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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale





Isola di Cefalonia 1943:
andò davvero come la racconta una certa vulgata?


Paolo Deotto




«L a triste vicenda è quella di un presidio che, a guerra finita, si è trovato tagliato fuori dalla Patria, moralmente e materialmente, e che ha dovuto da sé affrontare e subire il suo destino nel peggior clima di disfatta nazionale e di isolamento...

  Che cosa conviene fare?

1) Lasciare che il sacrificio della Divisione Acqui sia sempre circonfuso da una luce di gloria. Molti per fortuna sono gli episodi di valore, sia pure più individuali che collettivi. Sembra opportuno che siano messi in sempre maggior luce...

  2) Insistere sul movente «ideale» che spinse i migliori alla lotta. Non insistere sulla disparità di vedute, sulla crisi iniziale, sugli atti di indisciplina con i quali fu messo a dura prova il Comando.

  3) Non modificare la già fatta, non perseguire i responsabili di erronee iniziative, anche se dovessero sopraggiungere nuove emergenze: e ciò per non incorrere nel rischio che il processo a qualche singolo diventi il processo di Cefalonia...

  Questo vuole il rispetto ad essi [i caduti (ndr)] dovuto; il riguardo alla sensibilità di migliaia di famiglie e l’opportunità di secondare il mito di gloria che si è già formato intorno a questa vicenda, in una larga parte della pubblica opinione» (il grassetto è mio).

  Sono alcune frasi, quelle finali, stralciate da un documento firmato dal tenente-colonnello Livio Picozzi. La data che figura in calce al documento è quella del 10 novembre 1948. L’ufficiale apparteneva all’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito ed era uno dei componenti la missione che, fra il 19 ottobre e il 5 novembre di quell’anno, si recò nell’isola greca di Cefalonia per ricostruire sul posto gli avvenimenti e per studiare una sistemazione dei resti dei caduti italiani nell’eccidio tedesco del settembre 1943. Nel 1948: ossia, 57 anni fa, tre soli anni dopo la fine della guerra. Già allora si manifestava l’opportunità di «secondare il mito».

  Da modesto cultore della storia, vivo nella testarda convinzione che «mito» — inteso come enfatizzazione e mistificazione della memoria autentica per scopi estranei alla semplice rievocazione — e «storia» siano due termini tra loro incompatibili. Per cui mi pare opportuno cercare di capire come e perché intorno alla tragedia di Cefalonia sia nato un mito, e in che misura esso «torce» o distorce la realtà.

  Gl’italiani a Cefalonia

  L’isola di Cefalonia era stata occupata dalle truppe italiane il 1° maggio del 1941, nel quadro delle operazioni militari italo-germaniche contro il Regno di Grecia, che l’Italia aveva attaccato nel 1940 e che, da sola, non era riuscita sconfiggere. La forza di presidio, una parte della quale dislocata sulla vicina isola di Corfù, era costituita dalla divisione di fanteria Acqui — operativa sul fronte greco-albanese fin dal 1940 —, da cui dipendeva anche il comando della Marina di Argostoli, il capoluogo, dotato di batterie di artiglieria costiera.

  L’organico della divisione era di circa 11.000 uomini. Fra il 5 e il 10 agosto del 1943 era sbarcato a Cefalonia anche un contingente tedesco di 2.000 uomini, al comando del tenente colonnello Hans Barge. Ufficialmente giunti di rinforzo ai commilitoni italiani, i soldati tedeschi erano stati in verità inviati con precisi compiti di vigilanza, come in molte altre analoghe situazioni, facendosi sempre più tenue la fiducia del dittatore tedesco nei confronti del governo italiano che era da pochi giorni guidato dal maresciallo Pietro Badoglio, dopo la destituzione e l’arresto del dittatore Benito Mussolini, avvenuti in seguito ai risultati della seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943.

  Le manifestazioni pubbliche di giubilo avvenute dopo la caduta del Duce, la diffusa convinzione popolare che per l’Italia la guerra fosse finita — peraltro bloccata dalla doccia fredda del primo proclama di Badoglio «[…] la guerra continua» — avevano acuito la tensione latente da tempo nell’alleanza fra Roma e Berlino. I tedeschi erano convinti — e i fatti avrebbero dato loro ragione — che gli italiani stessero cercando una pace separata.

  Il generale Antonio Gandin, comandante dell’Acqui, manteneva però rapporti cordiali con i tedeschi, grazie anche alla croce di ferro conferitagli personalmente da Hitler nel precedente anno di guerra. Lo sbarco a Cefalonia dei soldati tedeschi non creò inizialmente nessun problema particolare alle forze di presidio italiane: il reparto del tenente-colonnello Hans Barge restava gerarchicamente subordinato al comandante di divisione italiano, pur nel concetto, «tutto particolare», di subordinazione nei confronti di superiori italiani che avevano i tedeschi.

  L’8 settembre

  Poi anche su Cefalonia piombò la notizia dell’armistizio.

  Dobbiamo riportarci un attimo a quei giorni, se vogliamo meglio capire quello che avvenne. Nella seconda parte del 1943 la guerra già volgeva al peggio per le forze dell’Asse Roma-Berlino-Tokio.

  Il 3 settembre le forze alleate erano sbarcate a Reggio Calabria e a Villa San Giovanni, senza incontrare praticamente alcuna resistenza. Quello stesso giorno il generale Giuseppe Castellano firmava a Cassibile, vicino a Siracusa, nella Sicilia invasa, un armistizio col generale americano Walter Bedell-Smith, presente anche il generale comandante in capo delle armate alleate sul fronte italiano Dwight David Eisenhower.

  Con rara abilità, nei giorni fra il 25 luglio e l’8 settembre 1943, i nuovi dirigenti politici italiani erano riusciti a rendersi invisi sia agli alleati tedeschi, sia ai nemici anglo-americani, dei quali peraltro facevano ogni sforzo per conquistare la fiducia.

  La figura ambigua del maresciallo Pietro Badoglio, cresciuto all’ombra del fascio littorio e divenuto capo del primo governo non fascista dopo oltre vent’anni, e i comportamenti confusi del re Vittorio Emanuele III, più preoccupato di salvare il salvabile della Corona, che dell’Italia, ingenerarono nei tedeschi un atteggiamento di sempre più stretta vigilanza, che si concretò nell’invio di ingenti forze attraverso il passo del Brennero, con lo scopo preciso di disarmare le forze armate italiane nella Penisola, quando si fosse verificato il temuto voltafaccia.

  D’altra parte anche gli Alleati si mostravano perplessi nei confronti delle nuove autorità italiane: Badoglio cercava di tenere disperatamente il piede in due scarpe, non volendo comprendere che comunque gli anglo-americani non erano disposti a fare particolari concessioni all’Italia in caso di armistizio, mentre continuava a illudersi di poter ingannare i tedeschi.
L’armistizio, con cui l’Italia usciva dal conflitto, non era stato seguito da una dichiarazione di guerra italiana alla Germania, che peraltro non poteva avvenire senza il consenso del re. La dichiarazione venne solo il 13 ottobre, dopo oltre un mese di tentennamenti e di ambiguità, che furono pagati duramente da migliaia di soldati, in patria e all’estero, lasciati senza ordini, nella completa disgregazione dell’apparato militare, alla mercé di un ex alleato inferocito per il tradimento, e nella gelida diffidenza o indifferenza dell’ex nemico. E questa fu anche la sorte di migliaia di civili, sottoposti a spietati bombardamenti, che gli Alleati non risparmiarono all’Italia neanche durante le trattative finali.

  Il dopo-8 settembre a Cefalonia

  Alle truppe di stanza a Cefalonia l’armistizio unilaterale dell’8 settembre fu reso noto attraverso un dispaccio radio dell’agenzia Stefani delle 19,45, che comunicava quanto già trasmesso dagli anglo-americani un’ora prima. Il generale Gandin, come molti altri comandanti, si trovò inizialmente senza direttive precise da parte del comando. Per questo si limitò a ordinare il coprifuoco e a far pattugliare l’isola dalle sue truppe. Gandin conosceva i tedeschi e sapeva che da un momento all’altro poteva arrivare la loro reazione, mentre non vi era il minimo segno, nemmeno in prospettiva, di un soccorso da parte delle forze anglo-americane, come peraltro previsto dall’art. 8 dello stesso armistizio «breve» di Cassibile.

  Il giorno successivo arrivò dal comando dell’XI Armata, di stanza ad Atene, dal quale dipendevano le nostre forze operanti in Grecia, l’indicazione di non fare causa comune né con i tedeschi, né con gli anglo-americani — in caso di un loro sbarco — e, invece, di «reagire con la forza ad ogni violenza armata». Un ordine inutile, a ben vedere, essendo preciso dovere di ogni militare di «reagire con la forza a minacce armate», ma che la diceva lunga sulla confusione che iniziava a caratterizzare i comportamenti dei vertici militari italiani. Quel giorno stesso il re e il governo si spostavano da Roma a Brindisi, in territorio pienamente controllato dalle truppe italiane. Su questo trasferimento si può parlare di spostamento «in un altro punto del sacro e libero territorio nazionale», come recitò il proclama del re da Brindisi, oppure si può usare il termine di defezione, forse più appropriato a una mossa attuata così in fretta da lasciare le forze armate del Regno prive di direttive coerenti.

  La sera di quel 9 settembre il comando di Atene inviò un nuovo radiogramma al generale Gandin, ordinandogli di cedere ai tedeschi le artiglierie e le armi pesanti della fanteria, in ottemperanza ad accordi intervenuti fra lo stesso comando d’armata e il comando superiore tedesco. In cambio i tedeschi si impegnavano — secondo Atene — a far rientrare in patria tutti i soldati italiani. Gandin adottò una tattica di attesa, e chiese una ripetizione del messaggio, eccependo che quello pervenuto non era comprensibile. Questa tattica era determinata dal dubbio che il generale Carlo Vecchiarelli, comandante d’Armata, avesse emesso l’ordine costrettovi dai tedeschi, confidando in un chiarimento da parte degli organi superiori. I tedeschi non forzarono i tempi, ma intanto fecero arrivare a Cefalonia rinforzi in uomini e in armamenti. Gandin era conscio del fatto che, pur in superiorità numerica, i suoi uomini potevano essere facilmente attaccati dall’aviazione tedesca, né poteva essere sicuro della compattezza dei suoi reparti, serpeggiando, soprattutto a livello di ufficiali subalterni, sintomi di rivolta contro il suo stesso comando. Per questo sembrava ragionevole cercare di prender tempo ed evitare ogni azione militare contro quelli che restavano comunque ancora formalmente degli alleati. E il comandante dell’Acqui sapeva bene che i tedeschi disponevano in Grecia di 300.000 uomini, ed erano in grado di far pagare cara una eventuale vittoria delle forze italiane sull’isola.

  Fra consultazioni con i cappellani della Divisione — che propendevano per la consegna delle armi al fine di evitare il temuto attacco tedesco — e riunioni del consiglio di guerra, il generale riuscì ad arrivare fino al 13 settembre con la situazione ancora in sospeso.

  Nel frattempo, però, si erano verificati gravi episodi, a conferma della situazione di rivolta e di disordine che regnava in alcuni reparti della divisione.

  Lo stesso Gandin venne attaccato da un carabiniere, che lanciò una bomba a mano contro la sua auto; un maresciallo di marina freddò con un colpo di pistola un capitano di fanteria, accusandolo di essere un «traditore», mentre due comandanti di batteria, il tenente Renzo Apollonio e il capitano Amos Pampaloni, assumevano atteggiamenti di sempre più aperta ribellione, arrivando a preannunciare il loro rifiuto di obbedienza, in caso di ordine di consegna delle armi ai tedeschi.

   Quel giorno, il 13 settembre, la situazione di stallo ebbe una tragica svolta: a trattative ancora in corso circa le modalità di consegna delle armi, il capitano Apollonio fece, di sua personale iniziativa, aprire il fuoco con le artiglierie costiere contro due pontoni da sbarco tedeschi, che doppiavano Capo San Teodoro, diretti ad Argostoli, affondandone uno e causando la morte di alcuni soldati tedeschi, mentre un attacco a una postazione isolata del Genio tedesco — anch’esso ordinato da Apollonio senza alcun ordine superiore in merito — portò all’uccisione di un ufficiale germanico e alla cattura dei suoi subordinati.

  Questi atti di guerra, condotti contro gli ordini durante le trattative, contro un esercito non ancora nemico — anche perché lo stesso Gandin, come ovvio, tenne a precisare ai suoi interlocutori che si era trattato di episodi d’insubordinazione — non giovarono certo a tranquillizzare i tedeschi. Infine, giunse dal comando supremo, finalmente risorto a Brindisi, l’ordine, a firma del Sottocapo di Stato Maggiore, generale Francesco Rossi, di «[…] resistere con le armi alle pretese tedesche di consegna degli armamenti». Si trattava di un ordine sciagurato, perché era già chiara, a Brindisi, l’impossibilità di portare soccorso alcuno agli uomini della Acqui. Ma il generale Gandin, ricevuto l’ordine, non poté far altro che obbedire e comunicare al comando tedesco il rifiuto della consegna delle armi e la virtuale apertura delle ostilità.

  La battaglia di Cefalonia (14-22 settembre 1943)

  Si scatenò quindi una battaglia durata quasi dieci giorni, con i tedeschi che non si esponevano al fuoco dei nostri soldati, lasciando ai caccia-bombardieri Stukas il compito di martellare senza pietà le posizioni italiane, facendo centinaia di vittime. I soldati italiani, se catturati con le armi in pugno, venivano fucilati. La resistenza durò fino al 22, giorno in cui Gandin, dopo aver già perso circa duemila uomini, si decise a chiedere la resa. Da Brindisi, nonostante gli appelli via radio dall’isola, non era giunto alcun aiuto. Un’iniziativa del contrammiraglio Giovanni Galati, che con due torpediniere, la Clio e la Sirio, aveva fatto rotta su Cefalonia per portare armi e medicinali, era stata bloccata dall’ammiragliato inglese, poiché le due navi erano salpate senza l’autorizzazione alleata.

  Dal 22 al 25 settembre a Cefalonia si scatenò la vendetta tedesca.

  Centinaia di prigionieri furono ammassati presso una villa, la cosiddetta Casa Rossa, nei pressi di Argostoli — dove trovarono la morte 129 ufficiali italiani — e in altre località dell’isola e fucilati a scaglioni. I corpi dei fucilati alla Casa Rossa venivano fatti precipitare dentro alcune cavità naturali che si trovavano nei pressi e poi ricoperti di terra: a fine settembre le salme furono esumate dai tedeschi, portate al largo dell’isola su dei pontoni e qui fatte affondare. Solo 37 ufficiali del gruppo della Casetta Rossa — per più cappellani, sudtirolesi e sanitari — furono risparmiati: verranno ricevuti tutti in udienza nel 1953 da Papa Pio XII. Il generale Antonio Gandin non sfuggì alla sorte dei suoi sottoposti: venne fucilato alle 7 di mattina del 24 settembre 1943. I soldati scampati alla rappresaglia, circa 2500, vennero concentrati in Sassonia, nel Lager di Zeithain, fino al 1945. Durante il trasporto verso la terraferma su navi sovraccariche un primo bastimento, l’Ardena, esplose appena fuori del porto: l’equipaggio tedesco si salvò ma degli 620 italiani imprigionati annegarono. Altre due navi incapparono in campi minati e affondarono uccidendo circa altri 650 prigionieri. Per ironia della sorte fra il 10 e l’11 ottobre circa 1300 altri italiani perirono nell’affondamento a opera di aerei alleati del vascello postale Mario Roselli, carico di circa 5500 prigionieri di Cefalonia e Corfù. A Cefalonia rimasero alcune centinaia di prigionieri, gran parte dei quali aderì alla Repubblica Sociale Italiana. I superstiti della Acqui ancora nell’isola, sottoposti al comando alleato e partigiano-comunista vennero rimpatriati nel novembre 1944, poco prima che i rapporti fra i due schieramenti vincitori si rompessero e iniziasse la drammatica guerra civile greca. Dal 1953 i resti dei soldati uccisi per mano tedesca a Cefalonia e nelle altre isole riposano nel sacrario dei Caduti d’Oltremare a Bari.

  Dunque, se quasi duemila nostri soldati — a tutt’oggi, tuttavia, non esiste un calcolo univoco e definitivo delle vittime — già avevano trovato la morte sotto i bombardamenti tedeschi e in combattimento, quasi altrettanti, contro ogni senso di umanità, furono fucilati dalla Wehrmacht, insieme a gran parte degli ufficiali, fra cui lo stesso comandante di divisione.

  Perché Cefalonia?

  Questi gli avvenimenti, apparentemente semplici, che ho riportato in sintesi. Ma la loro lettura solleva interrogativi non di poco conto.

  Perché le insubordinazioni? Perché il bisogno di creare quel «mito» difeso dal tenente-colonnello Picozzi?

  Perché solo nell’isola greca i tedeschi si comportarono con tanta ferocia contro gli ex alleati italiani, mentre in tutti gli altri teatri di scontro le truppe germaniche si erano limitate a disarmarli e a deportarli?

  Perché, invece, a Cefalonia — e con minor rigore a Corfù — scattò una così terribile rappresaglia?

  a. Il mito di Cefalonia

  Partendo dal mito, vediamone i contorni.

  Cefalonia è stata tout court dichiarata il luogo, in cui ebbe inizio la resistenza anti-tedesca, sotto l’impetuosa spinta di alcuni giovani ufficiali, patrioti e anti-fascisti, che furono entusiasticamente seguiti da una truppa anelante al combattimento, mossa anch’essa da sentimenti anti-tedeschi e anti-fascisti, sdegnata dal disonorevole proposito di cedere le armi, ben decisa a morire per salvare l’onore patrio. Dulcis in fundo, questi sentimenti della truppa sarebbero stati verificati con una sorta di referendum — una scelta «democratica», per la prima volta dopo vent’anni —, che avrebbe visto la quasi totalità dei soldati favorevoli al combattimento. I soldati sopravvissuti si sarebbero poi uniti ai partigiani greci, per continuare con essi la lotta contro i tedeschi. Questa oleografia ha ricevuto un’autorevole impulso dall’attuale Presidente della Repubblica, che l’ha ripresa e avallata in un discorso tenuto proprio a Cefalonia, il 1° marzo del 2001.

  b. I limiti della lettura ufficiale

  Ma fu davvero così? Oppure si trattò di un tragico episodio che aggravò il bilancio delle vittime italiane, causate dal dissennato 8 settembre 1943?

  Se tutto fu limpido, se tutto si svolse nell’immacolato eroismo dei protagonisti, perché furono sollevati dubbi sulla liceità di più di una condotta? Perché si tentò d’insabbiare o di «promuovere per rimuovere»?

  Non si tratta invece della volontà di approfittare di un genuino moto di resistenza — per di più militare, quindi a fortiori legittima — per dare sostanza alla rivendicazione dell’embrione, del «principio e fondamento», di quell’identità nazionale costruita sulla base di un anti-fascismo non contemporaneamente anti-comunista e anti-totalitario, che proprio in quei giorni prendeva forma nell’Italia liberata e che sarebbe stata per decenni la strategia di fondo della politica delle sinistre e dei partiti del CLN: un’identità ideologica ed estranea alle radici culturali dell’Italia, imposta con la forza di una vittoria ottenuta da altri — gli odiati anglo-americani —, che solo il 18 aprile 1948 varrà a riequilibrare?

  In effetti a Cefalonia ufficiali e soldati italiani «democratici» decisero di disubbidire — mentre il re si eclissava — ai legittimi comandi e di intraprendere azioni militari al di fuori da ogni regola di civiltà. Per di più ciò avvenne a danno di un alleato, che era più volte venuto in soccorso dell’Italia — in Africa Settentrionale, in Grecia, in Jugoslavia —, nonostante la pratica italiana della «guerra parallela» cioè concorrenziale, il quale veniva abbandonato proprio mentre si prospettava la sconfitta, di un popolo che avrebbe dovuto pagare con la vita di altri suoi figli il venir meno dell’apporto italiano. E si sapeva che la Wehrmacht era guidata in ultima analisi da un autocrate esaltato, un esercito di un regime di cui, almeno fin dalla campagna di Russia, era nota la spietatezza.

  Alcuni ufficiali della Acqui avevano poi intrattenuto da mesi rapporti con il movimento clandestino comunista greco e, all’8 settembre, grossi quantitativi di materiali erano stati dirottati verso queste formazioni.

  È giusto passar sotto silenzio questi fatti?

  Si può parlare di esenzione da responsabilità degl’italiani nella spietata reazione germanica? L’ordine di Hitler di non fare prigionieri — peraltro in gran parte disatteso dagli ufficiali tedeschi — fu emesso il 18 settembre, quando grazie al comportamento aggressivo e illecito di alcuni subordinati le trattative che il generale Gandin aveva con tanta pazienza e forse con qualche speranza di successo intessuto erano naufragate e si era venuti allo scontro, che peraltro gl’italiani avevano combattuto in più di un frangente vittoriosamente, facendo prigionieri centinaia di tedeschi.Tutte questi aspetti come mai non vengono mai presi in considerazione?

  Negli apologeti di Cefalonia come incipit della lotta di liberazione pare di veder aleggiare lo stesso spirito encomiastico che accompagna certe azioni partigiane — il modello è l’attentato di via Rasella a Roma —, generalmente di formazioni comuniste, compiute in Italia nel totale disinteresse delle conseguenze, anche quando si sa che queste colpiranno duramente le popolazioni civili. Uno spirito squisitamente ideologico, tutto teso a legittimare con fatti di dubbia liceità dubbi delle tesi ideali e delle prese di posizione politiche che ben poco hanno a che fare con il bene comune della nazione.

  Se si vuol capire perché solo a Cefalonia l’8 settembre l’armistizio finì in eccidio non si può invece prescindere da come i rapporti italo-tedeschi si trovarono a essere alterati da tutta una serie di elementi esogeni, che dettero loro una piega del tutto particolare.

  c. 8 settembre: tradimento o scelta obbligata?

  Premesso che il comportamento tedesco è inaccettabile sotto l’aspetto morale, anche in presenza di giustificazioni di diritto, non si può dimenticare che l’armistizio separato, unilaterale e senza preavviso dell’8 settembre 1943 fu per i tedeschi in sostanza un tradimento, avvenuto per di più in un momento critico di un conflitto che si rivelava sempre più una lotta mortale fra la Germania e il resto del mondo. Non scordiamo che la stessa Francia, schiacciata dalle forze tedesche, chiese l’autorizzazione agli alleati inglesi prima di trattare la resa con la Germania. L’Italia era alleata della Germania, ma intavolò trattative segrete con gli Alleati e, ancora il 3 settembre 1943, giorno della firma dell’armistizio cosiddetto «breve» a Cassibile — reso noto al mondo il giorno 8 —, il maresciallo Badoglio ribadiva la nostra fedeltà all’ambasciatore tedesco in Italia Rudolph Rahn. La qualifica di «traditori», affibbiataci dai tedeschi, e rimasta vischiosamente attaccata all’identità nazionale per decenni, è tanto sgradevole quanto purtroppo rispondente alla realtà — quanto meno alla realtà comunemente percepita — di un atto sostanzialmente proditorio. Anche se è innegabile che l’Italia alla fine del 1943 si trovava in una situazione sempre più insostenibile e che un armistizio, come la non-cobelligeranza del 1939-1940, poteva essere una strada difficile, ma in tesi lecita.

  Senza sposare posizioni preconcette nell’analisi delle difficili scelte del dopo 25 luglio, va detto però che se l’Italia avesse mantenuto l’alleanza con la Germania probabilmente la sconfitta sarebbe stata comunque inevitabile. Ma, se proviamo — per un attimo e senza alcun affetto per questa prospettiva — a pensare a una campagna d’Italia combattuta fianco a fianco da italiani e da tedeschi e, visto che i soli tedeschi, con un piccolo apporto di «repubblichini» — controbilanciato, peraltro, da quello dato dagli «ultimi soldati del re» agli Alleati — sono riusciti a trattenere l’invasore per oltre un anno e mezzo lungo la Penisola, ci si può domandare quanto a lungo avrebbero resistito italiani e tedeschi insieme. E quali sarebbero stati, se non gli esiti, quanto meno i tempi del conflitto mondiale se le divisioni tedesche impegnate in Italia dopo l’8 settembre fossero state schierate contro l’URSS.

  Con il repentino voltafaccia di settembre la Corona scelse di uscire dall’abbraccio mortale hitleriano — dopo essersi liberata facilmente, troppo facilmente, da Mussolini —, ma lo fece con modalità tali da legittimare il sospetto di tradimento e senza far nulla per non ritrovarsi stretta fra la reazione di un alleato inferocito perché tradito e il muro di ostilità dell’ex nemico anglo-americano.

  Se l’intento era di uscire da un legame ora indesiderato, perché stretto sotto il condizionamento della dittatura, il distacco andava preparato diplomaticamente in maniera assai diversa e nella piena consapevolezza che, in virtù della situazione strategica, non si sarebbe trattato di un pacifico addio, ma di una guerra nella guerra.

  In effetti, lascia senza parole come la decisione di cambiare campo fu «gestita».

  In primis sotto il profilo giuridico internazionale.

  Ad armistizio stipulato, l’Italia si veniva a trovare in una ben difficile situazione, perché ufficialmente era divenuta una potenza «non belligerante», e se avesse portato le armi contro i tedeschi in assenza di dichiarazione di guerra, questi potevano considerare i soldati italiani come «partigiani» o «franchi tiratori» e, pertanto, sprovvisti di quelle tutele che le convenzioni internazionali riservano ai combattenti regolari, prima fra tutte il comportamento umanitario nei confronti dei prigionieri di guerra. L’impatto dell’armistizio, poi, neppure nella forma adottata — cioè unilaterale e segreta —, non fu previsto né il Paese preparato; la nuova condizione fu resa nota in termini ambigui e la catena di comando nei giorni successivi all’8 settembre s’infranse, in parallelo al tracollo degli organi dello Stato monarchico. Mentre il re si poneva al sicuro, nel lasso di tempo fra l’armistizio e la dichiarazione di guerra al Terzo Reich, dalla madrepatria ai Balcani e all’Egeo, dalla Polonia alla Francia, l’organizzazione del complesso militare-industriale italiano letteralmente si liquefece, le caserme si svuotarono, i depositi militari furono saccheggiati e scattò l’ormai famoso — ma tristemente famoso — meccanismo psicologico: «tutti a casa!». In gran parte catturati, in armi o sbandati, i nostri soldati si trovarono in balia dell’ex alleato e i più vennero avviati al lavoro coatto in Germania e nei paesi occupati.

  A Cefalonia — e nella sua appendice Corfù — nei rapporti italo-tedeschi a questa debolezza di partenza si aggiunsero quelle insubordinazioni interne alla Acqui e quelle iniziative avventate di alcuni ufficiali inferiori, che ho segnalato e che non portarono ad altro effetto se non a quello di farci considerare due volte traditori dai tedeschi, prima per l’armistizio, poi per gli atti offensivi portati — equiparabili sic stantibus rebus ad atti di guerriglia partigiana — contro di loro, a trattative in corso. Una volta che l’alleato italiano aveva deciso di deporre le armi, il presidio tedesco a Cefalonia si trovava da solo a difendere l’isola, in caso di sbarco anglo-americano. La pretesa di cessione delle armi da parte degli alleati italiani, divenuti neutrali, non è dunque così inspiegabile, se gli italiani non avrebbero più dovute usare queste armi. È anche necessario sottolineare che le artiglierie italiane presenti a Cefalonia erano una preda bellica conquistata dai tedeschi e ceduta agli italiani. E Gandin sapeva tutto ciò e la scelta di non attaccare l’ex alleato derivava da questa consapevolezza, oltre che dalla volontà di riportare a casa quanti più soldati italiani possibile.

  Se ben consideriamo la posizione dell’Italia, dunque, non tutte le ragioni erano dalla nostra parte. La fucilazione dei prigionieri, anche dei soldati semplici — indegna, crudele, inaccettabile —, aveva le sue basi nel pasticcio giuridico-operativo messo in piedi dai nostri spensierati governanti e dalle improvvide iniziative di alcuni.

  d. Una risposta al «perché?»

  Quella che pare lecito avanzare, in conclusione, è l’ipotesi che la rappresaglia tedesca abbia assunto toni così feroci, sia per la gravità della doppia provocazione subita, sia soprattutto per la volontà di Hitler in prima persona l’ordine di non fare prigionieri a Cefalonia e dintorni fu un Führerbefehl, cioè un ordine diretto, supremo, irrevocabile e di applicazione immediata di infliggere un truce ed esemplare monito nei confronti dell’ex alleato, affinché non si ripetessero in effetti a quindici giorni dalla defezione italiana la situazione era ancora in certa misura fluida e si poteva temere che altri reparti italiani, come in effetti in alcuni casi avvenne, potessero seguire l’esempio della Acqui più episodi di rivolta, né spontanea né organizzata, come avvenuto a Cefalonia.

  Gli studi non riescono a infrangere il «mito»

  Per capire che cosa realmente accadde a Cefalonia e quanto poco aderente alla realtà sia la lettura patriottico-resistenziale, sarebbe stato sufficiente leggere quanto scrisse padre Romualdo Formato, uno dei cappellani della Acqui, che già in data 30 aprile 1946 indirizzò, in tal senso sollecitato dalle autorità militari, una relazione al Ministero della Guerra, Terza Sottocommissione accertamenti. Lo stesso sacerdote avrebbe poi scritto un libro, L’eccidio di Cefalonia, caduto nel dimenticatoio per difendere quel «mito» di cui ho parlato.

  E in effetti gl’inquirenti militari del dopoguerra compresero fin da subito che c’era qualcosa che non era andato per il verso giusto a Cefalonia, a partire dalla «Relazione Picozzi», del 1948, che ebbe una curiosa replica anni dopo, nel 1962, con l’appunto del colonnello Giovanni Broggi, sempre dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito, che venne compilato dopo che un articolo, comparso sul settimanale Gente, rimetteva in discussione la vicenda di Cefalonia, addebitando questa volta al generale Gandin, con le sue titubanze, la colpa della tragedia.

  Ma il colonnello Broggi, pur conscio dell’opportunità di difendere dalla diffamazione la Medaglia d’Oro Gandin, consigliava di rinunciare alla richiesta di rettifica nei confronti di Gente. Ancora una volta prevaleva la logica della «difesa del mito»: «[…] sembra conveniente rinunciare all’idea di una rettifica su “Gente”, rettifica che probabilmente potrebbe avere l’effetto di risollevare polemiche sulla delicata questione di Cefalonia».

  Veniva quindi scelta la linea di non approfondire le indagini per non danneggiare gli effetti che la lettura vessillare e resistenziale della battaglia e degli eccidi di Cefalonia si desiderava producesse.

  E anche, in analogia con quanto è emerso di recente dal cosiddetto «armadio della vergogna», per la scelta deliberata di non incrinare, rievocando crimini tedeschi — o italiani — anche di straordinaria gravità, i rapporti fra Italia e Germania, nuovamente alleate in seno alla NATO.

  Il dibattito fra gli storici

  L’interpretazione ufficiale tuttavia doveva a lungo andare logorarsi e dai primi anni 1990 iniziano ad apparire sempre più numerosi lavori storici — trascurando il romanzo sedicente storico Il mandolino del capitano Corelli, di Louis de Bernierès, apparso nel 1994 in Inghilterra e tradotto da noi nel 2001, o fiction televisive, come la recente Cefalonia della Rai —, con prevalenza di memoriali e ricerche pubblicati da editori minori, dai quali inizia trapelare — o, meglio, trova nuova conferma — che a Cefalonia non vi furono solo luci, ma anche non poche ombre: certo non tali da offuscare il sacrificio di migliaia di compatrioti, ma senz’altro tali da mettere in discussione troppe verità acquisite e troppi meriti frettolosamente attribuiti.

  Un esempio di ricerca che considero di particolare pregio è quello svolto nel 1998 da Massimo Filippini, avvocato, tenente colonnello in congedo dell’Aeronautica, figlio di uno dei caduti di Cefalonia, il maggiore Federico Filippini, comandante del genio divisionale della Acqui, pubblica La vera storia dell’eccidio di Cefalonia e avvia un sito Internet, <www.cefalonia.it>. Pochi mesi fa, sul finire del 2004, l’avvocato Filippini dà alle stampe un altro libro, La tragedia di Cefalonia. Una verità scomoda.

  A ben guardare, Filippini non ha fatto nulla di straordinario: spinto dal desiderio di capire come e perché suo padre morì, ha studiato documenti, raccolto testimonianze, spulciato archivi dell’Ufficio Storico dell’Esercito. Ha letto il diario storico della divisione, redatto dal capitano Ermanno Bronzini, ha letto quanto scritto da padre Formato. Ha fatto il lavoro dello storico, o meglio il lavoro che dovrebbe fare lo storico, se non è apologeta e se non lavora a tesi precostituite. Infine, ha letto gli atti istruttori seguiti alle denunce formulate da Roberto Triolo, padre di un altro dei caduti di Cefalonia, il sottotenente della Guardia di Finanza Lelio Triolo.

  Tornano a occuparsi di Cefalonia firme illustri come Mario Pirani e Sergio Romano, che scriverà «Cefalonia, una pagina nera della storia militare italiana». Questo giudizio di Romano fu espresso in occasione della pubblicazione, nel 2000, del libro di Alfio Caruso Italiani dovete morire. E aggiunge: «Alcuni ufficiali [...] non esitano ad agitare la truppa contro il loro Comandante. La rievocazione degli avvenimenti che Renzo Apollonio, divenuto ormai generale di Corpo d’Armata, ha scritto per il volume dello Stato Maggiore è assai elusiva e reticente». Romano esprime un giudizio; Filippini fornisce una serie di fatti, sui quali quel giudizio ha motivi di fondamento. E proprio Romano fa il nome e il cognome di una figura-chiave della vicenda: Renzo Apollonio.

  Il dibattito fra ricercatori si fa subito acceso ed emergono posizioni comunque revisionistiche, ma di orientamento diverso: c’è chi insiste sul presunto tradimento di Gandin, chi invece sottolinea le responsabilità degli «ufficiali democratici»: tutti sono comunque concordi nel lamentare il tragico vacuum di potere militare e civile in cui si consumò la tragedia.

  Dal «mito» a una lettura più equilibrata

  Questa che segue, viste le fonti più attendibili e in «parole povere», potrebbe essere, in conclusione, una ricostruzione corretta dell’accaduto.

  a. La condizione dell’Acqui all’8 settembre

  Cefalonia, otto settembre 1943. Anche la Divisione Acqui, come tante unità dell’esercito italiano, è formata di uomini stanchi e sfiduciati, ma pronti ad aggrapparsi alla speranza, come è normale, quando la realtà è troppo dura. La dura realtà è la lontananza da casa, l’incertezza sul futuro, la pena per i propri cari. La speranza è che l’armistizio voglia dire che «finalmente è finita», che si torna a casa. Compito degli ufficiali, in queste peculiari situazioni, dovrebbe proprio essere quello di infondere fiducia negli uomini, di mantenere compatti i reparti e intatta la disciplina.

  Il generale Gandin è conscio del peso tremendo della sua responsabilità: la vita di oltre undicimila uomini, di undicimila «figli di mamma», come ha occasione di chiamarli, colloquiando con padre Formato e con il capitano Ermanno Bronzini, dipende dalle decisioni che egli stesso dovrà prendere. La guerra è finita, è persa, questo il generale Gandin lo sa bene. Ora bisogna trovare il modo di salvare queste undicimila vite; i tedeschi sono sconfitti quanto gli italiani, ma sono governati da un dittatore psicopatico, e hanno comunque il dente avvelenato contro questi alleati, da loro ormai visti come traditori. Il generale Gandin deve interrogare a fondo la sua coscienza per capire se la difesa dell’onore militare giustifichi il fatto di mettere in gravissimo pericolo le vite dei suoi undicimila ragazzi. La tattica del negoziato, del salvare il salvabile dell’onore, avendo come prima preoccupazione quella di salvare i propri uomini, sembra la migliore. I tedeschi vogliono le armi pesanti e quelle della truppa, lasceranno le armi individuali agli ufficiali, così dicono. L’ordine da Atene parla chiaro, ma è dubbio che sia un ordine emesso liberamente dal Comandante di Armata. L’ordine di Brindisi non è ancora arrivato. I rapporti con il comando tedesco si mantengono buoni, perché, al di là del giudizio complessivo sugli italiani, il generale Gandin è stimato dai tedeschi.

  Ma una divisione è una grande unità e tutto può funzionare solo se la disciplina regna e gli ufficiali collaborano lealmente e in obbedienza con il Comando.

  Anche questa sembra un’ovvietà: un soldato è tenuto ad obbedire agli ordini. Ma i soldati e gli ufficiali della divisione Acqui sono tanti, e tra essi ci sono anche, inevitabilmente, quei personaggi che si scoprono anti-fascisti il 26 luglio del 1943, o che si scoprono anti-tedeschi dopo l’8 settembre, non appena diventa chiaro dove tira il vento.

  b. Le evoluzioni degli anti-fascisti della prima ora

  Renzo Apollonio è stato uno dei migliori campioni di questo tipo di italiano: non mi permetterei questo giudizio, se non avessi letto la sconcertante parabola di quest’uomo, riportata dalla penna di un sacerdote, padre Formato, che non aveva alcun interesse diretto a sostenere l’una o l’altra parte, e confermata dalle testimonianze raccolte sull’isola e da diversi reduci. Alla notizia dell’armistizio il tenente Apollonio manifesta tutto il suo sdegno perché «i tedeschi ci chiameranno traditori, come già nel 1915 quando tradimmo la Triplice Alleanza». Addirittura, fantastica di trasferirsi via mare presso il primo comando tedesco raggiungibile, per continuare la lotta a fianco degli alleati di tre anni di guerra. Bastano pochi giorni perché Apollonio divenga ferocemente anti-tedesco, mentre il suo collega, capitano Pampaloni, cede ingenti quantitativi di armi e munizioni ai partigiani greci delle formazioni comuniste dell’ELAS (Ethnikòn Laikòn Apelefhterotikòn Sóma,Corpo Nazionale Popolare di Liberazione), gli stessi che in passato avevano ucciso più volte soldati italiani… Le scarse notizie disponibili dal continente e la propaganda dei partigiani greci creano l’illusione che il ritorno a casa sia vicino. L’agitazione della truppa è comprensibile, ma potrebbe essere contenuta, se personaggi come Apollonio, e con lui un gruppo, in verità poco numeroso, di ufficiali subalterni, non soffiassero sul fuoco, anziché adoperarsi per riportare la calma. Le trattative che il generale Gandin intavola col Comando tedesco per costoro divengono un «tradimento». Prende corpo la voce che gli anglo-americani saranno tra poco a Cefalonia per riportare in patria la Divisione Acqui; bisogna quindi impegnare in combattimento i tedeschi, inferiori numericamente, e poi andarsene a casa, per non combattere, finalmente, più contro nessuno. Lo stato d’animo che serpeggia — e qui riprendo alcuni passi della relazione del tenente-colonnello Picozzi — è più o meno questo: combattere un’ultima volta per non combattere più. È una convinzione ingenua, e i fatti lo dimostreranno, mentre il generale Gandin, con maggior concretezza, si rende conto della situazione reale. «Se perdiamo, ci fucileranno tutti»: questa fu la profezia, tragicamente esatta, del comandante della divisione Acqui.

  c. Il presunto «referendum» e la reale insubordinazione di Apollonio e Pampaloni

  In questa confusa situazione maturò un’altra leggenda, quella del «referendum» fra i soldati, smentito da molti dei reduci, che al più riportarono di alcune «consultazioni» spontanee fra ufficiali e truppa, avvenute in alcuni reparti.

  Sempre in questo clima, addirittura, un subalterno dei carabinieri, il sottotenente Orazio Petruccelli, decide di arrestare il generale Gandin e a questo scopo si reca al comando di divisione con una ventina di uomini. L’operazione non riesce perché nel frattempo un carabiniere, nel centro di Argostoli, aveva gettato una bomba a mano contro Gandin e il generale, non fidandosi più dei carabinieri, li aveva rimossi dalla guardia al comando, sostituendoli con un reparto di fanteria, che teneva le mitragliatrici puntate contro il vicino accampamento dei carabinieri.

  Questa era la condizione di disordine che regnava nella divisione e senza dubbio, col senno di poi, si può imputare una eccessiva debolezza al generale Gandin, che non mise subito agli arresti gli ufficiali ribelli. Ma abbiamo visto come la maggior preoccupazione del generale fosse quella di salvare i suoi uomini, né probabilmente egli poteva immaginare che gli insubordinati arrivassero al punto di compiere azioni di guerra contro i tedeschi proprio mentre il comando di divisione stava trattando con loro.

  Invece gli avvenimenti precipitarono e il bombardamento contro i pontoni da sbarco tedeschi e l’attacco contro la postazione del Genio tedesco — entrambe le azioni furono effettuate per autonoma iniziativa di Apollonio —, costituirono il «fattaccio compiuto» — sono parole contenute nell’appunto del colonnello Broggi, redatto nel 1962 —, che di fatto vanificò ogni trattativa. Infine, arrivò il discutibile ordine da Brindisi di «resistere con le armi» alle pretese tedesche. La strategia degli alti comandi

  La divisione Acqui veniva mandata al macello, perché tale fu, da un governo incosciente che voleva rifarsi una verginità agli occhi degli anglo-americani. Lasciata sola, la Acqui combatté con una «professionalità» e una incisività che contraddice la diagnosi di sbandamento e del «tutti a casa!» dei giorni immediatamente seguenti l’armistizio. Lottò anche con estremo valore, riuscendo non di rado a prevalere — diverse fotografie mostrano militari tedeschi imprigionati dagl’italiani —, in nulla aiutata dai partigiani greci — non esiste, a riguardo, alcuna testimonianza circa questo «aiuto» di cui parlerà lo stesso Presidente Ciampi —: furono sconfitti solo dagli ininterrotti e devastanti bombardamenti della Luftwaffe, cui gl’italiani riuscirono a opporre la sola contraerea.

  Purtroppo però gli ordini ricevuti erano al di fuori di ogni logica e la sconfitta inevitabile. La durezza della repressione tedesca e la spietata rappresaglia che vi fu dopo la resa italiana aveva la sua «giustificazione», agli occhi dei tedeschi, nel comportamento incoscientemente aggressivo di Apollonio e degli artiglieri che, insieme ad alcuni reparti di artiglieria costiera della Marina, lo avevano assecondato.

  Partendo da quest’ultimo elemento di fatto, uno storico che si è occupato di Cefalonia, Paolo Paoletti, è arrivato a imputare la strage al generale Gandin, perché lo stesso aveva comunicato al comando tedesco di «non avere più il controllo di tutta la Divisione». Secondo Paoletti, in questo modo fu lo stesso generale a dare la qualifica di «traditori» ai suoi uomini e quindi a provocare la rappresaglia tedesca.
L’accusa è risibile perché, a parte il fatto che italiani e tedeschi vivevano mischiati a Cefalonia e gli atti di insubordinazione erano sotto gli occhi di tutti, la precisazione di Gandin poteva avere come scopo proprio quello di non far ricadere su tutta la Divisione l’incoscienza di pochi.

  e. Una valutazione

  Da quanto detto, si vede che, quando Sergio Romano parla di «pagina nera», non parla a caso. E si capisce più chiaramente l’atteggiamento dell’esercito, che dopo la guerra volle stendere un velo su tutto. Atteggiamento comprensibile, anche se inaccettabile, tanto più che, finiti i combattimenti, esaurita la furia vendicativa dei tedeschi, altri fatti, ben poco onorevoli, che gettano maggior luce sulla vicenda nel suo complesso, si verificarono.

  f. Dopo la sconfitta sul campo

  Mentre gli ufficiali venivano condotti alla fucilazione, Apollonio riuscì a salvarsi, mischiato ala truppa dopo essersi tolto i gradi dalla divisa. Chi si adoperò incessantemente per salvare il maggior numero di vite umane fu il tenente cappellano padre Formato, dietro le cui insistenze i tedeschi si decisero a risparmiare la vita di 37 ufficiali. Apollonio, scoperto come ufficiale e catturato dai tedeschi, fece un’altra — ma non l’ultima — delle sue metamorfosi. Divenne collaborazionista, per concorde testimonianza di tutti i sopravvissuti, sedendo alla mensa ufficiali tedesca, compiendo per conto di essi diverse missioni e assumendo il compito della riorganizzazione della difesa costiera, con quelle artiglierie, per non cedere le quali pochi giorni prima aveva aperto il fuoco contro i tedeschi. Collaborazionisti divennero anche gran parte dei soldati sopravvissuti, ma ormai la prostrazione morale era tale che difficilmente si possono biasimare uomini che collaborarono con quanti avevano massacrato i loro commilitoni. Che altro potevano fare, visto l’esempio che giungeva addirittura da alcuni ufficiali?
Al di là di ogni retorica postuma, la parola d’ordine dopo la battaglia fu «salvare la pelle»: in ogni modo. Molto poco onorevole, molto italico, purtroppo.

  Infine, nell’agosto 1944, quando i tedeschi, del tutto indisturbati, decisero di lasciare Cefalonia, venne alla luce l’esistenza della «Divisione Banditi della Acqui», la formazione partigiana che avrebbe svolto, a fianco dei partigiani greci, azioni contro i tedeschi.

  Fu l’ultima e decisiva metamorfosi di Apollonio, che si presentò agli Alleati come l’uomo che astutamente si era finto collaborazionista coi tedeschi, mantenendo intanto i contatti con i partigiani. Forse lo fece, ma non è dato sapere a che portassero questi «contatti», visto che i tedeschi non ebbero alcuna molestia dai partigiani e che questi ultimi liberarono un’isola in cui non c’era più nulla da liberare. Perché non esiste alcuna testimonianza, alcuna documentazione, circa l’attività militare anti-tedesca di questa «Divisione Banditi della Acqui»?

  g. La nascita del mito

  Di sicuro tutta la faccenda portò giovamento al giovane tenente Apollonio, che vestì ufficialmente i panni dell’eroe di Cefalonia e fece una brillante carriera militare: passato in servizio permanente effettivo per meriti di guerra, arrivò al grado di Generale di Corpo d’Armata, fino ad essere indicato, nel dicembre 1975, come candidato al Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri. Candidato sostenuto dal Pci: e questo spiega molte cose.

  Anche Pampaloni accumulò allora benemerenze che negli anni 1970 valevano come oro fino: era rientrato tempestivamente a Taranto il 14 novembre 1944, insieme agli altri italiani rimasti a Cefalonia, ma rientrava dopo aver combattuto sui monti dell’Epiro con le formazioni partigiane comuniste per 14 mesi.

  Ad Apollonio e a Pampaloni — basta vedere le immagini delle successive commemorazioni a partire dagli anni del post-centrismo — si deve l’elaborazione di una sorta di «monopolio della memoria» su Cefalonia e la sua declinazione in chiave ideologica, di concerto con i settori più radicalmente anti-fascisti della politica — a cominciare dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini — e delle forze armate, soprattutto a partire dagli anni 1970: la creazione cioè di quel «mito» cui ho fatto cenno. Un mito sempre più logoro, ma costantemente e sordamente rinverdito, anche attraverso la onnipresenza dei due «eroi» di Cefalonia, dalle istituzioni, soprattutto dalle istituzioni locali dove le forze post- e neo-comuniste hanno ancora un peso, come le regioni «rosse» dell’Italia Centrale e l’associazione di reduci partigiani ANPI.

  h. I processi intaccano il mito

  Dopo la guerra, la tragedia di Cefalonia ebbe uno strascico giudiziario, che viene riportato con ricchezza di documentazione da Massimo Filippini nel suo ultimo libro del 2004. Il magistrato Roberto Triolo, padre di uno dei caduti, presentò denuncia per una serie di reati militari, dalla insubordinazione, al rifiuto di obbedienza, alla cospirazione, contro Apollonio Renzo e altri undici ufficiali. Il figlio del denunciante era il sottotenente della Guardia di Finanza Lelio Triolo, che, ricoverato nell’ospedale militare di Argostoli, venne fucilato insieme ad altri sei ufficiali — fra i quali il padre dell’avvocato Filippini — per rappresaglia, dopo che due ufficiali, ricoverati nel medesimo ospedale, il capitano Pietro Bianchi e il tenente Evardo Benedetti, si erano dati alla fuga.

  È istruttivo leggere gli atti del pubblico ministero militare e il successivo proscioglimento deciso dal giudice istruttore. In estrema sintesi, i magistrati riconoscono che i comportamenti degli ufficiali denunciati configurarono dei reati militari, ma allo stesso tempo ne consigliano il proscioglimento, viste la decisione già presa dalle autorità politiche, che ho più volte richiamato, di «secondare il mito». Il giudice istruttore si adegua volentieri a questo suggerimento e proscioglie tutti in istruttoria. Ossia, è opportuno sottolinearlo, le denuncie di Triolo furono riconosciute valide, ma non ebbero mai il seguito di un dibattito giudiziario, perché il «proscioglimento» non è una assoluzione.

  Conclusioni

  Non pretendo naturalmente, con queste note, di aver esaurito l’argomento Cefalonia. Spero solo di aver mostrato come sulla pelle di migliaia di uomini si giocarono ambizioni, carrierismi, capacità camaleontiche: tutti ingredienti a cui la nostra storia ci ha fin troppo abituato. L’Italia è il Paese, non scordiamolo, dove si depreca, giustamente, la strage delle Fosse Ardeatine, ma dove fecero carriera politica ed ebbero onori i due attentatori di via Rasella, che compirono un’azione di nessun peso militare e che non ebbero il coraggio e la dignità di consegnarsi ai tedeschi, lasciando massacrare oltre trecento innocenti.

  D’altro canto l’Italia è anche il Paese che ha avuto anche figli degnissimi come il vice-brigadiere dei carabinieri Salvo d’Acquisto, che, innocente, sacrificò la sua giovane vita per salvare altri innocenti.

  Per troppi anni la nostra storiografia ha subìto il monopolio violento di una cultura di sinistra che ha fatto della «Resistenza» il puntello della propria gloria e del proprio potere, svilendo così anche i molti casi in cui la Resistenza fu una cosa seria e vissuta con coraggio e abnegazione. La strage di Porzûs docet, non scordiamolo mai, se vogliamo capire meglio come e da chi fu scritta la nostra storia più recente.

  Solo uscendo dagli schematismi e dalla retorica, peraltro funzionali a ricostruzioni di verginità politiche, a carriere, a conquiste di posti di potere, potremo finalmente leggere la storia della nostra patria sulla base dei fatti.

  Per Cefalonia, come per tanti altri episodi, si è iniziato. E questo è anche un modo per onorare, finalmente e realmente, tanti poveri morti. Perché essi riposino finalmente in pace e non siano più cibo per la mensa di tanti ingordi, avidi di immeritati onori.


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