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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


(27 maggio 2008)

Il dubbio di Giuseppe Galasso




Prendendo spunto dalla riedizione di uno studio dello storico pavese Giorgio Rochat sulle guerre del fascismo, Giuseppe Galasso, in un elzeviro sul Corriere della Sera del 20 maggio scorso, svolge alcune considerazioni relative all’identità degl’italiani, che credo meritino attenzione e qualche commento.

Se è vero che le guerre del 1935-1943 si rivelarono dei disastri, attenuati solo dall’intervento straniero — argomenta Galasso —, è ormai consueto individuarne la ragione nelle carenze di una classe dirigente — quella «nazional-fascista» — in cui regnarono «dilettantismi, le superficialità, gli analfabetismi, le irresponsabilità e quant’ altro di peggio si possa pensare con cui la guerra fu affrontata e condotta». «Eppure — continua lo storico —, per l’Italia del 1940 qualcosa insorge nella mente, e più ancora nell' animo, che induce a non starsi del tutto a tali giudizi. Qualcosa che attiene a una più generale responsabilità nazionale, non limitata alle classi dirigenti. Qualcosa di attinente allo spirito non solo dello Stato, bensì anche del popolo, della nazione nel loro complesso». «Dopo tutto — prosegue —, non è un caso che dal Rinascimento in poi degli italiani in Europa si sia sempre detto: adatti alle arti e agli spettacoli, non alla guerra; sempre inclini a giocare più giochi e a cambiare parte e bandiera; pur nel Paese del Papa e nell' ossequio a lui e alla Chiesa, in realtà più turchi dei turchi; “Franza o Spagna – purché se magna”; e così via». E si domanda: «Una cattiva fama del tutto immeritata? A pensare che si tratta dello stesso Paese che ha fatto il Risorgimento e che dal 1860 ha realizzato una delle più cospicue e difficili transizioni a una condizione di modernità e di sviluppo, si è indotti a crederlo. Eppure...».

Infine la parte clou del discorso: «Gli italiani sempre vittime della storia? Gli italiani sempre vittime di agenti del male, quali che siano, interni o esterni? Forse è il caso di chiedersi […] se tra la storia avversa o tra i diversi agenti del male e la realtà […] del Paese non vi siano una solidarietà e un idem sentire molto maggiori che non si veda o si dica e si creda. E se le tare e le insufficienze delle classi dirigenti e quelle degli italiani come insieme fossero le stesse?». «Ho sempre pensato che il detto di D’Azeglio — “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani” — fosse errato. Gli italiani sono da secoli una ben distinta nazionalità fra le altre d' Europa. Quel che non si era mai visto era un' Italia politicamente unita in un grande Stato territoriale a base nazionale. Da fare era, perciò, l’Italia, non gli italiani. E se, invece, mi chiedo ora, avesse la sua ragione anche D’Azeglio? Se davvero fossero ancora entrambi da fare, gli italiani e l’Italia?».

Mi scuso per la lunghezza della citazione, ma credo che da questo sommario florilegio dell’articolo l’argomentazione di Galasso emerga assai più nitida che in un riassunto.

Un primo rilievo sulle affermazioni del prestigioso storico napoletano, non può non rivolgersi a quella secondo cui solo in occasione del Risorgimento e della costruzione dello Stato unitario il difetto denunciato non si sarebbe palesato. È una valutazione che non convince e sorprende che uno storico così erudito sembri non tener conto di quella che è ormai la valutazione corrente fra gli storici: che cioè questo momento della storia italiana sia stato vissuto non solo con una improvvisazione —vogliamo parlare di Mazzini? — pari a quella delle guerre fasciste —basta pensare alle fortunose guerre austro-piemontesi, dove il valore dimostrato combattendo contro Napoleone parve essere svanito dai ranghi delle armate sabaude, o a pagliacciate come il battaglione degli studenti pisani —, ma anche con il determinante aiuto di Stati stranieri, in primis l’Inghilterra, la Francia, e nel 1866 la Prussia, ossia le maggiori potenze dell’epoca; e che entrambi gli obiettivi non solo sono stati risultati conseguiti in misura largamente fortuita, ma anche — al Sud — a prezzo di una massiccia corruzione dell’avversario e di sostegni camorristici e mafiosi rivelatisi spesso decisivi. E taccio «per carità di patria» dei plebisciti del 1859-1860… Sopravvalutare, anzi erigere a emblema positivo una stagione del genere pare alquanto pregiudiziale, se non ideologico, nel nostro.

Ciononostante, la tesi che merita più attenzione è tuttavia quella mette in dubbio la ormai tradizionale disequazione fra comportamento delle classi dirigenti e popolo nei frangenti-chiave della nostra storia. Cioè, i nostri «fiaschi» — e «fiasco» non a caso è divenuto un termine internazionale — non sarebbero dovuti a circostanze avverse o a carenze della leadership, ma a qualcosa di più profondo che affligge da sempre il nostro carattere nazionale. È un interrogativo che fa pensare, una ipotesi insospettabile in uno storico dagli orientamenti così «allineati» — almeno sul Risorgimento — come Galasso.

Molte sono le pagine della biografia nazionale che confermano la divaricazione fra popolo e classi dirigenti italiche — a vantaggio, naturalmente, e proprio sul piano morale, del popolo —, incluse, ma non uniche, le guerre dell’Italia fascista. Ma si potrebbero anche citare più e più pagine dove l’onore nazionale è rifulso e la coesione fra leadership politica e popolo c’è stata e anche solida e che smentiscono, per altro aspetto, la prospettiva catastrofica adombrata da Galasso.

Se sulle prime una certa letteratura è fiorita, quasi sempre per accentuare la divaricazione fra avanguardie «illuminate» e popolo retrivo, solo la prevenzione ideologica — non sempre volontaria, ma ormai «ambientale», assimilata attraverso «i pori» — ha messo, da un lato, in sordina, almeno fino a poco fa, la denuncia «da destra» della divaricazione, così come, dall’altro, ha reso invisibili, quindi insignificanti pagine come Lepanto, i tercios napoletani al servizio dell’Impero, i grandi navigatori, Eugenio di Savoia, gli umili però indimenticati evangelizzatori di mezzo mondo, i principi della Chiesa, i piemontesi anti-francesi del 1792-1796, gl’insorgenti del 1796-1814, i cattolici del 1948.

Se è vero, quindi, che il valore ci fu nonostante le classi dirigenti e talora con le classi dirigenti, c’è allora da chiedersi quale sia e da dove venga questa tara strutturale che Galasso intravede e che ci rende diversi dagli altri popoli, quanto meno da quelli occidentali.

Galasso non la nomina, ma credo si possa evincere dall’interrogativo finale che ho citato riguardo alla celebre diagnosi di D’Azeglio, che pur inizialmente dichiara di non condividere. Gli italiani sarebbero ancora da fare perché il processo di «risorgimento» nella cultura nazionale — dopo quello nei fatti —, iniziato dalle classi dirigenti post-unitarie, è ancora incompiuto. Cioè lo Stato che asserisce di fondarsi e di rappresentare la nazionalità italiana ha ancora bisogno di costruire una cultura compiutamente «nazionale».

Le identità nazionali moderne sono sempre delle costruzioni, anzi, un perenne work-in-progress: Ernest Renan ha detto — esagerando ma non troppo — che la nazione è «un plebiscito di tutti i giorni»: per questo il rilievo di Galasso, sotto il profilo «tecnico», è condivisibile.

Ma c’è da chiedersi quale sia la parte mancante della realtà — appunto — processuale incompiuta.

Se la valenza positiva è messa — a ragione, almeno nel fine unitario, a torto nelle modalità — nel Risorgimento, quella opposta e antagonista sarà presumibilmente la cultura dell’«anti-Risorgimento». Si tratterà quindi per l’Italia di una carenza di secolarizzazione, di laicizzazione della società e, per diametrum, del mancato superamento di quelle «tentazioni» ultraterrene, sovranazionali, familistiche e «corporative», che la costringono, secondo questa visuale, in una condizione di perpetua minorità.

Cercando di capire dove vada a parare il dubbio formulato dall’illustre storico crociano — nonostante il suo confezionamento un po’ sibillino —, possiamo forse leggerlo come un appello rivolto al mondo intellettuale italiano perché vigili simultaneamente contro il risorgente revanscismo ecclesiale e contro la rinascita di un populismo intriso dei vizi «tradizionali» dell’italianità, incarnato probabilmente dal berlusconismo?

E che cosa in concreto si vuole contrapporre hic et nunc a queste due realtà? Forse — è una congettura, ma imbevuta di probabilità — uno Stato che irreggimenti ancor di più la società? un laicismo culturale ancora più forte? La repressione — visto che parla non solo di italiani ma anche di una Italia «da fare» — di ogni spinta autonomistica o federalistica?





Pèriplo







a cura di
Oscar Sanguinetti


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