto fioche – del sistema mediatico, riguardo all’Insorgenza credo dunque sia possibile, anzi doveroso, cambiare stile di attenzione e, invece di contrapporre due visioni, aprire un confronto e un dialogo il più possibile sereno fra studiosi dei diversi orientamenti.

2.1 Una prima condizione…

Ovviamente, però, questo comporta certe condizioni, la prima delle quali è il riconoscersi reciprocamente, il proporsi di ascoltare l’interlocutore e non solo esigere che l’altro ascolti, pronti entrambi a cambiare vedute quando occorra. Non si tratta di inseguire vaghi miraggi di memorie condivise, ma solo di iniziare a mettere sul tavolo dati e valutazioni non a reciproco danno ma a mutuo beneficio: poi si vedrà….

Qualche piccolo esempio di dialogo – senza irenismi – vi è stato in passato e, guarda caso, ciò è avvenuto quasi sempre nei convegni promossi dall’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale – pur definiti, come detto, «esacerbatamente confessional[i] e ideologic[i]» (19) dall’articolo –, che hanno visto intervenire noti accademici come i compianti Giorgio Rumi e Cesare Mozzarelli, Antonino de Francesco, Robertino Ghiringhelli, Mario d’Addio, Edoardo Bressan, Paolo Pastori, e tanti giovani ricercatori.

Certo, sentirsi definire «sedicenti storici», «storici da dimenticare», «cattointegralisti» ergo «a-scientifici» –, «revisionisti […] su base puramente ideologico-confessionale», «complottisti», allergici agli archivi, in cerca «di legittimazione scientifica», negativisti, «provinciali[…]», irritanti, stralunati, comici, impettiti, ottusi, prodi, «dai toni grottescamente inquisitoriali», ferocemente polemici, puri chiacchieroni, «novelli sanfedisti», e altri epiteti del genere, non accresce la voglia di cooperare. Anzi, fa venire la voglia di replicare a Cattaneo dandogli del «robespierrista» − ergo «terrorista» −: ma a che cosa gioverebbe?

E è significativo – e anche spiacevole – che la foga «anti-revisionista» arrivi a includere fra i suoi bersagli anche storici di rilievo come Eugenio de Rienzo e Antonino de Francesco – se non addirittura studiosi della levatura di Franco Cardini e di Pierre Chaunu – solo perché hanno formulato qualche ipotesi innovativa o hanno avuto qualche «commercio» con gli storici «revisionisti».

Riflettendo sulla Bibliografia realizzata dalla Rao e da Cattaneo – cui l’articolo di Passato & Presente rimanda –, probabilmente il risultato sarebbe stato migliore qualora il lavoro avesse coinvolto anche gli studiosi conservatori, di certo meno poco accreditati accademicamente ma in genere alquanto informati e di norma – almeno per quanto mi riguarda – usi a corredare i loro studi con nutrite bibliografie: se vi si fosse attinto – di certo senza alcun onere, né obbligo reciproco –, sicuramente la completezza dell’elenco sarebbe stata maggiore e le differenze qualitative fra i vari studi più nitidamente tracciate.

2.2 … e una seconda

L’altra condizione è che nessuno pretenda di «chiudere» in alcun modo l’argomento Insorgenza in sede scientifica, perché lo stato della ricerca oggi, nel 2008, a quasi due secoli dalla fine delle insorgenze contro-rivoluzionarie e anti-napoleoniche, è ancora del tutto inadeguato e la conoscenza del fenomeno primitiva. Siamo in realtà in una condizione di work-in-progress: finché non sapremo con precisione nomi e cognomi, luoghi, date, vicende, gesta, relazioni, influenze, disegni, usi, costumi, culture, non potremo definire che cos’è l’Insorgenza storica. Oggi sono stati dissotterrati tanti piccoli pezzi di osso, con i quali si può disegnare – e questo differenzia l’approccio «conservatore», o «della frammentazione», da quello post-gramsciano, o della «frammentarietà» – un profilo di un animale, ma non ci consentono affatto di dire «come era fatto» dentro l’organismo fossilizzato.

Ciò non significa dover sospendere qualunque discorso. L’intuizione primaria di trovarsi di fronte a un grande corpo storico sommerso e i primi tratti che ne affiorano consentono senza dubbio di aprire e condurre un dibattito nel campo della cultura storica e della politica. Ma sempre con la riserva che sul piano scientifico considerare sufficienti i pochi reperti attuali sarebbe realmente temerario.

V. Conclusioni

L’articolo di Passato & Presente coglie nel segno quando descrive dove va a parare la riscoperta dell’Insorgenza, quando ne rileva cioè l’«[…] intenzione di inserirsi in un discorso revisionista più ampio, che mira a colpire le radici culturali e politiche della Repubblica italiana, attaccando tutte le componenti politiche che hanno partecipato alla stesura del testo costituzionale, da quella cattolico-democratica, a quella liberale, a quella socialista e comunista, colpendole nei loro riferimenti storici: Rivoluzione francese, Risorgimento, Resistenza e antifascismo. L’obiettivo finale sembra essere l’indicazione di una nuova memoria storica per il paese, in cui insorgenti, brigantaggio post-unitario e, in alcuni casi, anche “ragazzi di Salò” possano trovare un inedito e rilevante spazio» (pp. 86-87). E ancora, più sotto: «Un intero mondo culturale, politico, esistenziale, quello della sinistra italiana, del liberalismo e del cattolicesimo democratico, insomma delle forze che con la Resistenza e con la Costituzione hanno costruito la democrazia in Italia, viene colpito dal fronte revisionista nei suoi riferimenti ideali, più lontani e più recenti, con il dichiarato intento di affermare un nuovo sistema di valori etici e civili, stravolgere e travolgere la Costituzione repubblicana. È solo in questa dimensione politica che risiede l’interesse, e la pericolosità, del revisionismo neosanfedista che abbiamo qui analizzato» (p. 105).

È vero che i nuovi studi riportano sotto i riflettori il paradigma identitario convenzionale. Ma non è detto che abbiano l’intento di rovesciare un quadro di valori ideali collettivi, né che tale intento preceda la storia. Il riparlare di identità nazionale in termini nuovi non è il prodotto di un complotto reazionario o neofascista: è la stessa scienza storica che, a fronte di nuovi elementi fattuali, impone, non rende facoltativa, la revisione delle ipotesi e delle valutazioni e, indirettamente, la ridiscussione dei valori, dei paradigmi e dei luoghi della memoria costruiti sulla loro base. È la riscoperta stessa di una grande pagina strappata dell’«autobiografia della nazione» che ne rimette in discussione le narrazioni abituali e diffuse. L’Insorgenza non l’hanno inventata i «revisionisti»: l’hanno fatta gl’italiani del Sette- e Ottocento. E per combattere i «revisionisti» neo-sanfedisti non è lecito manipolare pagine importanti della nostra storia.

Dovrebbero essere per primi gli storici di mestiere, invece che denunciare «la pericolosità […] del revisionismo neosanfedista», a operare questa onesta «revisione» del nostro passato comune: essa non ha nulla a che vedere con la dottrina o con l’ideologia, né mette a repentaglio i presupposti ideali repubblicani, ma investe realtà e valutazioni storiche ed etico-politiche.

Sotto altro aspetto, se i miti storici «inventati» dalle ideologie progressiste sono crollati, non dipende certo dal complotto degli «storici cattointegralisti», ma dai gravi errori di previsione e di prognosi commessi dalle ideologie moderniste medesime, nonché dall’orrore ispirato dalle loro creature storiche.

Se l’intento non è quello di metterle in dubbio a priori, è tuttavia più che doveroso esigere che le radici culturali dello Stato nazionale siano disincrostate dai sedimenti spuri depositati su di esse dalla condizione di eccezione delle origini – la guerra persa e la vittoria dell’antifascismo egemonizzato dai comunisti – e da decenni di regime ideologico e «bloccato».

La storia può aiutare – e lo sta facendo – in questo lavoro di rimozione, ma soprattutto può contribuire in maniera determinante a ricostruire il volto autentico – o più autentico – dell’italianità.

È evidente che la rivalutazione storica dell’Insorgenza fa vacillare, diffondendone il netto odore di plastilina, quella identità nazionale costruita dalle culture antifasciste – liberali, socialiste e cattolico-democratica – sul trinomio Repubbliche Giacobine-Risorgimento-Resistenza. Rifiutare la «lezione» degl’insorgenti italiani – e non –, rifiutarsi di capire che l’Italia ha una identità culturale la cui profondità supera di molte lunghezze quella politico-statuale, è tuttavia quanto di più «anti-storico» e di meno patriottico si possa immaginare. Rivalutare l’Insorgenza in sede storica apre nuove letture ma non implica di mettere sotto accusa la storia del Paese negli ultimi duecento anni. Due secoli di vita di un popolo non passano infatti senza lasciare, nel bene e nel male, traccia nella sua identità e anche questo retaggio va vagliato e conservato dove si riveli in armonia con le linee di tendenza e con i caratteri di fondo che emergono dal passato, quando questo venga considerato integralmente, senza mutilazioni pregiudiziali.

Quello che veramente serve nel frangente attuale è uno sforzo comune, che le culture oggi esistenti in Italia devono compiere, negli studi sulla memoria e sull’identità, senza alcuna velleità né misoneista, né revanscistica e nel puro interesse della «nazione». Coloro che vi si riconosceranno non dovranno brandire come randelli – cioè usare in senso ricattatorio – i nomi e le realtà che fanno parte del Pantheon delle memorie e delle glorie della Repubblica. Chi vuole innovare, per contro, non dovrà giudicare apoditticamente – se non apocalitticamente – le visioni opposte. Occorre al contrario che le diverse prospettive culturali si «riconcilino» con la storia comune, integrando quello che di nuovo viene dall’esperienza con quanto già noto, rimodellando e rimodulando continuamente su tale base l’auto-definizione collettiva e comune.

Non ritengo che sia un’operazione facile, anche perché dal lato dei progressisti sta il potere culturale in tutte le sue forme, da quelle accademiche a quelle editoriali, e il potere, come si sa, «logora chi non ce l’ha», non chi ce l’ha, per cui «aprire» ai revisionisti potrebbe comportare non solo la rinuncia a qualche idée reçu, ma anche a qualche posizione di potere o a qualche «rendita»…

Se questo auspicabile sforzo vi sarà, forse Garibaldi e Mazzini − ma anche il principe di Canosa − perderanno un po’ del loro spolvero, tuttavia ne beneficerà di sicuro la nozione di italianità in patria, per chi già vi è e per chi vi arriva, e nel mondo contemporaneo, per chi ci osserva.

Oscar Sanguinetti


Note

(1) Cfr. Massimo Cattaneo, Insorgenze controrivoluzionarie e antinapoleoniche in Italia (1796-1814). Presunti complotti e sedicenti storici, in Passato & Presente. Rivista di storia contemporanea, XXV, 74, Franco Angeli, Milano 9-8-2008, pp. 81-107 [tutti i numeri di pagina che compaiono senza riferimento si intendono relativi a questo testo].
Massimo Cattaneo è ricercatore di storia moderna presso il Dipartimento di Discipline Storiche «Ettore Lepore» della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e docente presso l’Università di Camerino (Macerata). È autore de Gli occhi di Maria sulla Rivoluzione. «Miracoli» a Roma e nello Stato della Chiesa (1796-1797) (Istituto Nazionale di Studi Romani, Roma 1995); Una rivoluzione difficile. La Repubblica romana del 1798-1799, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, Pisa-Roma 2000 (insieme a D. Armando e M. P. Donato); e La sponda sbagliata del Tevere. Mito e realtà di un’identità popolare tra Antico Regime e Rivoluzione, Vivarium, Napoli 2004. Il suo curriculum accademico che figura nel sito Web della Sisem, la Società Italiana per la Storia dell’Età Moderna, segnala altresì la sua affiliazione alla Société des Études Robespierristes di Parigi.
(2) Cfr. M. Cattaneo, L’opposizione popolare al «giacobinismo» a Roma e nello Stato pontificio, in Le insorgenze popolari nell’Italia rivoluzionaria e napoleonica, numero monografico di Studi Storici. Rivista trimestrale dell’Istituto Gramsci, XXXIX, 2 (aprile-giugno 1998), Dedalo, Bari 1998, pp. 533-568 [ora rifuso in Anna Maria Rao (a cura di), Folle controrivoluzionarie. Le insorgenze popolari nell’Italia giacobina e napoleonica, Carocci, Roma 1999, pp. 255-290].
(3) Cfr. Luciano Guerci, Celebrazioni, smemoratezza, ricerca storica: il bicentenario del triennio 1796-1799, in Passato & Presente. Rivista di storia contemporanea, XVIII, 49 (2000), pp. 5-17.
(4) Cfr. David Bidussa, Dagli all’ebreo, dagli al ghibellino. Che cosa significa la lista dei professori messi alla gogna, ne il Diario della settimana, Milano 29-2-2008, pp. 32-33.
(5) Una mia recensione complessiva del numero monografico di Studi Storici, dal titolo «Studi Storici» sulle insorgenze popolari nell’Italia rivoluzionaria e napoleonica, era apparso lo stesso anno in Cristianità. Organo ufficiale di Alleanza Cattolica (XXVI, 282 (Piacenza ottobre 1998), pp. 9-19): nell’articolo prendevo anche in esame le allora già tonanti «esternazioni» di Cattaneo.
(6) Con l’occasione ricordo la figura dell’assessore alla Cultura della Regione Lombardia on. Marzio Tremaglia, scomparso prematuramente a 42 anni nell’aprile del 2000, al cui amore per la storia e per la storia del popolo italiano in particolare, si deve il successo delle iniziative editoriali e convegnistiche promosse da diversi organismi di ricerca e di divulgazione nel corso degli anni Novanta.
(7) Cfr. Chiara Barbesino; Paolo Martinucci; e O. Sanguinetti, Guida bibliografica dell’Insorgenza in Lombardia, Istituto per la Storia delle Insorgenze, Milano 1999. Il volume raccoglie centinaia di schede ragionate di opere edite aventi per tema le insorgenze nelle undici province lombarde attuali.
(8) L’ipotesi si può trovare formulata in maniera adeguata nello studio di Giovanni Cantoni, L’Insorgenza come categoria storico-politica, in Cristianità. Organo ufficiale di Alleanza Cattolica, XXXIV, n. 337-338, Piacenza settembre-dicembre 2006, pp. 15-28.
(9) Cfr. Bibliografia dell’età del Risorgimento. 1970-2001, introduzione di Giuseppe Talamo, 3 voll. e Indici, Olschki, Firenze 2003-2005; e Bibliografia dell’età del Risorgimento in onore di Alberto Maria Ghisalberti, 3 voll. + indici, Olschki, Firenze 1971-1974.
(10) Cfr. Jacques Godechot, La Contre_Révolution, doctrine et action, 1789-1804, PUF. Presses Universitaires de France, Parigi 1961; trad. it., La controrivoluzione. Dottrina e azione (1789-1804), Mursia, Milano 1988.
(11) Cfr. Giacomo Lumbroso, I moti popolari contro i francesi alla fine del secolo XVIII (1796-1800), 1932, n. ed. con un mio saggio bio-bibliografico introduttivo sull’A., Minchella, Milano 1997.
(12) I quali anch’essi avevano allora solo in piccola parte elaborato la voce «insorgenze» o «insurrezioni contro-rivoluzionarie», per cui si andava piuttosto a tentoni.
(13) Che ha trovato la sua massima esternazione sul tema nel 1998 − ormai dieci anni or sono − nel fascicolo monografico di Studi storici, la rivista dell’Istituto Gramsci di Roma in cui scrisse anche Cattaneo (cfr. Le insorgenze popolari nell’Italia rivoluzionaria e napoleonica, cit.).
(14) A. M. Rao, Introduzione, in Eadem e M. Cattaneo (a cura di), Controrivoluzione, resistenze alle Repubbliche, insorgenze, in L’Italia e la Rivoluzione francese 1789-1799, in Bibliografia dell’età del Risorgimento. 1970-2001, introduzione di Giuseppe Talamo, 3 voll. e Indici, Olschki, Firenze 2003-2005, vol. I, pp. 135-262; pp. 137-152 (p. 148).
(15) «Nella sua purezza concettuale questo quadro non può essere mai rintracciato empiricamente nella realtà; esso è un’utopia, e al lavoro storico si presenta il compito di constatare in ogni caso singolo la maggiore o minore distanza della realtà da quel quadro ideale» (Max Weber, Il metodo delle scienze storico-sociali, 1922, trad. it., Einaudi, Torino 1958, p. 108).
(16) Che Cattaneo conosce, visto che nella sezione della Bibliografia dell’età del Risorgimento di cui è coautore li nomina pur ritenendoli «[…] caratterizzati da un taglio esacerbatamente confessionale e ideologico» (A. M. Rao e M. Cattaneo (a cura di), Controrivoluzione, resistenze alle Repubbliche, insorgenze, cit., in Bibliografia dell’età del Risorgimento. 1970-2001, cit., vol. I, p. 238).
(17) La sezione sui moti contro-rivoluzionari della nuova bibliografia sul Risorgimento, nonostante il prestigio dell’editore, il rilievo dell’opera e la professionalità degli estensori, lascia desiderare quanto a completezza – sollevando quindi quesiti sulle modalità con cui è stata realizzata: si sono visitati davvero gli schedari o ci si è rifatti a elenchi di testi citati in altri testi? –, non fornisce alcun elemento descrittivo dei testi menzionati, dei quali manca soprattutto una pur minima indicazione valutativa: il poco che esiste in materia, è confinato fra le righe o demandato alla Introduzione generale della Rao: il risultato è che negli elenchi vengono così indiscriminatamente accostati studi unici nel loro genere – per esempio il bel lavoro di Sandro Guzzi sul Canton Ticino, sulla cui esemplarità concordo con la Rao – a letteratura di riporto o di secondaria importanza.
(18) Cfr., sul punto, Massimo Introvigne, Le teorie del complotto, in IDIS. Istituto per la Dottrina e l’Informazione Sociale, Voci per un «Dizionario del Pensiero Forte», a cura di G. Cantoni, Cristianità, Piacenza 1997, pp. 107-112; nonché Romeo Pellegrini Palmieri, Dottrina e pratica del terrore nella ideologia della Rivoluzione, in Cristianità. Organo ufficiale di Alleanza Cattolica, X, 91 (Piacenza novembre 1982), pp. 3-8.
(19) A. M. Rao e M. Cattaneo (a cura di), Controrivoluzione, resistenze alle Repubbliche, insorgenze, cit., in Bibliografia dell’età del Risorgimento. 1970-2001, cit., vol. I, p. 238.


Dibattiti

Oscar Sanguinetti
Complotto «cattointegralista» o «forza delle cose»?

Oscar Sanguinetti
L’invenzione della memoria «affiancata»

Francesco Pappalardo
Una pregevole rilettura del Risorgimento

Guido Verna
Le zanzare: dalla sociologia alla storia, dai laghi finlandesi alle Isole Solovki

Francesco Pappalardo
Perché non celebriamo Garibaldi



Dossier
«La rimozione della targa stradale alla memoria del Viva Maria ad Arezzo»

Oscar Sanguinetti
Una operazione discutibile contro il ricupero della memoria civile degl’italiani


Documento 1
Pro-memoria ai membri del Consiglio Comunale di Arezzo


Documento 2
Cronologia degli eventi precedenti la decisione del Comune di Arezzo e altri documenti

Appendice 1
Appendice 2 Appendice 3

Documento 3
Il «Viva Maria» non fu antiebraico e gli Aretini non furono massacratori


IL LIBRO DEL MOMENTO

Oscar Sanguinetti,
Metodo e storia. Princìpi, criteri e suggerimenti di metodologia per la ricerca storica

Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Roma 2016
320 pp., € 22,00.



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Pio X. Un pontefice santo alle soglie del «secolo breve»,

con una prefazione di Roberto Spataro S.D.B.,
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Oscar Sanguinetti,
Alle origini del conservatorismo americano. Orestes Augustus Brownson: la vita, le idee,

con una prefazione di Antonio Donno,
in appendice: Orestes Augustus Brownson, De Maistre sulle costituzioni politiche Biblioteca del pensiero conservatore,
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282 pp., € 17,90



Marco Tangheroni,
Della storia.
In margine ad aforismi di Nicolás Gómez Dávila

Sugarco Edizioni, Milano 2008,
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Giovanni Cantoni,
Per una civiltà cristiana nel terzo millennio. La coscienza della Magna Europa e il quinto viaggio di Colombo

Sugarco Edizioni, Milano 2008,
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Oscar Sanguinetti,
Cattolici e Risorgimento. Appunti per una biografia di don Giacomo Margotti
con una prefazione di Marco Invernizzi

D'Ettoris Editori, Crotone 2012,
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Christopher Dawson,
La crisi dell'istruzione occidentale
trad. e cura di Paolo Mazzeranghi

D'Ettoris Editori, Crotone 2012,
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