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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale





Oscar Sanguinetti

«STUDI STORICI» SULLE INSORGENZE POPOLARI NELL’ITALIA RIVOLUZIONARIA E NAPOLEONICA


1. PREMESSA 

Il numero di aprile-giugno 1998 della rivista trimestrale Studi Storici, organo dell’Istituto Gramsci di Roma, è interamente dedicato a Le insorgenze popolari nell’Italia rivoluzionaria e napoleonica (1). 

Il fascicolo, che si apre con il saggio Introduzione. La questione delle insorgenze italiane (pp. 325-348) di Anna Maria Rao — docente presso l’Università di Napoli Federico II, membro del comitato di direzione della rivista e coordinatrice dell’iniziativa —, presenta un insieme di monografie di studiosi di varia estrazione — anche se di comune orientamento di fondo —, dedicate a episodi e a momenti particolarmente significativi delle insorgenze popolari verificatesi in Italia nel periodo del dominio napoleonico, fra il 1796 e il 1815. 

L’ordine di presentazione è quello geografico. S’inizia infatti con uno studio sulle insorgenze delle province lombarde già sotto il dominio veneto, per proseguire con un saggio volto a individuare tratti comuni fra l’insorgenza veronese del 1797 — le cosiddette «Pasque Veronesi» — e fenomeni coevi simili, a sfondo sociale, verificatisi nel Regno di Sardegna. Seguono uno studio sui moti agrari del Piemonte meridionale nel 1797 e due lavori rispettivamente dedicati all’insorgenza ligure del 1797 e a quella romagnola del 1796-1797. La rassegna include poi l’analisi di alcuni aspetti di quelle che possono essere considerate le manifestazioni più significative e complesse della resistenza italiana contro la Rivoluzione francese, ovvero il movimento del Viva Maria! in Toscana, l’insorgenza del Lazio — che comprende anche un esame della politica di Papa Pio VII (1799-1821) nei confronti degli insorgenti dopo la fine della Repubblica Romana e il ritorno del Pontefice a Roma — e la grande rivolta sanfedista nel Regno di Napoli, tutte del 1799. 

2. ESPOSIZIONE 

Nello studio introduttivo la Rao mette innanzitutto in rilievo l’ampiezza delle «resistenze e insurrezioni contro la rivoluzione e la repubblicanizzazione della penisola» (p. 330), individuandone le cause in alcune motivazioni di medio e lungo periodo — la crisi economica e sociale della seconda metà del secolo XVIII, la limitazione delle proprietà ecclesiastiche e le conseguenti ripercussioni sulle tradizionali forme di assistenza, la riduzione delle autonomie locali, l’attaccamento alle tradizioni religiose, minacciate dal riformismo illuministico e dalla rivoluzione — e in motivi più immediati, legati alle circostanze dell’invasione e dell’occupazione francesi. Si sofferma quindi su due elementi — «la diffusione delle insorgenze sull’insieme del territorio nazionale» (p. 331) e l’assenza di una conflittualità di classe fra contadini «sanfedisti» e borghesia «giacobina» — che ribaltano alcuni luoghi comuni della storiografia, per concludere che «[...] dai saggi che si presentano l’insorgenza emerge in tutta la sua irriducibile complessità di fenomeno fortemente differenziato nello spazio e nel tempo» (p. 341). 

Lo studioso vicentino Paolo Preto — professore ordinario di Storia Moderna nell’università di Padova — ricostruisce in Le valli bergamasche e bresciane fra democratizzazione e rivolta antigiacobina (pp. 349-366) gli avvenimenti del 1797 nelle province venete più occidentali, dalla dichiarazione di neutralità del governo veneziano e dalla sollevazione di nuclei giacobini prima a Bergamo e poi a Brescia — entrambe «democratizzate» con la forza —, all’invasione francese del territorio della Repubblica di Venezia, ai soprusi dell’occupazione e alla forzata inerzia delle truppe di San Marco, alla montante collera dei contadini, che esplode nel marzo 1797. In quel mese le Valli bergamasche — Seriana, Cavallina, Gandino e altre — e quelle bresciane — Camonica, Trompia e Sabbia —, unitamente alle popolazioni della riviera gardesana occidentale — in particolare della zona di Salò, un tempo indipendente —, dopo solenni giuramenti formulati nel corso delle tradizionali assemblee comunitarie, si sollevano coralmente contro le città «rivoluzionate» fino a scontrarsi con le neonate milizie «italiche» e con i francesi, dopo avere coltivato inizialmente l’ingenua illusione di regolare i conti con i giacobini nella neutralità dell’esercito occupante. Fa parte del quadro anche la cruda repressione perpetrata dalle truppe franco-bresciane — rinforzate da volontari accorsi da altre città italiane, come per esempio Pavia, di recente «democratizzate» — contro i contadini insorti: oltre al cannoneggiamento di Salò dalla parte del lago, vi furono, come rappresaglia, il saccheggio e l’incendio di diversi borghi della montagna bresciana, quali Nozza, Vestone, Barghe e Lavenone. Nel saggio, che offre una ricca bibliografia, rimangono in ombra i moventi religiosi dell’insurrezione, mentre, fra le cause, viene dato il massimo risalto al legittimismo e alla difesa degli statuti locali da parte delle comunità rurali, preoccupate di perdere autonomia di fronte al nuovo regime a prevalente base cittadina. Nel finale Preto, ampliando la visuale all’insieme dei territori veneti, ritiene di diluire ulteriormente la caratterizzazione ideologica dell’insorgenza studiata, ponendo l’accento sulla cronicità dei tumulti a sfondo annonario, antifeudali e contro il governo verificatisi nelle province venete nel corso del Settecento, ma non sottovaluta il carattere politico dei moti del 1797: le popolazioni, scrive, «[...] questa volta non tumultuano per la fame ma per difendere le loro autonomie» (p. 365), ovvero l’antico regime nel quale hanno vissuto per secoli. 

L’accento sul tema economico-agrario è posto anche da Gian Paolo Romagnani — ricercatore all’università di Verona, docente di Storia della Storiografia — in un saggio che, nonostante il titolo — Dalle «Pasque veronesi» ai moti agrari del Piemonte (pp. 367-400) —, è dedicato esclusivamente ai moti veronesi del 1797 e solo nelle conclusioni ipotizza — riferendosi però ad altri studi — un’unica matrice per le insorgenze dell’Italia settentrionale durante il Triennio. Dopo una sintesi delle linee storiche e politiche dell’invasione francese dell’Alta Italia, lo studio traccia un profilo — che include anche una rassegna della storiografia sulla vicenda dall’Ottocento a oggi (2) — dell’insurrezione veronese, che viene ricondotta alla crisi agricola che caratterizza il Veneto alla fine del Settecento e alle tensioni sociali che ne derivano, acuite entrambe dalla rapace presenza delle armate francesi. La tesi di fondo dello studioso è che esistono cause di un disagio economico-sociale generale che si esprime in moti antifrancesi là dove sono presenti le armi straniere e si scaglia invece contro le autorità tradizionali, la monarchia e i feudatari, là dove i francesi sono assenti — o solo parzialmente presenti, a presidio di città sedi di fortezze —, come nel caso del Piemonte dopo l’armistizio di Cherasco dell’aprile 1796. Romagnani ammette peraltro che una lettura politica dei moti piemontesi sarebbe fuorviante, essendo prodotto di una pluralità di fattori, nonché che «[...] in Italia [...] i moti agrari sono una conseguenza diretta della guerra» (p. 398), ovvero dei contraccolpi arrecati dalla stessa a una situazione economico-sociale già critica. Con ciò ricollega quindi le insorgenze piemontesi del 1797 ai drammatici mutamenti indotti — se non da riforme di struttura, ancora da realizzare — dalla guerra rivoluzionaria condotta dall’armata francese, con le sue sfrenate requisizioni militari e con il suo inaudito drenaggio di risorse finanziarie, oltre che artistiche e religiose. Il ventaglio delle cause viene ampliato, considerando anche che «[...] caratteristica del caso italiano è [...] l’insofferenza di molti centri minori nei confronti dei centri maggiori» e che «[...] non va infine trascurato il fattore psicologico [...] nel determinare il comportamento delle masse» (pp. 398-399). Lo studio contiene anche un parallelo fra la Vandea francese e l’Insorgenza italiana — che si dice avanzato soprattutto dagli ambienti che hanno celebrato il bicentenario dell’Insorgenza —, che pare alquanto avventato, in quanto attribuisce alla Vandea connotati di rivolta sociale e all’Insorgenza italiana una minore rilevanza rispetto alla prima.  

Al Piemonte è dedicato anche l’ampio saggio di Blythe Alice Raviola — dottoranda in Storia della Società Europea all’università di Torino —, Le rivolte del luglio 1797 nel Piemonte meridionale (pp. 401-448), che, partendo dagli studi di Giuseppe Ricuperati (3) e grazie a un’accurata ricerca di archivio, ricostruisce capillarmente i tumulti e i veri e propri moti che, a causa del rincaro dei prezzi dei generi alimentari di base, oppose le comunità di villaggio del Piemonte meridionale — il Cuneese e l’Astigiano, con propaggini nell’Alessandrino e nel Monferrato — alle autorità sabaude e ai feudatari locali. Il lavoro rivela episodi e aspetti poco noti della vicenda e si situa su una linea interpretativa decisamente socio-economica, che però tiene equilibratamente conto dell’autentica portata dei moti, nonché della difficoltà dell’«innesto» da parte delle avanguardie giacobine piemontesi sulle popolazioni insorgenti, la cui ricezione delle parole d’ordine rivoluzionarie è limitata e che conservano una sostanziale fedeltà alla monarchia e al regime signorile. 

Sulle rivolte di Genova e delle valli liguri orientali — Bisagno, Sturla, Aveto, Fontanabuona, Vara, Magra, con propaggini nella Val Trebbia e nei feudi imperiali verso la Val Scrivia e l’Alessandrino —, che si manifestano a due riprese, rispettivamente nel maggio-giugno e nell’agosto-settembre 1797, verte il saggio di Giovanni Assereto — professore associato di Storia Moderna nell’università di Genova — I «Viva Maria» nella Repubblica ligure (pp. 449-472). Più che descrivere i fatti il lavoro sembra inteso a evidenziare e ad affrontare le questioni suscitate dalla reazione della popolazione ligure, mettendo in primo luogo in luce la diversità fra la prima fase dei moti e quella, più intensa e significativa, che segue alla promulgazione della costituzione democratica. L’ipotesi della sobillazione nobiliare e clericale non viene esclusa, ma viene ridimensionata rispetto alla forza con cui l’ipotesi fu portata avanti in primo luogo dai francesi e poi da numerosi storici «progressisti», dimostrando come i processi susseguenti alla repressione, nonostante che i giacobini tornati al potere instaurino un «clima da caccia alle streghe» (p. 465), e pur avendone i mezzi e l’intenzione, non individuino né puniscano alcun nobile o prelato. Viene anche discusso il legame, individuato da alcuni studiosi, con la rivolta antiaustriaca del 1746 — quella di Giovanni Battista Perasso (1729-1781), detto «Balilla» —, nonché il carattere collettivo e corale — le autorità locali prendono la testa delle colonne di insorgenti — che evidenziano le rivolte delle valli. Altri nodi affrontati sono il differente atteggiamento fra Levante e Ponente — quest’ultimo tanto fedele alla Repubblica ligure da proporre di inviare proprie milizie per reprimere l’insorgenza del Levante —; la sostanziale refrattarietà popolare all’ideologia rivoluzionaria francese e la violenta avversione al giansenismo — particolarmente accentuata nella zona di Sarzana —, dopo la breve esperienza delle riforme religiose ispirate a monsignor Scipione de Ricci (1741-1809), vescovo di Pistoia e di Prato; infine, la breve durata del moto e lo stato di endemica agitazione nelle campagne, che si protrae fino agli anni del Regno: esemplare è il caso di Val Fontanabuona, nell’entroterra di Chiavari, che verrà definita dai francesi «la Vandea ligure». Saggio d’intonazione senz’altro differente rispetto ai primi della raccolta, perché vi sembrano meno operanti pregiudiziali teoriche. La sua condivisibile conclusione di fondo è che l’insorgenza ligure sarebbe stata una reazione difensiva scatenata dall’intera gamma di realtà che va comunemente sotto il nome di Antico regime — che nella Repubblica di Genova era rimasto sostanzialmente immune da riforme «illuminate» — di fronte a un tentativo di modernizzazione troppo rapido e dalle modalità disorientanti, come nel caso della missione dei preti «patriottici» giansenisti nelle valli. 

Il quadro che Valentino Sani — dottorando in Storia della Società Europea nell’università statale di Milano — in Le rivolte antifrancesi nel Ferrarese (pp. 473-494) traccia degli accadimenti del Ferrarese e della Bassa Romagna ha il pregio di spingersi fino agli anni del Regno napoleonico e ai fatti del 1809. Mentre emerge chiaramente che dal momento dell’invasione fino alla caduta della dominazione francese la zona non conosce soste nell’agitazione popolare, di essa si possono individuare quattro fasi ad «alta temperatura»: le insorgenze dell’estate 1796, la più nota e sanguinosa delle quali è quella di Lugo, che coinvolse anche Argenta e Cento; la sollevazione generale del 1799, al momento della temporanea espulsione dei francesi dall’Italia a opera delle truppe imperiali e russe, che vede la partecipazione di milizie d’insorgenti all’assedio di Ferrara e la conquista di Pontelagoscuro, importante emporio padano; le rivolte contro la coscrizione obbligatoria del 1802-1803 e 1805, quest’ultima culminata nella sommossa del borgo padano di Crespino, contro cui Napoleone usò una mano particolarmente pesante; e, infine, i moti nelle campagne conseguenti alla grande insorgenza tirolese del 1809, che interessano ampie aree della Valle Padana. La repressione di quest’ultima fu particolarmente sanguinosa, con 63 condanne a morte per «brigantaggio». L’ampio apparato critico comprende anche riferimenti a non pochi documenti di archivio. Secondo Sani, il Leitmotiv delle insorgenze ferraresi — peraltro «[...] fenomeno [non] valutabile in maniera univoca e omogenea» (p. 476) — sarebbero le croniche rivalità fra i municipi e la rivendicazione di privilegi e autonomie locali, aggravati da disagi e conflitti sociali originati da problemi economici. 

All’insorgenza toscana del Viva Maria! del 1799-1800 è dedicata la ricerca condotta da Claudio Tosi Il marchese Albergotti colonnello delle bande aretine del 1799 (pp. 495-532). Dopo avere svolto una breve ma utile rassegna della storiografia in argomento — senz’altro fra le meno esigue, confrontabile solo con quella relativa alla Santa Fede nel Regno di Napoli —, Tosi sostiene che non ci si debba concentrare oltre misura sugli aspetti economici e sociali dell’insorgenza toscana, ma piuttosto, come le più recenti tendenze storiografiche sembrerebbero confermare, dare — o ridare — spazio all’analisi di tematiche meno «tangibili», come la sfera della psicologia e delle credenze religiose, il sentimento d’identità collettiva, la mentalità e la sensibilità delle diverse e riccamente differenziate componenti della società di antico regime, come pure vanno approfondite le cause politiche, nel duplice aspetto strategico-internazionale e tattico-locale. In particolare andrebbe intensificata l’indagine sul ceto dirigente di un’insorgenza che presenta caratteri — per la durata e l’estensione, nonché per la presenza di un élite dirigente non improvvisata — nettamente diversi da quelli di altri movimenti. In questa prospettiva si situa la ricerca condotta da Tosi sulla figura del marchese Giovan Battista Albergotti (1761-1816), leader del moto aretino. Attraverso la ricostruzione della biografia del marchese e di alcuni membri della sua antichissima famiglia — quasi completamente schierata in quegli anni contro la Rivoluzione: solo un membro scelse infatti la militanza giacobina —, come il fratello Agostino (1755-1825), divenuto in seguito vescovo della sua città, lo storico si propone di inquadrare il comportamento della classe dirigente del Viva Maria!, nonché gli eventi di cui essa fu protagonista e le ragioni delle diverse scelte politiche e militari che essa dovette fare, rilevandone aspetti sicuramente sconosciuti che arricchiscono e illuminano l’intera vicenda dell’insorgenza. Emergono così, fra l’altro, l’accortezza politica e l’abilità militare del nobile toscano, nonché le doti umane e cristiane che condussero il governo provvisorio aretino e poi toscano da lui presieduto a instaurare rapporti da tempo sconosciuti fra potere e popolo, e fra le autorità sociali e i ceti umili. Il lavoro è munito di un nutrito apparato di note, che fanno riferimento a una varietà di fonti, fra cui l’archivio privato della famiglia Albergotti.  

Le premesse, le origini, e le vicende delle insorgenze a Roma e nello Stato Pontificio negli anni 1798-1799 costituiscono l’oggetto del lavoro di Massimo Cattaneo — dottore di ricerca presso l’università di Napoli Federico II — L’opposizione popolare al «giacobinismo» a Roma e nello Stato pontificio (pp. 533-568). In un rapido schizzo viene descritta in esordio la «battaglia delle idee» combattuta dagli ambienti pontifici ed ecclesiastici romani contro la Rivoluzione francese, anche se di questa propaganda viene esagerata alquanto la finalità, definita «terroristica», e sopravvalutata forse un po’ la portata, soprattutto se si pensa alla massiccia e pluridecennale operazione di propaganda messa in campo dall’avversario. L’efficacia della «profilassi» poliziesca attuata dal governo di Papa Pio VI (1775-1799) contro le infiltrazioni giacobine fomentate dagli agenti diplomatici francesi in vista di un rivolgimento autoctono e in preparazione a una possibile invasione francese repubblicana, si vide però nel fatto che i nuclei giacobini a Roma ammisero »[...] nel 1797 di poter contare in città su non più di settecento simpatizzanti, di cui solo sessantotto pronti a rischiare personalmente in un eventuale tentativo rivoluzionario» (p. 538). Particolarmente interessante è la descrizione — anche attraverso la poesia popolare, utilizzata per veicolare princìpi contro-rivoluzionari — della mentalità e dei costumi religiosi della popolazione del rione romano di Trastevere, che sarà l’epicentro del moto del 25 febbraio 1798. Lo svolgimento di questa viene ripercorso tanto nella dinamica dei fatti quanto nelle cause immediate, quanto, infine, nelle modalità di soffocamento e di punizione adottate dai francesi e sfociate in decine di fucilazioni, non tutte comminate da tribunali e per di più eseguite con modalità nuove, cioè senza cornice religiosa, che contribuirono a sconcertare e irritare ulteriormente il popolo romano. Il saggio contiene una rassegna della storiografia sull’insorgenza dei territori pontifici, che ha inizio nel Montefeltro e nelle Marche addirittura al principio del 1797, al momento del primo impatto bellico fra la Repubblica francese e lo Stato della Chiesa, e massimo sviluppo nel 1799, anno in cui l’insorgenza del basso Lazio si collega, anche se non organicamente, al Viva Maria!, a quella dell’Umbria e al sanfedismo napoletano.   

Marina Caffiero — professore associato di Storia Moderna nell’università di Roma La Sapienza — in Perdòno per i giacobini, severità per gli insorgenti: la prima Restaurazione pontificia (pp. 569-602) riporta alla luce aspetti poco noti del periodo rivoluzionario e napoleonico nei domini pontifici. Lo studio — documentato anche con reperti di archivio — tratta infatti della politica attuata dal governo romano dopo la restaurazione pontificia del 1800 nei confronti dei partecipanti alla vicenda della Repubblica romana del 1798-1799 e dell’atteggiamento tenuto dal medesimo verso i conati d’insorgenza che caratterizzarono gli Stati del Papa fra l’inizio del secolo e il momento della nuova conquista francese, fra il 1807 e il 1808. Nel primo caso, si palesa un atteggiamento di clemenza che, nonostante gli ammonimenti dei contro-rivoluzionari non occasionali, sfocia in una serie di misure che si spingono fino a reintegrare non solo nei diritti civili ma anche negli uffici o, addirittura, a promuovere a incarichi di responsabilità i protagonisti e i leader giacobini degli anni della repubblica e della guerra civile del 1798-1799. Misure tanto impegnative e indiscriminate che vennero lette come espressione di una condizione di debolezza, peraltro reale a causa della situazione internazionale, caratterizzata dalla forte pressione francese sullo Stato della Chiesa dopo il riaprirsi del conflitto con il confinante Regno borbonico. Nella prospettiva di ristabilire la pace sociale e di stornare da Roma una seconda invasione — poi comunque subita — il vertice romano preferisce mostrarsi acquiescente e collaborativo oltre misura con i francesi e allearsi con gli ex giacobini contro coloro che mettevano a repentaglio la sopravvivenza dello status quo, ovvero, da un lato — in accordo con la politica di Parigi —, reprimendo gli elementi più énrages o anarchistes fra i rivoluzionari italiani, dall’altro lato combattendo gl’insorgenti dei vari dipartimenti e le formazioni del ribellismo endemico — il cosiddetto «brigantaggio» —, venutesi a costituire nello scenario di disordine e d’instabilità sociale degli anni napoleonici. Dopo un prodromo nella provincia di Frosinone nel 1801, le insorgenze popolari riprendono e si moltiplicano nel 1806 in sintonia e in prossimità della seconda insorgenza generale del Regno di Napoli, riesplosa in grande stile dopo l’occupazione napoleonica. Il governo pontificio giunge a istituire una congregazione speciale con compiti di controllo e di repressione dei movimenti popolari: di essa fanno parte sia elementi antigiacobini sia, significativamente, i maggiori e più noti esponenti del giacobinismo laziale, che si trovano così a giudicare talvolta persone già schierate sul fronte loro opposto nei moti di otto anni prima. Dall’esame degli atti di questa commissione scaturiscono lumi su aspetti poco noti della vicenda, sui moventi e sull’appartenenza sociale degli insorgenti. Tutti questi dati rafforzerebbero la tesi di fondo della studiosa secondo cui l’insorgenza laziale, più che essere letta come conflitto a sfondo religioso o puramente economico, andrebbe collocata nel quadro di cronico scontro municipalistico e campanilistico, clientelare e parentale, che caratterizza l’Italia e gli Stati pontifici e che si riacutizza a causa dei problemi indotti dall’occupazione francese.  

La panoramica dell’Insorgenza italiana termina con Rivolte popolari e controrivoluzione nel Mezzogiorno continentale (pp. 603-622), una sintesi della reazione popolare nel Regno borbonico tracciata da John A. Davis, del Dipartimento di Storia dell’università del Connecticut. Già noto per altri studi sul medesimo soggetto e buon conoscitore delle fonti storiografiche italiane, anch’egli propende per una interpretazione dell’insorgenza meridionale che vada oltre le pure ragioni di ordine economico, spostando il fuoco della ricerca sul mutamento indotto, sovente a forza, nella società di antico regime e tenendo conto della grave crisi della monarchia napoletana, che sarebbe all’origine anche dell’opzione di alcuni maggiorenti per la Rivoluzione allo scopo di garantire comunque l’ordine civile. Una particolare attenzione andrebbe riservata alle vicende micro-sociali, perché sarebbero i municipi — con le loro vicende e i loro retaggi infiniti di rivalità e di conflitti, che trovano nuovo alimento nella situazione di «rottura» di un equilibrio degli anni napoleonici — a sostanziare, più delle macro-strutture istituzionali, l’Insorgenza meridionale. Lo studioso anglosassone ritrova questa serie di problemi nelle scelte operate dal leader della Santa Fede, il cardinale Fabrizio Ruffo (1744-1827), analizzandone accuratamente la condotta durante e dopo l’insorgenza.   

3. CONCLUSIONI 

Il fascicolo di Studi Storici fornisce contributi sostanziosi e sufficientemente obiettivi, e sembra rappresentare un promettente inizio di riflessione sul fenomeno dell’Insorgenza italiana, ma evidenzia anche un atteggiamento di fondo che si presta a non pochi rilievi.  

La principale osservazione è che un po’ in tutti i contributi tendano a persuadere il lettore dell’esistenza di una ricerca — e di non trascurabile spessore — sull’Insorgenza, che viene data addirittura per scontata, anzi si lascia intendere che, al suo interno, vi sarebbero articolazioni, correnti e scuole diverse, su cui peraltro si innesterebbe al presente un tanto vigoroso quanto esecrato «revisionismo» — i cui contributi sarebbero per lo più scadenti sotto il profilo scientifico —, promosso strumentalmente da ambienti ideologizzati in senso nostalgico-reazionario e mirante a inquinare il recupero d’identità in corso nel mondo culturale e politico italiano.   

Già nel 1995 Giuseppe Galasso, uno dei maggiori storici italiani contemporanei, aveva sostenuto dalle colonne della rubrica culturale del più autorevole quotidiano nazionale (4) che erano «sciocchezze» le pretese di coloro che lamentavano come le insorgenze fossero state sottoposte all’«oblio e al disconoscimento [da parte di] una gretta storiografia nazionale, liberale, democratica» (5). Al contrario, sosteneva il professore napoletano, «[...] i movimenti controrivoluzionari sono stati in Italia largamente studiati in opere e saggi dovuti spesso ad autori anche illustri» (6) e poi, «[...] nessuno ha mai disconosciuto l’«eroismo» di quelle Vandee italiane» (7). Altro che «sferzante giudizio» sul «revisionismo» — così lo reputa, citandolo, Massimo Cattaneo (p. 568, nota 94) — vien da dire! Si tratta invece di affermazioni che, nella più benevola delle ipotesi suonano superficiali, quando non mistificanti. Le cose stanno in realtà assai diversamente e non riesco a persuadermi che il curatore di una delle più prestigiose collane di storia d’Italia lo ignori.  

L’Insorgenza non è stata per nulla «largamente» studiata. Mancano di essa tuttora quattro dimensioni essenziali. In primo luogo la ricerca e l’analisi delle fonti primarie — documenti degli archivi civili e religiosi, in primo luogo —, capillarmente estesa al territorio italiano, come richiede lo studio di una realtà così disaggregata e legata a fattori locali. è assente poi del tutto una elaborazione a livello generale delle fonti e, quindi, una storiografia di respiro nazionale sul tema. Quindi non si può nemmeno parlare di una tradizione o di una scuola storiografiche, neanche di esiguo spessore, sulla quale potere innestarsi. Infine — per tacere della informazione culturale, ossia dei mezzi di comunicazione sociale — manca il necessario «travaso» delle acquisizioni storiografiche nel piano di formazione culturale del cittadino medio, ovvero nei programmi scolastici. Non è solo in questione la mancanza di «un aggiornato quadro d’insieme», — come rileva la Rao nel saggio di apertura (p. 326) — che non è solo colpa «della frammentazione e dispersione delle fonti documentarie degli Stati preunitari» (p. 325) —: è in questione la conoscenza tout court del fenomeno, che dipende in buona sostanza dalla non volontà di dare rilievo nei fatti e nelle interpretazioni a questa pagina non secondaria della biografia della nazione italiana. Forse solo per il Mezzogiorno — e concordo qui in parte con la studiosa lucana — si può parlare di una storiografia di una qualche portata: ma l’Insorgenza dell’Italia meridionale ha avuto tratti talmente macroscopici da rendere impossibile ignorarne o affievolirne la memoria. Ma anche in questo caso la ricerca scientifica si è mostrata finora carente e stereotipata almeno nelle interpretazioni, anche se forse si profilano segnali di cambiamento: la prospettiva accennata nel saggio di John A. Davis — il legame fra insorgenza e crisi generale della monarchia borbonica — costituisce per esempio una pista di ricerca innovativa e promettente. E prova di tale condizione è proprio il fatto che gli studiosi della rassegna, invece di limitarsi a «glossare» criticamente studi già esistenti, hanno dovuto «scavare», e non poco, in archivi assai poco «battuti» e in neglette storie locali per lo più datate per mettere insieme le informazioni offerte al lettore. Si potrebbe chiedere: dove sono gli autori — l’equivalente dei Saitta, dei Vaccarino, degli Zaghi —? dove sono i testi? dove sono gli schemi esplicativi da rimettere in discussione? dov’è la «scolastica» accademica in questo àmbito? Posso personalmente testimoniare che nel 1973, quando iniziai a elaborare la mia tesi di laurea sul tema delle insorgenze nella Lombardia del 1796, al primo accostamento alla materia non riuscii a mettere insieme più di due opere di sintesi, quella di Lumbroso — del 1932, che è parziale e copre il solo Triennio Giacobino (8) — e il volume di Jacques Godechot La Contre-révolution, doctrine et action, del 1962 — che si ferma al 1804 e che è stato tradotto in italiano solo nel 1988 (9).  

Quello che non si vuole ammettere è che siamo in realtà di fronte a una oggettiva rimozione, di origine non recente e tenacemente reiterata — e rafforzata dalla gramsciana conquista dell’egemonia culturale —, di un evento che non è un banale accadimento sporadico, ma, come riconosce ancora — ma perché solo adesso? — la Rao, autrice di molteplici studi sul periodo rivoluzionario in Italia, un fenomeno che «[...] ebbe un ruolo centrale nella vita politica italiana alla svolta fra Sette e Ottocento, non solo, ma anche negli orientamenti dei repubblicani del triennio 1796-1799 e nella politica napoleonica, e ancor più nell’immaginario e nella riflessione storiografica dell’Ottocento. Basti ricordare il peso che avrebbe esercitato nel pensiero e nell’azione degli uomini del Risorgimento, da Mazzini a Pisacane, nel dibattito sulle vie da seguire per realizzare l’indipendenza e l’unificazione politica italiane» (p. 327) (10). Una realtà, fra l’altro, costata agli italiani, secondo una stima per difetto, in quanto limitata all’inizio del 1799 — che la studiosa del Mezzogiorno suppongo conosca, in quanto fornita da uno dei protagonisti delle vicende della Repubblica Napoletana, il generale francese Paul-Charles Thiébault — almeno sessantamila vittime (11), un dato ancora più impressionante se lo si confronta percentualmente con la popolazione dell’epoca (12) e se si pone mente che non è dovuto a qualche malaugurato evento naturale — un terremoto, un’inondazione —, bensì è il prodotto di una volontà umana applicata alla realtà.  

Di fronte a questa obiettiva carenza storica non mi sembra lecito, oltre tutto, squalificare i tentativi — magari anche ideologicamente orientati — di chi, con i mezzi di cui ha potuto avvalersi, non certo comparabili con quelli di cui dispone la storiografia istituzionale, ha cercato di ricostruire la fisionomia di un momento della storia italiana che, come confermano i lavori ospitati da Studi Storici, rivela sempre più nitidamente la sua portata nei fatti e nelle conseguenze.   

Non si sa davvero che cosa pensare davanti a un simile «peccato» di omissione riguardo a un fenomeno sul quale non può, come minimo, non «inciampare» qualunque percorso di ricerca serio, né si vede dove possa condurre questo modo di fare storia. Che «magistero» può esercitare? Che futuro può aiutare a costruire? Quale contributo può fornire un atteggiamento scientifico, non solo viziato dall’ideologia, ma tendenzialmente ostruzionistico, in un frangente nel quale l’Italia ha bisogno di ogni contributo volto a farle ricuperare integralmente la propria memoria storica, civile e religiosa per potere così meglio ridefinire la propria identità e per formulare nuove regole con cui perseguire il proprio «bene comune»?  

Ma vi sono altri rilievi di merito, che riguardano i giudizi espressi sull’interpretazione generale dell’Insorgenza e sui contributi finora forniti dagli ambienti che vengono definiti del «cattolicesimo reazionario e intransigente» (p. 326). La prospettiva delineata da Massimo Cattaneo — ovvero il «[...] progetto di incidere nel processo di formazione di un nuovo paradigma repubblicano elaborando una nuova memoria storica nazionale, anche a partire dal recupero di ogni forma di «sanfedismo», in quanto testimonianza di una rimpianta unità tra valori religiosi e valori pubblici, di una società organicamente «ordinata», tradizionalista e impermeabile alle detestate ideologie liberali e di sinistra» (p. 561), che trova accoglienza da parte di testate di forze politiche conservatrici, nella fattispecie il Secolo d’Italia e i cui prodotti confluiscono in «dizionari del pensiero forte» — sembra correttamente ricostruita e, anche se evocata in chiave tendenzialmente polemica, non si vede che cosa vi sia d’illegittimo nel «tentare di incidere» «da destra» nell’elaborazione culturale che prelude alla formulazione di un nuovo assetto repubblicano. Né che cosa vi sia di ignobile nel rifarsi ai valori evocati, non espungendo dal curriculum del nostro Paese neppure il «sanfedismo» — forse l’emblema dell’omissione e della contraffazione perpetrate nei confronti dell’Insorgenza —, che certamente va valutato criticamente — e severamente, anche nei suoi aspetti meno «rosei» —, ma riguardo al quale va rifiutata la vera e propria «leggenda nera» — che mostra ogni giorno di più la corda — che è gli è stata costruita addosso nel tempo, sì che l’aggettivo «sanfedista» viene utilizzato ancora oggi più come «clava» ideologica, che per designare una posizione ideale.  

Riguardo invece al «revisionismo» che affliggerebbe la storiografia sviluppata nella prospettiva predetta — che tenderebbe a «[...] sollecitare una totale riscrittura della storia italiana ed europea dal XVIII al XX secolo «dal punto di vista degli sconfitti» (p. 367) e che viene evocata a più riprese nei vari saggi, ancora in veste di giudizio di merito e con intenti non del tutto benevoli —, occorre subito premettere che anche in questo caso una definizione comunemente accettata di questo termine non esiste. Proprio in questi giorni Ernst Nolte, il «padre» del revisionismo contemporaneo, ne ha fornito una definizione a mio avviso «aurea», scrivendo: «[...] considero tratti distintivi di ogni revisionismo serio e perlomeno orientato in una direzione scientifica la critica documentata all’unilateralità e alle lacune della veduta «ufficiale» e la volontà di attenersi ad una maggiore obiettività» (13).  

Se tale è il «revisionismo», muoversi in tal senso sarebbe non solo lecito, ma doveroso. Anzi esso dovrebbe assumere quell’atteggiamento «militante», che viene lamentato ancora da Massimo Cattaneo nei confronti dello storico cattolico maceratese Sandro Petrucci (14) — pur da lui apprezzato dal punto di vista «tecnico» —, perché renderebbe «opaco sul piano interpretativo» (p. 561, nota 82), il lavoro di ricerca. Ma non si può non domandarsi a che cosa dovrebbe applicarsi nella fattispecie dell’Insorgenza la «revisione» denunciata, ovvero quali paradigmi scientifici unilateralmente invalsi si dovrebbe sottoporre a «revisione», dato che essi non ci sono. Non che manchino «vedute ufficiali» — che affiorano per esempio quando si rompe il silenzio —, ma esse sono costituite per la gran parte da giudizi non approfonditi, derivati da orientamenti ideologici pregiudizialmente contrari, senza riscontri fattuali resi superflui dalla maramaldesca consapevolezza che chi ne è oggetto è uno «sconfitto», sia storico che nella «battaglia delle idee».   

Non sembra, ancora, accettabile ricondurre, come fa lo stesso studioso, con una intentio palesemente squalificante, il «revisionismo» sulle insorgenze alle prospettive «cattolico-integralista, neo e postfascista, monarchico legittimista» (p. 567), senza fornire definizione di tali realtà. Il cosiddetto revisionismo nasce invece da un atteggiamento di domanda di verità e di obiettività e come spontanea e costruttiva reazione alla percezione di una monumentale ingiustizia inferta a uomini, nostri antenati, la cui le cui scelte vanno giudicate e anche — se necessario — condannate, ma la cui memoria ci appartiene e dobbiamo recepirla o riscoprirla con atteggiamento di profonda e amorosa pietas.  

Venendo infine alla tesi secondo cui gli storici «revisionisti», ergo «di destra», «revisionano» tutto, ma salvano sempre e solo l’opera dello storico nazionalista e fascista Giacomo Lumbroso (1897-1944) (15), viene spontaneo domandarsi a che cosa si poteva riallacciare fattualmente chi volesse conoscere, anche solo ieri, qualcosa della reazione delle plebi contro la Rivoluzione francese in Italia, dato che null’altro di fatto esisteva a un primo accostamento, se non all’opera dello storico fiorentino. Ho già avuto modo di mettere in luce questo aspetto nell’introduzione alla riedizione del suo «vecchio e ben noto — ma a quanti? — studio» (p. 325) apparsa nel 1997. In tale sede mi sono altresì sforzato di non operare il minimo «ricupero» né delle prospettive storiografiche — che giudico oggettivamente insufficienti e forzate sotto il profilo ermeneutico, anche se vanno lette nel clima culturale italiano fra le due guerre mondiali —, né tanto meno delle prospettive dottrinali di Lumbroso, ma di effettuare solo un’operazione di ricupero documentale. Vedo però purtroppo che il punto è stato frainteso, se Paolo Preto sostiene che la mia nota biografica e la mia prefazione al volume «[...] ribadiscono la prospettiva storico-politica nazionalista (risalente a Niccolò Rodolico [1873-1969]» (p. 350).  

Tentando un giudizio d’insieme sui contenuti del fascicolo monografico di Studi Storici, si può osservare che, dal punto di vista delle interpretazioni i diversi studiosi sembrano essere accomunati, oltre che dal rigetto delle forzature nazionalistiche dei primi decenni del secolo, dall’esigenza di guardare al fenomeno con una visuale sempre più ampia e spregiudicata, abbandonando interpretazioni più o meno rigidamente mono-causali a sfondo «infrastrutturale» — di cui potrebbe essere modello, nel caso della storia contemporanea, il gramsciano Giorgio Candeloro (1909-1988) —, e muovendosi verso una visione maggiormente interdisciplinare, esigita peraltro da una realtà così complessa e disomogenea quale è l’Insorgenza. Se questo cambiamento sia un semplice tentativo di «noyer le poisson» — annegare il pesce, ovvero di diluire al massimo una realtà, facendole perdere sostanza —, come sembra stia accadendo riguardo ad altre tematiche (16), sia cioè frutto del prevalere di una visione «debole», tendenzialmente portata a frammentare e relativizzare l’interpretazione generale dell’Insorgenza, oppure segno di un progresso salutare non è possibile al momento affermarlo. Certo, l’assenza di una sintesi di qualche spessore fra i saggi della raccolta, come pure il fatto che l’orizzonte spaziale e temporale evidenziato dagli studiosi sia sempre piuttosto ristretto sembrerebbero fare propendere per la prima ipotesi. Su tale atteggiamento maggiormente «aperto» la convergenza di studiosi di altra origine e collocazione anche militante può già fino da ora essere più ampia, soprattutto da parte di quegli studiosi che partendo da diverse ipotesi di lavoro e rifacendosi a certa storiografia francese degli ultimi anni — per esempio a Jean Dumont, a Reynald Secher e a Jean Meyer (17) — ritengono che l’Insorgenza vada letta all’interno della logica del processo di genesi e di affermazione della modernità in Occidente. Uno schema esplicativo tendenzialmente portato a leggere l’Insorgenza come categoria, piuttosto che come mero fenomeno, e fondamentalmente «forte» — di qui il suo legame con il «pensiero forte» —, apparentemente mono-causale, ma in realtà ampiamente sfaccettata. Una visione sufficientemente flessibile per accogliere contributi diversi e più idonea a cogliere la verità di un fenomeno storico multiforme, che, servata distantia, presenta analogie con una realtà di un’altra epoca, il comune medievale, il quale si origina spesso per ragioni le più diverse, non in maniera sincrona nello spazio, ma si afferma più o meno nella stessa epoca in tutto il continente europeo.  

Nella densa massa dei dati proposti è possibile cogliere anche spunti e stimoli meritevoli di ulteriori approfondimenti. Per esempio, il lavoro di Claudio Tosi sul Viva Maria! fa scoprire che anche fra i contro-rivoluzionari non erano assenti prospettive di mutamento dello status quo e di ricongiunzione alle forme socio-politiche precedenti le riforme illuministiche dei prìncipi settecenteschi. Ancora, lo stesso studio, forse nell’ottica di superare la visione delle «masse» contadine come soggetto indistinto e monolitico, contiene un primo tentativo di biografia di un leader contro-rivoluzionario — quella del marchese aretino Giovan Battista Albergotti —, che può costituire un valido esempio per analoghi lavori.  

La rassegna edita dall’Istituto Gramsci presenta anche contenuti, espliciti o impliciti, meno felici.  

In primo luogo si rileva in pressoché tutti i lavori una pregiudiziale aprioristicamente negativa verso l’elemento religioso nella genesi e nello svolgimento dei vari episodi di insorgenza, che si traduce nella sua pratica espunzione oppure nella sua «riduzione» o nel suo appiattimento sociologico. Se è vero che il fattore religioso non è stato sempre l’unico movente delle reazioni popolari, è altresì indubbio che esso è sempre e ovunque presente e trascurarlo, oppure posporlo a realtà apparentemente «più profonde», significa non tenere conto dell’assoluta primarietà delle credenze e dei riti nella cultura ancora omogeneamente cristiana, delle popolazioni della penisola alla fine del Settecento, elaborando interpretazioni quanto meno inadeguate.  

Dalla lettura dei diversi saggi, ma soprattutto da quella del saggio introduttivo, non emerge poi un aspetto importante dell’Insorgenza italiana, ovvero la sua appartenenza a un quadro europeo. Nel periodo napoleonico la resistenza popolare contro i francesi in difesa della tradizione religiosa e civile si manifesta in tutte le nazioni cattoliche, che si trovano all’improvviso esposte a un processo di modernizzazione e di secolarizzazione ad alta intensità, non preparato, come altrove, dalla Riforma. Dal Belgio, alla Spagna, dalla Svizzera, fino all’isola di Malta, ovunque la Rivoluzione francese avanza dietro alle armi napoleoniche, le popolazioni, i ceti umili, si sollevano, rialzano i simboli religiosi e le insegne delle «piccole patrie», dando vita a sollevazioni, come quella spagnola, di vasta portata. Non dare sufficiente rilievo a questa dimensione transnazionale, trascurando gli studi — unici a tracciarne il profilo, anche se in maniera incompleta — di Jacques Godechot significa menomare la possibilità di comprendere adeguatamente l’Insorgenza italiana, rischiando di ridurla a una ripresa di «beghe» fra municipi in perenne e atavico conflitto fra loro. A questo riguardo, mentre va osservato che le lotte campanilistiche trovano nuovo vigore — come proprio l’amico Sandro Petrucci ha messo in rilievo (18) — proprio in conseguenza dello sconvolgimento di equilibri plurisecolari a opera della «totale organizzazione» (19) della società di allora attuata dalle repubbliche giacobine — nella fattispecie dalla Repubblica Romana —, non si può non ricordare come, almeno per l’insorgenza dell’Italia centrale del 1798-1799, non ci si trovi affatto di fronte a episodi — anche numerosi, ma del tutto particolaristici e scoordinati fra loro — di difesa della «piccola patria», ma si manifesti invece un’embrionale unità di intenti e di lotta fra gl’insorgenti. 

Tralascio ogni considerazione in merito alla liceità — che non viene mai posta in dubbio nella raccolta — da parte della Repubblica francese di aggredire, di spogliare e di «democratizzare», violando diritti costituiti plurisecolari, stati neutrali e pacifici, come pure sull’esproprio di risorse finanziarie e di tesori artistici cui i francesi sottoposero nel Triennio i popoli italiani. Osservo invece che, mentre nel panorama delineato affiora in più punti la denuncia della «bestiale ferocia» degli insorgenti — che non è assolutamente né ordinaria, né generalizzata: se ad Arezzo nel 1799 vengono uccisi e bruciati tredici ebrei, nell’insurrezione di Pavia del 1796 i cinquemila contadini insorti non provocano una sola vittima, né fra i giacobini, né fra i francesi —, non emerge sufficientemente, o forse non emerge affatto, quanto brutale siano state la repressione e le rappresaglie perpetrate dai francesi — ma anche dalle milizie cisalpine e «italiche», evocando immagini di un diverso e più recente collaborazionismo — contro una popolazione il più delle volte inerme. Le loro vittime sono forse da considerare ovvi e forse dovuti «contributi» al «riscatto» delle popolazioni italiane? Che cosa pensare dell’assordante silenzio sulle sofferenze dei tanti minores — perché privi della cultura e dei mezzi per fare conoscere le proprie ragioni — di allora e il rilievo tributato ad avvenimenti oggettivamente insignificanti, ma di diverso segno «politico»? Si tace delle migliaia di morti dell’Insorgenza a Milano, a Pavia, a Verona, a Lugo di Romagna, a Firenze, a Roma, a Napoli, in Abruzzo, nelle Calabrie e si assorda invece il cittadino con quelle, pur reali, ma incomparabilmente più lievi, per fare un esempio, dei «quattro» «martiri dello Spielberg». Eppure la fase finale dell’Insorgenza precede solo di pochi anni quest’ultima vicenda.  

In conclusione, se il numero monografico di Studi Storici rappresenta, com’è lecito credere, una «galleria» delle ultime tendenze della ricerca — almeno di una certa «scuola», ma non poco significativa — in merito alle insorgenze popolari nel periodo napoleonico, se ne trae l’impressione e l’auspicio che la storiografia sul tema esca finalmente dalla minorità e si avvii verso una maggiore consapevolezza. Soprattutto pare che l’Insorgenza abbia trovato spiragli di interesse in una parte del mondo accademico. È questa, se non l’unica, almeno la via decisiva per giungere a una conoscenza adeguata del fenomeno. L’importante è che questo interesse non venga inquinato e fuorviato dalle sopravvivenze ideologiche — magari travestite da pensiero «debole» —, e che iniziative private o non istituzionali, invece che essere declassate o combattute, trovino incremento e sostegno da parte di chi è istituzionalmente preposto a «fare» storia e a promuovere la cultura. La prossimità della ricorrenza del secondo centenario della fase clou dell’Insorgenza italiana e della sua, anche se temporanea, vittoria, il 1799 — in vista della quale va senz’altro collocata l’iniziativa realizzata da Studi Storici —, può essere un’opportunità da non perdere.


Oscar Sanguinetti

 

Note 

(1) Le insorgenze popolari nell’Italia rivoluzionaria e napoleonica, numero monografico di Studi Storici, anno 39, n. 2, aprile-giugno 1998, pp. 325-622 (Edizioni Dedalo, Bari 1998).
(2) La rassegna contiene alcune affermazioni inesatte riguardo allo storico Giacomo Lumbroso, che viene detto attivo «agli inizi di questo secolo» (p. 376), cosa che pare difficile, essendo egli nato nel 1897, e definito «[...] un intelligente conservatore di matrice positivista che ci ha lasciato alcune ricerche assai ben documentate sulle insorgenze antinapoleoniche nella pianura padana» (ibidem). A riguardo, mentre è condivisibile il giudizio relativo all’«intelligente conservatore», non è evidente da dove si possa dedurre una matrice positivista in Lumbroso; né sono note ricerche «assai ben documentate» dello stesso riguardo alla pianura padana, avendo egli trattato tale argomento nel quadro della sua — peraltro unica — opera di sintesi I moti popolari contro i francesi alla fine del secolo XVIII (1796-1800) (2a ed. rivista, a cura di Oscar Sanguinetti, Minchella, Milano 1997; 1a ed., Le Monnier, Firenze 1932), dedicata alle insurrezioni dell’intera Penisola, nella quale dà invece più ampio spazio, come doveroso, all’insorgenza dell’Italia centrale e del Regno di Napoli.
(3) Cfr. Giuseppe Ricuperati, Il Settecento, in Pierpaolo Merlin, Claudio Rosso, Geoffrey Symcox, e Giuseppe Ricuperati, Il Piemonte sabaudo. Stato e territori in età moderna, in Storia d’Italia, diretta da Giuseppe Galasso, UTET, Torino 1994, vol. VIII*, pp. 441-834.
(4) Cfr. Giuseppe Galasso, Un’eroica Vandea non si nega a nessuno, in Corriere della Sera, 13-9-1995; cfr. anche ISIN, Istituto per la Storia delle Insorgenze, Perché l’attenzione all’Insorgenza, comunicato del 2-12-1996, in Cristianità, anno XXIV, n. 260, dicembre 1996, p. 6.
(5) G. Galasso, art. cit.
(6) Ibidem.
(7) Ibidem.
(8) Cfr. G. Lumbroso, op. cit.; tale tesi è all’origine del mio Le Insorgenze contro-rivoluzionarie in Lombardia nel primo anno della dominazione napoleonica. 1796, con una prefazione di Marco Tangheroni, Cristianità, Piacenza 1996; cfr. recensione di Marco Invernizzi, in Cristianità, anno XXV, n. 261-262, gennaio-febbraio 1997, pp. 26-30.
(9) Jacques Godechot, La contre-révolution, doctrine et action (1789-1804), PUF, Parigi 1961, trad. it. sulla 2a ed. fr., La Controrivoluzione. Dottrina e azione. 1789-1804, Mursia, Milano 1988.
(10) Viene irresistibile chiedere: ma in quale liceo o aula accademica si insegna, non solo che Giuseppe Mazzini (1805-1872) si sia posto il problema delle insorgenze del periodo napoleonico nel quadro della sua elaborazione teorica, ma che esse siano esistite tout court? La stessa Rao, in un precedente numero della rivista dell’Istituto Gramsci — cfr. l’articolo Mezzogiorno e rivoluzione: trent’anni di storiografia, in Studi Storici anno 37, n. 4, ottobre-dicembre 1996, pp. 981-1041 —, ha già avuto modo di farsi portavoce della tesi di Galasso nel contesto della valutazione — peraltro incidentale — di un breve profilo delle insorgenze contro-rivoluzionarie da me tracciato e comparso nel volume collettaneo Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia [Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 1994, pp. 373-407]. Per inciso, la valutazione risulta del seguente tenore: mentre le mie poche righe vengono rubricate sotto la voce «[...] impudenti ricorrenti recriminazioni dei reazionari di turno prontamente recepite e amplificate dai mezzi di comunicazione su un’insorgenza negletta e incompresa», a carico di chi scrive viene detto che «[...] solo l’incoscienza può spingere a spaziare in poco più di trenta pagine dalla Vandea del 1793 al Messico del 1926, e solo l’ignoranza può sorreggere nell’affermazione che il fenomeno delle insorgenze popolari controrivoluzionarie sia stato fino a non molti anni fa [...] poco esplorato in ambiente di ricerca» (ibid., p. 1010 e nota 108). A riguardo mi limito solo a rilevare il tono alquanto scomposto della reazione dell’illustre docente — a meno che non sia stato causato da un improvviso e violento accesso di idiosincrasia acuta verso le interpretazioni «unitarie» dell’Insorgenza? —, mentre sotto il profilo sostanziale, mi permetto di osservare che esistono sintesi di poche pagine riguardo a periodi e a fenomeni storici ben più ampi. Come ben saprà, il «taglio» del proprio contributo dipende dal contesto in cui deve situarsi e non sempre lo storico può sceglierlo, anzi ritengo che le sintesi, per di più del respiro di un articolo di rivista, siano fra le modalità espressive più difficili. Ma forse il mio articolo, così esiguo, ha acutizzato, traducendolo in un improvviso e violento accesso, l’idiosincrasia verso le interpretazioni «unitarie» dell’Insorgenza da cui la professoressa Rao sembra essere affetta? Mi sfugge invece totalmente come la studiosa abbia potuto riscontrare che le tesi dei «reazionari» vengano prontamente recepite e amplificate dai mezzi di comunicazione: a me pare, al contrario, che le uniche poche volte che viene rotto il silenzio da parte dei mass media sui «reazionari» — e si veda proprio la sortita di Giuseppe Galasso sopra ricordata e peraltro reiterata in successiva occasione — è quando occorre parlarne per «batterne in breccia», facendo sparare magari «cannoni» di grosso calibro, le argomentazioni e le azioni. Last but not least, non rilevo fra quelli addotti dalla studiosa alcun elemento che imponga di rivedere la mia asserzione, e devo quindi a ribadirla anche in questa sede, soprattutto alla luce dei primi risultati di ricerche che l’Istituto per la Storia delle Insorgenze ha promosso relativamente all’Italia settentrionale. Anzi, il dotto e nutritissimo studio bibliografico della Rao sulla Rivoluzione nel Mezzogiorno d’Italia rafforza ulteriormente la mia convinzione, quando confronto l’esiguità dei riferimenti a opere dedicate alla maggiore delle insorgenze della Penisola, quella del Regno di Napoli — mentre si afferma contraddittoriamente che occorre «[...] comprendere [...] come mai tanto ampie e diffuse furono le resistenze e le reazioni popolari contro i francesi e i loro sostenitori «giacobini» (ibid., p. 997) — con la dovizia dei titoli relativi alla Rivoluzione.
(11) Cfr. Generale Paul-Charles Thiébault, Memoires du Général Baron Thiébault publiées sous les auspices de sa fille M.lle Claire Thiébault d’après le manuscript original par Fernand Calmettes, Parigi 1893-1895, vol. II, p. 325.
(12) Cfr. Athos Bellettini, La popolazione italiana. Un profilo storico, a cura di Franco Tassinari, con una introduzione di Marino Berengo, Einaudi, Torino 1987, che valuta la popolazione a circa 15,5 milioni nel 1750 e a circa 18 milioni nel 1800 (cfr. tabella I, p. 14).
(13) Ernst Nolte, Verità e leggenda del revisionismo, in nuova Storia Contemporanea. Bimestrale di studi storici e politici sull’età contemporanea, anno II, n. 5, settembre-ottobre 1998 (Luni editrice, Milano 1998), p. 11.
(14) Il riferimento è al volume Sandro Petrucci, Insorgenti marchigiani. Il Trattato di Tolentino e i moti antifrancesi del 1797, Sico, Macerata 1996; cfr. la recensione di Francesco Pappalardo, in Cristianità, anno XXIV, n. 259, novembre 1996, pp. 26-26.
(15) Cfr. alcune notizie sulla vita e l’opera di Lumbroso in O. Sanguinetti, saggio introduttivo a G. Lumbroso, op. cit.
(16) Cfr., a riguardo, l’articolo di Alberto Indelicato — cui per inciso debbo l’efficace espressione «noyer le poisson»Revisionismo e giustificazionismo, in nuova Storia Contemporanea. Bimestrale di studi storici e politici sull’età contemporanea, cit., pp. 143-150.
(17) Di Jean Dumont, cfr., fra gli altri, I falsi miti della Rivoluzione, con una prefazione di Giovanni Cantoni, trad. it., Effedieffe, Milano 1989; di Reynald Secher, cfr. Le génocide franco-français: la Vendée-Vengé, 2a ed., P.U.F., Parigi 1988, trad. it., Il genocidio vandeano, con una prefazione di Jean Meyer e una presentazione di Pierre Chaunu, Effedieffe, Milano 1989; e di Jean Meyer, cfr. La Cristiada, 4a ed. riveduta, 3 voll., Siglo Ventuno editores, Mexico-Madrid-Buenos Aires 1976.
(18) Cfr. S. Petrucci, L’insorgenza nell’Italia Centrale negli anni 1797-1798, in Nota informativa (dell’Istituto per la Storia delle Insorgenze di Milano), anno II, n. 8, gennaio-aprile 1998, pp. 7-24.
(19) Ibid., p. 13: l’espressione è tratta da un documento «romano» dell’epoca.

 


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