Il numero in edicola di
Nuova
Storia Contempo-ranea (anno IX, n. 6, Milano novembre-dicembre 2005), il
bimestrale diretto da Francesco Perfetti, pubblica una stringata ma densa
riflessione di Sergio Romano su
L’eredità della Resistenza e il «passato che
non passa». La percezione nazionale degli avvenimenti del 1943-1945 (pp.
127-130).
Su di essa mi pare necessario
soffermarsi un istante, perché mi pare di estremo interesse. Romano, ex ambasciatore
di carriera e da alcuni anni storico, saggista, giornalista, opinion maker
di grande sensibilità ai problemi nazionali ― anche se le sue tesi non sono sempre condivisibili ― e dalle non comuni doti di
divulgatore, affronta il difficile tema del significato della Resistenza nella
storia italiana.
In particolare si domanda
quale fu la percezione e, quindi, il coinvolgimento — da quello meramente
emotivo alla militanza partigiana —, che ebbero gl’italiani riguardo al movimento
di liberazione che si originò nel drammatico frangente costituito dagli eventi
del 1943-1945 — se si vuole omettere la scia che la Resistenza ebbe almeno fino al 1948.
E la sua opinione, formatasi
a valle della lettura di molte interpretazioni — fra cui credo non manchi,
vista anche l’affinità di diagnosi e di conclusioni che Romano presenta, Renzo
de Felice —, ma soprattutto — un po’ come nello stile del diplomatico di razza
— sulla base di molte testimonianze di protagonisti dell’epoca, è di una
portata, oserei dire, dirompente rispetto agli schemi consolidati, soprattutto
al cliché che, almeno dagli anni del primo centro-sinistra, ha dominato
in Italia.
Che cosa scrive Romano? In
sostanza che, tutto sommato, il coinvolgimento popolare nel fatidico biennio
1943-1945 in un movimento di resistenza contro l’occupazione tedesca e contro
la sopravvivenza politica fascista fu relativamente basso, che gl’italiani
preferirono attendere lo sviluppo degli eventi, e soprattutto vi fu chi scelse
di coinvolgersi attivamente nella Repubblica mussoliniana, anche senza subire
pressioni o coazioni, ma per senso dell’onore, per conservare una identità
all’Italia di fronte all’alleato, per non lasciare all’occupante il monopolio
del governo civile: quindi in un’ottica patriottica alternativa a quella poi
vincente, di cui fu potente motore il giuramento prestato, sì al Re, ma anche
al duce del fascismo.
Quello che nacque dopo la
vittoria alleata fu la mitologizzazione del movimento di liberazione
anti-fascista. Secondo Romano, infatti, «[...] non vi fu in quel periodo una guerra
civile tra due diverse concezioni dello Stato e dell’onore nazionale. Vi fu una
guerra degli italiani contro lo straniero; e gli italiani che si schierarono
con i tedeschi furono mercenari, traditori, feccia della società civile» (p.
129). Si tratta dunque per certo di una lettura patrimonio di una minoranza, anche se di una
minoranza agguerrita e vittoriosa, grazie agli Alleati. L’utilizzo di questa
«lettura ortodossa» in chiave politica avvenne già all’interno del Comitato di
Liberazione Nazionale — la vicenda di Alfredo Pizzoni, di recente riproposta in
sede storica, e la sorte subita dalle componenti liberali e conservatrici sono
quanto mai eloquenti — e poi nella politica dell’Italia repubblicana. Di questo
«capitale spendibile», come lo chiama Romano, fece uso De Gasperi per
acquisire un po’ di peso nelle cruciali trattative per il pane con gli Alleati.
Se ne avvalsero però soprattutto le correnti progressiste, in vista di
conquistare uno spazio ben superiore a quello giustificato dal loro consenso, e
in particolare il Partito di Togliatti, per cui fu il grimaldello per aprirsi
una strada all’interno delle forze costituzionali e quindi trovare una legittimazione,
che oscurasse le sue origini antidemocratiche, e per fare la Rivoluzione socialista anche con mezzi legali.
Gl’italiani tuttavia non metabolizzeranno
mai del tutto questo mito originario. L’identità italiana del dopoguerra si
sostanzierà di anticomunismo, di atlantismo, di ripudio delle prospettive
materialistiche. Con il mito e i suoi propalatori si creerà sì una sorta di
«compromesso storico», che vedrà la pregiudiziale antifascista sempre attiva,
anche negli anni del centrismo degasperiano, e il 25 aprile diverrà festa
nazionale, ma in ultima analisi il mito resterà in sordina, in sottofondo,
almeno fino a che i socialisti non entreranno nell’area di governo.
L’antifascismo politicizzato
fu una clava brandita in più di una occasione proprio dall’opposizione
socialcomunista: per far naufragare ogni tentativo di creare maggioranze più
aderenti all’identità nazionale, cattolica e conservatrice, che era riemersa
prepotentemente con il 18 aprile 1948; a Genova per bloccare l’ingresso del
partito neofascista — peraltro ben tollerato — nel governo Tambroni; poi, come
detto all’epoca di Nenni e di Moro per spostare sempre più a sinistra l’asse politico
del paese; nel Sessantotto — che pure criticò ferocemente da sinistra il mito —
per bloccare la reazione popolare contro la rivolta studentesca, e alla fine
degli anni 1970 per legittimare l’ingresso nell’area del potere — anche se non
ancora del governo — del Partito comunista di Berlinguer. La vita di questa
creatura artificiale fu protratta ad arte — inventando sempre nuovi «fascisti
di carta» —, fino a un’epoca in cui l’impegno antifascista aveva perso di senso,
essendo venuti meno i fascisti «reali», proprio per la sua spendibilità
politica.
Che cos’ha d’importante
questo breve saggio? Come di consueto, più che quello che si dice in
esplicito in un testo, tanto più una analisi storico-politica, importa quello che viene dato per scontato, ed è un fatto che una
penna così autorevole dia per scontate tante cose, che per molti — e non si può
tacere della cultura istituzionalizzata, alla Ciampi, per capirci — scontate
non sono. Ne cito solo due.
In primis, la conferma dell’esistenza e del primato della
defeliciana «zona grigia», fatta di attendismo e d’incolpevole opportunismo, né
fascista né antifascista — scrive Romano: «La maggioranza, comunque, cercò
di sottrarsi alla scelta e si chiuse in una sorta di silenzioso agnosticismo»
(p. 127) —, nei vertici e nella popolazione italiani dell’epoca. E questo significa:
nessun «vento del Nord», che abbia investito l’intera Italia, ma iniziativa di
pochi e dei pochi più preparati: i comunisti. E ancora: la gioia per la
liberazione della primavera del 1945 è stata più frutto dalla fine di un incubo,
che non del conseguimento di una vittoria contro il fascismo per cui ci si era
spesi.
Ma la cosa forse più
«pesante» che emerge da questo breve saggio è la tranquilla ammissione della
relativa equiliceità delle scelte operate nel settembre 1943. Non che emerga alcun
auspicio sterilmente nostalgico di un diverso andamento della guerra, ma senz’altro
appare nitido, considerando — come Romano, da storico di razza, fa — le
alternative concrete che si ponevano allora — e non dopo o oggi — a
tutti e a ciascuno, che allora vi furono «buoni» motivi a monte di entrambe le
scelte.
Sembra aleggiare in questa
presa di posizione di Romano — che gli sta già attirando nutrite critiche — un tour
d’esprit analogo a quello che già era parso di cogliere statu nascenti
qualche mese addietro nelle parole pronunciate da George W. Bush in Lettonia allorché
si permise di rimettere in discussione le scelte fatte dall’Amministrazione
americana negli anni della seconda guerra mondiale: è proprio vero — si chiese
— che chi scelse di appoggiare la guerra delle democrazie contro l’Asse, che
significò per molti popoli europei, dopo il 1945, decenni di terribile e
devastante «socialismo reale», fece l’unica scelta possibile e quella adottata
fu l’unica opzione «morale»? Quale fu il rapporto costi-benefici di questa
opzione?
E in Italia, potremmo
chiederci, quanto l’«accani-mento antifascista» ha regalato in termini di
posizioni di potere all’appendice italica di quella enorme e tragica macchina
imperiale crollata solo nel 1991? Quanto ha contribuito a perpetuare una
condizione «legale» distante da quella del paese «reale», una condizione che
ancora oggi esiste e spacca in due l’Italia?