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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


MEMORANDA
7 ottobre 2016  



Suicidio di Roma


E ra tempo che il cristianesimo venisse a salvare ciò che ancora poteva essere salvato dell'antica civiltà. Il mondo antico affondava. In generale, nessuna civiltà viene distrutta dall’esterno senza essersi innanzi tutto essa stessa deteriorata, nessun impero viene conqui­stato dall’esterno senza essersi precedentemente autodistrutto.
E una società, una civiltà non si distruggono con le loro proprie mani che quando hanno cessato di capire la loro ragione d'essere, quando la idea dominante intorno alla quale si erano dianzi organizzate ridiventa loro estranea. Tale fu il caso del mondo antico. Augusto, Orazio e Virgilio si presentano già a noi come archeologi che, con gran rinforzo di leggi e di poemi ufficiali, cercano laboriosamente di insegnare di nuovo ai romani il significato della romanità. Dopo la morte di Marco Aurelio l’antico civismo scompare definitivamente, annientato dal regime dei
pronunciamientos. Lo stesso patriottismo italiano naufragò nel cosmopolitismo provinciale. Senza dubbio vi saranno ancora, e fino alla fine, magnifiche eccezioni, uomini per i quali la patria latina non sarà una espressione vana, un Giuliano, difensore di Strasburgo e vincitore degli alamanni, un Ammiano Marcellino, soldato senza paura, storico probo e autentico, un Claudiano, l’ultimo poeta-patriota, secondo noi più commovente di Virgilio perché canta la grandezza romana in piena battaglia, di fronte al germanico, alla vigilia della suprema inva­sione. Ma le loro voci furono mal ascoltate. Le Institutions [Histoire des institutions politiques de l’ancienne France, 1875, n. ed., 6 voll., Culture et Civilisation, Bruxelles 1964] di [Numa Denis] Fustel [de Coulanges (1830-1889)], La fin du monde antique [La Fin du monde antique et le début du Moyen Âge, Albin Michel, Parigi 1968] di F.[erdinand] Lot [1866-1952] ci ricordano che la romanità tendeva già, col suo proprio peso, verso il medioevo. Anche se l’ultima calata germanica, quella che finì per far saltare le difese dei limes, non si era prodotta, la società gallo-romana evolveva verso uno stato merovingio. Le classi sociali finivano per gerarchizzarsi e chiudersi. Il colonato si avviava verso la schiavitù. Il contante spariva; la spaventosa fiscalità del Basso Impero distruggeva il commercio, rovinava l’agricoltura, spingeva allo spo­po­la­men­to. Di fronte alla crescente paralisi dell’ingranaggio ammi­ni­stra­tivo, le province, le città, le grandi proprietà stesse si organizzarono per vivere in economia chiusa. Analoga tendenza a degenerare sul terreno politico. Lo stato costantiniano, al tempo stesso onnipotente e importante, incaricato di tutto, soccombeva sotto il suo peso. Dal principato augusteo, l’istituzione imperiale si era tra­sformata in monarchia assoluta, divinizzata fin da Diocleziano, di diritto divino a partire da Costantino, comunque sulla copia del modello persiano.

René Grousset (1885-1952)
[Bilancio della storia, 1946, trad. it., n. ed., Jaca Book, Milano 1980, cap. I, Misura della civiltà, pp. 34-35; titolo originale]



  7 ottobre 2016
ARTICOLI



Federico Sesia

Breve storia della Legione Spagnola


Anche la monarchia spagnola, come la Francia, ha avuto le sue truppe legionarie. Federico Sesia propone un breve profilo delle vicende del Tercio legionario, dalla fondazione alle ultime gesta contro il Fronte Polisario in Marocco negli anni 1970.
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ARTICOLI
7 ottobre 2016  



Federico Sesia

La violenza politica nell'Empordá durante e dopo la Guerra Civile spagnola


Federico Sesia narra in breve la storia della violenza politica in una ristretta area del Paese catalano negli anni della guerra civile fra nazionalisti insorti e milizie irregolari al servizio della la Repubblica «rossa» instauratasi nel 1931. La sorte di una popolazione schiacciata fra lotte all’ultimo sangue fra partiti politici e le repressioni anticomunista e anticlericale dei filo-repubblicani — prima e durante il conflitto — e la vendetta dei nazionalisti dopo la vittoria franchista del 1939.
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  7 maggio 2016
INTERVISTE



Federico Sesia

Una conversazione con Stanley George Payne sulla guerra civile spagnola


Stanley George Payne, nato a Denton (Texas) nel 1934, è uno dei più importanti storici ispanisti viventi. Docente di storia presso l’Università del Wisconsin, membro della American Academy of Arts and Science e accademico presso la Real Academia Española de la Historia, la sua opera è molto vasta e riguarda la Guerra Civile Spagnola (1936-1939), il franchismo, la Falange spagnola e il fascismo europeo. Noto in Spagna per avere preso le difese dello storico Pío Moa nella controversia inerente le sue opere, nel 2009 è stato insignito del titolo di cavaliere dell’Ordine di Isabella la Cattolica.
In italiano di lui, cfr. Il fascismo. Origini, storia e declino delle dittature che si sono imposte tra le due guerre, Newton Compton, Roma 2010.

[vai all'intervista in italiano]
[vai all'intervista in lingua originale inglese]


EDITORIALE
21 marzo 2016  



2016-2021: un periodo di grandi ricorrenze storiche


«V i sono, nella storia dei popoli, date emblematiche, che ricordano le gesta di questa o di quella generazione, ma soprattutto, per chi sappia capirle, richiamano scelte significative e cariche di conseguenze, che i ritmi temporali, nelle ricorrenze, ripropongono non solo come memorie ma anche come virtualità storiche, offrono cioè di nuovo come esempi e come possibilità. Queste date, nelle orbite percorse dal loro puntuale ricorrere, si dispongono talora in modo enigmatico, e fatti lontani nel tempo si sfiorano, si affiancano, si scontrano perfino, vanno cioè a comporre fuggevoli figure, brevemente illuminate, che richiamano o ancora più spesso suggeriscono coincidenze, conferme o alternative. Le ricorrenze richiamano dunque puntualità temporali e strettoie storiche, ma hanno anche il potere di staccare i fatti dalle profondità del passato, e di ripresentare, di fare cioè di nuovo presenti, decisioni antiche, affinché un'altra generazione le neghi o le confermi, anzi, le rinneghi o le riconfermi. E la storia ritorna a essere semplicemente tempo, ancella della Provvidenza e della libertà dell'uomo nel loro dialogo immemoriale, e perde usurpati caratteri divini».
Così scriveva nel 1970, con riferimento al quarto centenario della battaglia di Lepanto e al centenario della Breccia di Porta Pia che venivano in quell’anno a sovrapporsi, Giovanni Cantoni, introducendo — sono proprio le righe di esordio — la terza edizione italiana di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, scritto circa dieci anni prima dal pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995).
Le sue considerazioni credo valgano, a maggior ragione, per questo periodo a cavallo fra i primi due decenni del terzo millennio cristiano. Anzi, se allora si trattò di due eventi-chiave nella storia dell’Occidente e dell’Italia in particolare, gli anni fra i Dieci e i Venti del 2000 saranno fitti di un numero inverosimile di anniversari di «svolte» epocali, di snodi di capitale importanza, di fatti eclatanti, certamente di diverso rilievo, ma tutti assolutamente degni di nota. Lo storico che abbia nitida la sua missione di custode della memoria pubblica e sia consapevole del ruolo che la storia svolge nella vita e nel futuro della collettività, piccola o grande che essa sia, in cui egli — o ella — vive, proprio in questa chiave, deve prestare un’attenzione particolare alle ricorrenze, che sono altrettante occasioni per riparlare di fatti, riaprire dibattiti, riconsiderare lo «stato dell’arte» della ricerca, acquisire nuove fonti e nuove prospettive di lettura, ma anche — e qui sta il ruolo «civile» dello storico — per rammentare comportamenti, buoni o meno, di generazioni passate, da riproporre o da cui mettere in guardia i contemporanei. E gli anni a venire sono una straordinaria opportunità per svolgere questo compito.
* * *
Vediamo allora di individuare almeno alcune di queste date più o meno fatidiche. Tralascio per brevità gli anniversari minori o uguali ai cento anni, quali, per esempio, la fondazione dell’Impero e lo scoppio della guerra civile spagnola (1936; ottant’anni quest’anno) o la morte di Gramsci (80° l’anno prossimo).
Incominciamo dall’anno corrente, in cui occupa in larga misura la scena ancora il primo conflitto mondiale. In questo 2016 ricorre infatti almeno il centenario di due importanti eventi legati alla Grande Guerra: il primo, di elevato valore simbolico, è la morte di Francesco Giuseppe (1830-1916), imperatore di Austria-Ungheria, e l’ascesa al trono, in piena guerra, del giovane pronipote Carlo (1887-1922), cattolico fervente, che san Giovanni Paolo II (1978-2005) — battezzato Karol proprio in ricordo del santo imperatore, nonché comandante in capo dell’esercito, in cui il padre del futuro papa era stato ufficiale — ha proclamato beato. Questo un evento presenta un carattere che trascende l’evento bellico e rimanda con maggiore pregnanza alla fine simbolica di un’istituzione, l’impero, dell’ultima vestigia cioè dell’Impero Sacro e Romano, dichiarato decaduto nel 1807, che di lì a due anni la rovinosa sconfitta della monarchia danubiana avrebbe sancito anche de facto. L’altro evento è, sempre nella guerra, la cosiddetta Strafexpedition, la «spedizione punitiva», che, fra il maggio e il giugno del 1916, l’esercito austroungarico condusse nella parte occidentale del fronte alpino contro l’esercito italiano, riportando uno scarso successo tattico, ma creando una grande impressione psicologica.
Tuttavia, queste due ricorrenze sono autentiche bazzècole in confronto a quanto sarà celebrato l’anno prossimo. Nel 2017 cadranno infatti
a) il centenario della Rivoluzione di Febbraio e di quella, assai più importante, di Ottobre in Russia;
b) il quinto centenario dell’inizio della Riforma protestante;
c) il centenario delle apparizioni di Fatima in Portogallo — che non sono solo un evento da annali religiosi, ma un insieme di pronostici storici di impressionante puntualità nell’avveramento; ancora ricorreranno
d) i trecento anni dalla pubblicazione delle Costituzioni della Massoneria; e e) il quinto dell’elezione a imperatore del Sacro Romano Impero di Carlo V di Asburgo (1500-1558).
f) Ancora nel 1917 sarà promulgata in Messico una costituzione federale dall’acre dettato anti-cattolico e anti-religioso, frutto della Rivoluzione Messicana, ma anche foriera del radicalizzarsi del processo rivoluzionario fino grave al conflitto del 1926-1929 fra governo e popolazione cattolica, nella cosiddetta «guerra dei cristeros».
g) Anche nell’arco delle ricorrenze legate alla Grande Guerra, si riparlerà — almeno da noi — della sconfitta italiana a opera degli austro-tedeschi nella battaglia di Caporetto (24 ottobre-4 novembre 1917),
h) mentre un rilievo più esteso avrà la dichiarazione di guerra degli Stati Uniti agl’Imperi Centrali (6 aprile alla Germania e 7 dicembre all’Austria-Ungheria) e il successivo sbarco in Europa di circa un milione di soldati a stelle e strisce, determinante per la vittoria alleata: un evento questo, il cui significato si lega non solo al conflitto mondiale, ma dice anche — e forse maggiore — riferimento, in termini simbolici, al tema, amplissimo e tutt’ora di enorme attualità, della finis Europae.
i) Da ultimo, sempre nella cornice del primo conflitto mondiale, ricorrono i cento anni dal famoso messaggio di Papa Benedetto XV (1914-1922) ai capi delle potenze belligeranti in cui si chiedeva di mettere fine a quella guerra che, ormai, nessuno di quelli che vi erano coinvolti dubitava più trattarsi di una «inutile strage». Proseguendo negli anni e diradandosi la matassa degli eventi di cui fare memoria — tanto per ragioni oggettive, quanto per difficoltà di individuarle ora —, il 2018 porterà con sé il centenario della vittoria anglo-franco-americana nel conflitto mondiale e della corrispondente sconfitta austro-tedesca, con la conseguente nascita degli Stati centro-europei: l’Ungheria, la Polonia, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia. Un evento che sarà sancito nel 1919 — e quindi sarà un evento da ricordare nel 2019 — dal congresso noto come «di Versailles».
Ma non ci si fermerà qui. Sempre nel 2019 ricorreranno i cent’anni dalla fondazione dei Fasci di Combattimento e dalla nascita del Partito Popolare, come pure il centenario dell’inizio della guerra civile in Russia e, l’anno dopo, quello del «miracolo della Vistola», ovvero la sconfitta, fra il 13 e il 25 agosto 1920, dell’Armata Rossa — che voleva riportare la Polonia sotto il governo russo — a opera dell’esercito nazionale polacco comandato dal maresciallo Józef Klemens Pilsudski (1867-1935). E nel 2021 qualcuno celebrerà la nascita del Partito Comunista italiano, una realtà destinata a imprimere una profonda orma nella biografia nazionale.
Qui però mi fermo, ma mi riservo di riprendere e aggiornare il pro-memoria nel prossimo futuro.
* * *
Quelli che ho segnalato sono solo gli eventi maggiori e quelli che hanno per me — ma non solo, ovviamente — rilievo, cioè che dicono qualcosa nella prospettiva culturale in cui mi pongo: il che non esclude che ve ne siano altri, anche nella medesima prospettiva, che per il momento non vedo e non considero.
Se mi si permette, al termine di queste note, un inciso fra lo scherzoso e lo stupito, se osserviamo con attenzione le date menzionate, pare che la storia si muova con cadenze, certo enigmatiche e indecifrabili, ma apparentemente regolari: per esempio quattro grandi eventi di carattere rivoluzionario legati alla storia del mondo occidentale — Riforma luterana (1517), fondazione della massoneria (1717), apparizioni di Fatima (1917), Rivoluzione di Ottobre (1917) — hanno avuto una cadenza secolare e inizio nell’anno «17». Ma anche altri due eventi-chiave del medesimo processo storico — l’inizio della Rivoluzione «francese» e la rimozione del Muro di Berlino, con l’inizio della fine del regime sovietico — sembrano aver seguito una regola, anche se con cadenza secolare e ricorrenza nell’anno «89». Caso o «abitudinarietà» della Provvidenza? Chissà...
Dunque, nei mesi a venire vi sarà pane in abbondanza per i denti di chi scrive e di chi legge di storia. Noi, nel nostro piccolo, cercheremo di seguire e di onorare questa autentica cataratta di centenari, di ricorrenze «tri-», «quadri-» e «penta-secolari» con adeguati interventi. Esortiamo fin d’ora chi volesse proporre sue ricerche e sue riflessioni alle nostre pagine di non esitare a farlo.


INTERVISTE
21 marzo 2016  



Federico Sesia

Intervista a Pio Moa
a ottant'anni dall'inizio della guerra civile spagnola


Classe 1948, lo storico spagnolo Luis Pío Moa Rodríguez è più volte balzato agli onori della cronaca del suo Paese per le sue posizioni sulla Seconda Repubblica e sulla guerra civile spagnola (1936-1939) radicalmente opposte al mainstream culturale e alla vulgata imperante su questi temi, specialmente nell’epoca della presidenza di José Luis Rodríguez Zapatero, dal 2004 al 2011.
Colpisce in particolare la sua evoluzione ideale, che da una appartenenza giovanile al GRAPO (Grupos de Resistencia Antifascista Primero de Octubre, organizzazione terroristica di ispirazione comunista) lo porterà in seguito a un radicale cambiamento di opinione, comprendente la rivalutazione in chiave sostanzialmente positiva del regime franchista e la condanna pressoché totale dell’operato della sinistra spagnola prima e durante la guerra civile. Pur rilevandone alcune imprecisioni, l’opera di Pío Moa è stata difesa da storici ispanisti quali Hugh Thomas, Stanley George Payne e Bartolomé Bennassar.
Proponiamo una intervista con lui, curata da Federico Sesia, disponibile anche nel testo spagnolo originale [in formato .pdf].

[vai alla intervista in formato .pdf]


  21 marzo 2016
SCHEDE




Oscar Sanguinetti,
Metodo e Storia. Princìpi, criteri e suggerimenti di metodologia per la ricerca storica, Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Roma 2016.



Metodo e storia, come il sottotitolo ricorda, si propone come una guida introduttiva e un «reference book» per chi svolge lavoro di ricerca e di comunicazione in àmbito storico, specialmente in relazione a temi di storia moderna e contemporanea. Nella parte generale presenta un insieme di princìpi e di concetti relativi alla storiografia come disciplina scientifica, vista nei suoi rapporti con le altre scienze umane, nonché al ruolo e al «mestiere» dello storico, e dello storico credente in particolare. Nella parte teorico-pratica — in larga misura frutto di esperienza vissuta — espone nozioni e procedimenti di metodica del lavoro scientifico in generale. Nella terza parte indica alcuni criteri per l'efficace stesura di una monografia scientifica a contenuto storico, con consigli dettagliati per la redazione dell’apparato critico e per l’uso dei più comuni standard di redazione dei testi. Infine, propone alcune letture di maestri e autori di storia, utili per corroborare quanto esposto nel testo, e una bibliografia .


SAGGI
4 ottobre 2015  



Federico Sesia
Chiesa e peronismo, una relazione controversa


L’elezione al pontificato di del cardinale arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, ha indirettamente richiamato alla ribalta la realtà del peronismo, il movimento politico al potere per diversi decenni in Argentina fondato dal colonnello Juan Domingo Perón. Ma che cos’è stato in realtà il peronismo, questa forma novecentesca di populismo, così affine al carattere nazionale argentino?
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  4 ottobre 2015
SAGGI



Nicola Lugaresi
Vescovo e giornalista.
Un profilo del card. Ersilio Tonini


La figura, magra e asceticamente affilata, di mons. Ersilio Tonini è impressa nella memoria di migliaia di telespettatori. Tanti ne ricordano la battagliera presenza, nonostante l’età sempre più drasticamente avanzata, in occasione di tanti dibattiti — non solo alla TV dei vescovi, ma anche sulle reti nazionali — sui problemi più scottanti della vita della nostra nazione e la sua appassionata testimonianza alla verità cattolica, la sua genuina ed entusiastica affezione alla Chiesa e la lucida e limpida coscienza di uomo e di cittadino, oltre che di maestro nella fede cristiana.
A due anni dalla scomparsa, ne traccia un breve profilo Nicola Lugaresi, autore di una tesi di laurea sul cardinale.
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ARTICOLI
4 ottobre 2015  



Marco Respinti
I patrioti della «Rivoluzione Americana»: primi insorgenti?


Una tesi che è parte importante della nostra lettura del fenomeno delle insorgenze popolari in Età Moderna è che spesso la reazione ad abusi del potere via via sempre più in processo di concentrazione e di assolutizzazione nel quadro della cultura e dell’arco cronologico della modernità politica preceda spesso — se non sempre — l’azione rivoluzionaria, la quale, invece che a una correzione dell’abuso perpetrato dal sovrano o dal principe porta invece a una rimessa in discussione dell’intero quadro dei rapporti politici, dando vita, appunto, non a una rivolta, ma a una rivoluzione: la prima marcata da istanze e obiettivi concreti e realistici, l’altra da motivi astratti e utopistici. Un esempio di questa tesi è senza dubbio la cosiddetta — ma a torto — «Rivoluzione americana» degli anni 1775-1783. In quel contesto, prima che in Europa, significativamente nasce anche il termine «insorgente» che caratterizzerà i protagonisti della grande reazione popolare contro la Rivoluzione francese — anch’essa nata come «insorgenza» contro l’esasperato assolutismo regio — e Napoleone Bonaparte, che avrà luogo in Europa fra il 1793 e il 1814..
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  16 marzo 2015
SAGGI



Gli ufficiali sardi al servizio russo
nel periodo napoleonico (1799-1816)


Come noto, la storia ha tramandato ad abundantiam le vicende degl’italiani che hanno combattuto a fianco della Francia napoleonica, dalle milizie delle Repubbliche «giacobine» fino ai reggimenti italiani impiegati dai francesi in Spagna e in Russia all’alba del secolo XIX. Ma degl’italiani hanno combattuto nello stesso periodo anche sotto le bandiere di Stati nemici della Francia di Napoleone: qualche spiraglio di memoria su di essi era affiorato a margine della storia dell’Insorgenza italiana e di essi abbiamo dato conto durante gli scorsi anni su queste pagine.
Lo studio di Virgilio Ilàri getta ora finalmente una luce ampia — e destinata a rappresentare una pietra miliare storiografica — in relazione ad alcuni di questi combattenti italiani, quelli di grado ufficializio, provenienti dal Regno di Sardegna, postisi al servizio dell’Impero russo sui vari e numerosi teatri di guerra europei in cui le truppe zariste operarono negli anni 1792-1815. La minuziosa ricostruzione del noto storico militare romano — autore di fondamentali e monumentali studi sulle complesse e poco conosciute vicende belliche dell’Italia e del Mediterraneo in età rivoluzionaria e napoleonica, editi per lo più dallo Stato Maggiore Esercito — attinge a un’ampia messe di fonti — anche in lingua russa —, facendo altresì uso abbondante dell’epistolario diplomatico di quello che in quegli anni fu — in qualche misura — il patron dei piemontesi in Russia, ovvero l’attaché sardo a San Pietroburgo il conte Joseph de Maistre.
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SAGGI
16 marzo 2015  



La memoria mutilata:
vittime italo-argentine
del terrorismo
socialcomunista
degli anni 1970


Le cronache mondiali degli scorsi lustri e anni si sono sempre più arricchite di notizie relative a crimini e violazioni delle leggi compiuti dai militari argentini saliti al potere per l’ennesima volta fra il 1976 e il 1983. È ormai entrata nel linguaggio comune la parola «desaparecido» («scomparso»), con cui si designano le migliaia di persone scomparse durante l’operazione di contro-guerriglia attuata in tutto il Paese dai militari. Normalmente questa vicenda è collocata in una luce tenebrosa, mirante a delegittimare in toto l’agire della Giunta capeggiata dallo scomparso generale Jorge Rafaél Videla. Ma spesso si tratta di una cronaca e di una storiografia fortemente condizionate dall’ideologia marxista e dal progressismo, cioè dalle forze, post factum vittoriose, contro cui la Giunta era scesa in campo: la loro lettura dei fatti contesta pregiudizialmente la liceità e la necessità stessa di un intervento dell’esercito nazionale, perché legittima invece in pieno gli obiettivi eversivi della guerriglia scatenata contro il governo prima del golpe dai gruppi rivoluzionari armati. Senza alcun intento di giustificare gli eccessi compiuti dai militari nella loro repressione del terrorismo e sulla scorta di una visione più equilibrata, pare comunque giusto qualificare la situazione dell’Argentina della metà degli anni 1970, come una situazione altamente «rivoluzionaria» ed esplosiva, con il Paese devastato dal terrorismo alimentato dalla Cuba comunista, la cui sanguinosa pressione, senza l’intervento dell’esercito, avrebbe condotto rapidamente la grande Repubblica sudamericana nell’orbita dell’impero comunista internazionale, allora al suo apogeo. Quindi, il golpe è stato senz’altro una violazione della legalità repubblicana e una vicenda malaugurata, però — come in Cile pochi anni prima — l’intervento dei militari è avvenuto non per pura libidine di potere — che eventualmente si è manifestata in alcuni in seguito —, ma dopo anni di paziente e vana attesa che il «Paese legale» — politici, giudici e polizia — agisse per preservare la legalità stessa dalla una certa e imminente eversione conseguenza inevitabile della trasformazione del Paese in una Repubblica popolare dominata dalle sinistre socialiste — sebbene «nazionali» — e comuniste, filosovietiche o castriste che fossero, evitando così alla popolazione argentina le privazioni di un ancorché transitorio regime socialista, i lutti derivanti da un suo sradicamento a uno stadio più avanzato di conquista del potere e i drammatici sacrifici per fare uscire il Paese da anni di socialismo. Se è vero che la dura operazione condotta contro i gruppi terroristici — la cui dimensione e virulenza era assurta a livelli impensabili: ricordo che in quegli anni si verificano circa 21mila attentati e scoppiano in Argentina qualcosa come 4.380 bombe — dalle forze armate ha fatto molte vittime e se è vero che non poche di queste erano in realtà innocenti — ma non è così facile distinguere a priori i terroristi e i loro fiancheggiatori dalle brave persone, dato che i terroristi non indossano un’uniforme e non sono in servizio permanente effettivo — e che è doveroso che chi le ha provocate per eccesso di zelo o per pura crudeltà paghi, è pur vero che le innumerevoli incursioni, attentati, omicidi perpetrati dai gruppi comunisti e dai montoneros peronisti negli anni dell’aggressione militare da essi scatenata non solo contro lo Stato, ma anche contro la società argentina, fecero anch’essi centinaia, forse migliaia, di vittime militari e civili, queste ultime sempre innocenti. Di queste vittime, sotto la pressione revisionistica dei governi argentini post-1983 — che hanno riabilitato, se non addirittura cooptato, parecchi dei vecchi terroristi — e lo strapotere dei media progressisti internazionali, si è persa la memoria, così come si è persa quella del fatto che molte di esse erano, almeno di origine, nostri connazionali. Ricorda alcune delle figure di questi ultimi — di cui lo Stato italiano non ha fatto mai alcunché per tutelare nelle opportune sedi la memoria — il giovane storico milanese Federico Sesia.
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ARTICOLI
16 marzo 2015  



Adeodato Turchi:
un vescovo di fronte
alla Rivoluzione francese


Pochi conoscono la figura di questo vescovo francescano di Parma negli anni della Rivoluzione francese e della conquista napoleonica dell’Italia. Eppure la sua è una delle poche voci — fu un grande oratore e scrittore — del mondo ecclesiastico e, in generale, della cultura italiana che dapprima mise in guardia i sovrani e i popoli della Penisola contro il pericolo dell’ideologia che le armi francesi innalzavano sulle loro baionette e, poi, si oppose tenacemente — nella misura del rischio che allora un presule cattolico correva — agli abusi e alle ruberie cui i vittoriosi eserciti di Napoleone sia negli anni delle Repubbliche «giacobine», sia durante l’Impero e il Regno d’Italia, sottoposero le città e i contadi d’Italia, compreso il Ducato di Parma e Piacenza, del cui duca, finché questi conservò qualche potere, mons. Turchi fu consigliere e collaboratore. Un vescovo, dunque, contro-rivoluzionario, in controtendenza rispetto alla maggioranza degli altri pastori italiani, il cui silenzio negli anni in cui la Chiesa italiana, nel suo clero e nei suoi fedeli, pativa sconvolgimenti inenarrabili, rimase enigmaticamente assordante. Forse, se il suo magistero fosse riuscito a «fecondare» il popolo insorgente, la reazione contro Napoleone avrebbe avuto una sorte meno rovinosa.
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  3 gennaio 2015
SAGGI



Duecento anni fa.
Asesa e crollo del Regno d'Italia
napoleonico (1805-1814)


Due secoli fa concludeva la sua traiettoria storica il Regno formato da Napoleone Bonaparte - l’anno dopo essersi auto-proclamato Imperatore dei Francesi - nell’Italia settentrionale e orientale, aggregando - nella sua ultima configurazione - i territori di Lombardia, Veneto, Trentino, Alto Adige, Friuli, Illiria, Emilia e Marche. Ne ripercorre i lineamenti storici - dando particolare risalto alla sua fase finale, mentre ne rivisita la collocazione nel dibattito storiografico -, con speciale attenzione agl’influssi di questa esperienza sulle vicende unitarie, l’ampio saggio di Paolo Martinucci, dell’ISIIN di Sondrio.
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SAGGI
3 gennaio 2015  



Identità ucraina: una «invenzione»?


L’antico «Paese di mezzo» fra Balcani e Russia è tornato alla ribalta negli anni e nei mesi scorsi per le sue drammatiche vicende politiche e, specialmente, per il conflitto, che ha portato a un sanguinoso scontro armato «locale», con il potente vicino russo, che si è riappropriato di terre di confine strategicamente importanti, come la Crimea. Per capire meglio quanto sta accadendo nella nazione che per decenni ha fatto parte dell’Urss ed è stata governata - non senza incontrare resistenza, anche armata - da un regime comunista che, oltre a imporle le dolcezze del socialismo reale, ne ha mortificato sistematicamente l\u2019identità culturale e storica, occorre ripercorrerne la storia. Ne fa una panoramica attenta a individuarne problemi e «nodi», il giovane storico milanese Federico Sesia.
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  3 gennaio 2015
ARTICOLI



Ma il Muro di Berlino è davvero «crollato»?


Nel novembre 2014 è ricorso il venticinquesimo anniversario dell’abbattimento del Muro di Berlino, la barriera di cemento armato e di filo spinato che ha tagliato in due l’antica capitale germanica dal 1962 al 1989. Molte sono state le letture enfatiche e le interpretazioni alquanto manipolatorie di questa pagina di storia. Il simbolo di questa manipolazione è senza dubbio stato l’invito alle celebrazioni dell’ex Segretario Generale del Partito Comunista dell’Urss Michail Gorbaciov, l’unico forse a sapere la verità di quella vicenda e tutt’altro che estraneo a essa, nonché grottescamente erettosi a «coscienza» del «politically correct» occidentale e di fan della politica del «nuovo Zar» Vladimir Putin. È opinione diffusa, quindi, che la liberazione dei tedeschi di Berlino Est sia stata il risultato di una vittoria della democrazia universale, del liberalismo, del dialogo, e chi più ne ha più ne metta. In realtà la rimozione del Muro s’inquadra in un contesto dello scontro politico fra Occidente e comunismo internazionale ben più complesso e meno glorioso, e molti dei ruoli ormai canonici di più di un personaggio di allora richiede di essere drasticamente ridimensionato o riletto. Oscar Sanguinetti ne disegna un breve quadro alla luce di quanto venne pubblicando nei mesi e negli anni immediatamente successivi ai fatti il periodico cattolico Cristianità, soprattutto a opera del politologo ed esperto di intelligence francese, il compianto Pierre Faillant de Villemarest.
[vai al testo]



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IL LIBRO DEL MOMENTO

Oscar Sanguinetti,
Metodo e storia. Princìpi, criteri e suggerimenti di metodologia per la ricerca storica

Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Roma 2016
320 pp., € 22,00.



Oscar Sanguinetti,
Pio X. Un pontefice santo alle soglie del «secolo breve»,

con una prefazione di Roberto Spataro S.D.B.,
Sugarco Edizioni, Milano 2014,
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Oscar Sanguinetti,
Alle origini del conservatorismo americano. Orestes Augustus Brownson: la vita, le idee,

con una prefazione di Antonio Donno,
in appendice: Orestes Augustus Brownson, De Maistre sulle costituzioni politiche Biblioteca del pensiero conservatore,
D'Ettoris Editori, Crotone 2013,
282 pp., € 17,90



Marco Tangheroni,
Della storia.
In margine ad aforismi di Nicolás Gómez Dávila

Sugarco Edizioni, Milano 2008,
144 pp., € 15,00


Giovanni Cantoni,
Per una civiltà cristiana nel terzo millennio. La coscienza della Magna Europa e il quinto viaggio di Colombo

Sugarco Edizioni, Milano 2008,
264 pp., € 18,50


Oscar Sanguinetti,
Cattolici e Risorgimento. Appunti per una biografia di don Giacomo Margotti
con una prefazione di Marco Invernizzi

D'Ettoris Editori, Crotone 2012,
160 pp., € 15,90


Christopher Dawson,
La crisi dell'istruzione occidentale
trad. e cura di Paolo Mazzeranghi

D'Ettoris Editori, Crotone 2012,
218 pp., € 19,90

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THOMAS E. WOODS JR.
Guida politicamente scorretta alla storia degli Stati Uniti d'America,

a cura di Maurizio Brunetti, con un invito alla lettura di Marco Respinti,
D'Ettoris Editori, Crotone 2009,
350 pp., € 24,90.







OSCAR SANGUINETTI
E IVO MUSAJO SOMMA,
Un cuore per la nuova Europa. Appunti per una biografia di Carlo d'Asburgo,

invito alla lettura di don Luigi Negri,
prefazione di Marco Invernizzi,
a cura dell'Istituto Storico dell'Insorgenza e per l'Identità Nazionale,
3a ristampa,
D'Ettoris,
Crotone 2010,
224 pp., con ill., € 18,00.





ROBERTO MARCHESINI,
Il paese più straziato. Disturbi psichici dei soldati italiani della Prima Guerra Mondiale,

prefazione di Oscar Sanguinetti,
presentazione di Ermanno Pavesi,
D'Ettoris,
Crotone 2011,
152 pp., € 15,90.





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