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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


(23 gennaio 2005)

Riflessioni su un «caso» recente


Che cosa sembra rivelare l’acceso dibattito su Pio XII e i bambini scampati all’Olocausto che si è che si è scatenato a partire dal tentato scoop di Alberto Melloni sul Corriere del 28 dicembre dello scorso anno?

I rilievi sarebbero moltissimi, in quanto la lunga discussione ha toccato molteplici problemi e investito parecchi ambiti delicati, non ultimo quello su come si debba scrivere la storia e la storia religiosa in particolare.

Premetto che, pur essendo un fervido ammiratore di Eugenio Pacelli e un caldo fautore della positiva conclusione del suo processo di beatificazione, ritengo che quello che sostiene Melloni ― al di là del merito della questione ― imponga delle riflessioni, da svolgere principalmente sul suo terreno, cioè quello storiografico, piuttosto che su quello dell’apologetica o dell’auto-difesa codici, deontologici e non, alla mano.

Sicuramente Melloni dà una declinazione della cultura cattolica diversa dalla mia ed è trasparente che egli muove di sicuro da intenti che vanno al di là del puro piano storiografico. Così colgono nel vero quegli studiosi che intravedono sullo sfondo del dibattito altri problemi, forse più cruciali, come quello del confronto della Chiesa con una modernità che non è più quella dei tempi del Concilio Vaticano II, oppure quello, vitale per tutto il cristianesimo, della liceità del proselitismo ― come ha messo ben in luce Tommaso Padoa Schioppa sul Corriere del 17 gennaio ― oppure, infine, gli interrogativi che sorgono quando si rileva, come fa Pietro De Marco ― nel suo intervento del 16 gennaio sul sito curato da Sandro Magister  www.chiesa ― nell’attuale frangente una nascente convergenza, in ultima analisi poco amichevole verso il cattolicesimo, fra un certo ebraismo e un certo liberalismo. Ma le tesi di Melloni pongono anche dei problemi di ricerca e d’interpretazione di una pagina drammatica di storia, che non si possono chiudere d’autorità. La loro soluzione potrà essere (e credo sia) diversa da quella fornita da Melloni, ma non per questo si possono accantonare con sdegno pregiudiziale le questioni che egli pone.

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1. Il metodo

Ciò premesso, mi sembra che l’argomentazione di Melloni sia debole dapprima sul piano metodologico. In primis lascia assai a desiderare il modo con cui ha «gestito» il documento al centro della disputa: lo ha esibito con una approssimazione ― non in forma integrale, fornendone una data sbagliata e, infine, in una traduzione, credo sua, alquanto discutibile e fuorviante ― che testimonia di una disinvoltura che sconfina nella sufficienza e nell’alterigia ― ma, forse, anche di una scarsa avvertenza di come sia cambiato il clima all’interno dell’ambiente cattolico. Ha usato del dattiloscritto, venuto in mani non sue, ma di studiosi suoi corrispondenti, più come una sorta di clava che non come un umile ausilio per conoscere meglio una determinata realtà, sorvolando alquanto serenamente sul problema dello scrupolo nel trattare le fonti, che non solo incombe allo storico, ma a chiunque tratti un’informazione «pesante».

Lo stesso accavallarsi un po’ scomposto di prese di posizione «a caldo» ― esemplare, fra tutte, quella latamente intimidatoria di Amos Luzzatto e la sgangherata aggressione verbale a Pio XII di Daniel Jonah Goldhagen ― dovrebbe farlo riflettere sulle conseguenze che può avere un comportamento scientificamente alquanto «distratto». Evidentemente gli deve esser parsa una troppo ghiotta l’occasione di alimentare nuove accuse contro un pontefice visto, e non dal giorno prima, come l’emblema di un modello ecclesiale, «aristocratico» e «veritativo», che egli pare avversare per motivi culturali-teologici ― che sono poi quelli della corrente ecclesiale di cui fa parte, ossia la scuola bolognese di Giuseppe Dossetti, di cui è massimo epigono lo storico Giuseppe Alberigo, maestro di Melloni ― rafforzando così simmetricamente la contrapposizione, che gli è peraltro non inconsueta, di Papa Pacelli con un’altra figura di papa, il beato Giovanni XXIII, che Melloni vede invece ― ma non è detto che poi lo sia davvero ― come il simbolo stesso di un «nuovo» tipo di Chiesa, «debole» e «povera», che lo stesso Concilio Vaticano II, nella sua seconda parte, e lo stesso Paolo VI avrebbero in certa misura «affossato».

Il fatto di non ammettere queste lacune metodologiche (nella sua ampia replica sempre sul Corriere del 9 gennaio) ma, anzi, di sviare maliziosamente il discorso verso una Chiesa che impedirebbe ai ricercatori di accertare la verità e fornirebbe documenti solo a persone di gradimento di Roma, culminato con l’appello ad aprire del tutto gli archivi pontifici, decisamente pare stonato. Anche perché, riguardo a quest’ultimo punto, quest’apertura c’è stata, è stata abbondante e segnata da una rapidità che non ha uguali, né nei governi, né nelle associazioni private, né negli archivi di altre confessioni e religioni.

2. Il «caso»

Riguardo al contenuto del documento, finalmente pubblicato in integro da Andrea Tornielli due giorni dopo su il Giornale, non si può non notare come poco si presti a sensazionalismi, distillabili viceversa dalla vicenda solo a prezzo di un’interpolazione ― mi auguro per disattenzione e involontaria ― come quella che Melloni ha compiuto inizialmente. Si tratta in effetti solo di un insieme di suggerimenti che la Congregazione del Sant’Uffizio dà, dopo essersi riunito ed averne discusso, al nunzio a Parigi, affinché se ne faccia latore presso la conferenza dei vescovi francesi. In effetti in Francia la casistica di bambini ebrei battezzati per sfuggire alle SS pare fosse più ampia che non, per esempio, in Italia, dove, come documentato dalla studiosa suor Grazia Loparco, vice-presidente del Coordinamento degli Storici Religiosi, per Roma [cfr. Eadem, Gli ebrei negli istituti religiosi di Roma (1943-1944). Dall’arrivo alla partenza, in Rivista di Storia della Chiesa in Italia, anno LVIII, n. 1, Roma gennaio-giugno 2004, pp. 107-210] si ridusse a pochi casi. Da osservare in merito vi è solo che (a) l’indicazione dell’atteggiamento da tenere verso i bambini battezzati era conforme a una prassi secolare della Chiesa, una prassi che scandalizza tanto Melloni e di certo non può non colpire la sensibilità odierna; (b) non è certo che le maggiori aperture attribuite a Roncalli fossero frutto di sue vedute autonome e alternative oppure, piuttosto, fossero state concordate insieme a Roma, la quale potrebbe essere tornata su sue decisioni, prese in via provvisoria nel caos dei primi mesi post-bellici, nell’autunno del 1946 quando si pose il caso, ovvero il rabbino palestinese Herzog si rivolse al Vaticano ponendo il problema degli orfani dell’Olocausto; (c) verso le famiglie di origine non era posto alcun ostacolo al ricupero dei figli, mentre non era chiaro fino in fondo quali diritti vantassero le organizzazioni ebraiche che si erano presentate a esigere la restituzione dei bambini affidati a famiglie cattoliche: non conoscendo l’interlocutore, né la sua rappresentatività reale ― il recentissimo studio di Massimo Introvigne L’ebraismo moderno (che viene recensito in altra parte di questo sito) mette in evidenza quanto frammentato sia l’ebraismo moderno ― è elementare che Roma fosse renitente a consegnare i bambini salvati, una renitenza comunque limitata alla loro minore età; (d) quello che è da appurare è se vi sia stata opposizione anche verso le famiglie, nel caso di bambini battezzati, vuoi su loro richiesta, vuoi solo per strapparli dalle mani dei carnefici. In questi casi, è vero che tradizionalmente la Chiesa è stata favorevole a questa prassi ― si è arrivati a parlare, come fa la storica Marina Caffiero, di politica del «rapimento» ― ma è anche vero che era ben consapevole che alcuni battesimi erano stati impartiti solo pro forma, per salvare il soggetto, e non per convertirlo: la Chiesa sapeva e sa che il battesimo non può essere amministrato a chi non è realmente convertito, anche se è un bambino, a meno che questi non sia in grave e immediato pericolo di morte ― e i piccoli ebrei lo erano stati in gran parte ― così come avvenuto nell’ormai celeberrimo «caso Mortara».

Dunque, nessun ukase «agghiacciante», emanato da una «gelida burocrazia teologica», come ha scritto Melloni, né un episodio «orrendo», come ha scritto Amos Luzzatto, ma solo l’espressione di una preoccupazione ― nei limiti e con i sentimenti del tempo ― per il futuro dei piccoli orfani.

3. Oltre il «caso»

È peraltro chiaro che nel 1946 il processo culminato con la dichiarazione Nostra aetate del Concilio Vaticano II e le aperture di Giovanni Paolo II erano di là da venire e non ci si può oggi meravigliare che alcuni uomini di Chiesa (ma non solo loro) ragionassero alla luce di categorie teologiche ormai obsolete. Ed è anche un fatto che, dal sorgere dell’anti-semitismo moderno nella seconda metà del secolo XIX, una parte dell’intellettualità cattolica se ne lascia contaminare e il suo anti-giudaismo classico si vena di anti-semitismo. Ma è altrettanto vero che dall’apparire delle teorie razziste biologiche nei primi decenni del XX secolo e, in particolare dopo il Mein Kampf di Adolf Hitler e il Mito del XX secolo di Alfred Rosenberg ― messo all’Indice nel 1934 ―, i vertici della Chiesa iniziano un processo di revisione, che culminerà nel decreto del Sant’Uffizio del 25 marzo 1928 [in cui si legge: «[…] Apostolica Saedes […] reprobat ita vel maxime damnat odium adversus populum olim a Deo electum, odium nempe illud, quod vulgo Antisemitismi nomine nunc significari solet»], nelle encicliche sul nazionalsocialismo di Pio XI, nelle riforme liturgiche di Pio XII e, infine, nel Concilio Vaticano II. Un processo che ha sempre più riscoperto e messo in luce la debolezza delle ragioni alla base del contrasto fra la Chiesa e le comunità ebraiche, rivelando invece la interdipendenza teologica, scritturale ed escatologica esistente tra due fedi tutt’altro che irriducibili.

L’accento che pone Melloni (ma non solo lui) sulla colpevolezza indiretta riguardo alla sorte degli ebrei europei che affliggerebbe l’anti-giudaismo «classico» di Roma all’epoca di Pio XII pare anch’esso alquanto influenzato ideologicamente.

4. «Audiatur et altera pars…»

Se è un fatto acquisito e ampiamente documentato l’inimicizia secolare fra le due fedi, la frequente oppressione delle comunità ebraiche da parte di poteri laici ed ecclesiastici, le violenze subite dalle stesse in diversi frangenti della storia, mi pare che non sia stato ancora storicamente studiato come si sia originato e si sia sviluppato su entrambi i fronti questo processo.
Si tratta solo di animosità e malvagità intrinseche al messaggio cristiano, acuite dalla posizione di potere che il cattolicesimo consegue nel «regime di cristianità»? Ma il cristianesimo è la religione dell’amore, per tutti, figuriamoci per i meno lontani, per gli uomini dell’Antico Testamento...

Si tratta solo del rigetto sprezzante dei cristiani di elementi originari, refrattari, renitenti ad accettare il messia in Gesù e la Chiesa, nuovo Israele?


Se così fosse, ci si può domandare perché allora non vi è stato mai un tentativo di conversione sistematico e prolungato nei loro confronti. Mentre i missionari cristiani si sono fatti uccidere a migliaia per proporre il vangelo ai popoli più lontani nello spazio e più diversi dall’europeo,perché essi non hanno invece concentrato i loro sforzi su Israele, che per di più era di casa?
In realtà, più di un ebreo è stato di sicuro e di frequente disprezzato, deriso, emarginato e magari asservito, ma non sipuò dire che sia mai stato considerato estraneo al cristianesimo, almeno alla sua escatologia, secondo cui la storia della Chiesa non può chiudersi senza la conversione del popolo ebraico.


E la prova storica di questo è che, pur avendo avuto molte volte la forza, la voglia e anche l’occasione per farlo ― come fa osservare Introvigne ―, il popolo ebreo non è mai stato sterminato dai cristiani, ma è sopravvissuto, magari (anzi, senza magari) male, accanto a quello cristiano, che però non ha mai avuto un progetto ― al contrario di quanto asserisce lo storico e matematico Giorgio Israel ―, che prevedesse la scomparsa totale dell’ebraismo. Che invece coltiverà il «laico» Adolf Hitler, il quale considererà gli ebrei del Terzo Reich come degl’insetti parassiti, da cui liberare il mondo con mezzi di sterminio analoghi al DDT.


Se si tiene conto che ebraismo significa la vita lunga venti secoli di un soggetto storicamente e culturalmente ricchissimo, di un insieme di comunità diffuse in tutto il mondo occidentale, che, soprattutto a Roma, hanno una storia ― e una storia che comprende non infrequenti episodi di ostilità popolare e politica nei loro confronti ― addirittura più antica del cristianesimo stesso bisognerebbe indagare sulle occasioni in cui sono nate le frizioni, che sono poi sedimentate nell’atteggiamento ostile di sovrani, di papi, di episcopati e di tribunali cattolici in tanti secoli verso questa o quella comunità ebraica. Non mi pare corretto postulare che vi sia stata solo volontà unilaterale di annientamento, né che l’anti-giudaismo discenda automaticamente dalla fede cristiana, a meno di non ammettere che per duemila anni i successori di Pietro hanno tradito il Fondatore. I fatti e le cause individuati potranno essere, come sempre accade, molteplici, né si può dire a priori da quale parte penda la bilancia: forse dalla parte del torto per i cristiani, di sicuro maggioritari e per molti secoli ― ma non per tutti ― in una posizione dominante e contigua al potere. Nel caso di altri popoli o altre comunità culturalmente distinte, osservate nei rapporti con altre comunità o popoli, lo storico normalmente indaga su ciascuno dei soggetti in causa, indipendentemente dalla loro configurazione quantitativa o vicinanza o simpatia a chi scrive. E non è raro rilevare «strappi» alla convivenza, sedimentati poi nel tempo nella tradizione e nel senso comune, fino a costituire uno spesso background d’inimicizia, che si crea, si acuisce o si seda momentaneamente e intermittentemente lungo i secoli. Gli esempi ― si pensi, per esempio, a irlandesi e inglesi ― sarebbero tanti e in molteplici campi... Nella mia esperienza di ricerca, senz’altro limitata, per esempio, mi sono imbattuto nel fenomeno, non generale, ma alquanto frequente, dell’ostilità anti-ebraica di settori delle popolazioni italiane protagoniste delle insorgenze anti-giacobine della fine del secolo XVIII. Questa avversione, tutt’altro che auspicabile ma non meno vera, nasceva per certo e traeva alimento, sopratutto nei ceti popolari, dalla tradizionale ruggine fra antico e nuovo Israele, ma si spiegava anche con due fatti contingenti: il primo che elementi ebrei ― non ovviamente gli ebrei ― indifferenti al peccato di sacrilegio che gl’invasori rivoluzionari, pur sempre in larga parte «cristiani», compivano, erano acquirenti assidui dei tesori e degli arredi liturgici saccheggiati dai soldati francesi nelle chiese e nei santuari della Penisola. L’altro che ebrei ― come anche i protestanti valdesi, per esempio ― avevano anche costituito milizie, inquadrate nei corpi repubblicani italiani, che venivano schierate a fianco dei francesi nella repressione dei moti popolari. E questo è un dato di fatto storico. Come dobbiamo comportarci in merito? Possiamo far finta che non sia mai accaduto? Dobbiamo pensare che questi elementi fattuali non abbiano avuto un peso nell’alimentare il risentimento popolare contro ― a questo punto, sì ― gli ebrei?

Ma, mi chiedo, questo sforzo di conoscenza e di formazione di un retto giudizio storico è possibile nel caso dell’anti-giudaismo? Lo si vuole sul serio compiere? o non si preferisce il più delle volte, da un lato, forse perché esime da fastidi, dare per scontata una colpevolezza ― che può non essere, nel singolo frangente concreto, totale, e, forse, può non esserci affatto ― e, dall’altro ― anche se non è da tutti ― abbandonarsi a un ostentato innocentismo, pre-giudiziale e toti-potente, che tanto sa di malintesa ― che non vuol dire falsa ― e ostentata «elezione»? Se si vuole davvero ridurre ed eliminare un dissidio doloroso e malaugurato, non basta incitare l’altro ad abbandonare unilateralmente le sue pre-giudiziali, anche se è la parte più «forte» o numerosa. Occorre per prima cosa lavorare insieme per ricomporne i contorni esatti ― per quanto la storia può ― e rimuovere le cause storiche, anche le più remote.

Non si può pensare di conoscere una realtà senza studiarla, né di dare giudizi senza conoscere. Nel caso dell’ebraismo la difficoltà non è piccola: si tratta di un fenomeno antico e multiforme e di ardua penetrazione dall’esterno sotto più di un aspetto, da quello teologico, a quello cultuale, a quello linguistico, delle tradizioni e delle forme organizzative, anche in conseguenza della separatezza e della inassimilazione in cui sono vissute per secoli le comunità della diaspora. Per questo occorrerebbe un supplemento di sforzo da parte ebraica, una grande apertura e disponibilità a porsi come oggetto di ricerca ― e non d’inquisizione ― invece che giudicarsi auto-referenzialmente, come troppo spesso accade.

5. Il dibattito

Nel dibattito rimbalzato dal Corriere su altre testate si sono sentite le tesi più diverse, alcune non poco giudiziose ― per esempio quelle di Ernesto Galli della Loggia e di Roberto Pertici, entrambe sul dovere dello storico di contestualizzare fatti, personaggi e «coscienza» di un’epoca ― altre inattese, come quella di Pierluigi Battista, che sottolinea forse oltre misura la libertà dello storico, altre ancora veramente deplorevoli, come quella citata di Goldhagen, altre, infine, poco centrate, come quella di Giorgio Israel, anch’egli già menzionato.

A riguardo voglio solo mettere in luce come la discussione abbia sortito un effetto tutto sommato benefico, perché ha comunque rivelato che una vibrante passione di ricerca della verità esiste anche in casa cattolica, dove, forse anche dopo l’appello alla storia legato alla «politica» del perdono dell’attuale pontificato, ci si rende conto che non ci si può limitare a difendere i propri majores, ma che occorre studiarli, anche per evitare che siano altri, non sempre disinteressati, a forgiarne la memoria a loro uso e consumo. E questo interesse pare da coltivare e da potenziare, anche se bisogna irrobustirlo con ulteriori ricerche.

6. Le reazioni

Ciò premesso mi sembra che anche nelle prese di posizione contro la sortita di Melloni vi siano punti, che non si possono sottoscrivere in toto.
Se anti-giudaismo e anti-semitismo sono cose radicalmente diverse, va ammesso che l’oggetto di entrambi è sempre il popolo ebraico: sì che non è un’ipotesi sbagliata pensare che nel tempo sia esistito un intreccio, magari dialettico, fra i due elementi. Pensare cioè che nella riuscita del progetto supremo dell’anti-semitismo europeo, l’Olocausto, abbia avuto un peso, sia attivamente, sia passivamente, l’eredità anti-giudaica presente nei bassifondi di un certo cristianesimo.


Chi lo ha perpetrato materialmente, chi ha vissuto accanto ai luoghi dello sterminio, chi ha assistito alle violenze, alle espulsioni, alle stragi è stato nella sua stragrande maggioranza cristiano. Se pochi hanno reagito e molti sono stati spettatori indifferenti è evidentemente perché la loro coscienza non era sufficientemente formata a farlo: e non basta, credo, invocare le circostanze drammatiche, l’obbedienza agli ordini o la paura di sanzioni o di persecuzioni per spiegare la spessa indifferenza, dalle molteplici graduazioni e localizzazioni, senza escludere il nostro paese, che pure non è la Polonia, che si rileva. Anzi, forse solo quando Roma, nel culmine dell’Olocausto, romperà il silenzio e, non ufficialmente, darà disposizioni ai suoi di muoversi per salvare il salvabile, qualcuno uscirà dall’ipnosi e dal «suo particulare» e si darà da fare anche a rischio della vita per salvare ebrei dallo sterminio: penso a Giorgio Perlasca, a Giovanni Palatucci e a mille e mille altri, religiosi e laici, che hanno rischiato la vita per la salvezza di un ebreo. Dunque, non si tratta di «briciole» di solidarietà, come vorrebbe Melloni, che non riequilibrano la tragedia ― peraltro non imputabile ai cristiani in quanto tali ― ma di segnali concreti di un’inversione di tendenza.


Dall’altra parte, se è vero che l’anti-semitismo moderno nasce dal naturalismo politico, dall’irreligione, dal positivismo, dal darwinismo sociale, dal nazionalismo, va peraltro segnalata e denunciata con forza la contaminazione da parte di tale anti-semitismo, che affligge anche ambienti intellettuali cattolici, peraltro fra i più schietti e generosi nell’apologetica e nella battaglia delle idee, e fra i più attenti critici delle ragioni, per cui la Chiesa subiva da molti decenni un’aggressione senza quartiere. È forse ancora da studiare perché non pochi intellettuali contro-rivoluzionari, tante figure peraltro di alta moralità e vita spirituale non banale ― per esempio monsignor Umberto Benigni ― si lascino trascinare verso prospettive, che imputano all’ebreo la colpa dei mali «dell’ora presente», fino a non rigettare la più infamante delle accuse anti-ebraiche, quella del blood libel, l’«accusa del sangue», l’omicidio rituale.

Nelle reazioni al «caso» si segnala ― in questo sono d’accordo con lo storico reggiano ― anche una certa scarsità e ripetitività delle tesi addotte a difesa di Pio XII. Si avverte invece il bisogno di un lavoro di ricerca esteso e profondo su un periodo dei più controversi della storia della Chiesa e dell’Europa e per questo servono documenti, ma soprattutto c’è bisogno di chi li vada a ricercare e li porti alla luce, soprattutto di qualcuno animato da uno spirito non di divaricazione e di contrapposizione, ma che voglia acquisire serenamente dati per un’altrettanto serena valutazione. Una valutazione non a percorso obbligato e spregiudicata al punto, come sottolinea ancora Melloni, da essere disposta a mutare opinione anche su fatti e persone fra i più cari.


Non dimentichiamo due cose. La prima è che se è vero che la storia non è un tribunale, per usare un’immagine di Melloni, non è neppure un confessionale ad assoluzione obbligata. Errori e crimini del passato non sono per questo meno errori e crimini. Certo, lo storico deve calarsi nella mentalità del tempo e nei panni di chi si trova a operare scelte, deve tener conto del pregresso, del clima culturale, delle circostanze, dell’«ideologia» dell’epoca: ma, se tutto ciò esperito, emerge incontrovertibilmente che una persona è autore di un determinato crimine, se una popolazione ha commesso un delitto contro suoi membri, se un sovrano ha condannato a morte un innocente, il giudizio in sede morale non può essere sospeso. Certo non è possibile perseguire l’autore, ma la verità non muta attraverso il tempo. Eventualmente possono essere acquisite nuove prove in tempi successivi che modifichino l’attribuzione del delitto e scagionino Caio o Sempronio dall’averlo commesso, ma il delitto resta e l’autore vero ne rimane colpevole.


La seconda, che se il magistero di Giovanni Paolo II ha introdotto il concetto e la prassi della richiesta di perdono da parte della Chiesa di oggi per eventuali colpe commesse da cristiani nel passato, queste colpe devono essere accertate oltre ogni ragionevole dubbio, cioè devono scaturire da elementi storici inconfutabili ―per quello che è permesso alla storia! ― prima di essere oggetto di confessioni di colpe o professioni di fede o domande di perdono, che, non bisogna altrettanto dimenticarlo, sono indirizzate a Dio, perché solo Egli può perdonare e liberarne per il futuro.

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