a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale
(14 dicembre 2007)
Perché il rifiuto. In margine a un editoriale di Pierluigi Battista
«I professionisti del rifiuto»: così Battista titola il suo fondo sul Corriere di oggi 14 dicembre 2007. Battista denuncia in maniera vibrante l’attuale resistenza, se non renitenza, a superare la reciproca delegittimazione espressa dagli schieramenti politici antagonisti, una difficoltà che mette in discussione ed espone costantemente a rischio i recenti tentativi bipartisan di riscrivere le regole del gioco, che Battista giudica, in maniera del tutto condivisibile, come operazione irrinunciabile, pena un declino sempre più drammatico del Paese. Come esempio opposto, come fruttuosa stagione di concordia il notista evoca invece lo «spirito costituente» che presiedette nel 1948 alla redazione di una Costituzione della Repubblica, che, bongré malgré, «tiene» da quasi sessant’anni.
Ma, se la diagnosi è corretta e del tutto condivisibile la sua preoccupazione, l’individuazione delle cause pare invece un po’ debole. Egli invoca infatti uno spirito «guerrafondaio» persistente, l’intransigenza ideologica, errata nozione del bipolarismo, l’irresponsabilità, quasi che ci si trovasse di fronte a un rifiuto pregiudiziale, che scaturisce da una sorta di «professionismo» non meglio definito.
Quelle addotte sono senz’altro tutte cause vere. Tuttavia, a mio avviso il vice-direttore del prestigioso quotidiano dimentica qualche fatto, a causa dei limiti della sua cultura politica — è una valutazione di fatto, non di merito — gli sfugge quel quid che forse può davvero far comprendere che cosa accade.
Il nodo credo sia proprio la nozione di spirito costituente. Riflettendo bene, nel 1946-1948 le forze politiche evitarono in sede costituente — ma non nella politica quotidiana — lo scontro per più di un motivo. In primis perché i comunisti avevano subito una dura batosta con l’estromissione dal governo nel 1947, che aveva segnato una prima frattura dell’arco politico originario, del 1943-1945, il che consigliava ai comunisti di collaborare e di condizionare al massimo la nascente carta per ricuperare terreno. Poi, perché fino ad allora la cultura che anima le forze che hanno dato vita al patto del Cln è una cultura politica condivisa almeno nelle linee profonde. Il punto unificante si potrebbe individuare sul piano storico nella fondamentalmente comune lettura del Risorgimento. Si trattava dunque di un patto rifondativi fra forze ben radicate, pur se con dottrine politiche diverse, nella modernità post-illuministica, se non «giacobina». Né allora si poteva prevedere la svolta del 1948, quando la piattaforma del 1945 verrà realmente messa in discussione, in quanto gli elettori apriranno alternative politiche concrete. E la storia degli anni dal 1948 al 1963 è la storia dello sforzo di restaurare — con i governi di coalizione di De Gasperi, con i moti di Genova del 1960, con l’apertura ai socialisti marxisti — almeno parzialmente quel blocco delle origini che sembrava periclitare.
Con il 1989 e la scomparsa dei partiti tradizionali invece lo scenario è mutato. La cultura politica che hanno espresso i due governi Berlusconi è in larga misura eterogenea rispetto a quella del coagulo repubblicano delle origini. Solo nel 2001 si è avuta una prima reale e non effimera esperienza di governo post-ciellenistico. Non che da questa data si sia ribaltata la frittata, ma di fatto si sono frantumati cliché e schieramenti che parevano eterni, si sono aperti spiragli, se non spazi, ad altre opinioni e ad altre opzioni fino ad allora bloccate dall’accanita difesa identitaria del blocco di forze di centro e di sinistra. La lettura del Risorgimento — per restare sul terreno storico — e della Resistenza da parte delle nuove culture politiche non era più né monolitica né soprattutto appiattita sulle tesi comuniste, i rapporti con il cattolicesimo più aperti a causa della nozione di senso comune e l’anti-statalismo che accomunavano il liberalismo non «giacobino» e la dottrina sociale della Chiesa, la demolizione di un’economia statalizzata e sindacalizzata sembrava iniziata, almeno in embrione.
E questa rottura di schemi è stata vissuta come un trauma, come un rovesciamento epocale di prospettive, dai difensori dell’ancien régime post-bellico, che hanno fatto l’impossibile per abbattere il governo di centro-destra, demonizzando il suo leader nei media e negli areopaghi partitici e sindacali, attaccandolo attraverso la leva della magistratura politicizzata, rifiutando a priori ogni e qualunque iniziativa del governo — a costo di riprenderla poi una volta vinto.
Da questa impasse credo non si possa uscire se non scompariranno questi nostalgici del vecchio regime, questi «professionisti del rifiuto», questi partigiani di un passato «che non vuole passare», di una stagione tutto sommato sciagurata della nostra storia, in cui, se pure abbiamo conquistato un benessere straordinario — anche se in larga misura indipendente dall’azione della politica —, l’identità culturale del nostro Paese ha conosciuto il suo minimo storico e il suo tessuto morale ha subito lacerazioni tremende, fino a raggiungere quella drammatica condizione, anomica e frantumata, che il Rapporto del Censis del 2007 ha felicemente dipinto nemmeno più come «coriandolare», ma come di «mucillagine sociale».
Si tratta dunque dell’abbandono dell’ideologia post-marxista cioè di quei sedimenti che la cultura comunista ha lasciato nella cultura dell’attuale sinistra, inclusa quella già democristiana. Cioè, lo statalismo, il laicismo, il multiculturalismo, l’indifferenza alla questione demografica, il terzomondismo, il relativismo etico e morale, una mitologia storica falsa ma tenace e dura a morire, una concezione ostruzionistica e verticistica della prassi politica.
Dunque un passaggio culturale ben preciso e anche altrettanto difficile, forse impossibile, almeno nell’arco dei prossimi decenni.
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