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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


giugno 2006  

Gonzague de Reynold



I sette gradini della storia



[da Gonzague de Reynold, La formation de l’Europe, 8 voll. in 7 tomi, Plon, Parigi 1941-1957, vol. VII, Le toit chrétien (1956), pp. 520-522; trad. redazionale].


C Che cos’è la storia

he cos’è la storia? Una scala che sale.

Il primo gradino è quello della scienza, della Forschung (ricerca), per usare questo termine tedesco più forte e più preciso. Cercare i documenti, classificarli: Fustel de Coulanges così ne riassume il metodo, che è semplice, anche se la sua applicazione esige una grande pazienza.

Ma lo stesso storico aggiunge: interpretare i documenti. Significa collocarsi sul secondo gradino, quello dell’arte. L’arte è prima di tutto lo stile: una verità che non si sapesse presentare o formulare non sarebbe più tale, o almeno non opererebbe più come tale. Poi è la composizione: uno storico che non fosse capace di ordinare i fatti, di presentarli secondo il loro grado d’importanza, mettere chiarezza nella sua opera, uno storico che si lasciasse invadere dalla mala erba dei dettagli, perderebbe il dominio della propria materia. Non sarebbe più se non un imprenditore invece di un architetto. L’arte è infine l’immaginazione storica, dal momento che ogni disciplina, ogni scienza deve avere in sé la propria immaginazione, che è l’anima del proprio corpo.

L’immaginazione storica è la facoltà di far vivere la storia, di evocare il passato, di risuscitare i morti. Ci obbliga a domandarci: questi morti, al prezzo di quale sforzo hanno amato, hanno sofferto, hanno pensato, hanno voluto, hanno realizzato? L’immaginazione storica ci eleva così al terzo gradino, quello della giustizia storica.

Si tratta di una giustizia distributiva. La sua regola è di non giudicare mai il passato secondo il presente, ma secondo il passato che sta dietro questo passato. Il suo principio è di non mai fare della storia una corte d’assise, di non mai perorare in giudizio contro un accusato, richiedendo per lui la pena di morte. Può essere utile perorare a favore: è il mezzo per approfondire una questione e per estendere le ricerche. Ma perorare contro qualcosa significa partire dall’errore volontario, il che per lo storico è il peccato contro lo spirito, quello che non sarà mai perdonato.

Al quarto gradino la storia ci appare come una saggezza. La sua ragion d’essere è d’insegnare agli uomini a vivere in collettività. Jean de Müller vedeva in essa «magazzino di esperienze a uso della politica». Ignorare ciò che è accaduto prima della nostra nascita, dichiara Cicerone, vuol dire condannarsi a essere sempre bambini.

Al quinto gradino dobbiamo riconoscere che la storia è una sintesi. E non saprebbe essere tale senza l’appoggio di una filosofia. Gli Elleni l’avevano capito prima di noi. In effetti sono le loro sintesi filosofiche che hanno fatto uscire dall’insignificanza gli scritti in prosa ai quali davano nome di historiai. Tutto quello di serio, di solido e di profondo che rineviamo presso gli storici greci proviene loro dalla filosofia. Questa è la sostanza della loro storia.

La sintesi ci conduce al sesto gradino, il gradino dove riconosciamo che la storia è una forza: la forza che s’impadronisce del passato per spingerlo sul presente e spingere entrambi verso l’avvenire. Ma la fabbrica che produce questa forza sapete dov’è?

Il settimo gradino è così alto che ne proviamo timore e vertigine. È il gradino del mistero. Da dove viene la storia, dove va? È impossibile che uno storico non si ponga questo quesito, in quest’ora d’instabilità, d’incertezza, di angoscia in cui il perché della storia ci interessa e ci importa ben più del come. Si sente passare nella notte una corrente possente che qua e là, di luogo in luogo, secondo una direzione costante, fa brillare delle luci. Una corrente spirituale che viene dalla trascendenza e torna alla trascendenza dopo aver attraversato la vita umana e il tempo.

A questo culmine della scala lo storico registra, come fosse un’antenna, segnali che a lui provengono da molto lontano e da molto in alto.

Chi è che parla così?

In una celebre conferenza, in cui esponeva le conclusioni delle sue ricerche, Max Planck, l’autore della teoria dei quanti, dichiarava che l’ordine fisico del mondo rivela una intelligenza: la si sente in azione, diceva, al limite delle nostre conoscenze scientifiche. La storia sfocia in una rivelazione parallela: quella di una provvidenza direttrice.

Se la storia non fosse altro che un determinismo materialista, una sequela di combinazioni casuali, la sola conclusione che si potrebbe trarre sarebbe: usciamo da quest’incubo! E ci si ripeterebbero i versi di Le Conte de Lisle, al termine dei suoi Poèmes barbares:
                 «Tacerai, o voce sinistra dei viventi!».

La saggezza sarebbe allora di affrettare la distruzione universale.

La storia è un temporale che passa, un temporale inframmezzato da luminosi raggi di sole: e poi la luce di nuovo si spegne.

Ma là in alto, sullo sfondo delle nubi nere, splende l’arcobaleno.

[27-11-1956]

 


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