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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


giugno 2006  



Una ricostruzione a grandi linee del processo di unificazione e di «Risorgimento» della nazione italiana con una particolare attenzione alla dimensione strutturale




Giuseppe Brienza



Ombre e luci del processo risorgimentale italiano



[Relazione tenuta al convegno di studi La nascita dello Stato italiano, in occasione del 145° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia, organizzato dalla Associazione Europea Scuola e Professionalità Insegnante (Aespi) di Milano, il 17 marzo 2006 a Palazzo Valentini di Roma, con il  patrocinio della Regione Lazio, della Provincia di  Roma e della Fondazione Ugo Spirito di Roma]

 

 

1. Rivoluzione francese e Risorgimento

 

C he l’Italia possa finalmente condividere una memoria comune è auspicio risalente nel tempo, purtroppo ben lontano dal realizzarsi, come dimostrano non solo le accese contrapposizioni cui ancora si assiste sui temi del fascismo e dell’antifascismo, ma anche quelle che si scatenano non appena si tocchi in maniera non conforme alla vulgata ufficiale una di quelle pagine di storia che, a distanza di quasi un secolo e mezzo, i «vincitori» pensavano ormai di aver archiviato, in quanto definitivamente imposta — tramite un uso propagandistico della memorialistica e la reiterazione di racconti di comodo in migliaia di pubblicazioni e manuali scolastici — ai «vinti».

Mi riferisco ovviamente a quello che, per comodità terminologica, chiamerò il «Risorgimento» ma che, più propriamente, andrebbe denominato «Rivoluzione italiana», vale a dire la versione nostrana ottocentesca della sovversione dell’ancien régime, avvenuta in conformità «principi del 1789», affermatisi manu militari nella Francia rivoluzionaria.

Con la Rivoluzione francese termini come «nazione», «nazionalità» e «nazionalismo» si affermano nel pensiero politico con il significato — pur sempre fluttuante e ambiguo — in cui se ne discorre oggi e agiscono sempre più incisivamente come idee-forza, cariche di implicazioni teoriche e pratiche: «Il termine “nazione”, fino ad allora di uso generico, perché riferito alle più diverse realtà di gruppo e a qualunque forma di comunità politica, trova un preciso punto di riferimento nello Stato nazionale, lo Stato che si avvale del suo potere per imporre su tutti i territori posti sotto la sua amministrazione l’uniformità di lingua e di costumi, per imporre, e in parte produrre, l’unità nazionale […]. La nascita dello Stato moderno, burocratico e accentrato; l’esigenza di sostenere con una struttura giuridico-politica la formazione dei mercati unici nazionali, perseguita da élite economiche e sociali che in condizioni non unitarie avrebbero stentato a emergere; l’irruzione di nuove ideologie, che postulavano la necessità della fusione dello Stato con la nazione, creano una combinazione esplosiva, che distrugge all’interno dei singoli Stati le nazionalità spontanee solo parzialmente nella realtà ma del tutto nella coscienza politica e altera i rapporti fra gli Stati stessi, subordinando ai valori nazionali i valori universali della res publica christiana, cioè quella sorta di supernazionalità spontanea che legava le persone oltre le frontiere statali» [1].

 

 

2. «Triennio giacobino» e Insorgenza italiana

 

Volendo impostare comunque un discorso in termini moderni» sulla nazionalità italiana, occorre dire che fin dal Triennio Giacobino 1796-1799, che vide l’invasione e l’occupazione di numerose regioni dell’Italia da parte delle truppe napoleoniche al servizio della Rivoluzione francese, le insorgenze popolari — o, più correttamente l’«Insorgenza», poiché si trattò di un fenomeno omogeneo e «unitario» — segnarono la prima manifestazione di un idem sentire degl’italiani. Essi reagirono allora in armi a tale invasione, dando origine a qualcosa di molto vicino a una guerra civile e il fatto che gli insorti parteggiassero per la difesa della loro bi-millenaria identità religiosa e a sostegno del Papa e delle autorità legittime, non vuol dire che fossero meno italiani dei successivi artefici dei vari moti e spedizioni patriottiche, i quali, non fondandosi sulla «nazionalità spontanea» — ovvero su un senso di appartenenza nazionale creatosi «dal basso» — e non in virtù di un agente esterno, come una monarchia, non potevano certo fondare «naturalmente» alcuna forma di unità fra gli italiani.

 

 

3. Il «piccolo regno di second’ordine» di Dostoevskij

 

La parola «unità» ha infatti in sé un qualcosa che smussa le differenze: si è uniti quando si trova un obiettivo comune che fa vincere il naturale — cioè prodottosi storicamente — e legittimo particolarismo. L’unità d’Italia ebbe, come dice la parola, l’obiettivo comune di formare una entità che legasse insieme le diverse anime e componenti politiche della «nazione» italiana. A questa unificazione del Paese nel secolo XIX si giunse però in modo tutt’altro che «naturale» e l’imposizione di un «abito politico» rivelatosi inadeguato causò al corpo sociale dell’Italia i gravi disagi di cui soffre tuttora e disperse una parte rilevante delle inestimabili ricchezze culturali della nazione. Noterà lo scrittore russo Fëdor Michajlovic’ Dostoevskij (1821-1881) che «[...] per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, [...] un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!» [2].

 

 

4. Necessità di una nuova analisi del Risorgimento che non delegittimi lo Stato unitario

 

Quello che, con poche eccezioni, ci è stato tramandato come il mito fondante della nazione italiana, cioè l’unificazione della Penisola sotto la dinastia dei Savoia, ci è stato così abbondantemente descritto come impresa gloriosa che nessuno doveva osare mettere in discussione, che al Risorgimento hanno voluto ispirarsi sia i partigiani del 1943-1945 — che con i loro drappi rossi rivendicavano una continuità ideale con i garibaldini —, sia le forze armate della Repubblica Sociale Italiana, che usarono l’inno di Goffredo Mameli (1827-1849) e tutta l’iconografia risorgimentale per incitare la popolazione a resistere contro l’invasore straniero.

Da qualche anno, però, gli studi sulla storia del processo unitario italiano hanno avuto una vera rinascita di interesse e alcuni storici, soprattutto cattolici, ma non solo — penso per esempio a Ernesto Galli della Loggia o a Emilio Gentile —, hanno iniziato a riscuotere una consistente eco nel dibattito culturale italiano rimettendo in discussione con i loro studi e interpretazioni la vulgata risorgimentalista. Dall’attuale rinascita storiografica è scaturita quindi una rivisitazione intelligente e veritiera dell’intero quarantennio risorgimentale (1830-1870) e delle sue conseguenze — in pratica dell’intera storia italiana degli ultimi due secoli.

Si è quindi finalmente aperto uno spiraglio per una storiografia che vuole prendere in seria considerazione anche il punto di vista dei vinti, in primo luogo quello della Santa Sede e della parte cattolica del Paese, che hanno subìto profondi contraccolpi dall’unità d’Italia, cui è seguito da parte dei nuovi arrivati al potere una delegittimazione culturale e civile di cui ancora oggi si paga lo scotto.

Di recente Galli della Loggia ha riconosciuto come «[…] doveroso riaprire una nuova analisi del Risorgimento a condizione però che non si delegittimi lo Stato unitario» [3]. In verità le critiche che al processo unitario italiano sono state avanzate negli ultimi anni da parte della maggior parte degli storici, cattolici e non, non sono affatto finalizzate a delegittimare l’odierno Stato italiano, che, al di là delle preferenze politiche, anche di quelle relative alla forma dello Stato, oggi nessuno di essi pensa di mettere in discussione, altrimenti si dovrebbe parlare di una storiografia con finalità propriamente politica e, in un certo senso, eversiva. Altro discorso è però l’essere ideologicamente tacciati di lesa maestà istituzionale se, documenti alla mano, si descrive come, dopo il 1861, i Savoia e i governi auto-proclamatisi liberali hanno dato vita a uno Stato semi-tirannico, che ha governato nel più assoluto spregio dei dettami dello Statuto albertino [4] e, aiutati da gruppi protestanti e massonici, hanno cercato d’imporre anche in Italia le stesse forme religiose e civili derivate dalla Riforma, innanzitutto attraverso la soppressione degli ordini religiosi e delle organizzazioni assistenziali cattoliche, le benemerite opere pie.

 

 

5. L’Italia era solo «un’espressione geografica»?

 

A esser rimesse in discussione sono in primo luogo le trovate propagandistiche dei risorgimentali che, ideate in tempo di guerra, ci sono state fino a oggi acriticamente tramandate, non solo come verità, ma come parole d’ordine e vessilli dell’identità nazionale. Prendiamo per esempio la demonizzazione che è stata fatta dell’Impero asburgico e, funzionalmente alla preparazione dei moti in Italia settentrionale del 1848, del principe Klemens Wenzel Lothar von Metternich Winneburg (1773-1859). «L’Italia è solo un’espressione geografica», avrebbe spregiativamente detto l’odioso Metternich a proposito delle istanze nazionali unitarie avanzate dai risorgimentali. Grazie a uno studio di un diplomatico italiano, Fausto Brunetti [5], viene finalmente documentato che la celebre frase non rappresenta altro che un apocrifo. Non fu pronunciata infatti da Metternich o, se lo fu, non fu espressa in quei termini sprezzanti che fecero infuriare generazioni di patrioti. L’espressione, piuttosto, secondo il diplomatico, fu il prodotto di una manipolazione operata, per la causa patriottica, dalla stampa liberale italiana del 1848, dunque un’operazione di propaganda mirata a suscitare una reazione anti-austriaca. Il Cancelliere asburgico scrisse il celebre aforisma in francese il 2 agosto 1847, in una nota inviata al conte Moritz Dietrichstein-Proskau-Leslie (1775-1854), in questi esatti termini: «L’Italia è un nome geografico». Non solo quindi mancava ogni accento spregiativo — introdotto dall’avverbio limitativo «solo» —, ma il giudizio continuava in senso meramente politologico: «La penisola italica è composta di Stati sovrani, reciprocamente indipendenti». Il giudizio di Metternich — il quale, nel medesimo dispaccio del 1847, aveva applicato un identico appellativo «geografico» anche alla realtà tedesca — venne abilmente sfruttato dal quotidiano Il Nazionale di Napoli, diretto dal liberale Silvio Spaventa (1822-1893) — un anno dopo esser stato formulato, e cioè nel calore dei moti del 1848, i quali nell’Italia settentrionale saranno repressi appunto — guarda caso — dalle truppe del  Cancelliere austriaco. A più riprese in quel marzo e in prima pagina, infatti, il giornale — che peraltro il 10 marzo aveva dato la traduzione corretta del dispaccio asburgico, ma in lettere piccole e in pagina interna — scagliò i suoi editoriali contro la «tenebrosa diplomazia» austriaca, colpevole di umiliare «24 milioni d’intelligenti e forti» italiani che invece l’unità della patria «[…] l’avvertono, la riconoscono, se n’esaltano»: «L’Italia non è che un’espressione geografica, scriveva il Principe di Metternich».

C’era bisogno dunque di un «nemico», all’epoca, di un bersaglio contro cui indirizzare e grazie al quale moltiplicare l’indignazione montante dei patrioti contro l’influenza in Italia e il rigore in Lombardia del governo austriaco; e i giornali liberali italiani l’ottennero replicando all’infinito l’«of­fe­sa» e la presunta alterigia del Cancelliere viennese.

 

 

6. L’istituzionalizzazione della Rivoluzione italiana e Pio IX

 

La nuova storiografia — o storiografia «anti-conformista», come preferisco dire in antitesi all’ambigua dizione di «revisionista» —, come accennato, è prevalentemente originata da studiosi cattolici, liberatisi dalla subalternità culturale che è stato un fenomeno prevalente durante tutta la cosiddetta Prima Repubblica. Se il pensiero cattolico ha infatti avuto nel Novecento alte espressioni nel campo teologico o in quello degli studi filosofici, esso è stato piuttosto debole nel settore storiografico. La storiografia cattolica, a partire almeno dal Concordato del 1929, si rivela infatti quasi del tutto subordinata ideologicamente alla cultura dominante, fosse essa quella fascista o quella gramscista e azionista del dopoguerra. A questo proposito è emblematico l’atteggiamento tenuto nei confronti di Papa Pio IX — Giovanni Maria Mastai Ferretti (1792; 1846-1878) —, un Papa il cui pontificato ha coperto un arco di trent’anni, cioè tutto il Risorgimento, e la cui figura è stata via via rimossa dalla memoria storica, come se fosse la pietra d’inciampo che i cattolici volevano a tutti costi evitare. La figura del beato papa Mastai, rimossa dalla cultura dominante per permettere l’istituziona­liz­za­zione di quel Risorgimento che è stato in realtà, in analogia con l’Ottantanove francese, la Rivoluzione italiana, è oggi però al centro di un rinnovato interesse di studi che costituisce la base per la rinascita della storiografia cattolica del secolo XXI.

 

 

7. L’Unità italiana e la storia amministrativa

 

In questa sede, tenterò d’integrare la nuova prospettiva storiografica sul Risorgimento, con uno spostamento di attenzione sempre più diretta ai pubblici poteri e alla pubblica amministrazione, come fenomeno organizzativo della vita dello Stato e della società italiani. In sostanza, accanto alla consueta indagine storica incentrata sulle prospettive e sull’azione politico-sociale dei governanti e di parte dei governati, cercherò di svolgere un’analisi che, sulla scorta della lezione di Gianfranco Miglio (1918-2001) e di Roberto Ruffilli (1937-1988), prenda in considerazione la realtà amministrativa per chiarire in maniera il più possibile oggettiva molti aspetti della prima. Insomma, secondo l’approccio di Ruffilli, «[…] un’indagine storico-giuridica che porti l’attenzione sui rapporti formali e sostanziali fra pubblica amministrazione e privato, assumendo dati politico-ideologici ed economico-sociali e politici per far luce su talune implicazioni dei rapporti anzidetti» e, quindi, «[…] approfondisca i diversi aspetti della realtà amministrativa sulla base delle reciproche connessioni tra questa e l’assetto della società e dello Stato» [6].

 

 

8. La differenza fra unità e unificazione

 

Vorrei quindi far luce sul «come» e sul «perché» con determinati problemi sociali e istituzionali sia stato possibile convivere e andare avanti in quasi un secolo e mezzo di vita nazionale unitaria.

Quanto al come, attraverso la ricostruzione dei connotati amministrativo-istituzionali dell’unità, diviene evidente la scelta netta di nascondere i problemi dell’unificazione reale dietro il paravento dell’unità istituzionale, senza riguardo alle difficoltà gravi che si manifestarono, con la spregiudicatezza gestionale e le tappe forzate che caratterizzarono il passaggio dall’assetto pre-unitario a quello unitario.

Quanto al perché, la tesi che svolgerò è riassumibile nella connotazione ideologica e «anti-identitaria» del progetto unitario e nella sua sostanziale subalternità a interessi estranei al nostro Paese.

In ciò facendo cercherò di evidenziare la profonda differenza fra unità — realizzata — e unificazione — solo promessa — dell’Italia. Con la prima espressione indicando la qualità di uno Stato non diviso da confini politici interni e di un popolo che forma un tutt’uno dal punto di vista delle sue istituzioni, con la seconda esprimendo «[…] l’effetto che determina, nelle persone di cui lo Stato si compone, la concordia nelle idee e nei sentimenti essenziali alla vita dello stesso Stato. Una concordia che riguarda l’opportunità della coesistenza e non necessariamente delle opzioni operative sui diversi problemi della società organizzata» [7].

Se si è costretti a constatare la persistenza nel nostro paese di problemi che, dopo il Risorgimento e con gli stessi identici connotati, denunciano come l’Italia sia unita ma non unificata, ciò significa «[…] che sono ancora e largamente da capire l’essenza autentica delle origini e dei connotati delle evidenti insufficienze ed inadeguatezze dell’“azione e degli effetti” di una unità esistente da […] un secolo e mezzo sul piano istituzionale (non ci sono più confini interni e la popolazione forma un unico corpo politico) ma irrealizzata sul piano della proficua coesistenza delle persone di cui lo Stato si compone» [8].

Per trattare in maniera completa il tema, prima di concludere, occorre evidenziare anche alcune delle «luci» portate dall’unità del 1861 che, nonostante tutto, appaiono oggi di tutto rilievo, tanto più se confrontate con il nostro attuale panorama politico-istituzionale.

 

 

9. Federalismo e confederalismo: strade alternative per l’unità

 

Per quanto concerne le modalità dell’unità — vale a dire le istituzioni degli italiani —, è utile chiedersi il perché il processo unitario italiano, pur essendo, come è noto, stato iniziato da prospettive federalistiche e confederalistiche, il Risorgimento si sia, alla fine, realizzato nel suo esatto contrario, cioè nel centralismo e in forme di «statolatria», che abbiamo conosciuto e ancora oggi, in parte, conosciamo.

Fu, fra gli altri, Antonio Rosmini Serbati (1797-1855), dall’alto della sua statura intellettuale, a teorizzare verso la metà del secolo XIX l’unione politica dei diversi Stati della Penisola, ma in forma tale che ciascuno avrebbe mantenuto la propria sovranità. Una sorta di Unione Italiana che sarebbe forse assomigliata alla novecentesca Unione Europea, almeno come la si è concepita fino agli anni 1980, e non quindi come quel «super-Stato» voluto poi dai socialisti e gli «eurocrati» di Bruxelles.

Secondo il filosofo roveretano, il massimo bisogno dell’Italia era quello di essere forte nel suo tutto e nelle sue parti, poiché altrimenti non avrebbe potuto essere una e indipendente. Nell’Italia unita federale, secondo Rosmini, tutto doveva essere funzionale allo sviluppo della persona e della famiglia, che venivano prima della stessa società generale e naturalmente dello Stato, in un intreccio di competenze basato sul principio di sussidiarietà. L’esatto opposto della concezione che si era imposta, invece, nella Rivoluzione francese, secondo la quale i diritti della persona venivano assorbiti da quelli del «cittadino», che era visto in funzione dello Stato.

E quando non si poterono non vedere le conseguenze della mancata unificazione dei popoli italiani, si accreditò, non di rado in mala fede, la tesi secondo cui ciò sarebbe stato effetto di una sorta di tara genetica di una parte cospicua della popolazione, piuttosto che la conseguenza di un disegno insufficiente e inadatto. Questa lettura ufficiale ha prodotto, anzitutto, l’effetto culturale e sociale di dar per scontato che quanto ha effettivamente determinato la nascita e il consolidamento dello Stato unitario italiano fosse, in sostanza, l’unica causa possibile e la strada per giungervi l’unica percorribile. L’unica alternativa sarebbe stata simpliciter quella di non fare l’Italia. Tuttavia questa versione non sembra reggere neppure a una verifica storica elementare. Basti pensare al processo di unione che portò nel 1870, quasi in contemporanea con gli eventi italiani, alla nascita di un altro grande Stato europeo, la Germania.

 

 

10. L’esempio della contemporanea unificazione tedesca guidata dal Regno di Prussia

 

Da secoli la nazione germanica era frantumata in una miriade di Stati sovrani — numerosi anche dopo gli accorpamenti napoleonici —, coinvolti nei giochi delle potenze europee non meno di quelli italiani e con situazioni economiche, sociali e politiche non dissimili da quelle della nostra Penisola. Anche in Germania ci fu bisogno di un regno, quello prussiano, dotato di volontà di dominio e di guida degli altri popoli germanici per fare l’unità. Ma, a differenza del regno sardo, la Prussia capì che l’unità della Germania — sia pure sotto la sua guida — si poteva raggiungere solo con i tedeschi e non contro una buona parte di essi. E, dopo averli portati al successo e al riscatto nella guerra d’indipendenza contro Napoleone, i prussiani non cercarono di approfittare del credito che si erano guadagnati e non avanzarono pretese, ma si servirono di quel prestigio per avviare un percorso, lungo e faticoso, diretto a convincere i tedeschi della necessità di uno Stato unito, cominciando dall’adozione da uno strumento di carattere economico, l’Associazione Doganale Tedesca (Deutscher Zollverein), una forma di «mercato comune» tedesco, che rendeva immediatamente percettibili i vantaggi dell’unità statale, cominciando dalla semplificazione del sistema delle dogane che intercorreva fra le diverse aree dinastiche, comunali e regionali dell’area tedesca. Come scrive Alfredo Servidio, «i duri e militaristi prussiani promossero persino quel primo nucleo di unione statale “senza” ricorrere ad imposizione alcuna, e tanto meno “per decreto”, ma scelsero ed adoperarono il metodo della delicata e tenace “trattativa” finanche con quegli Stati che “non” vollero partecipare allo stesso Zollverein» [9].

La Prussia non aveva, certamente, l’equivalente di uno Stato Pontificio sul proprio territorio, ma è anche vero che nessuno dei regnanti prussiani — che pure avevano combattuto duramente e colpito in modo pesante la Chiesa cattolica —, né alcuna istituzione rappresentativa del popolo tedesco, nonostante comportamenti che più d’uno ha voluto definire «statolatrici», era mai stata tentata dal dichiarare e sancire per legge che «quella» Chiesa, sul territorio e per le leggi tedesche, non avesse «né diritto d’esistenza né personalità giuridica», come sancì fra il 1852 e il 1855 il Parlamento di Torino — e con un dettato che divenne automaticamente legge di tutto lo Stato italiano dopo l’Unità —, se non per insindacabile e specifica concessione dello Stato: secondo Servidio, «l’esempio prussiano dovrebbe, in conclusione, essere più che sufficiente per comprendere come la pessima nascita e l’ancora peggiore sviluppo degli eventi unitari italiani non fossero affatto scontati» [10].

 

 

11. Le proposte degli «autonomisti liberali» Minghetti e Jacini

 

Subito dopo la proclamazione del Regno d’Italia, sono da annoverare nel filone «autonomistico» le proposte avanzate da Marco Minghetti (1818-1886), secondo cui, «l’unificazione […] avrebbe dovuto fornire l’occa­sio­ne per un incisivo riassetto delle circoscrizioni amministrative, e per istituire le regioni, come consorzi di province. Di fronte alla precarietà degli assetti e alle emergenze, prima fra tutte il cosiddetto brigantaggio, la Camera insabbia. Le questioni più urgenti sono sistemate dai cosiddetti “decreti d’ottobre” emanati dal nuovo presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Bettino Ricasoli [(1809-1880)] in senso accentrato, sulla base della legge delega del 9 ottobre [1861]» [11].

Stefano Jacini (1826-1891) e Minghetti, a differenza degli altri fautori di parte liberale della decentralizzazione, non si limitavano a prospettare la necessità di un decentramento amministrativo a favore dei comuni e delle province, che investisse anche le associazioni e le formazioni funzionali e si traducesse in un decentramento della burocrazia necessaria per l’amministrazione periferica statale a tali livelli, ma difesero per anni senza successo una forte opzione a favore del riconoscimento sostanziale della dimensione amministrativa regionale.

I termini dell’opposizione governativa a ogni proposta di questo tipo sono esemplificate nella nota che il ministro dell’Interno Luigi Carlo Farini (1812-1866) ebbe modo di illustrare all’avvio dei lavori della «Commissione straordinaria e temporanea per lo studio e la formazione dei progetti di legge», il 13 agosto 1860, in cui appare chiara «[…] l’intenzione del governo di escludere, in sede di definizione delle nuove “circoscrizioni politiche”, qualunque utilizzazione di “concetti astratti” o di “opere arbitrarie”, in luogo del ricorso ai confini delle “antiche autonome italiane”. Ma — l’ammonimento è illuminante — la ricognizione delle suddivisioni effettive, in quanto esistenti “nelle condizioni naturali e storiche”, non avrebbe dovuto ridursi ad una supina ricostruzione dei confini delle “vecchie divisioni politiche”» [12].

Ecco perché durante i successivi anni di storia unitaria si evidenzia  chiaramente in Italia — in taluni periodi in maniera particolarmente accesa — una battaglia contro l’«accentramento politico» e lo statalismo, rimasta peraltro sporadica nel resto d’Europa. Questa risale e trae alimento dalla contestazione della stessa unità politica, realizzata nella forma di uno «Stato nuovo», sentito come il frutto di un colpo di mano di minoranze. La chiusura, difensiva e offensiva allo stesso tempo, contro il pluralismo politico da parte dei governanti dello Stato liberale ha reso più complicata e travagliata l’evoluzione di quest’ultimo in senso sempre più democratico: «Viene messa in discussione — scrive Ruffilli — la validità della unità stessa e del monopolio giuridico e politico ad essa collegato, e si punta alla sua revisione, in chiave di pluralismo, con il ritorno al passato preunitario o con l’avvento di un sistema federale. Si fa sentire l’esigenza di uno sviluppo della libertà politica per la “società civile” e le sue formazioni, con il superamento della “separazione” della stessa rispetto allo “stato politico”, e con la redistribuzione del potere, in fatto di decisione politica e di ordinamento giuridico, concentrato in quest’ultimo» [13].

 

 

12. Dopo la fine della dinastia sabauda, con la Rivoluzione europea anche quella dello Stato-amministrazione italiano?

 

L’unità si realizzò invece attraverso una serie di annessioni allo Stato egemone in Italia, cioè al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II (1820; 1849-1878) e di Camillo Benso di Cavour (1810-1861). Per una sorta di «nemesi storica», tuttavia, dopo la fine della monarchia a seguito del referendum istituzionale del 1946 e del successivo esilio della Casa di Savoia, negli ultimi anni, a rischiare l’annichilimento della propria fisionomia e della propria identità forgiate proprio dalle scelte successive al 1861, è anche lo «Stato-amministrazione» italiano. Penso infatti al modo in cui si intende oggi, come accennavo, il processo di unificazione europea, con la esplicita proclamazione dell’obiettivo di un assorbimento delle specificità e delle sovranità nazionali e la costituzione, da parte principalmente della giurisprudenza e della prassi delle istituzioni dell’Ue, di un nuovo ed esclusivo «diritto amministrativo europeo».

Si prenda a questo proposito un ennesimo, piccolo ma significativo, esempio: la recente estromissione dell’italiano dalle lingue di riferimento della Ue. Come si sa, le origini della nazione italiana, storicamente, risalgono al Medioevo e simbolo essenziale di ciò è la costruzione di una lingua di cui Dante Alighieri (1265-1321) e Francesco Petrarca (1304-1374) furono emblematici artefici. C’è chi ha giustamente parlato, a proposito della de-ufficializzazione dell’italiano nella nuova Europa costituzionale, di «[…] un tipico esempio di colonizzazione, da parte di Francia, Germania e Inghilterra nel nome dell’unità europea, del nostro Paese che — pur con le ovvie distinzioni — sembra ricordare il Meridione d’Italia nell’epoca dell’unificazione risorgimentale» [14].

L’idea di un’Europa amministrativamente unita, che incorpori centralisticamente le sovranità e le identità nazionali e locali, è un rischio e una pericolosa utopia, la quale, se diventasse realtà, ratificherebbe un inevitabile squilibrio. Scrive il filosofo dell’estetica Stefano Zecchi, «[…] la sottomissione di alcune nazioni a quelle che, più delle altre, hanno già saputo esprimere e, continuano a sostenere, la propria autonomia, la propria soggettività politica, e identità nazionale. Il rischio per l’Italia è di finire come il suo Meridione quando fu integrato dai piemontesi: centocinquant’anni fa i Savoia imposero i propri interessi sugli altri Stati italiani; oggi i francesi e i tedeschi ci imporrebbero i loro» [15].

Anche l’identità cristiana del Vecchio Continente, come hanno dimostrato le recenti vicende del mancato riconoscimento delle radici cristiane nella bozza di Trattato costituzionale europeo, ha tutto da perdere da questa rinnovata forma di Rivoluzione, non più «italiana», ma questa volta «europea» [16].

 

 

13. Il modello amministrativo dei risorgimentali, derivato da quello rivoluzionario francese

 

La mancata corrispondenza fra l’inizio e la fine del processo risorgimentale si spiega con le ambizioni territoriali ed economiche del Piemonte sabaudo, che conquistò  e occupò militarmente tutte le altre entità sovrane allora presenti nella Penisola, esportando in esse il proprio modello amministrativo, derivato da quello francese, fortemente accentratore e statalistico. Ho parlato di ambizioni anche «economiche», perché la situazione finanziaria dello Stato sardo, dati gli investimenti necessari per far fronte ai tanti lavori pubblici cavouriani, era deficitaria. Nel 1859 il debito pubblico sardo era salito a circa 725 milioni di lire (di allora) e gli interessi passivi su quella somma furono pagati dall’Italia unificata, mentre le opere pubbliche erano rimaste in Piemonte…

Quanto all’imitazione del modello francese, Alessandro Taradel ha dimostrato che i provvedimenti presi da Cavour in qualità di ministro delle Finanze fossero letteralmente copiati da una serie di decreti emanati da Re Leopoldo I dei Belgi (1790; 1831-1865) il 21 novembre 1846, a loro volta ispirati dall’assetto napoleonico —  poi progressivamente diluito in Francia — del 1809 [17]. Si applicava quindi all’Italia un «abito politico», che cozzava duramente con la natura degli organismi politici preunitari, caratterizzati dalla presenza di numerose autonomie locali e da giurisdizioni particolari laboriosamente coordinate. Commenta Francesco Pappalardo: «[…] così […] le formazioni statali a ogni loro passo dovevano fare i conti con la solida presenza, più che con la sopravvivenza, di gruppi e di istituti saldamente radicati nel territorio. Il particolarismo italiano, dunque, non va inteso solo nel senso geografico e territoriale e neppure soltanto come quel pluralismo di tradizioni e di culture che ha indotto lo storico Giuseppe Galasso ad affermare che “[...] la storia della nazione italiana è una storia multinazionale e policentrica”, ma anche come un dato sociologico, secondo cui la vita politica e sociale ha il suo fondamento nell’attività di gruppi particolari, anzitutto la famiglia, intesa in un significato non limitato a quello puramente biologico» [18].

 

 

14. L’autonomismo e le antiche tradizioni amministrative del Lombardo-Veneto, dei Ducati dell’Emilia e dello Stato Pontificio

 

La Lombardia austriaca, per esempio, che occupava un’ampia porzione del Ducato di Milano, nonostante il radicamento di istituzioni assolutistiche, risultava ancora nel 1800 una «[…] costellazione di poteri locali a radice cittadina dotati di autonomia politica, che operano in un rapporto dialettico con gli uffici periferici dello Stato (ciò che consente loro di mantenere il controllo dei loro territori storici)» [19]. I provvedimenti politico-istituzionali adottati nell’età della Restaurazione — il decreto imperiale del 7 aprile 1815 e le successive integrazioni e modificazioni — fecero poi della Lombardia la porzione occidentale del Regno del Lombardo-Veneto, il quale continuerà a serbare un elevato livello d’indipendenza che esprimerà tramite la nomina di un proprio governatore o luogotenente generale, come previsto dal decreto imperiale del 25 ottobre 1849.

Anche il ducato emiliano di Parma e Piacenza si presentava alla vigilia dell’accentramento risorgimentale come «[…] espressione di società cittadine storicamente parcellizzate che si erano fatte Stato in epoca postmedievale, conservando istituzioni, tradizioni amministrative, ambiti territoriali e civici fondati nell’età delle libertà comunali» [20].

Lo Stato Pontificio, dal canto suo, esce dal Medioevo con la tradizionale divisione nelle cinque Legazioni — o province —, a loro volta divise in Governi e in Stati, ma «molte delle città prive del contrassegno di capoluoghi di legazione riescono col tempo a sganciarsi dalle maglie provinciali e a intrattenere rapporti diretti con Roma, grazie alla nomina papale dei propri governatori» [21]. Con Papa Clemente VIII (1592-1605) le province salgono a sei, ma non mancano i «governi separati» che, in linea di fatto, se non di diritto, sono equiparati alle province.

Con le leggi di Urbano Rattazzi (1808-1873) sull’ordinamento comunale e provinciale del 23 ottobre 1859, sulla pubblica sicurezza del 13 novembre 1859, sulle opere pubbliche, sulle opere pie e sull’amministrazione sanitaria — tutte e tre del 20 novembre 1859 —, si dà luogo invece a «[…] strutture governative salde ed efficienti, in grado di assicurare al potere centrale il pieno controllo della vita locale, così da contenere anche le istanze municipalistiche e federalistiche e consolidare l’Unità» [22]. Nelle relazioni annesse alle relative proposte di tali leggi il richiamo costante era ai paesi giudicati più «civili» d’Europa e in particolare alla Francia.

 

 

15. L’«annessione» sabauda e la nobiltà degli Stati preunitari

 

L’unità d’Italia attuata dai Savoia, per motivi di ambizione dinastica e non solo per amor patrio, è stata quindi frutto dell’occupazione e dell’annessione al Piemonte delle altre entità politiche italiane. I diversi Stati che si dividevano il territorio italiano furono messi insieme senza troppa cura per le differenze che pure c’erano, creando un’omogeneiz­za­zio­ne artificiosa, che sarà rifiutata dal popolo stesso, senza curarsi che vi fossero alle spalle una solidarietà e una coscienza nazionali.

Ciò si ripercosse sulla stessa solidità della monarchia sabauda che, «insidiata» nelle proprie prerogative di rappresentanza politica da Cavour e dai suoi alleati, non poté avere al suo fianco le nobiltà degli Stati preunitari che, umiliate dai soprusi dei borghesi «nuovi arrivati», non intesero naturalmente fondersi in una nuova nobiltà italiana fedele alla Corona sabauda, preferendo rimanere divise in gruppi regionali e cercando alleanze matrimoniali all’estero piuttosto che fra i membri della nuova classe dirigente.

Era diffusa fra i nobili degli Stati preunitari la stessa convinzione che il conte Clemente Solaro della Margarita (1792-1869) aveva consegnato, ben prima dell’Unità, al suo Memorandum storico-politico: «Oh Italia! […] Non sarai mai felice, finché irrequieta aspiri a un meglio che afferrar non puoi, e logori i tanti beni, i tanti tesori di grandezza di dovizie e d’arti onde ti ha reso bella, invidiata da tutte le genti Colui che a te affidava il magistero del mondo, e centro ti faceva dell’orbe cristiano. A scuoterti un’altra volta, gli amatori tuoi col nome di libertà e d’indipendenza […] ti sping[ono] a disperate imprese […]. Chiudi l’orecchio alle voci de’ veggenti tuoi; profetizzano il falso; ritorna al culto della verità e della giustizia. Italia mia, credi ai veri amici che te non vogliono serva, ma Regina, e i varii popoli tuoi in bel nodo di concordia uniti sotto l’usbergo dei Principi che ai loro destini prepose Iddio» [23].

 

16. I «plebisciti unitari» del 1859-1860

 

Si è discusso a lungo fra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, soprattutto a opera di due capiscuola della dottrina giuridica italiana come Santi Romano (1875-1947) e Dionisio Anzilotti (1867-1950) [24] — e in parte lo si è fatto anche successivamente — sulla validità dei «plebisciti unitari» del 1859, come di quelli che si svolsero nell’ottobre 1860 nell’Italia meridionale, quale ulteriore espressione di un’autentica e generalmente diffusa volontà annessionistica.

Una prima osservazione riguardo tali plebisciti risale alla «curiosa» circostanza per cui, mentre essi furono realizzati sulla base del suffragio universale maschile e femminile, in seguito le leggi elettorali e ordinarie del Regno continuarono impassibilmente — nonostante il progressivo aumento della popolazione interna — a far perno sull’estremamente selettivo «suffragio censitario».

La seconda, ovvia, considerazione che può essere svolta sugli stessi è che, essendo la procedura plebiscitaria attivata da chi deteneva ormai il potere al fine di trasformare un consenso presunto in un consenso attivo, essa facilmente non avrebbe potuto avere esito negativo. «Il risultato — commenta Silvano Montaldo — era quindi in gran parte scontato, dato il diretto controllo esercitato da Torino e l’assenza di ogni opposizione organizzata, con la libertà di stampa ripristinata solo qualche giorno prima del voto e l’impegno delle autorità locali per evitare manifestazioni antiunitarie» [25].

In Toscana la Società Nazionale assunse infatti il controllo del Granducato senza alcuna diffi­coltà; a Parma il duca la­sciò la città in mano a una Commissione di Governo, che assunse il potere in attesa di cederlo al re di Sardegna. Il duca di Modena abbandonò il suo Stato dopo la battaglia di Magenta: il municipio dichiarò deposto il duca fuggitivo e valido il ple­biscito di unione al Piemonte del 1848. Nelle Legazioni pontificie di Romagna, la partenza da Bologna delle truppe austriache fu seguita da una sollevazio­ne popolare che offrì la dittatura a Vittorio Emanuele II. La stessa cosa avvenne a Raven­na, a Forlì e a Ferrara. Anche le Marche e l’Umbria insorsero, ma qui le truppe pontificie reagirono, recuperando le due regioni. In Toscana furono fatte le elezioni nell’agosto 1859 e la nuova Camera dichiarò decaduta la dinastia dei Lorena, votando l’annessione al Piemonte. La stessa cosa fecero i Ducati padani e le Legazioni di Romagna. Vittorio Emanuele II accolse a Torino le delegazioni che offrivano le annessioni votate dai governi provvisori.

Il popolo siciliano fu chiamato invece il 21 ottobre 1860 a esprimere, ex post, il suo voto, dato che, una settimana prima che si tenesse il plebiscito, il 15 ottobre, il dittatore Giuseppe Garibaldi (1807-1882) stabiliva, con proprio decreto, che le Due Sicilie facevano parte integrante dell’Italia [26].

 

 

17. La formazione dello Stato italiano nei documenti e non nella storiografia convenzionale

 

La necessità di uno studio documentale, accessibile ai più, diretto a rileggere i documenti dell’epoca con gli occhiali del giurista, è stata recentemente soddisfatta da un’opera, che ha comportato un paziente lavoro di parecchi anni, uscita nella collana Il diritto della civiltà internazionale diretta da Alberto Miele (1939-2003) dell’Università di Padova. Nel curarne la presentazione, il compianto internazionalista afferma «oggettivamente» esser ormai «[…] certo, sotto il profilo del diritto internazionale, che l’unificazione italiana fosse alla fine solo un’annessione al Piemonte: esattamente come la volle il Cavour, che ne diresse — passo per passo, decreto per decreto, congiura per congiura — ogni momento; amministrando il Risorgimento italiano come un affare interno al Regno di Sardegna […] ancora una volta la tesi — dommaticamente affermata dal Romano — prevale, questa volta documentalmente, sulla tesi sostenuta da Anzilotti» [27].

 

 

18. Le ingerenze britanniche nell’unità d’Italia

 

Ho finora messo in luce due delle ombre che gravano sull’unità d’Italia, quella del centralismo comprimente qualsiasi istanza, se non federalistica, almeno regionalistica, e quella del «peccato originale» — dal punto di vista istituzionale —, consistente nell’annessionistico e pseudo-plebiscitario primo corso del processo unitario. È ora il momento di parlare di una terza ombra: le ingerenze inglesi e gli influssi delle massonerie, specie quelle della City londinese che, già dalle «prove generali» della Rivoluzione italiana nel 1848, avevano appoggiato quelle forze che avrebbero potuto facilitare una riforma religiosa in senso filo-protestante nella Penisola.

Sappiamo che le massonerie britanniche tradizionalmente non presentano quei caratteri brutalmente anti-religiosi tipici di quelle dei Paesi latini. Erano però, nel 1800, strettamente legate al protestantesimo più anti-cattolico, e si distinsero nel sostenere direttamente e propagandisticamente con ingenti fondi le imprese di Giuseppe Garibaldi.

L’Italia è diventata quindi un unitario Stato-nazione anche perché ciò veniva incontro agli interessi geo-politici della Gran Bretagna, che era la potenza navale dominante nel Mediterraneo. Se, da un lato, gl’inglesi volevano ridurre l’influenza austriaca, dall’altro temevano che, se la nascita dell’Italia fosse avvenuta sotto forma di piccoli Stati federati, il nuovo Stato avrebbe inesorabilmente subìto l’influenza di Napoleone III (1808-1873; 1852-1870). Ecco perché, alla fine, fu fatta la scelta di uno Stato unitario su tutta la Penisola, perché si pensava che sarebbe potuto diventare più autonomo rispetto alla Francia.

In particolare nel cruciale triennio 1859-1861 il governo whig-liberale di Londra diede un appoggio morale e diplomatico al Risorgimento che in alcuni passaggi fondamentali fu decisivo: per esempio sostenendo il principio di non-intervento, quando si trattò di restaurare i sovrani spodestati a Modena, a Parma e a Firenze e di ristabilire il potere del Papa nelle Legazioni. E, ancora, rifiutando di bloccare il passaggio dello stretto di Messina a Garibaldi diretto sul Continente e approvando l’invasione sabauda delle Marche e dell’Umbria nel settembre del 1859.

 

 

19. Risorgimento, tardiva Riforma protestante in Italia?

 

Ma in questa politica inglese entrarono in gioco, come accennato, anche altri elementi, in primo luogo la religione: poiché nel Regno Unito ancora a quell’epoca, la politica britannica era fortemente «anti-papista», si pensava infatti che, abbattendo il potere temporale dei Papi, si sarebbe indebolita mortalmente la religione cattolica, realizzando così finalmente anche in Italia quella Riforma «evangelica», che non era riuscita a imporsi nel XVI secolo.

Il Risorgimento è stato quindi anche il momento in cui gli inglesi tentarono e, in parte, riuscirono a fare di un Paese culla del cattolicesimo, un terreno di conquista protestante.

Il fatto che a metà del secolo XIX si fosse manifestato un movimento di conversioni al cattolicesimo, per esempio dei futuri cardinali Henry Edward Manning (1807-1892) e John Henry Newman (1801-1890), già ministri anglicani, e che Pio IX avesse restaurato la gerarchia cattolica in Inghilterra e nel Galles: questi fatti avevano contribuito a rinfocolare nei circoli dirigenti britannici odi anti-romani. La nomina di vescovi cattolici fu chiamata «Papal aggression» e fu proprio in reazione a tale provvedimento che Giuseppe Mazzini (1805-1872) fondò a Londra nel 1851 l’associa­zio­ne Friends of Italy (Amici d’Italia).

 

 

20. I problemi del riconoscimento internazionale del Regno d’Italia

 

Non è un caso che la Gran Bretagna fu la prima grande potenza a riconoscere il neonato Regno d’Italia, laddove, a prescindere dalla diretta interessata Austria, anche altre potenze, come la Russia e la Prussia — un anno e mezzo dopo la proclamazione del Regno — e la Spagna, non vollero dare il loro riconoscimento all’Italia per il modo non rispettoso delle norme internazionali con cui l’unificazione era avvenuta. Scrive Montaldo: «[…] per i criteri di fondo che aveva messo in discussione e il significato potenzialmente eversivo rispetto agli equilibri europei, il Regno d’Italia era un outsider da non ammettere, per il momento, al “gran concerto” degli Stati» [28].

In virtù della legge del 17 marzo 1861, n. 4671, Vittorio Emanuele di Savoia assunse per sé e i suoi successori il titolo di re d’Italia: iniziava, da quel momento, l’opera della diplomazia per il riconoscimento del «fatto compiuto». La richiesta di riconoscimento assunse la forma di una nota, alla quale, come detto, la Gran Bretagna rispose per prima con un’altra nota, inviata dal ministro degli Esteri, lord John Russell (1792-1878), con cui prendeva atto della notifica. Subito dopo anche la Svizzera procedeva al riconoscimento. Seguì, nel successivo mese di aprile — il giorno 13 —, la nota di riconoscimento da parte degli Stati Uniti d’America. Per la Francia, si dovette attendere fino al 15 giugno 1861.

Oltre al mancato riconoscimento ispano-russo-prussiano — avverrà addirittura solo nel luglio 1862 il riconoscimento della Russia, dopo lunghe trattative condotte dalla Francia, mentre quello della Prussia data al 21 luglio 1862 —, un’altra brutta sorpresa per la diplomazia sabauda, che ne indebolì ulteriormente la credibilità internazionale — quarta ombra gravante sul Risorgimento — venne anche da un altro importante paese, il Belgio di Leopoldo I di Sassonia Coburgo Gotha, che, durante il suo lungo regno costituzionale (1831-1865), a differenza di quanto avverrà nel Regno d’Italia, aveva affidato alternativamente il potere politico interno tanto ai liberali quanto ai cattolici. Il Regno dei Belgi riconobbe quindi sì quello italiano, ma solo il 7 gennaio 1862 e con la precisazione, esposta dal ministro belga a Torino barone Henri Solvyns (1817-1894) in una nota al presidente del Consiglio Bettino Ricasoli (1809-1880), che specificava come il Belgio prendesse solo atto della situazione di fatto e «[…] riconosceva il fatto compiuto senza però esprimere alcun giudizio sugli eventi che lo avevano generato e senza rinunciare alla sua libertà di valutazione innanzi ad eventualità che avrebbero potuto modificare lo stato di fatto» [29].

Nella stizzita risposta Ricasoli sottolineava seccamente che il governo italiano si era astenuto dal sollecitare un tal atto…

 

 

21. La Chiesa e l’atavica accusa machiavelliana sulla mancata unificazione italiana

 

Per la «nuova storiografia», di cui ho parlato all’inizio, il Risorgimento è rappresentato anche — e questa è la quinta ombra — come la realizzazione di una vera e propria aggressione contro la Chiesa cattolica, che ribalta l’antica tesi machiavelliana di una Chiesa ostacolo alla unificazione italiana. La mancata unità, secondo il «segretario fiorentino» Niccolò Machiavelli (1469-1527), era indubitabilmente da imputarsi all’influenza della Chiesa cattolica, che, per mantenere il suo Stato, aveva sempre diviso e imperato in Italia, impedendo di prevalere a qualunque «agente di unità» che fosse emerso nella storia. Accusa ripresa dalla leadership laicista del Risorgimento e spinta fino a desiderare di limitare quell’universalità, che faceva della Chiesa l’erede di Roma, e la sua capacità di tenere insieme le diversità.

Non tutti i grandi storici e pensatori italiani moderni, comunque, avevano condiviso tale lettura negativa del ruolo della Chiesa. Secondo Ludovico Antonio Muratori (1672- 1750), per esempio, il riferimento di tutti i popoli italiani alla Chiesa consentì di evitare storiche spaccature, che avrebbero visto l’Italia divisa irrimediabilmente fra un nord sotto l’influenza protestante e un sud sotto quella musulmana, oppure dato fondo a estremismi capaci di violenza e di distruzione reciproche — la storia politica del Novecento può aiutare a capire quanto possa essere distruttiva la perdita di una identità comune.

Anche ai nostri tempi, e da parte non cattolica, è stata rilevata — per esempio da Galli della Loggia — la continuità fra l’eredità di Roma e l’operato della Chiesa nel salvare l’identità italiana.

 

 

22. Le premesse della persecuzione contro la Chiesa: la soppressione degli ordini religiosi dei governi sardi Cavour-Rattazzi

 

Ma l’aggressione laicista ebbe inizio ben prima, almeno dal 1796-1799, durante cioè quel Triennio Giacobino che diede inizio ufficiale allo scontro fra Stato e Chiesa nel nostro Paese. E dato che, come universalmente riconosciuto, i giacobini di quegli anni furono i padri ispiratori di molti dei futuri patrioti risorgimentali, non è possibile non intuire il legame ideologico e politico fra i due successivi momenti e forme di aggressione anticattolica che caratterizzarono il movimento risorgimentale.

La Chiesa cattolica del tempo era da esso descritta come una forza oscurantista, che ostacolava il progresso e la libertà dell’Italia. Eppure la fede nella religione tradizionale e l’attaccamento all’ordine politico e sociale costituitosi in un ambiente docile all’influsso del cattolicesimo erano penetrati così profondamente nella cultura popolare italiana che alla fine del 1700 solo pochi «illuminati» accolsero con entusiasmo la Rivoluzione francese: «Il fenomeno dell’Insorgenza, vale a dire la reazione spontanea, fisiologica, all’inoculamento nel corpo sociale dei virus provenienti da Oltralpe reazione avente sempre gli stessi caratteri in presenza di popolazioni differenti, rette da istituzioni diverse, situate in contesti geoeconomici non uniformi è un’ulteriore prova dell’esistenza della nazione italiana, con un suo profilo ben delineato e una sua cultura specifica» [30].

Come nel 1700 con la Francia, così anche nel secolo successivo la Chiesa in Italia non poteva ovviamente rimanere indifferente all’egemonizza­zio­ne dell’intera Penisola da parte di uno Stato, il Regno di Sardegna, che fin dall’indomani del 1848 si era distinto per una dura legislazione anti-cattolica e anti-ecclesiale [31]. Soprattutto i gesuiti denunciarono, su La Civiltà Cattolica, la gravità di quello che stava succedendo, mettendo in guardia i cattolici sull’impossibilità di diventare seguaci delle nuove idee. Fin dal 1854-1855 il governo Cavour-Rattazzi aveva infatti presentato un progetto di legge contro gli ordini mendicanti — francescani e domenicani soprattutto — e contemplativi — monache di clausura —, accusati di essere inutili quindi dannosi. Cavour si preoccupava anche, con questa legge, di conservare l’appoggio di gran parte dei governi europei liberal-massonici. La legge toglieva la personalità giuridica a 34 ordini religiosi, sopprimendo 331 case religiose con circa 4.500 religiosi, più della metà di quelli esistenti in Piemonte. Centinaia di edifici e di opere d’arte di inestimabile valore, più di 2 milioni e mezzo di ettari di terra, vennero espropriati.

Non poteva non seguire, fatta l’unità d’Italia, una estensione su scala nazionale della politica di secolarizzazione esemplificata dalla legge citata, prima con le leggi del 1867 di soppressione degli ordini e delle congregazioni religiose di vita contemplativa, di incameramento dei loro patrimoni, poi di la sistemazione unilaterale della «Questione Romana» con la legge cosiddetta «delle Guarentigie» del 1870.

 

 

23. Le violenze e gli abusi durante la «dittatura democratico-garibaldina» delle Due Sicilie

 

Le camicie rosse — o garibaldini — sono sempre stati raccontate come guerriglieri generosamente intenti a fare l’Italia. Non se ne ricordano, però, ben altre gesta, come la depredazione di conventi e d’istituti e la cacciata di religiosi e religiose [32]. In ciò i garibaldini superarono in ogni sorta di abusi le truppe regolari dell’esercito piemontese, il cui ordine e la cui regolarità formale confliggevano non poco, per esempio, con le promozioni scandalose volute da Garibaldi durante la sua dittatura «delle Due Sicilie». Sotto questo profilo, anche Cavour non poteva non nutrire nei confronti di quest’ultimo e dei suoi irregolari che una spessa diffidenza. Scrive Ettore Passerin d’Entrèves (1914-1990): «Ai garibaldini il Cavour non può pensare con simpatia, quando tutti i suoi collaboratori e informatori dal Mezzogiorno gli inviano dei rapporti assai severi sulla condotta dei volontari, sulla loro cattiva volontà nei confronti del governo, sugli scandali politico-amministrativi della dittatura democratico-garibaldina in Napoli e in Sicilia» [33].

Intemperanze e assalti veri e propri furono anche il frutto di una capillare propaganda, finanziata da Torino e da Londra, che diffondeva una vera e propria «leggenda nera» contro il potere temporale e gli abusi degli ecclesiastici.

 

 

24. Fra «Terza Roma» e potere temporale

 

Se il Risorgimento fosse stato solo contrario al potere temporale dei Pontefici, un compromesso si sarebbe forse trovato. In realtà esso, come visto, fin dal 1848 fu decisamente anti-clericale e anti-cattolico, rifiutando in toto la tradizione civile e religiosa dell’Italia, per cercare di costruire una «terza Roma», quella del positivismo e dello scientismo, idealmente ricollegata all’antica Roma pagana e incarnata dalla massoneria. L’obiettivo era quello di sovvertire la costituzione medesima della Chiesa, indicata da alcuni come un «vecchio cancro» dell’Italia, e sradicare il cattolicesimo dall’Italia, progetto che trova continuità nelle forze laiciste attive dopo la Seconda Guerra Mondiale. Anche il ritorno di atteggiamenti anticlericali — l’anti-clericalismo è sempre il preludio dell’anti-cristianesimo — nel dibattito politico nazionale di questi ultimi tempi con un inquietante crescendo di toni e anche di azioni contro la Chiesa e il suo insegnamento, pone la domanda spontanea di si trovi nella nostra storia la sorgente di questo veleno apparentemente mai esaurito…

La risposta è facile: proprio in quello spirito anti-cattolico, di cui era colma l’ideologia e la prassi politica delle élites liberal-giacobine che hanno realizzato l’unificazione italiana.

 

 

25. L’unificazione amministrativa e la «piemon-tesizzazione»

 

Le leggi di unificazione amministrativa del 1865, i cui temi essenziali sono ripresi nelle riforme crispine del 1889-1890, passate alla storia come «seconda unificazione amministrativa», determinano un periodo lungo, di quasi trent’anni, in cui si definiscono e si stabilizzano gli assetti istituzionali dell’Italia unita e le sue caratteristiche. L’unificazione amministrativa operata sulla base delle leggi del 1859-1865 è stata criticata — e siamo così alla sesta ombra — da alcuni storici dell’amministrazione per non aver tenuto in nessun conto la legislazione e la fisionomia istituzionale non piemontese, giustificando così le accuse di autoritarismo e d’incomprensione degli interessi veramente nazionali.

Qui si colloca il controverso tema della «piemontesizzazione»: la modernità è identificata infatti dai nuovi governanti esclusivamente con il modello del Piemonte sabaudo e l’unificazione amministrativa è risultata quindi il prodotto di un’iniziativa dall’alto insensibile alla ricerca di una nuova sintesi costituzionale dei molteplici apporti delle diverse Italie.

Del resto la già citata formula tutta ideologica secondo cui «fatta l’Italia» occorreva «fare gli italiani», certificava propriamente «[…] una funzione pedagogica attribuita allo Stato (e in concreto ai suoi apparati) di fronte a un giudizio senza appello sull’arretratezza del corpo sociale. Di fronte alle emergenze la classe dirigente di governo si auto-investe in quella che è stata definita “dittatura dei savi” o, più propriamente (sempre Stefano Jacini) un “lungo governo provvi-sorio”» [34]. Simbolico, in tal senso, è il destino di certi liberali napoletani che, dopo il 1861, «[…] si sentono come estraniati dal loro stesso paese, una volta ritornati dall’esilio» [35].

 

 

26. «Il Piemonte ha più da apprendere che da insegnare»

 

Ma anche diversi patrioti settentrionali della prima ora, come Cesare Giulini della Porta (1815-1862), ben presto non omisero di accusare di centralismo livellatore il nuovo Regno d’Italia. Il conte Giulini, che era stato membro del governo provvisorio di Lombardia, costituito il 22 marzo 1848 durante le Cinque Giornate di Milano, insieme a Gabrio Casati (1798-1873), presidente, e a Carlo Cattaneo (1801-1869), segretario, e nel 1862 era diventato senatore del Regno, «[…] nominato a Torino alla testa di una inutile commissione per i nuovi ordinamenti locali, scriveva alla moglie che, negli ordinamenti amministrativi, “il Piemonte ha più da apprendere che da insegnare”. Ma finiscono col prevalere le ragioni dell’emergenza» [36].

È bene ribadire che l’interesse per le vicende dalle quali questo paese ha tratto l’assetto amministrativo ancor oggi vigente, come ebbe a scrivere Gianfranco Miglio, non muove certo «[…] da una curiosità puramente storica, ma dalla convinzione che appunto tali ordinamenti non abbiano fatto buona prova e che la comunità statuale allora costituita sia tutt’altro che stabile e radicata» [37].

 

 

27. La legislazione del 1859, cardine dell’unifi-cazione amministrativa centralistica

 

È opinione largamente diffusa fra gli storici dell’amministrazione che le grandi leggi di unificazione amministrativa, perfezionate intorno al 1865, costituiscano soltanto il corollario di scelte e di decisioni maturate fra il 1859 e il 1861. E la legislazione del 1859, destinata a regolare uno Stato ampliato a tutta la Lombardia — con prospettive di ulteriore espansione all’Emilia e alla Toscana —, si caratterizza proprio «[…] per l’assenza di un tentativo di ripensamento istituzionale, che tenga conto delle diverse esperienze degli antichi Stati. Si detta così in qualche modo lo stile della successiva legislazione di unificazione, lasciata, sotto la spinta dell’emer­gen­za, all’iniziativa del governo, senza alcun dibattito parlamentare o ripensamento istituzionale» [38].

La caratteristica della vicenda italiana è tuttavia che quello che appare prima facie contraddittorio tende poi ad «aggiustarsi» e a «comporsi» in sede di applicazione, in un «pratico miscuglio istituzionale», caratterizzato da una molteplice e informale serie di relazioni fra governo, parlamento e amministrazione, fra centro e periferia, fra politica e amministrazione, che disegnano un equilibrio che ha la caratteristica di essere sempre percepito come precario, quando non denunciato come «corrotto».

La legge del 20 marzo 1865, n. 2245, sulla unificazione amministrativa del Regno reca sotto forma di allegati le leggi: (a) comunale e provinciale; (b) di pubblica sicurezza; (c) sulla sanità pubblica; (d) sul Consiglio di Stato; (e) sul contenzioso amministrativo; e (f) sulle opere pubbliche. La legge comunale e provinciale del 1865 poco innova rispetto al 1859: viene confermato il quadro delle circoscrizioni, archiviando qualsiasi velleità razionalizzatrice e il sistema di designazione dei vertici e di elezione dei consigli: si ha solo un modesto allargamento del suffragio. La conferma della presidenza dell’esecutivo delle amministrazioni provinciali da parte del prefetto, e il rafforzamento dei poteri del sindaco, sempre di nomina regia, sono funzionali al controllo e al circuito dell’accentramento.

 

 

28. L’eccellenza amministrativa lombardo-veneta e il «ripensamento» di Cavour

 

Inizialmente, come ha evidenziato Roberto Ruffilli, Cavour parve intenzionato a rispettare e valorizzare l’esperienza amministrativa del Lombardo-Veneto asburgico, lasciando con il Regio Decreto dell’8 giugno 1859, n. 4325, alla Lombardia la sua organizzazione e la sua legislazione amministrativa tradizionale, sia pure con talune modifiche, sulla base della normativa piemontese.

Fattore determinante nella scelta cavouriana «[…] era la convinzione, chiaramente espressa all’interessato, della superiorità delle istituzioni lombarde rispetto a quelle piemontesi, sul piano della liberalità e dell’efficienza» [39]. È significativa, da questo punto di vista, l’estensione, realizzata da Cavour, col successivo Regio Decreto del 15 giugno 1859, dell’organizzazione amministrativa lombarda alle province modenesi e parmensi in via di annessione allo Stato sardo: «Ciò mette in luce come anche lo statista piemontese, là dove non avvertiva l’esigenza politica di evitare turbamenti della realtà in atto, tendesse a lasciar cadere l’apparato amministrativo tradizionale e a sostituirlo con uno ritenuto più idoneo a consolidare gli equilibri del nuovo regime, oltre che più conforme ai principi liberali e dell’efficienza amministrativa» [40].

La gran parte dei successori dello statista piemontese, però, non perseverò nel riconoscimento delle particolarità amministrative dell’ex Stato, operando la definitiva estensione all’intero regno della legislazione «piemontese». La tendenza propria del primo governo successivo a Cavour, presieduto nel 1862 da Urbano Rattazzi, e in generale quella di tutta la Sinistra parlamentare, soprattutto per convinzioni derivanti dalla propria peculiare formazione ideologica e politica, fu senza esitazione per una unificazione amministrativa del Paese sulla base di leggi uniformi di conio piemontese: Scrive Roberto Ruffilli: «Contemporaneamente la tendenza rattazziana si ricollega anche ad una peculiare visione per così dire “liberal-autoritaria” dell’organizzazione dello Stato e della pubblica amministrazione. Si trattava in sostanza della visione cara a gran parte della Sinistra piemontese e fondata sulla lezione della rivoluzione francese, filtrata attraverso l’esperienza napoleonica anche italiana,[…] nell’ambito comunque sempre di una guida dall’alto delle masse popolari» [41].

In tutto il Mezzogiorno fu quindi abrogato il diritto consuetudinario a favore del Codice di diritto civile piemontese. I contadini, che aveva­no favorito nella prima parte della guerra la caduta del regime borbonico, si accorsero che i vantaggi del nuovo regime andavano a quelle categorie borghesi, che ora si apprestavano a godere i frutti della vittoria. Tutti, infine, si accorsero che la tassazione era ben più esosa delle tassazioni esistenti prima dell’arrivo dei liberatori e alcuni cominciarono a rimpiangere l’antica situazione.

Poiché non fu previsto alcun gradualismo nell’integrazione delle varie regioni italiane, avvenne che un nord relativamente avanzato si trovò a espandere il mercato dei propri prodotti in un sud arretrato i cui prodotti non erano difesi da dazi protettivi.

A ciò si associò fin da subito una propagandistica rappresentazione idilliaca della nuova realtà e, per diametro, la sistematica denigrazione, oltre ogni immaginazione, di tutto quel che c’era prima. Come ha riconosciuto di recente anche uno storico meridionale, Giampaolo D’Andrea, attualmente senatore nelle fila della sinistra italiana, la «Sinistra storica», così facendo, «[…] ritenne di rafforzare il consenso allo Stato sabaudo attraverso l’impietosa delegittimazione di tutta l’eredità del regno Borbonico, persino per gli aspetti per i quali si era limitato a preservare gli effetti delle riforme introdotte nel decennio napoleonico» [42].

 

 

29. Alcune luci nell’impianto amministrativo italiano dopo l’Unità

 

(a) Il controllo e la «giustizia nell’amministra-zione»

 

Fra le luci dell’unità d’Italia, nel senso delle buone prassi e culture amministrative introdotte nella gestione della cosa pubblica dai «piemontesi», si possono innanzitutto annoverare una maggiore attenzione alla buona amministrazione e all’esercizio rigoroso delle funzioni statali. Ciò, naturalmente, era assicurato con il mezzo che più era confacente alla classe dirigente sabauda: la sanzione e il controllo. La maggiore innovazione della Legge del 13 novembre 1859, n. 3746,  sull’amministrazione centrale, per esempio, che aveva essenzialmente il compito di ridefinire gli organici, fu infatti l’introduzione del «ruolo ispettivo», così da aumentare le aspettative di carriera da un lato e dall’altro rafforzare il controllo sistematico e capillare dell’azione amministrativa. Altrettanto rilevante è la legge del 30 ottobre 1859, n. 3706,  sul Consiglio di Stato, che ne allarga le competenze al contenzioso, riformando il vecchio sistema imperniato sulla Camera dei Conti, di cui eredita alcune competenze, lasciando quelle sulle controversie e il controllo contabile alla Corte dei Conti. Quest’ultima, istituita con la Legge del 30 ottobre 1859, n. 3707, sarà definitivamente istituzionalizzata nel 1862, con il compito di esercitare il controllo preventivo su tutti gli atti normativi comportanti spesa e sui decreti reali, riferendo inoltre al Parlamento sulla «parificazione» del rendiconto generale dello Stato.

 

(b) La pubblica istruzione

 

Altro elemento positivo portato nell’ordinamento italiano da quello precedente sardo riguarda la scuola statale. La Legge n. 3725/1859 sulla pubblica istruzione, passata alla storia con il nome del ministro, il già citato conte Gabrio Casati, creò infatti un sistema di istruzione su tutti i gradi, riprendendo i tratti del modello tedesco: una scuola elementare obbligatoria e, quindi, una biforcazione in ginnasio-liceo e scuola tecnica-istituto tecnico, o scuola normale, per la formazione dei maestri. Solo il ginnasio-liceo, da cui si accedeva a qualsiasi facoltà universitaria, era a carico dello Stato. Le altre scuole restavano a carico degli enti locali: l’onere e l’organizzazione amministrativa delle elementari erano affidati ai comuni. A parte l’inevitabile — in relazione al già descritto atteggiamento dei risorgimentali nei confronti della Chiesa e della religione cattolica — spinta laicizzatrice e anti-religiosa del nuovo regime scolastico, suoi apprezzabili punti di forza potevano essere identificati per un verso in «[…] un’estrema attenzione verso l’istruzione superiore, considerata la fucina delle future classi dirigenti; per altro verso il rilievo dato all’istruzione primaria con l’affermazione del principio dell’istruzione elementare obbligatoria gratuita. Il cardine dell’istruzione era costituito dalle materie umanistiche, latino e greco in primis, a immagine di quanto accadeva in Germania» [43].

 

(c) La razionalizzazione e la codificazione nor-mativa

 

La legge del 2 aprile 1865, n. 2248, autorizzò a pubblicare «i codici e le leggi complementari», che si succederanno in rapida sequenza, a eccezione del Codice penale, che verrà pubblicato nel 1889.

 

(d) L’introduzione delle prime tecniche di gestione del personale e della «scienza dell’amministra-zione»

 

Il senso della gerarchia è «istituzionalizzato» con la riforma delle carriere amministrative — realizzata con vari provvedimenti all’inizio degli anni 1870 —, che sviluppò anche le prime tecniche di gestione del personale: Scrive Francesco Bonini: «Nelle prove concorsuali continua a prevalere la richiesta di un’ampia cultura generale, con attenzione anche alla conoscenza delle lingue. Nello spazio di poco meno di un decennio, tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta si compie la stagione della “scienza dell’amministrazione” come tentativo di definire una disciplina autonoma, pensata come funzionale al processo di sviluppo dell’ammini­stra­zione e dunque dello Stato. Studiosi di formazione giuridica, come Carlo Francesco Ferraris [(1850-1924)], si pongono il problema di allargare gli orizzonti e disegnare una scienza dell’amministrativa come scienza generale dello Stato e della società» [44].

 

(e) Un’amministrazione centrale «leggera» ed efficiente

 

I numeri dell’amministrazione centrale, ancora nel 1877 — quindi dopo diversi anni dal trasferimento della capitale a Roma —, sono più contenuti, 3.211 unità, che nell’insieme degli Stati preunitari dove assommavano a 3.245.

Per quanto riguarda invece gli impiegati pubblici nel complesso, al 31 dicembre 1877, gli organici dell’amministrazione del Regno d’Italia sono di 67.505 impiegati contro i 44.109 di tutte le amministrazioni preunitarie. L’amministrazione dell’unificazione — e della seconda unificazione — presenta quindi organici contenuti, «[…] sostanzialmente inferiori, evidentemente in termini percentuali comparati, non solo a quelli della Francia (che resta il Paese più amministrato), ma anche ad esempio del Belgio. La qualità della documentazione prodotta da questa burocrazia dei piccoli numeri, che oggi diventa fonte non solo e non tanto di storia amministrativa, ma della storia generale dell’Italia unita, resta di prim’ordine, offrendo un contributo essenziale all’unifi-cazione» [45].

 

 

30. Conclusione: la ricchezza che residua è la «nazionalità spontanea»

 

L’Italia, dopo l’Unità, ha patito un violento attacco al suo ethos da parte di forze intenzionate a costruire un potere culturale e tendenzialmente «religioso», da contrapporre all’autorità spirituale, da sempre incarnata dalla Chiesa cattolica, e alla tradizione civile degl’italiani. Queste forze, però, benché dotate di tutti i mezzi propagandistici e pedagogici dello Stato moderno e sulla distanza di ormai quasi un secolo e mezzo, non sono ancora riuscite a realizzare il loro proposito, pur determinando un esito che si può definire quanto meno «confusionale». Oggi residua quella senso di «nazionalità spontanea», di cui ho fatto cenno e che — in una fase caratterizzata da un abbassamento del rilievo del momento territoriale, e in cui il rapporto fra uomo e uomo è destinato a diventare di nuovo primario — necessita di essere «rivestita» politicamente in modo nuovo e adeguato. Il superamento dello Stato burocratico e accentratore non implica soltanto la demistificazione dell’idea di nazione affermatasi negli ultimi due secoli, ma anche la rinascita, o il rinvigorimento, delle forme di nazionalità spontanee che lo Stato nazionale moderno soffoca o riduce a strumenti ideologici al servizio del potere politico, e quindi, bisogna auspicare il ritorno di quegli autentici valori comunitari di cui l’ideologia nazionale si è appropriata trasformandoli in sentimenti gregari.

Del resto le contraddizioni e anomalie insite nel recente dibattito sul federalismo confermano «[…] che in causa non è solo “la forma di organizzazione” del Paese, bensì la “forma di unità”» [46]. Perciò, senza indulgere a nostalgie fuori luogo, da parte di chi, a livello culturale, ha un ruolo, anche se non immediatamente visibile, come può essere quello di un insegnante o di un saggista, occorrerà prima di tutto conoscere la storia di tutti gli italiani. Solo così, infatti, sarà possibile porre le premesse di quella riconciliazione nazionale, di cui, a partire dal secondo dopoguerra, si va ancora in cerca.

Facendo ciò ci si potrà rivolgere anche alla lezione di quei «vinti» del Risorgimento che, pur essendo passati tanti anni, non cessano di essere i contemporanei di chi non si accontenta del conformismo e dell’incultura dominante nella nostra sradicata e sradicante società consumistica e di massa. Così scriveva — e sarebbe bene far nostre oggi le sue parole — il conte Solaro della Margarita a proposito dell’antico regime: «Serve la patria chi pacatamente descrive i fatti di una epoca, al dir d’ogni gente, per noi gloriosa, non adoperando ingiurie contro chi ne malmena i fasti, non attizzando gli odii, ma tentando preservar gli incauti dalle funeste aberrazioni di chi contamina il nome di libertà, ed è capital nemico di ogni forma di civil governo» [47].

 



[1] Francesco Pappalardo, La cultura politica italiana preunitaria e il concetto di «nazione spontanea», in Cristianità, anno XXVI, n. 273-274, gennaio-febbraio 1998, pp. 13-18 (p. 14).

[2] Fëdor Michajlovic’ Dostoevskij, Diario di uno scrittore, ed. it. a cura di Ettore Lo Gatto, Sansoni, Firenze 1981, 1877, Maggio-Giugno, pp. 925-926.

[3] Cit. in Risorgimento italiano tra ideali unitari e persecuzione della Chiesa, in notiziario quotidiano elettronico dell’agenzia d’informazione Zenit, del 18-5-2005 (resoconto del convegno omonimo, Università Europea di Roma, 16-5-2005, consultabile all’indirizzo web  <http://­www.zenit.org/­italian/visualizza.php?sid=4623>).

[4] Per una disamina del rapporto fra lo Statuto del 1848 e i provvedimenti di unificazione amministrativa del 1859-1860, cfr. Antonino Pensovecchio Li Bassi, Il biennio dell’unificazione italiana e lo Statuto albertino, in Nuove autonomie, anno XIII, n. 5-6, 2004, pp. 723-736.

[5] Cfr. Fausto Brunetti, Il pensiero e l’azione de «Il Nazionale», Firenze Libri, Firenze 1997.

[6] Roberto Ruffilli, Problemi dell’organizzazione amministrativa nell’Italia liberale, 1971, in Istituzioni, società, Stato. Scritti di politica e di storia di Roberto Ruffilli, 3 voll., il Mulino, Bologna 1989, vol. I, Il ruolo delle istituzioni amministrative nella formazione dello Stato in Italia, a cura di Maria Serena Piretti, pp. 365-395 (p. 366).

[7] Aldo Servidio, L’imbroglio nazionale. Unità e unificazione dell’Italia, Guida, Napoli 2002, pp. 14-15.

[8] Ibid., p. 15.

[9] A. Servidio, op. cit., p. 17.

[10] Ibidem.

[11] Francesco Bonini, Storia della pubblica amministrazione in Italia, Le Monnier, Firenze 2004, p. 14.

[12] Alessandro Truini, Federalismo e Regionalismo in Italia e in Europa. Centro e periferie a confronto, 2 voll., Cedam, Padova 2003, vol. I, Principi e modelli, p. 457.

[13] R. Ruffilli, La questione del decentramento nell’Italia liberale, in Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico, n. 17, Giuffré, Milano 1988, pp. 299-316 (p. 299).

[14] Stefano Zecchi, Ieri i Savoia, oggi l’Europa: la Storia si ripete, in il Giornale, 27-2-2005.

[15] Ibidem.

[16] Cfr. a tal proposito il mio Libertà ed identità religiosa nell’Unione europea. Tra «Carta di Nizza» e Trattato costituzionale, con una Presentazione dell’on. Mario Mauro, Edizioni Solfanelli, Chieti 2006.

[17] Cfr. Alessandro Taradel, Alcune caratteristiche di sviluppo della burocrazia italiana dal 1861 ai giorni nostri, Giuffré, Milano 1964.

[18] F. Pappalardo, art. cit., p. 16).

[19] A. Truini, op. cit., vol. I, p. 452.

[20] Ibid., p. 454.

[21] Ibid., p. 455.

[22] R. Ruffilli, Governo, parlamento e correnti politiche nella genesi della legge 20 marzo 1865, 1969, in Istituzioni, società, Stato. Scritti di politica e di storia di Roberto Ruffilli, cit., vol. I, p. 283.

[23] Clemente Solaro Della Margarita, Memorandum storico-politico (1835-1847), 1852, 2a edizione, Fratelli Bocca, Torino 1930, pp. 466-467.

[24] Cfr. il mio Santi Romano e la formazione del «Regno d’Italia», in Nova Historica. Rivista internazionale di storia, anno III, n. 9, gennaio-marzo 2004, pp. 114-128.

[25] Silvano Montaldo, «Il 1860 ha veduto il formarsi dell’unità italiana, il 1861 deve vederla compiuta», in Silvia Cavicchioli; Sabina Cerato; e S. Montaldo, Fare l’Italia. I dieci anni che prepararono l’unificazione, Carocci, Roma 2002, pp. 111-119 (p. 96).

[26] Cfr. Enrico Zamuner (a cura di) La formazione dello stato italiano. I-Il Risorgimento, Giappichelli, Torino 2002, doc. n. 2.5.8, p. 181.

[27] Alberto Miele, Presentazione, in E. Zamuner (a cura di), op. cit., pp. XI-XV (pp. XIII-XIV).

[28] S. Montaldo, op. cit., p. 112.

[29] Cit. in Charles Terlinden [visconte (1878-1972); presidente della Commissione Reale Belga di Storia], La reconnaissance du Royaume d’Italie par la Belgique, in Mélanges offerts a Henry Pirenne, Bruxelles 1926, p. 503; traduzione mia). Sull’argomento cfr. anche Michel Dumoulin, La reconnaissance du Royaume d'Italie par la Belgique en 1861, in Revue d’Histoire Diplomatique, anno IIIC, 1983, pp. 145-164.

[30] F. Pappalardo, art. cit., p. 18.

[31] Cfr. il mio La Rivoluzione italiana ed i moti antireligiosi del 1848, in Nova Historica. Rivista internazionale di storia, anno V, n. 15, gennaio-marzo 2006; nonché Angela Pellicciari, L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 2000; ed Eadem, Risorgimento da riscrivere. Liberali & massoni contro la Chiesa, Ares, Milano 1998.

[32] Si pensi soprattutto a quanto accadde a Roma durante la Repubblica Romana del 1849: sul punto cfr. il mio Uno storico della Roma di Pio IX. La vita e le opere di Giuseppe Spada (1796-1867), in Annali Italiani. Rivista di studi storici, Milano, anno I, n. 1, gennaio-giugno 2002, pp. 68-143; nonché le considerazioni sul garibaldinismo in Molise in mons. Andrea Gemma, vescovo di Isernia-Venafro, Lettera aperta al Presidente della Repubblica, in Notiziario. Diocesi di Isernia-Venafro, anno XVIII, n. 11, Isernia 30-11-2001, pp. 39-40 (ripreso con il titolo In tema di Risorgimento. Lettera aperta al signor Presidente della Repubblica, dottor Carlo Azeglio Ciampi, in Cristianità, anno XXX, n. 309, gennaio-febbraio 2002, p. 19).

[33] Ettore Passerin d’Entrèves, L’incontro fra le due Italie, in Nicola Raponi (a cura di), Dagli stati preunitari d’antico regime all’unificazione, il Mulino, Bologna 1981, pp. 503-531 (p. 510).

[34] F. Bonini, op. cit., p. 26.

([35]) E. Passerin d’Entrèves, op. cit., p. 505.

[36] F. Bonini, op. cit., p. 14.

[37] Gianfranco Miglio, Le contraddizioni dello stato unitario, in N. Raponi (a cura di), op. cit., pp. 555-569 (p. 556).

[38] F. Bonini, op. cit., p. 12.

[39] R. Ruffilli, Governo, parlamento e correnti politiche nella genesi della legge 20 marzo 1865, cit., pp. 276-277.

[40] Ibid., p. 278.

[41] Ibid., p. 280.

[42] Giampaolo D’Andrea, Prefazione, a A. Servidio, op. cit., pp. 7-11 (p. 9).

[43] Roberto de Mattei, L’identità culturale come progetto di ricerca, liberal, Roma 2004, p. 37.

[44] F. Bonini, op. cit., p. 38.

[45] Ibid., p. 39.

[46] G. D’Andrea, Prefazione, cit., p. 10.

[47] C. Solaro della Margarita, op. cit., pp. XI-XV.


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