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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


inserito il 3 ottobre 2006


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Andrea Gemma F.D.P.
Vescovo emerito di Isernia-Venafro




Lettera aperta al Presidente della Repubblica [Carlo Azeglio Ciampi]
del 15 novembre 2001


Signor Presidente, perdoni l’iniziativa, che so attuata anche da altri e ciò mi conferma nella necessità di levare la voce perché certi luoghi comuni, ormai diventati insopportabili, non continuino ad ingannare i semplici.

Partecipavo con gioia ed intima partecipazione alla «festa dell’unità d’Italia e delle forze armate» il 4 novembre scorso. Avevamo insieme pregato in Cattedrale — anche per Lei signor Presidente — e ci eravamo recati al monumento ai caduti in una mattinata piena di sole.

Tutto bello, tutto coralmente sentito, compreso l’inno nazionale d’Italia. Poi, la doccia fredda: il suo messaggio, signor Presidente. Alti pensieri, nobili richiami, doverosa partecipazione. In questo contesto tanto elevato, l’accenno al Risorgimento e, addirittura, a quel Garibaldi che, creda, ad Isernia, è tristemente famoso, insieme alle sue truppe mercenarie.

Ah, no, signor Presidente, quel richiamo a una storia, per fortuna quasi dimenticata, è stato proprio fuori luogo.

Creda — e glielo dice un pastore della Chiesa cattolica — nessuno di noi vuole tornare indietro di centocinquant’anni, se non altro per non riaprire le piaghe sanguinanti; nessuno di noi vuole ripristinare il regno di Napoli e la dinastia borbonica, dalla quale peraltro il Sud ha ricevuto grandi benefici; nessuno di noi vuole rimettere in piedi lo Stato pontificio, sottratto al legittimo sovrano, con guerra non dichiarata e quindi contro lo ius gentium, plurisecolare; nessuno di noi vuole frazionare l’Italia (semmai ci penserà qualche porzione della nostra classe dirigente); ma nessuno ci potrà convincere della bellezza esaltante di un’azione che a suo tempo, tutta l’Europa, per non dire il mondo intero, ha stigmatizzato coralmente; nessuno potrà accettare l’accomodante esaltazione di un avventuriero armato che con le sue truppe mise a ferro e fuoco le pacifiche zone del Sud, tra cui la mia città episcopale. Le teste tagliate degli iserniani esposte al pubblico ludibrio sono su stampe e documenti dell’epoca che Ella stessa potrà reperire.

Nessuno di noi vuole rivangare il passato, signor Presidente, soprattutto un tale passato. Non lo può fare nemmeno Lei, travisando la storia.

Su casi del genere gli antichi nostri avi dicevano saggiamente: «Parce sepultis!».

Per carità, signor Presidente, non ci costringa a tirar fuori dagli armadi del cosiddetto «risorgimento» certi scheletri ripugnanti.

Cerchiamo insieme di costruire un’Italia migliore, insieme ai nostri giovani, i quali conoscono la storia e guardano al futuro, senza ripristinare insopportabili travisamenti di una storia che ormai i più avveduti conoscono. Le suggerisco, al riguardo, la lettura di un simpatico libro di una giovane studiosa d’Italia: [Angela Pellicciari,] Risorgimento da riscrivere [. Liberali & massoni contro la Chiesa, con prefazione di Rocco Buttiglione e postfazione di Franco Cardini, Ares, Milano 1998].

E poi, appena sarà pronto, Le invierò, in omaggio per la sua segreteria, un libro che un mio presbitero ha scritto e per il quale ha già ottenuto un plauso internazionale.

Lasci stare il «risorgimento», signor Presidente, e parliamo insieme di «rivincita» morale, civile, religiosa che la nostra Italia merita e di cui tutti, insieme, vogliamo essere artefici operosi, senza nostalgie per un passato non troppo antico, che ha assai poco da insegnarci.

Perdoni l’ardire, signor Presidente, ma non potevo tenermi dentro quanto qui Le ho semplicemente accennato. «Nessun silenzio comprato!» — è uno dei miei motti preferiti.

Con deferente ossequio, La saluto.

(Documento trascritto da Notiziario. Diocesi di Isernia-Venafro, anno XVIII, n. 11, Isernia 30-11-2001, pp. 39-40, dove è comparso con il titolo Lettera aperta al Presidente della Repubblica. La data è stata fornita dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della diocesi. Inserzioni fra parentesi quadra e titolo redazionali).

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