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novembre 1989: il Muro di Berlino viene, un tocco alla volta, smantellato — non «crolla», come troppo spesso si scrive —, i tedeschi dell’est possono entrare nella Repubblica Federale Tedesca e i tedeschi liberi nell’astanteria della prigione creata da Walter Ulbricht. Famiglie spezzate dalla guerra fredda si ricongiungono. Anziani cui il Muro ha spezzato il cuore, che hanno magari saputo della morte di congiunti e amici senza potervi assistere, piangono. Vopos, per anni catechizzati a uccidere i fuggiaschi perché ritenuto criminali o spie in fuga dal paradiso socialista, si guardano intorno smarriti. I giovani di entrambi i lati fraternizzano ebbri di musica rock, birra e stupefacenti. Nei supermercati i berlinesi dell’Est fanno incetta di merce di pregio insicuri della durata del libero accesso all’ovest. Le edicole e i locali porno di Berlino Ovest si affollano di curiosi di oltre-Muro…
Più o meno in questi termini si sono impresse nella memoria le immagini e la cronaca di quel giorno, che apriva una catena di eventi rapidi e convulsi che sarebbe culminata con la dissoluzione dell’Urss, l’ammainamento della bandiera rossa dalla cuspide del Cremlino e il ritorno dell’aquila bicipite nelle insegne della nuova Russia.
Credo sia impossibile per chi è nato o ha iniziato a occuparsi di quanto accade intorno a sé dopo capire che cosa abbia significato questo evento per la mia generazione e quanta commozione abbia scatenato ingente come me assistere a questo evento-simbolo.
Chi poteva pensare solo poco prima che le cose sarebbero andate così?
Sono nato nella Guerra Fredda. Fin dai primi anni in cui si prende coscienza del mondo che ci circonda, quando si comincia a porsi le prime domande, il clima che mi circondava e in cui mi sono formato era fortemente — se non fortissimamente — polarizzato, una polarità i cui referenti esterni erano i due giganteschi blocchi di popoli che si fronteggiavano per ragioni ideologiche e per il dominio di queste idee nel mondo dai mari artici agli oceani caldi…
Grazie anche alla repressione di Budapest nel 1956 e al soffocamento della «Primavera di Praga» del 1968, Yalta e la divisione dell’Europa per i miei coetanei erano un dato quasi di natura, che neppure le relative aperture verificatesi negli anni Sessanta e Settanta, quando si cominciò a poter viaggiare — e molti giovani iniziarono a farlo, spinti da fini nobili e più spesso meno nobili — più o meno liberamente nei paesi dell’Est, avevano scalfito. L’unica forma di sostegno ai disgraziati popoli dominati dal comunismo che s’intravedeva erano la conquista militare e la liberazione, così come era accaduto per la Germania hitleriana. Ma questo avrebbe comportato probabilmente la guerra nucleare… E questo nasceva creava un senso d’impotenza frustrante e d’inerzia, che alla lunga sfociava nella dimenticanza e nella noncuranza…
Eppure questo «fatto grosso» e insperabile è accaduto: il sistema socialista «reale», il sistema imperiale costruito sul grande corpo della Russia zarista dalla ferrea minoranza bolscevica, sia seguendo linee politico-militari russe tradizionali, sia attraverso la fratellanza «proletaria», è imploso, preda delle sue contraddizioni interne e, in ultima analisi, di un regime che postulava un’immagine ridotta e deformata di uomo — un uomo con tre gambe e due teste, come si esprimeva, per farci capire, la persona che maggior ha avuto nella mia (e di molti altri coetanei) formazione culturale a partire dai primi anni 1970 — e che negava le esigenze più genuine e profonde della vita dell’uomo: la famiglia, la libertà di possedere, la libertà di formarsi un’opinione sul mondo non prefabbricata e coatta, la libertà di allevare figli, la libertà di professare pubblicamente e di diffondere il proprio credo religioso.
In breve giro di anni il mondo socialista di obbedienza moscovita ha mutato faccia: la libertà — una libertà forse relativa, ma incommensurabilmente più grande e concreta di quanto il socialcomunismo rendeva possibile — è tornata, le nazionalità oppresse si sono in gran parte liberate e dalle ceneri dell’impero sono nati Stati nazionali liberi, dove vige il sistema politico democratico; altri Stati, costruiti artificialmente addirittura prima del comunismo, come le Cecoslovacchia e più di una nazione caucasica, si sono ridivisi nelle etnie messe insieme in maniera forzata; infine all’interno della casa-madre, dell’Urss, è finito il potere del Partito che egemonizzava capillarmente tanto il potere statuale quanto la società …
Di fronte a questo grandioso cambiamento di scenario e, soprattutto, avendo davanti agli occhi gli avvenimenti degli anni successivi, s’impongono non pochi interrogativi.
Che cosa vi fu alla base? fu un crollo? E questo crollo fu spontaneo?
Per certo la caduta del Muro e del sistema imperiale creato dalla centrale moscovita del comunismo mondiale non sono stati prodotti né dalla sconfitta militare nella Guerra Fredda, né da un movimento di massa, che ne abbia travolto «sovrani» e sudditi. Un movimento di resistenza di massa, popolare, di cui gli intellettuali sono stati l’elemento vessillare, è sempre esistito nell’impero, quantomeno a partire dalla repressione ungherese del 1956. Ed è altrettanto certo che questo dissenso ha operato da lievito negativo contro l’impero, logorandone soprattutto le ragioni di essere e il consenso popolare. Ma non è stato questo il fattore decisivo del crollo.
Né lo è stata, checché se ne dica, la straordinaria figura, dalla enorme statura morale e dal carisma, del papa polacco: Giovanni Paolo II ha senz’altro influito sul dissenso attivandone e irrobustendone le radici religiose, mobilitando masse umane nella sua Polonia e incoraggiando la resistenza non violenta, ma non avrebbe mai potuto essere causa determinante di quanto è avvenuto. Anzi nel 1981 ha rischiato di esserne vittima…
In realtà la causa principale è stata l’insostenibilità di un sistema di potere, messo in crisi dalla ininterrotta competizione industriale-militare con gli Stati Uniti, logorato dalla guerra in Afghanistan, esaurito dalle spese per sostenere l’impero — basti pensare all’enorme finanziamento erogato a Cuba e alle spese per far sopravvivere i partiti comunisti nei paesi democratici —, minato da un sistema produttivo in cui il socialismo, anche mitigato, costituiva un handicap fatale nei confronti delle economie occidentali. Un sistema economico fallimentare, che per decenni paradossalmente era sopravvissuto grazie all’aiuto alimentare delle democrazie occidentali e che alla vigilia degli anni Novanta del secolo scorso si dimostrava decrepito se confrontato con l’economia americana o tedesca. Una situazione da piano inclinato, in cui la crisi si autoalimentava a velocità sempre crescente, che faceva intravedere uno scenario di autentico e radicale tracollo in tempi non lunghi.
Di qui il bivio: cedere per non perdere oppure ostinarsi a mantenere una situazione sempre più insostenibile e rovinosa?
La centrale moscovita a mio avviso ha scelto la prima strada, cercando una uscita dal socialismo reale che non fosse imposta dagli eventi — da una rivoluzione popolare, da una crisi economica da pianto — ma gestita dagli stessi centri di potere. Una uscita «pilotata», che rinunciasse alla forma più appariscente, quella esterna, cioè alla titolarità del potere — al governo dello Stato e delle sue strutture, esercito e servizi segreti inclusi — e salvasse l’essenziale, ossia il potere reale dei gruppi dirigenti del sistema: il potere economico e il potere sulle strutture intermedie a livello centrale — monopoli, complessi industriali, grossi gangli burocratici — e locale — i governatorati periferici. Quindi un programma di trasferimenti di risorse finanziarie nei paesi liberi e nei paradisi fiscali, di «dismissioni» preventivate e graduali, l’assunzione di nuovi volti — il dirigente del Kgb che diventa grande finanziere, la divisione industriale-militare controllata dal partito o dal Kgb, che diventa la multinazionale XYZ, parti della struttura clandestina, che si trasformano nella «mafia russa» —, in una logica di messa a frutto in ottica capitalistica delle risorse finanziarie e reali un tempo appropriate da centri di potere comunisti. Un piano di arricchimento di massa in attesa di tempi migliori.
Altri avrebbero garantito la sopravvivenza dell’«idea», che veniva pro tempore accantonata. In primis i partiti dei nostalgici del comunismo, in Urss, negli ex paesi satelliti, ma anche nelle democrazie occidentali: una piccola classe dirigente di riserva in vista di possibili cambiamenti di situazione. E, in secundis, l’enorme potere di apparato sulla cultura, nell’insegnamento, negli ambienti mediatici, sul sindacalismo, su alcuni settori economici, garantito dai medesimi quadri di prima postisi però non più sotto il segno dell’ideologia «forte» e «pura» di prima, ma di un «pensiero debole», ma non per questo meno tenace e aggressivo nel conservare e nel proseguire la demolizione dell’avversario.
È riuscito questo piano? A giudicare dai fatti, sì. Anzi, i recenti sviluppi della Russia sembrerebbero segnare addirittura un ritorno a linee politiche e anche ad aspetti esteriori già propri dell’impero sovietico. Altrettanto dicasi della tenace permanenza al potere, magari in forma alternata, di partiti esplicitamente comunisti — come in Italia — o post-comunisti in numerosi paesi europei. E che dire poi dell’immutata e granitica presenza di quadri e motivi socialisti nel movimento sindacale odierno?
Dunque l’impero comunista non è finito? Se quanto sopra ho detto è vero, no. E anche perché un miliardo e mezzo di asiatici sono ancora oggi soggetti al comunismo e nei paesi dell’America Latina si assiste a un impetuoso ritorno del populismo socialisteggiante.
È una situazione migliore di quella di prima del 1989? Sarebbe da ciechi negarlo: la libertà e il tenore di vita di cui si gode a Budapest, come a Praga, a Varsavia come a Kiev, è incomparabilmente superiore a quella dell’età comunista. Così come, di fatto, è caduta la minaccia di un olocausto nucleare, in Europa sono scomparsi i terroristi «rossi» e la prospettiva di una socialistizzazione soft dei paesi liberi e dell’Italia è sempre più lontana.
Altrettanto miope sarebbe tuttavia pensare che quel processo iniziato nel novembre di diciassette anni fa sia stato l’inizio di una primavera. Senza considerare i problemi e le minacce nate altrove dopo il 1989 — l’immigrazione, il terrorismo islamico, il dilagare delle pratiche contrarie alla bioetica, l’ascesa dell’economia cinese —, nel mondo già comunista la situazione è ibrida: non c’è stato quel rovesciamento completo che la caduta del Muro poteva far attendere.
La lotta, quindi, per una bonifica completa delle società occidentali, sia di quelle che hanno conosciuto il potere assoluto comunista, sia di quelle che ne hanno sperimentato solo piccoli assaggi, come l’Italia, da ogni germe di ideologia e di potere lasciati come residuo dalla stagione del comunismo non è finita, anzi è ancora lunga…