a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale
(7 ottobre 2004)
L’altro 11 settembre
Le
corrispondenze e le coincidenze di date, nella storia, vengono utilizzate quasi
sempre per facilitare la memorizzazione, ma, a volte, servono anche a suggerire
riflessioni, nessi, letture meta-storiche degli accadimenti, almeno per chi,
come me, non crede al caso, ma è convinto che anche nella storia agisca la Provvidenza, essendo anche il tempo, così come lo spazio e gli uomini e le cose e gli
animali, governati dallo stesso Signore.
Leggendo la biografia del beato Marco d’Aviano,
scritta da Arturo Basso, ho «incrociato» alcune di queste
coincidenze o corrispondenze, prima sfuggitemi, che gettano un ponte fra oggi e
più di tre secoli fa e aiutano a ricomporre un quadro, che il tempo ha
frammentato e stinto, fino a renderlo irriconoscibile e, quindi,
incomprensibile.
Il quadro cui faccio riferimento è quello dei rapporti
fra mondo cristiano e mondo islamico, un quadro che Alberto Leoni ha
ricostruito ― nel suo libro La Croce e la mezzaluna ―
nel suo continuo comporsi nel tempo, e del quale Camille Eid ha descritto — nel
suo A Morte in nome di Allah — quelli che dal mio punto di vista sono i
personaggi eminenti, cioè i martiri cristiani. Ma, poiché la lettura di un
libro è spesso, per l’uomo affaccendato e «televisivo» di oggi, una pratica
faticosa e sempre più desueta — preferendo egli le vie brevi e le immagini
sintetiche ―, spero che una di queste coincidenze possa aiutarlo a
vincere le sue pigre abitudini e stimolarlo verso il piacere dell’informazione
diretta e non più mediata ― e/o semplicemente «mediatica».
La data che segna la «coincidenza» è una data, ai
nostri giorni, fatidica: l’11 settembre, il giorno di Osama bin Laden e delle
Torri Gemelle, il giorno in cui tutto il mondo «non poteva non dirsi americano»
e dopo il quale «niente sarebbe stato più come prima». Sappiamo come è finita
nei giorni successivi….
Torniamo indietro nel tempo, e riportiamoci
innanzitutto al 1683, ai giorni della «battaglia di Vienna», quando si
preparava lo scontro campale tra l’esercito ottomano e quello della Lega Santa
formata da alcune delle potenze cristiane. «L’ultima Messa solenne fu celebrata da padre d’Aviano
l’8 settembre, festa della Natività della Vergine e Sobieski fece da
chierichetto, davanti ai generali e alla migliore nobiltà dell’Europa centrale,
in ginocchio in un’ora decisiva per la storia dell’Occidente»
(Leoni,
p. 249). Tre giorni dopo, l’11 settembre, mentre sorgeva l’alba, «[…] l’esercito
cristiano si dispose a battaglia dopo aver superato lo sgomento causato dalla
vista dell’immenso accampamento» nemico (ibid., p. 250). Il mattino
del giorno seguente, «Sobieski fece dire messa un’ultima volta. […]
Poi, finalmente, cominciò l’attacco. […] Il trionfo dell’esercito
cristiano fu […] decisivo anche per gli anni a venire e la grandezza di
quella giornata venne pienamente intesa dalla Chiesa che, ancora oggi, celebra
quella vittoria con la festa del Nome di Maria, il 12 settembre» (ibid.,
p. 252).
C’è però un altro 11 settembre, a suo modo ancor più
significativo e più puntuale. Generalmente, me compreso, si fa riferimento alla
battaglia di Vienna per indicare l’ultimo e definitivo «scontro» fra i due
mondi in questione. Ma, se dal punto di vista «dimensionale» ed emblematico ciò
è sostanzialmente vero, nei fatti Vienna non rappresenta l’ultimo atto di
rilevanza bellica di questa tragica e plurisecolare lotta. Buda — dopo 145 anni
di dominazione turca — venne riconquistata tre anni dopo, nel 1686, mentre
Belgrado lo fu nel 1688. Sembrava finita, ma — per un’altra coincidenza, che, a
suo modo, fa riflettere — nemmeno a quel tempo i francesi si trovarono «in
sintonia» con l’Occidente di allora. E Luigi XIV, loro re, dopo aver già
aiutato i turchi — tanto che nel 1690 il conte palatino Filippo Guglielmo aveva
scritto di lui a padre Marco: «Habbiamo un Turco cristiano peggiore del
barbaro» (ibid., p. 253) —, dichiarò addirittura guerra
all’imperatore Leopoldo I, costringendolo a coprire un altro fronte e ridando
perciò stesso energia agli stessi turchi, i quali, nel 1690, finirono per
riconquistare Belgrado. Nel 1695 «salì sul trono ottomano il bellicoso Mustafà
II [che] […] passò decisamente all’offensiva [e ] […] per
l’impero furono guai» (Basso,
pp. 82-83). Cominciarono anni difficili: infine — «[…] per impetrare
anzitutto l’aiuto del cielo e per ridare fiducia alla popolazione» (ibid.,
p. 83) — fu chiamato di nuovo nella capitale imperiale padre Marco, il cappuccino
friulano che era stato l’anima della battaglia di Vienna, il quale, per
rinvigorire gli animi, «predispose tutta una serie di solenni funzioni
penitenziali che mobilitarono spiritualmente l’intera città e i dintorni,
compresa la corte imperiale» (ibidem).
E il cielo, intensamente e solennemente «impetrato»,
rispose. «E mentre a Vienna erano tuttora in corso le manifestazioni
penitenziali, dall’Ungheria giunse inattesa la notizia della vittoria riportata
dal principe Eugenio di Savoia a Zenta […]. Questa vittoria segnò la
completa distruzione del grande esercito che Mustafà II aveva preparato per
invadere l’Ungheria» (ibidem). Ma in che giorno venne assestato
questo colpo «definitivo» ― benché, come purtroppo sappiamo, nulla è definitivo
nella storia ― contro i turchi: era l’11 settembre 1697!
E l’accaduto conferma che, quando si chiama «bene», il
cielo risponde. Dove il «bene», non è legato solo alla figura straordinaria del
beato Marco, ma anche alla permanenza ― in una cristianità
già in via di disgregazione ― di elementi di gerarchia naturale fra Creatore e
creature e fra creature e creature. Infatti, dopo la vittoria, l’imperatore non
organizzò brindisi e fuochi d’artificio, ma «[…] appena ricevuta la
grande notizia, Leopoldo fece chiamare il cappuccino, che venne ricevuto subito
a preferenza di tanti ministri e personaggi che, inanticamera, erano in
attesa di presentar[gli] le congratulazioni […]. Gli gettò le
braccia al collo, incapace di parlare per la commozione che gli serrava la
gola. Lo condusse nel suo studio privato e insieme recitarono il Te Deum»
(ibid., pp. 83-84).
Ricorderemo, dunque, il prossimo 11 settembre non solo
per il «buio» delle Torri Gemelle, ma anche per la «luce» di Zenta. Riportando
alla mente anche un’altra lezione: quando le gerarchie umane sono «in ordine» e
si chiama «bene», cioè tutti assieme, ma rispettando tali gerarchie, il cielo
risponde.
Ma se non bastasse l’11 ad esaurire la densità e
l’intensità dei ricordi, potremo estendere la memoria anche al giorno 12, il
giorno della festa del Nome di Maria. The day after: dove non c’è solo
il grigio e la polvere di Ground Zero, ma anche il verde intenso e l’aria
buona delle colline viennesi.
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Fede & Cultura, Verona 2010,
128 pp., € 12.
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a cura dell'Istituto Storico dell'Insorgenza e per l'Identità Nazionale,
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