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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale





IL DOPOGUERRA: L’ITALIA DEL 1948, FRA LA COSTITUENTE E LA MORTE DI ALCIDE DE GASPERI


di Oscar Sanguinetti


«Gli anni del centrismo si presentano dal punto di vista storiografico con una loro peculiarità e anomalia: la storia, per quel poco che è stato fatto in questo campo, l’hanno scritta i vinti assai più e prima dei vincitori» (1). Così osservava lo storico Pietro Scoppola nel 1997, ribadendo un giudizio formulato già nel 1982 (2).
Se negli anni recenti questo squilibrio si è in qualche misura attenuato e, abbassatasi la temperatura ideologica, anche le divergenze interpretative sono sembrate andar smorzandosi, il giudizio dello storico romano resta ancora sostanzialmente valido.


1. Le origini

Per situare il cruciale periodo della storia italiana in cui si collocano le elezioni del 18 aprile 1948 — ossia gli anni che vanno grosso modo dal 1946 al 1954 —, mi pare necessario risalire almeno alla caduta del fascismo.
È infatti la fine del ventennale regime autoritario, travolto dalla sconfitta militare, dalle divergenze intestine e dalla presa di distanza da parte dei «poteri forti» dello Stato, a segnare, ancor prima della fine del conflitto, la ripresa della vita politica, almeno di una vita politica pluralistica.
Vincendo la forte pressione della Corona per il mantenimento del governo del maresciallo Pietro Badoglio (1871-1956) — l’unico regime militare che mai il nostro paese abbia conosciuto — o, quanto meno, per la restaurazione tout court del vecchio sistema politico, con il primo governo guidato dal social-riformista Ivanoe Bonomi (1873-1951), che nasce il 18 giugno 1944, i partiti pre-fascisti e anti-fascisti riescono a prendere in mano l’iniziativa politica tanto nel Regno del Sud liberato, quanto all’interno dei Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), attivi nel territorio occupato dai tedeschi e posto sotto la sovranità della Repubblica Sociale mussoliniana.
In virtù di questa condizione di fondo — sottolinea ancora Scoppola —, «la politica italiana ripartì, nel secondo dopoguerra, dal punto che aveva raggiunto nel periodo aventiniano: la collaborazione fra socialisti, popolari e forze liberal-democratiche fu la piattaforma della ripresa» (3).
La situazione ancora drammatica del dopo 1945 — la fine della dittatura, un conflitto mondiale da cui la nazione usciva sconfitta, una duplice invasione straniera, un sanguinoso scontro civile — fa sì che il nuovo agone politico agli occhi di chi è stato protagonista della lotta anti-fascista e anti-nazista debba ridursi alla «piattaforma» — con tutto ciò che evoca semanticamente questo termine — citata da Scoppola, cioè debba essere simultaneamente inclusivo di tutte le forze che si sono opposte fattivamente al fascismo, indipendentemente dai loro orientamenti, ed esclusivo di tutte le altre realtà — compresa la monarchia, troppo compromessa con il regime e accusata di assenteismo dalla lotta partigiana —, sia che esse s’ispirino al fascismo o meno.
Non è questa una condizione che s’impone immediatamente: forti resistenze alla costituzione di un oligopolio politico, per di più a determinante componente comunista — un comunismo non ancora percepito attraverso le rassicuranti lenti elaborate dal togliattismo —, verranno dagli Alleati e dal re.
Tuttavia, alla fine, mentre gli uni, per evitare conflitti, confideranno nella forza della leadership moderata degasperiana, che subito si viene a configurare, l’altro, per l’esiguità di consenso e la mancanza di una dirigenza politica autonoma e «nazionale» rinuncerà in breve a ogni proposito di restaurazione. Di quest’ultimo fenomeno è esempio clamoroso l’estromissione e, in seguito, anche la cancellazione dalla memoria nazionale della figura dell’indipendente e filo-monarchico Alfredo Pizzoni (1894-1958)(4), presidente — di fatto — del CLNAI fin dalla sua nascita, una cancellazione che sarà denunciata vibratamente da Renzo De Felice (1929-1996), ma senza grossi risultati.
Si instaurerà così per alcuni anni un «governo del CLN», dal carattere «consociativo» — che egli rileva peraltro già presente nel primo governo Badoglio —, e questo «consociativismo» oroginario, secondo Roberto Chiarini, «traccia […] in prospettiva l’alveo in cui si sarebbe incamminata la politica italiana nel dopoguerra» (5).
Mi sembra si possa dire che tutta la storia del paese, dal 1945 alla fine degli anni 1970, se non anche oltre, tanto prima quanto dopo la promulgazione della carta costituzionale, sia contrassegnata in maniera determinante dalla tensione dialettica fra il richiamo a questo archetipo — parafrasando Goethe potremmo dire «in principio è la solidarietà nazionale» —, impostosi in una situazione largamente di emergenza e privo per diversi anni di ratifica popolare, e modelli imposti da prospettive ideali non riducibili a quelle espresse dal CLN e da contingenze politiche nazionali e internazionali.
Se all’interno di questa «piattaforma», negli anni della lotta, sono emersi soggetti politici nuovi, come il Partito d’Azione, il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana, è soprattutto il Partito Comunista, il «partito nuovo» della «svolta di Salerno», a indossare con maggior vigore e tenacia la teoria dell’anti-fascismo militante come limite dell’area di legittimità — e, in seguito, di agibilità — politica. La finalità è evidente: da un lato accreditarsi come forza nazionale e costituzionale, e, dall’altro, emarginare gradualmente tutte le posizioni alla destra del blocco ciellenista, attribuendo loro maggiori o minori caratteri di contiguità e di continuità con l’esperienza fascista.
A una via al socialismo che passi attraverso la democrazia Palmiro Togliatti (1893-1964) e l’URSS sacrificheranno la linea rivoluzionario-insurrezionale del partito, dimostrandosi possibilisti sulla forma di Stato al tempo dei governi Badoglio, tendendo la mano ai cattolici fin dal luglio 1944 — nel famoso «discorso della mano tesa» del Teatro Brancaccio di Roma —, convinti che neppure il 51% in Italia sia sufficiente per vincere e accettando addirittura senza reagire l’esclusione dal governo nella primavera del 1947.


2. L’Italia sommersa e la «zona grigia»

Al disegno di erigere l’unità anti-fascista a modello, in tesi sine die, del sistema politico italiano, ripetendo su base ideologica l’imposizione elitaria — allora limitando l’elettorato, ora, invece, allargandolo, ma limitando le opzioni ideali — già fatta dal Risorgimento al popolo italiano, si oppongono però almeno due realtà. Come la storiografia recente avvalora sempre più, esisteva nel nostro paese, addirittura dagli anni dell’"esperienza francese» e delle insorgenze, una vasta area culturale e sociale che, per ragioni diverse, era rimasta ai margini di quel «paese legale», che, a fasi successive, la modernizzazione era venuta configurando. Un’Italia che non è troppo audace definire «sommersa» e della cui esistenza ci si accorge solo a momenti, che vive prima implicitamente nel movimento sociale cattolico e, poi, all’epoca dei «notabili», in parte viene innervata dalle organizzazioni operaie socialiste; un’area della società che entra in una certa sintonia con il nuovo ordine paradossalmente solo quando è chiamata a dare un massiccio contributo di sangue durante il primo conflitto mondiale; che si affaccia in una qualche misura — viste le limitazioni del suffragio allora esistenti e le astensioni vicine al 50% — sulla scena nel 1919; che non sgradisce la «profilassi» anti-socialista attuata dal fascismo-movimento; che non lesina il suo consenso al fascismo-regime, soprattutto nel 1935-1936; che non è contraria, in fondo, nemmeno alla guerra fascista e monarchica, che viene combattuta con dignità e abnegazione; che, infine, se non aderisce — anche se l’adesione è tutt’altro che sparuta fino all’ultimo —, quanto meno non ostacola nemmeno l’estrema avventura repubblicana di Mussolini. Nel momento in cui si disegna la nuova veste istituzionale del paese, questa Italia, che qualcuno ha definito «attendista», si presenta ancora una volta — riprendo un’altra espressione di Chiarini — come «il convitato di pietra della politica nazionale», come una vera e propria «“maggioranza silenziosa”» (6) che non si riconosce nei governi del CLN. Oltre a ciò — venendo all’altro inibitore —, troppi accadimenti del periodo bellico e della lotta di liberazione — il silenzio sui devastanti bombardamenti alleati; il drammatico crollo dello Stato nazionale l’8 settembre e l’abbandono di centinaia di migliaia di soldati italiani al loro destino; le stragi di fascisti, che talora sono semplici «autorità sociali», per dirla con Frédéric Le Play (1806-1882), piuttosto che gerarchi «repubblichini», all’indomani della liberazione; le massicce adesioni dell’ultima ora alla lotta partigiana; una Resistenza inquinata moralmente dal terrorismo rivoluzionario praticato dai gruppi comunisti; il trattamento inumano dei prigionieri italiani in Russia; le gesta non sempre onorevoli della polizia partigiana — trattenevano molti dall’enfatizzare la vicenda stessa da cui pretendeva di trarre legittimità la pretesa esclusività anti-fascista e l’elaborazione di una nuova forma identitaria. Per chi si avvedeva di tutti questi nodi e del silenzio che era sceso su di essi, era palese che l’obbligatorietà della lotta contro un nemico ormai, dopo il 1945, storicamente inconsistente significava solo legittimare di un altro totalitarismo, per di più palesemente anti-nazionale — come rivelerà l’atteggiamento riguardo al confine con la Jugoslavia comunista —, come quello comunista.


3. L’Uomo Qualunque e Candido

Più diretta eco sul piano politico del disagio di larga parte della società verso il progetto neo-identitario si fa il movimento dell’Uomo Qualunque, nato nel 1945 dalla rivista omonima e rapidamente cresciuto, soprattutto nel Mezzogiorno. Su altro piano, più generico, questo sentire è sostenuto da una pubblicistica di minoranza, anti-comunista e «nazionale», germinata al di fuori di ogni disegno pre-ordinato dalla vena e dall’impegno di alcune geniali figure di giornalisti, umoristi e caricaturisti, come il fondatore de Il Borghese, il romagnolo Leo Longanesi (1905-1957), e l’animatore di Candido il parmense Giovannino Guareschi (1908-1968), i quali condurranno una forte critica, soprattutto di costume, del mondo dei vincitori del 1945, in nome, il primo, dei buoni valori «borghesi» ormai al tramonto e, l’altro, del senso comune popolare, sostanziato di cattolicesimo e di tradizione, che soccombeva sotto l’ideologia della modernità socialista. Entrambi disegneranno i tratti di una sorta di «antimito della Resistenza» — così lo definisce ancora Chiarini (7) —, destinato a incidere e a sopravvivere nell’immaginario popolare fino ai nostri giorni. Quindi, come ben sintetizza Salvatore Lupo, nel 1946-47, considerando anche il disagio e la refrattarietà storica del Mezzogiorno, «correnti poderose dell’opinione pubblica italiana tendevano a delegittimare l’autonominata esarchia e la sua ipotesi di Repubblica» (8).


4. Le elezioni per la Costituente e il referendum istituzionale

Le elezioni per l’Assemblea Costituente e il simultaneo referendum istituzionale del 1946, entrambi a suffragio universale maschile e femminile, sono la prima consultazione politica diretta e libera del corpo sociale dopo decenni di «sovranità limitata» e sono anche l’occasione di una verifica dei due disegni antagonistici, l’uno più definito, l’altro ancora nebuloso, che si venivano delineando. L’importanza del frangente è testimoniata anche dalla grande attesa e dalla mobilitazione di cui il corpo sociale darà prova: voterà infatti l’89% degli aventi diritto contro il 56% del 1919. Il loro esito sancisce il rigetto dell’istituzione monarchica, troppo compromessa con il fascismo, e l’esilio dei Savoia — qualcuno ha ricordato, con un pizzico di malizia, che «“chi di plebiscito ferisce, di plebiscito perisce”» (9) —, mentre evidenzia il successo dei tre partiti di massa, il contemporaneo declino del liberalismo politico e la comparsa sulla scena del neonato movimento «qualunquista», un altro dei partiti «nuovi», che riesce a conseguire oltre il 5% dei voti. Il partito democristiano, grazie anche alle spinte — ancora non del tutto nitide, ma già forti — provenienti dalla gerarchia verso l’unità politica dei cattolici, riporta un incremento di suffragi di oltre il 15% — i dati assoluti non sono ovviamente confrontabili — rispetto al 20% conseguito dai popolari di don Luigi Sturzo (1871-1959) nel 1919, divenendo il primo partito italiano. Il notevole risultato ottenuto da socialisti e comunisti — che assieme considerati conseguono quasi il 40% dei voti, cioè circa l’8% in più rispetto al 1919 — conferma il peso delle sinistre, ma forse non si rivela così corposo come l’eccezionalità della situazione poteva far attendere. Anche se il dato che più traspare dalle cifre è la delega pressoché totale della rappresentanza costituente ai partiti del «sistema», con accentuazione fortissima verso i partiti di massa, il fatto che l’area moderata e non comunista del paese rappresenti più del cinquanta per cento del corpo elettorale italiano — ripeto in un frangente ancora incerto e instabile — evidenzia, anche se in negativo, che il disegno a sfondo ideologico caldeggiato dalle sinistre non è così largamente condiviso come nelle attese. Anzi, si può dire che già in questa occasione s’intravede una certa refrattarietà ai nuovi miti unificanti e omologatori diffusi potentemente dalle varie tribune progressiste.
Ovviamente il voto alla Democrazia Cristiana è anche un voto anti-fascista, ma senz’altro si tratta di un anti-fascismo «fisiologico», implicito nella scelta repubblicana e occidentale, ben diverso quindi da quello indiscriminato, ideologico e surrettizio portato avanti dalle forze marxiste.
Dopo questo primo sondaggio dell’opinione pubblica insistere nell’imporre l’unità nazionale come unico ventaglio di opzioni possibili a un paese a maggioranza conservatrice o nella migliore delle ipotesi diviso a metà sostanziava un’operazione dal carattere vagamente neo-giacobino. E il plebiscito del 18 aprile 1948, rivelando la vera entità del fronte del rifiuto, confermerà quanto fosse inappropriata tale operazione.


5. L’Assemblea Costituente


Con questa premessa, in un clima di acceso antagonismo culturale e politico, con questo alto tasso di «divisività» — per usare un’espressione coniata da Luciano Cafagna (10) — nel paese, non stupisce che la costituzione repubblicana del 1948 nasca come frutto di un compromesso fra culture largamente ideologizzate. Chi sarà più attivo fra i rappresentanti dei cattolici sarà la sinistra democristiana, soprattutto i seguaci di Giuseppe Dossetti (1913-1996) e di Giorgio La Pira (1904-1977). Sarà una carta sostanzialmente ambivalente, ricca di petizioni di principio e di elementi prescrittivi a sfondo sociale, che offriranno più di un appiglio a torsioni verso «sinistra». Soprattutto il suo plafond anti-fascista — ma in realtà genuinamente anti-totalitario — e i suoi postulati ugualitari consentiranno alle sinistre di leggere nel dettato costituzionale, più che un patto fra la nazione e il suo organismo politico, un programma politico, per di più sempre «tradito» e perennemente «da attuare» di accentuare la pressione affinché il «ciellenismo» diventi l’alveo perpetuo, in cui si snoda la politica repubblicana, facendo dell’anti-fascismo non più un atteggiamento doveroso e concreto, ma un mito e un’ideologia, e del fantasma fascista un perenne discrimine a destra.
Il ruolo giocato dai costituenti democristiani in questo frangente — contenere la pressione filo-sovietica e salvaguardare l’unità anti-fascista — può essere illuminato da questo brano di Alberto Monticone: »[…] molto interessante appariva allora questo sforzo del mondo cattolico interessato alla politica non per acquistare gli strumenti della democrazia ai fini della diffusione dei principi cattolici, bensì per convertire il mondo cattolico ad una piena accettazione della legalità democratica e delle istituzioni come luogo importante di libertà anche e soprattutto per i cristiani» (11).


6. 1947: la rottura dell’unità nazionale e l’uscita del PCI dal governo


Nel 1947, la normale dialettica politica, che si svolge parallelamente agli ordinati lavori dei costituenti, ha in serbo un colpo di scena.
Il terzo ministero di Alcide De Gasperi (1881-1954) — forse il più in linea con il modello «consociativo», essendo composto solo da democristiani, socialisti e comunisti —, nato all’inizio di febbraio del 1947, cade già il 13 maggio successivo. Il 21 giugno un nuovo governo, ancora a guida De Gasperi, con la Democrazia Cristiana affiancata dai soli liberali, otterrà la fiducia — ancora puramente consultiva — dell’Assemblea Costituente con 274 voti contro 231. Nel governo non ci sono più ministri socialisti, né comunisti, i cui partiti passano all’opposizione. Con questo governo — che in dicembre, dopo il congresso della Democrazia Cristiana a Napoli del novembre, diverrà un quadripartito, quando, dopo un semplice «rimpasto», vi entreranno i socialdemocratici e i repubblicani — si apre la stagione del «primo centrismo», dominato dalla figura dello statista trentino, e destinata a esaurirsi all’indomani delle elezioni del 1953.
Quest’autentica svolta silenziosa del 1947, contrassegnata dalla rottura del paradigma consociativo originario, non deriva direttamente dalle pressioni, pur reali, degli americani e del Vaticano, bensì da ragioni endogene alla classe politica.
Una delle letture ormai abbastanza diffusa è che, oltre a constatare l’incrinarsi del rapporto politico con i comunisti — dai quali ha peraltro appena «incassato» il voto a favore dell’articolo della Costituzione sui Patti Lateranensi — sul piano della politica sociale e la necessità assoluta per l’Italia degli aiuti americani, De Gasperi, forse anche sulla base dell’esito delle elezioni amministrative siciliane di aprile, che vedono il balzo delle destre a oltre il 24%, si rende conto che il paese è molto più a destra della sua classe politica. Egli non intende lasciare che le istanze di questa destra, largamente composta di cattolici, trovino rappresentanza in movimenti oltranzisti o in forme democratico-conservatrici — che ambienti della curia romana, pare facenti capo al Sostituto monsignor Domenico Tardini (1888-1961), da tempo incoraggiano —, ma vuole che vengano mantenute all’interno dell’area della legittimità anti-fascista originaria entro cui la Democrazia Cristiana continua strutturalmente a collocarsi.
Capire il perché di questa operazione al tempo stesso di «disinnesco» della reazione anti-totalitaria e di mantenimento della linea delle alleanze con le culture «laiche», che impresse un andamento essenziale alla storia d’Italia, rimanda ad un’analisi sulla natura del partito democristiano e sulle premesse teoriche del pensiero politico degasperiano, che esulano comunque da questo.
De Gasperi riuscirà nel suo intento — come dimostrerà il plebiscito del 1948 —, sfruttando ancora il tradizionale innesto del cattolicesimo nella società italiana e il capitale di prestigio morale accumulato dai cattolici durante i tragici anni 1943-1945. Ma soprattutto avrà successo senza cambiare nulla nella dottrina del suo partito, senza operare alcuna sterzata «a destra», limitandosi invece a rinvigorire, accanto a quella anti-fascista intrinseca, quella pregiudiziale anti-comunista, peraltro anch’essa già implicita nel cattolicesimo e nella dottrina del suo partito, che i tempi imponevano.
Attraverso questa virtuale e parziale sovrapposizione di una «costituzione materiale» a quella formale appena entrata in vigore — è una tesi di Giorgio Galli (12) —, la Democrazia Cristiana dimostrerà di aver accolto almeno parte della domanda politica conservatrice soprattutto attraverso il carisma austero del suo leader e una politica quotidiana «forte» in campo sociale e in materia di ordine pubblico. Per un po’ la Democrazia Cristiana sembrerà trasformarsi, almeno nei fatti, in un partito conservatore di massa — quella realtà sempre assente nello schieramento politico italiano —, ma la sua vena cattolico-democratica rimarrà viva e, in una diversa temperie storica, con un’altra leadership, tornerà ad affiorare.


7. Le elezioni politiche del 1948

Le elezioni per il primo parlamento repubblicano confermeranno — ma non determineranno, come spesso si crede — la strategia centrista di De Gasperi e il suo ricupero delle istanze dell’"Italia sommersa» a quello che restava per lui l’unico quadro «sistemico» legittimo.
Tuttavia, nei mesi fra l’entrata in vigore della Costituzione e le elezioni politiche questo esito favorevole non pareva però così scontato.
In un quadro internazionale non ancora così nettamente antagonistico come negli anni 1950, dunque in un contesto dai contorni ancora incerti, le prime elezioni per il parlamento repubblicano minacciavano realmente, non solo di rimettere in discussione lo scenario neo-centrista, ma addirittura di rovesciarlo e di vedere salire al potere, questa volta in maniera pienamente legittima e sancita dal popolo, il fronte delle sinistre marxiste, appena estromesse dal governo.
Nel 1946 si era fra l’altro visto che i due blocchi — allora virtualmente, poi realmente — antagonisti erano entrambi attestati intorno al 50% dell’elettorato e sarebbe quindi bastato poco alle sinistre per ribaltare le scelte subite. La preoccupazione che ciò potesse avvenire era acuita anche dal ricompattamento delle forze progressiste e comuniste — il Partito d’Azione si era fuso con il Partito Socialista l’anno prima — sotto l’egida di un ampio Fronte Democratico Popolare. La formidabile macchina propagandistica del Fronte, il potente volano costituito dal sindacato unitario dei lavoratori, il senso di onnipotenza delle forze progressiste dopo la sconfitta del fascismo, la trionfale conclusione della guerra per la patria del socialismo, il mito di Josif «Stalin» (1879-1953), l’avanzata comunista in atto proprio in quei giorni nei paesi dell’Europa dell’Est, l’ancora incerto ordine pubblico, erano tutti deterrenti per i moderati, ma costituivano altrettanti inviti a una «spallata» legale, preludio al trionfo delle forze «popolari». Il ritorno in patria di decine di migliaia di prigionieri, rimasti assenti dalle consultazioni del 1946 e del 1947 prospettava l’allargamento, poi, della base elettorale — che cresceva di oltre tre milioni di unità rispetto al 1946 — in una direzione auspicatamente anti-fascista e anti-governativa.
Certo, non era chiaro allora che cosa sarebbe accaduto nel caso di una vittoria del Fronte. Sarebbe stato mantenuto il quadro legale? O la tentazione di ripetere un’altra esperienza di guerra civile di tipo greco o spagnolo avrebbe prevalso fra le sinistre? Come avrebbero reagito gli Stati Uniti a un governo social-comunista legale al di qua della linea di Yalta?
La prospettiva per quelle forze sociali, che sostanziavano l’Italia moderata — i cattolici, le forze liberali, i monarchici, quello zoccolo duro che si rifaceva all’esperienza del fascismo — si presentava alla vigilia alquanto fosca.
L’imminente consultazione verrà letta da entrambe le parti come un frangente straordinario in cui si confrontavano due visioni del mondo, per cui i temi propagandistici usciranno dal contesto programmatico e politico, per farsi decisamente ideologici e talora apocalittici.
La mobilitazione eccezionale che, sotto l’impulso di Papa Pio XII (1939-1958), il mondo cattolico e moderato — che accorrerà compatto alle urne — riuscirà a esprimere, grazie al catalizzatore costituito dai Comitati Civici (13) messi in piedi in poche settimane dal medico e presidente degli Uomini di Azione Cattolica Luigi Gedda (1902-2000), così come grazie a quegli scrittori e giornalisti popolari che ho prima menzionato. Una mobilitazione che si tradurrà in un afflusso alle urne superiore al 90% e che farà sì che la Democrazia Cristiana il 18 aprile raccolga da sola oltre il 48% dei suffragi validi, conquistando così la maggioranza assoluta alla Camera. E, per inciso, altrettanto sarebbe accaduto al Senato, se le proporzioni non fossero state alterate dai 107 ex costituenti immessi di diritto in Senato dalla terza disposizione transitoria della Costituzione, dei quali solo 18 erano democristiani.
Un numero di suffragi enorme, quindi, sommando ai quali le altre centinaia di migliaia di voti anti-comunisti o, comunque, contrari al Fronte Popolare — il 2% raccolto dai neo-fascisti, il 3,8% del blocco liberale-qualunquista e il 2,8% del partito monarchico — lo spessore dell’elettorato anti-comunista e moderato raggiungeva circa il 65% del totale.


8. Le conseguenze del 18 aprile sulla società italiana

Si trattava dunque di una grande vittoria non solo per la Democrazia Cristiana, ma anche per le forze anti-totalitarie in generale e, in gran parte, di quell’Italia del «senso comune» e della «patria» dalle radici lontane, che ho cercato di evocare. Un prodotto di quell’Italia religiosa, rurale e patriarcale, ancora riluttante alla secolarizzazione, che riluttava alla drastica e inesorabile modernizzazione culturale che il Paese stava subendo. Un successo di quei cattolici decisi a impedire che la Sede di Pietro venisse a trovarsi all’interno di uno Stato socialista e di quei circoli intenzionati a rimanere a fianco degli Stati Uniti e del mondo libero.
Una vittoria che, per l’entità del consenso, offriva al partito più votato dai cristiani la possibilità di governare senza bisogno di alleati, segnando con questo una svolta politica dai caratteri epocali, che ribaltava potenzialmente tutto un lungo percorso storico e che apriva all’Italia sviluppi del tutto impensabili fino a poco tempo prima. Non solo, infatti, siglava la completa uscita dei cattolici dall’emarginazione politica, ma faceva intravedere la prospettiva di una leadership cristiana del paese, non più bisognosa di compromessi con le ideologie laiciste e, nel contempo, la possibile ripresa di valori fino ad allora costantemente mortificati, anche se non esplicitamente negati e aggrediti dalle culture dominanti: valori di tradizione religiosa e civile, di famiglia, di gerarchia e di autonomia sociali, di responsabilità d’intrapresa, che una distorta concezione della modernità aveva messo per decenni fra parentesi.
La Democrazia Cristiana, dal 18 aprile in poi, sarà investita, coscientemente o meno, del ruolo di tutore unico degl’interessi cattolici e moderati per più lustri. Anche se tale legame a poco a poco si sfilaccerà, esso durerà fino alla soglia degli anni Novanta del secolo scorso, quando la caduta del Muro di Berlino nel 1989, il mutamento di fatto della costituzione materiale del Paese e l’atteggiamento flessibile della gerarchia libereranno i due blocchi socio-politici dai condizionamenti esterni e renderanno possibile un confronto non più «imperfetto» come prima.
Per altro verso, questo successo dell’"anti-ideologia» infliggeva una grave impasse, dai connotati potenzialmente epocali e fatali, a tutto il «percorso all’utopia» verso il quale le sinistre — ma non solo loro — stavano avviando il paese. Dopo il 18 aprile, l’intera strategia di conquista comunista del potere in Occidente deve cercare nuove vie, che escludano sia la rivoluzione, sia il frontismo. Il 1948 prova con i fatti che per le sinistre non è pensabile un itinerario di potere senza il consenso dei cattolici e non solo di alcuni cattolici, come i catto-comunisti della Sinistra Cattolica, ma dell’intero cattolicesimo politico.
Scrive acutamente Domenico Settembrini, commentando il mito comunista della «Resistenza tradita» come elemento-chiave di quel »[…] progetto perverso che andava sconfitto, perché la democrazia potesse rinascere in Italia» (14): «È una realtà dura da digerire per la sinistra, perché significa che se la legittimazione giuridica della nostra democrazia poggia sulla Costituzione, la legittimità più vera e profonda, quella che scaturisce dal consenso popolare, quella che è espressione di una mentalità, di un modo di sentire prima ancora che di un voto, non ha le sue assise nella Resistenza, ma proprio nel plebiscito del 18 aprile, col quale gli italiani non solo scelsero con piena cognizione di causa l’Occidente, ma respinsero anche l’idea di democrazia consociativa a tempo indeterminato, che era quanto di meno peggio sapesse offrire loro il Fronte socialcomunista, scelsero cioè una democrazia vera, che consentisse loro di essere quello che volevano essere, di crescere e di evolversi, senza dover subire il letto di Procuste, in cui li avrebbero voluti costringere tanti interessati innovatori e riformatori» (15).
Ma, anche su questo tema, vi saranno altri contributi a illuminare la scena.


9. Una vittoria mai «indossata»

Se questo è il portato più genuino del 18 aprile, la storia dei mesi e degli anni successivi testimonia con altrettanta forza come le virtualità implicite nell’evento rimarranno tali, anzi che esso non riuscirà a innovare e nemmeno a intaccare il quadro precedente alle elezioni. Gli unici contraccolpi si avranno nell’opposizione di destra, dove il massiccio raccolto della Democrazia Cristiana prosciugherà l’Uomo Qualunque, segnandone la crisi definitiva, e confermerà il declino dei monarchici.
Dal punto di vista storico il problema principale del 18 aprile 1948 mi pare sia proprio di capire non tanto le ragioni della vittoria, quanto il perché della sua mancata ricaduta sullo scenario politico italiano. E questo credo sia il più grosso fallimento del 18 aprile 1948 e il massimo successo delle sinistre marxiste nel dopoguerra, le quali non solo mantengono la piena cittadinanza e un intatto potenziale operativo, e pur «stoppate» sul piano politico, riprendono l’iniziativa dando nuovo impulso alla secolarizzazione del paese, alla massificazione del corpo sociale e alla difesa degl’interessi della patria del socialismo, proseguendo per altre vie la loro lunga marcia verso l’"Italia rossa».
Nessuno dei vincitori, inspiegabilmente, si farà carico d’"indossare» il 18 aprile, né di far leva su quelle potenti energie anti-totalitarie e valoriali, che la vittoria ha messo a nudo, nonostante la congiuntura straordinariamente favorevole, determinata dall’orientamento tutt’altro che complessato della Chiesa di Pio XII e dal drammatico bisogno di alleati contro il comunismo che gli Stati Uniti evidenziavano.
Così, la vita politica creatasi dopo la rottura del 1947 riprende sostanzialmente il suo tran tran, secondo uno schema destinato a durare per decenni. Il governo, che s’insedia all’indomani del 18 aprile 1948, tornerà a essere un governo di coalizione fra democristiani e forze cosiddette «laiche moderate», nella fattispecie liberali, repubblicani e socialisti democratici, certo schiacciate dalla enorme «balena bianca», ma non per questo meno esigenti in termini di potere e d’indirizzi politici.
Comunque, non tutto il mondo cattolico leggerà con uguale entusiasmo la vittoria democristiana, soprattutto il monopolio dell’elettorato più genuinamente cattolico che se ne poteva evincere. Alcuni ambienti curiali — quelli studiati da Andrea Riccardi e da Augusto d’Angelo (16) —, diffidenti verso il cattolicesimo democratico e preoccupati della riduzione del cattolicesimo politico alla Democrazia Cristiana, premeranno per sfruttare l’impulso del 1948 al fine di «testare» formule politiche alternative al centrismo, come nel caso della cosiddetta «operazione Sturzo» nelle elezioni amministrative di Roma del 1952.
Altri circoli, di opposto orientamento, che già avevano tollerato, se non vista positivamente, la collaborazione fra Democrazia Cristiana e sinistre, continueranno ad apprezzare allo stesso tempo il limen anti-comunista e la scelta anti-fascista impliciti nel centrismo. I Comitati Civici perderanno sempre più udienza fino a essere «silenziati» del tutto a partire all’incirca dalla segreteria democristiana di Amintore Fanfani (1908-1999), nel 1954. Il malessere interno all’Azione Cattolica sotto la presidenza Gedda — assunta nel 1952 —testimonierà che grandi cambiamenti sono in gestazione nel retroterra cattolico del partito, in grado di rimetterne in discussione le opzioni politiche.


10. Gli anni del primo centrismo

La cronaca degli anni 1948-1954 non segnala novità sostanziali, se non che, a dispetto del plebiscito popolare in senso cattolico e anti-comunista del 1948, non cambia granché.
Certo, per De Gasperi non sarà una priorità l’attuazione sul piano istituzionale del dettato costituzionale, si parlerà di «democrazia protetta» e di «Stato forte» e i governi centristi mostreranno a più riprese fermezza nella difesa dell’ordine repubblicano, certo il tessuto morale della nazione subirà meno smottamenti che non se le sinistre fossero state al potere, certo gli artefici della ripresa economica si sentiranno sufficientemente tutelati dal governo. Certo l’anti-fascismo non basterà più a tenere insieme gli organismi unitari creatisi durante la Resistenza, come nel caso dell’associazione dei reduci partigiani e dei sindacati dei lavoratori, mentre si accentuerà il distacco fra i due partiti socialisti.
Cenni d’iniziative non meramente contenitive, ma d’incalzo delle sinistre, o, quanto meno, testimonianze di un’attenzione non distratta all’occasione offertasi ai cattolici il 18 aprile, vengono forse solo dalla realtà meno politica e più sensibile alle scelte di civiltà e di valore: la Chiesa, che il 12 luglio 1949 promulga la scomunica — peraltro largamente disattesa dalla gerarchia — contro i cristiani che, in Italia o altrove, collaborino con i comunisti.
Nemmeno l’attentato a Togliatti, che lo studente siciliano venticinquenne Antonio Pallante tenta il 14 luglio, nonostante la straordinaria mobilitazione dell’apparato para-militare del Partito Comunista, attratto per un attimo dal cavalcare l’onda, varrà a scalfire lo status quo.
Con le elezioni politiche del giugno 1953, la Democrazia Cristiana perderà la maggioranza assoluta — anche perché non scatterà il premio di maggioranza di recente introdotto da quella enigmatica legge che le sinistre avevano duramente avversato perché considerata una «legge-truffa» — e i pesi relativi dei vari schieramenti si modificheranno, con un appesantimento di entrambe le estreme. Il successo elettorale dei monarchici e dei missini configura una potenziale ampia maggioranza di centro-destra. Il 22 agosto, nasce il governo di Giuseppe Pella (1902-1981), vicino ai Comitati Civici, composto da Democrazia Cristiana, liberali, repubblicani e monarchici, che per la prima volta apre a un partito di destra e per la prima volta non vede Mario Scelba (1901-1991) nel ruolo di ministro dell’Interno: ma durerà solo pochi mesi, fino al 5 gennaio del 1954. E l’esperimento di centro-destra si esaurirà poco dopo.
Con il governo Pella ha fine il centrismo sotto il segno e con i connotati impressigli da De Gasperi. Tuttavia, la stagione del centrismo è ancora lungi dall’essersi esaurita: il nuovo governo tripartito — democristiani, socialdemocratici e liberali — di Scelba, ottiene la fiducia il 26 febbraio 1954. Il 19 agosto 1954 De Gasperi muore a Sella di Valsugana (Trento). Nella Democrazia Cristiana, l’astro nascente, Fanfani, è da poco stato eletto segretario nazionale.



Note

Note
(1) Pietro Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico. 1945-1996, 1991, n. ed., il Mulino, Bologna 1997, p. 233.
(2) Cfr. Idem, Per una storia del centrismo, in Giuseppe Rossini (a cura di), De Gasperi e l’età del centrismo (1947-1953). Atti del Convegno di Studio organizzato dal Dipartimento Cultura Scuola e Formazione della Direzione Centrale della D.C., Lucca, 4/6-3-1982, Edizioni Cinque Lune, Roma 1984, pp. 23-53 (p. 23).
(3) Idem, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico. 1945-1996, cit., p. 133.
(4) Cfr. Tommaso Piffer, Il banchiere della resistenza. Alfredo Pizzoni, il protagonista cancellato della guerra di liberazione, Mondadori, Milano 2005; e Alfredo Pizzoni, Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli, con una prefazione di Renzo De Felice, Einaudi, Torino 1993 (rist. il Mulino, Bologna 1995). Di Pizzoni e su Pizzoni è estremamente interessante la testimonianza — largamente auto-biografica — da lui resa al processo sulla strage di partigiani «bianchi» a opera di bande comuniste a Porzûs in Friuli nel febbraio del 1945 (cfr. Pietro Neglie (a cura di), La questione della frontiera orientale italiana tra Cln e Alleati. Deposizione al processo per l’eccidio di Porzûs di Alfredo Pizzoni, in Nuova Storia Contemporanea. Bimestrale di ricerche e di studi storici e politici sull’età contemporanea, anno I, n. 1, Ed. Luni, Milano novembre-dicembre 1997, pp. 104-142 (il verbale è alle pp. 109-129; i numerosi documenti inediti esibiti da Pizzoni nel corso dell’udienza sono riprodotti alle pp. 130-141).
(5) Roberto Chiarini, Le origini dell’Italia repubblicana (1943-1948), in Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto (a cura di ), Storia d’Italia, vol. 5, La repubblica, Laterza, Roma-Bari 1997, pp. 3-126 (p. 24).
(6) Ibid., p. 40.
(7) Idem, Guareschi, la destra e l’antimito della Resistenza, in Nuova Storia Contemporanea. Bimestrale di studi storici e politici sull’età contemporanea, anno IV, n. 2, Ed. Luni, Milano marzo-aprile 2000, pp. 27-57 (p. 27).
(8) Salvatore Lupo, Partito e antipartito. Una storia politica della prima Repubblica (1946-78), Donzelli, Roma 2004, p. 48.
(9) Giovanni Cantoni, L’Italia fra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, saggio introduttivo a Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3a ed. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977, pp. 7-50 (p. 29).
(10) Cfr. Luciano Cafagna, Legittimazione e delegittimazione nella storia politica italiana, in Loreto Di Nucci ed Ernesto Galli della Loggia (a cura di), Due nazioni. Legittimazione e delegittimazione nella storia dell’Italia contemporanea, il Mulino, Bologna 2003, pp. 17-40 (p. 17).
(11) Alberto Monticone, Il mondo cattolico e la democrazia cristiana, in G. Rossini (a cura di ), op. cit., pp. 123-141 (p. 126).
(12) Giorgio Galli, I partiti politici italiani (1943-2004), n. ed. aggiornata, Rizzoli, Milano 2004, p. 79.
(13) Sui Comitati Civici, cfr. Mario Casella, 18 aprile 1948. La mobilitazione delle organizzazioni cattoliche, Congedo, Galatina (Lecce) 1992; Idem, Per una storia dei rapporti tra Azione Cattolica e Democrazia Cristiana nell’età del centrismo (1947-1953), in G. Rossini (a cura di), op. cit., pp. 271-293; Gianfranco Maggi, voce Comitati Civici, in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia 1860-1980, vol. I/2, I fatti e le idee, Marietti, Casale Monferrato (Alessandria) 1981, pp. 207-209; Luigi Gedda, 18 aprile 1948. Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare, Mondadori, Milano 1998; nonché Marco Invernizzi, Democrazia Cristiana e mondo cattolico nell’epoca del centrismo (1947-1953), in Cristianità, anno XXVI, n. 277, Piacenza maggio 1998, pp. 19-23; e Idem, 18 aprile 1948. Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare, ibid., anno XXVI, n. 281, settembre 1998, pp. 13-16.
(14) Domenico Settembrini, Storia dell’idea antiborghese in Italia. 1860-1989. Società del benessere. Liberalismo. Totalitarismo, Laterza, Roma-Bari 1991, p. 439.
(15) Ibid., pp. 439-440.
(16) Cfr. Andrea Riccardi, Il «partito romano» nel secondo dopoguerra (1945-1954), Morcelliana, Brescia 1983; e Augusto d’Angelo, De Gasperi, le destre e l’"operazione Sturzo». Voto amministrativo del 1952 e progetti di riforma elettorale, Studium, Roma 2002.


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