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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


(14 marzo 2008)

L’eclisse della storia e il Papa




Che la storia sia oggi finita alquanto in ombra è un fatto. Dopo l’ubriacatura crociana e gramsciana – almeno in Italia – pare che oggi la storia non sia più tanto utile. Il crollo delle ideologie moderne, che si appoggiavano in maniera determinante sulla idea di progresso nella storia e della storia, ha portato con sé anche alla crisi del sapere storico, cioè alla sfiducia nella storia come fonte valida di conoscenza.

In un’epoca di «pensiero debole» come quella odierna chi cerca risposte sul passato dell’uomo deve accontentarsi di risposte provvisorie e frammentarie, condite di dubbi e di riserve. Uno scetticismo alimentato senza dubbio dalle polemiche e dalla irriducibile contrapposizione di letture fra le varie scuole «classiche», cioè ideologiche, tutte però unite nel contrapporsi al cosiddetto «revisionismo».

Così non è un caso che si preferisca ricorrere ad altre «scienze umane», apparentemente più «esatte», più esplicative, come la sociologia o l’antropologia.

In realtà se è vero che le sfide più drammatiche della nostra epoca alla nostra identità individuale, a quella delle nostre comunità, dalle città alla nazione, sono rappresentate dai nuovi soggetti culturali e nazionali riaffiorati dopo il 1989 – sia perché ormai «sono fra noi», sia perché la globalizzazione lo impone –, è illusorio pensare che esse possano essere affrontate validamente senza una robusta consapevolezza – e quindi attrezzatura – storica.

Questa coscienza è riecheggiata nitida nel discorso che Papa Benedetto XVI ha tenuto durante l’udienza ai membri del Pontificio Comitato di Scienze Storiche il 7 marzo 2008.

L’interesse della Chiesa per la storia non è di ieri. Senza dimenticare che per secoli non è stato possibile distinguere fra storiografia cattolica e storiografia laica, dal cardinal Baronio a Muratori, da von Pastor a Hergenrother, dai bollandisti a Balan, il cattolicesimo è stato illustrata da grandi figure di storici. I primi accenni espliciti del magistero alla disciplina storiografica si hanno con l’enciclica Saepenumero considerantes, del 1883, di Leone XIII, che segnerà la rinnovamento degli studi storici nel mondo cattolico dopo la stasi del secolo dei Lumi e la soggezione patita nel secolo storicista e liberale.

Benedetto XVI ricorda questo sforzo leoniano di rilancio della storia e ne individua la ragione principale nella necessità di difendere la Chiesa dalla storiografia della sua epoca, in generale a essa «ostile».

Il Papa non è un orecchiante in materia di storia. Oltre a essere un cultore confesso di sant’Agostino, fin dalla sua tesi di abilitazione di recente ripubblicata (cfr. San Bonaventura. La teologia della storia, Porziuncola, Assisi (Perugia) 2008) il card. Ratzinger ha affondato le braccia fino al gomito nella storia e nelle problematiche inerenti al suo studio.

Oggi, secondo il Papa, la condizione è però peggiore: è la cultura stessa contemporanea a diffidare della storia. «Oggi – ha detto – è la storiografia stessa ad attraversare una crisi più seria, dovendo lottare per la propria esistenza in una società plasmata dal positivismo e dal materialismo».

Pare strano forse il richiamo – che risuonerà tuttavia forte anche il giorno successivo, sabato 8 marzo, nell’udienza alla plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura – al positivismo e al materialismo: chi oggi si professerebbe positivista o materialista tout court nel nostro orizzonte intellettuale post moderno?

Riflettendo bene, tuttavia appare che, se queste dottrine non sono più teorizzate come tali, una fede nella scienza che va oltre il limite della sua conversione in anti-umanesimo affiora quanto mai forte nelle polemiche sull’individualità del concepito, così come le teorie neo-malthusiane e pseudo-ecologistiche proliferano. E testimoniano la loro sopravvivenza in forma – implicita ma assai diffusa – di scientismo tendenzialmente eugenetico e di progressismo a sfondo materialistico.

Se questa è la mentalità che domina il nostro tempo, allora «il passato appare, così, solo come uno sfondo buio, sul quale il presente e il futuro risplendono con ammiccanti promesse. A ciò è legata ancora l’utopia di un paradiso sulla terra, a dispetto del fatto che tale utopia si sia dimostrata fallace. Tipico di questa mentalità è il disinteresse per la storia, che si traduce nell’emarginazione delle scienze storiche».

E questa emarginazione non è priva di ricadute drammatiche e non solo nell’ambito degli studi.

Infatti – continua Benedetto –, «ciò produce una società che, dimentica del proprio passato e quindi sprovvista di criteri acquisiti attraverso l’esperienza, non è più in grado di progettare un’armonica convivenza e un comune impegno nella realizzazione di obiettivi futuri. Tale società si presenta particolarmente vulnerabile alla manipolazione ideologica». È una denuncia forte e accorata, che dice senza mezzi termini che l’oblio della storia si traduce in una cattiva politica: quella politica determinata non dal reale, ma dall’ideologia, ovvero quella prospettiva – anche quando trasuda storia, ma una storia costretta entro i limiti del razionalismo dialettico, come il marxismo – che propone mete deduttive e artificiali – appunto «anti-storiche» –, perché non tiene in conto delle radici autentiche dei soggetti storici.

Questa eclisse indotta dalla condizione culturale attuale la storia è accompagnata anche da un altro fenomeno che la alimenta e l’aggrava: quello della riduttività. Ha detto il Papa: «Il pericolo cresce in misura sempre maggiore a causa dell’eccessiva enfasi data alla storia contemporanea, soprattutto quando le ricerche in questo settore sono condizionate da una metodologia ispirata al positivismo e alla sociologia. Vengono ignorati, altresì, importanti ambiti della realtà storica, perfino intere epoche. Ad esempio, in molti piani di studio l’insegnamento della storia inizia solamente a partire dagli eventi della Rivoluzione Francese. Prodotto inevitabile di tale sviluppo è una società ignara del proprio passato e quindi priva di memoria storica».

Dunque la storia oggi viene spesso tendenzialmente mutilata cronologicamente o metodologicamente: ma un soggetto storico, per esempio la storia di un popolo, deve essere studiata tutta, non solo nelle parti in cui l’ideologia ha trionfato, se si vuole ricavare davvero elementi utili per reggerlo o solo per capirne l’identità. Così, bisogna per contrasto con il «prima» – nel caso citato dal Pontefice della Rivoluzione francese, conoscere bene il cosiddetto «antico regime» – studiare come si sia arrivati a una condizione come quella contemporanea, e come sia stata invece possibile una convivenza fra gli antenati dei soggetti attuali, basata su principi e criteri diversi da quelli odierni.

Ci si potrebbe chiedere quale sia l’interesse della Chiesa a questo problema, visto che non ha responsabilità di governo dei popoli. La risposta è facile: «La Chiesa, chiamata da Dio Creatore ad adempiere al dovere di difendere l’uomo e la sua umanità, ha a cuore una cultura storica autentica, un effettivo progresso delle scienze storiche. La ricerca storica ad alto livello rientra infatti anche in senso più stretto nello specifico interesse della Chiesa. Pur quando non riguarda la storia propriamente ecclesiastica, l’analisi storica concorre comunque alla descrizione di quello spazio vitale in cui la Chiesa ha svolto e svolge la sua missione attraverso i secoli. Indubbiamente la vita e l’azione ecclesiali sono sempre state determinate, facilitate o rese più difficili dai diversi contesti storici. La Chiesa non è di questo mondo ma vive in esso e per esso». La Chiesa è soggetto storico e, se è interessata alla storia civile indirettamente, come spazio in cui si svolge la sua missione, è interessata direttamente alla propria plurisecolare storia. «Se ora prendiamo in considerazione la storia ecclesiastica dal punto di vista teologico, rileviamo un altro aspetto importante. Suo compito essenziale si rivela infatti la complessa missione di indagare e chiarire quel processo di ricezione e di trasmissione, di paralépsis e di paràdosis, attraverso il quale si è sostanziata, nel corso dei secoli, la ragione d’essere della Chiesa. È indubbio infatti che la Chiesa possa trarre ispirazione nelle sue scelte attingendo al suo plurisecolare tesoro di esperienze e di memorie».

Si tratta, in conclusione, di un plesso di riflessioni e di richiami importantissimo, tanto per chi si occupa di storia nematicamente, quanto per chi ne è il fruitore ideale, dal politico a chiunque abbia una responsabilità magisteriale e pastorale nell’organismo ecclesiale.

Un richiamo alto, nitido ed energico, come è nello stile di Benedetto XVI, che non lascia margini di equivoco.

Qualche dubbio resta tuttavia che il suo messaggio arrivi alla generalità di chi ne è stato pensato come destinatario: di sicuro però quel piccolo gregge che segue le indicazioni del successore di Pietro anche nella loro formulazione magisteriale ordinaria – e perfino in quella privata –, oltre a trarne grande beneficio, se ne farà senz’altro latore.





Pèriplo







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