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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


(25 marzo 2009)

Finalmente i Laogai «in outsourcing»!




Padre Giulio Albanese, uno che di Cina si intende bene, nel contesto di un suo commento a un discorso pronunciato il giorno prima a Luanda da Papa Benedetto XVI nel corso del suo viaggio apostolico in Angola e apparso come editoriale di Avvenire del 21 marzo 2009, ci informa che: «A differenza del colonialismo occidentale che ha sempre fatto largamente uso della manodopera locale, la Cina sta trasferendo in Angola, come anche nel resto dell’Africa, centinaia di migliaia di propri connazionali (secondo alcune fonti addirittura milioni). Cinesi in stato di detenzione, deportati con lo scopo di realizzare ponti, strade, ferrovie ed altre infrastrutture. Alcuni di loro sono ammassati in veri e propri campi di concentramento, altri sopravvivono in condizioni pietose dentro gigantesche tendopoli. A parte i galeotti comuni, tra i deportati figurano anche detenuti per reati d’opinione: politici, insegnanti, avvocati, medici, economisti».

Strabiliante: Pechino ha inventato i Laogai in «outsourcing», ossia i campi di lavoro dati in appalto! Geniale! Perché non pensare prima, oggi che i mezzi di trasporto consentono di trasportare masse di milioni di persone – non faccio fatica a immaginare la «bellezza» di questi viaggi, di cui il mondo, comprese le agenzie internazionali dei diritti umani, ignora ogni particolare – a distanze impensate, perfino dalla Cina all’Africa, a sfruttare in maniera commercialmente flessibile lo sfortunato popolo del GuLag cinese?

Infatti i vantaggi dell’operazione sono molteplici: portare la mano d’opera, coatta e non – ma nel caso dei cinesi espatriati è difficile distinguere tra il funzionario di partito o militare, il lavoratore «libero» e il prigioniero –, direttamente presso il cliente, poter snellire le strutture concentrazionarie – defilandosi meglio – e quelle produttive in patria – cosa molto utile in tempo di crisi economica mondiale anche per diminuire il potenziale di rivolta in casa propria –, e, infine, attuare una forma di penetrazione pacifica e silenziosa, che non si mai che un domani non si possa rivelare utile.

Credo che gli occidentali dovrebbero riflettere accuratamente su questa mossa, così come hanno riflettuto – ma non si sa bene che cosa ne abbiano concluso – sull’analogo processo di massiccia infiltrazione attuato dall’emigrazione islamica, che fa pendant con la capillare e ormai ultradecennale presenza di cittadini della Repubblica Popolare negli Stati europei e americani, una presenza non sempre proporzionata all’utile commerciale che i cinesi ne possono trarre.

E farebbero bene a tener conto che, se nei primi due casi è realmente difficile discriminare tra flussi «naturali» di migrazione e operazioni di «guerra asimmetrica», nel terzo caso l’ipotesi di una forma di guerra asimmetrica preventiva può non essere del tutto campata in aria.





Pèriplo







a cura di
Oscar Sanguinetti


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