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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale




Monsignor Roberto Ronca e il movimento di Civiltà Italica di fronte al 18 aprile 1948


Giuseppe Brienza

 

1. La «Lepanto italiana» in una nomina episcopale

 

La carriera ecclesiastica di monsignor Roberto Ronca, nato a Roma nel 1901 e ivi deceduto nel 1977, nel secondo dopoguerra proseguì anche — o forse soprattutto — in virtù del rilevante contributo da lui dato alla mobilitazione anti-comunista attraverso l’organizzazione politico-culturale, fondata negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, l’Unione Nazionale di Civiltà Italica o, più in breve, Civiltà Italica. Subito dopo la battaglia elettorale del 18 aprile 1948, il 21 giugno successivo, infatti, il sacerdote romano, che dal settembre del 1933 ricopriva già l’importante carica di rettore del Pontificio Seminario Maggiore della Capitale, è elevato alla dignità episcopale in partibus con il titolo di arcivescovo di Lepanto [1].

Secondo l’avvocato Vittorio Trocchi, che per tutto il decennio di esistenza di Civiltà Italica (1947-1956) ne fu il segretario centrale [2], la nomina di Ronca è sicuramente da attribuirsi alla «meritoria attività da lui svolta e quindi alla vittoria delle difficilissime elezioni del 1948» [3]

Il tipo di carica episcopale conferita a monsignor Ronca appare particolarmente significativo sia per il «richiamo» alla storica vittoria navale conseguita dalle potenze cristiane contro i turchi ottomani, il 7 ottobre 1571, sia perché si trattava di un titolo del quale pochi anni prima erano state fregiate prestigiose personalità ecclesiastiche quali i cardinali Achille Ratti (1857-1939), il futuro Papa Pio XI (1922-1939), nel 1919, e Federico Tedeschini (1873-1959), nel 1921 [4].

Il 19 luglio del 1948 monsignor Ronca viene anche insignito della Prelatura del Santuario mariano di Pompei (Napoli), incarico di rango vescovile, che terrà sino al gennaio del 1956 [5].

 

 

2. Il ruolo dei gesuiti nella fondazione e attività di Civiltà Italica

 

Quando è ancora Rettore del Seminario lateranense, Ronca è spinto sulla strada di un intenso e capillare impegno politico-elettorale per rispondere alle preoccupazioni di Pio XII (1939-1958) per l’eccezionalità dell’imminente consultazione elettorale, nonché per la considerazione delle carenze culturali e organizzative della Democrazia Cristiana che si opponeva all’esigenza da lui acutamente avvertita di contrastare sia le correnti politiche socialcomuniste, sia il connesso e crescente clima anti-cattolico, che si andava sempre più respirando nel nostro Paese. Dopo l’esito delle elezioni amministrative dell’autunno 1946, e più ancora quello delle elezioni regionali siciliane della primavera 1947, comincia a diffondersi in un certo mondo cattolico una «mentalità pluralista, che portò alla ideazione e alla progettazione di un blocco di forze politiche del centro-destra da opporre al temuto blocco socialcomunista» [6]. In un appunto con tutta probabilità risalente alla fine del 1946, conservato nel suo archivio personale [7], monsignor Ronca parla già di una «nuova attività», che avrebbe dovuto essere «[…] preparata da un comitato promotore da costituirsi in Roma con personalità spiccatamente cattoliche e non rivestite di responsabilità di partito, tali cioè da orientare subito, per questa loro caratteristica personale, l’opinione pubblica e i cattolici italiani sulla natura e l’indirizzo del movimento» [8]. Come interlocutori in questo progetto il sacerdote romano avrà due autorevoli gesuiti: i padri Riccardo Lombardi (1908-1979) e Giacomo Martegani (1902-1981), quest’ultimo dal 1939 al 1955 direttore della rivista della Compagnia La Civiltà Cattolica.

La sintonia con la spiritualità dei gesuiti e la frequentazione della Compagnia di Gesù, probabilmente coltivata fin da laico all’Università di Roma — dove si è laureato in ingegneria nel 1926 —, hanno connotato tutta l’esperienza sacerdotale di monsignor Ronca. Come testimonia uno dei suoi «figli», Carlo Del Frate, che entrò negli anni 1960 nella congregazione religiosa fondata a Roma nel 1949 da Ronca, gli Oblati della Madonna del Rosario, nella formazione religiosa che Ronca prediligeva per i seminaristi spiccavano gli Esercizi Spirituali del fondatore della Compagnia di Gesù: Ronca «ci predicava gli Esercizi di S. Ignazio di Loyola [(1491-1556)] (quelli ristretti in 5 giorni), che considerava il metodo formativo migliore, dato che ne ricordava l’efficacia fin dall’inizio del suo ingresso come seminarista al Laterano. Il suo primo direttore spirituale è stato probabilmente un gesuita» [9].

Per quanto riguarda il ruolo di Giacomo Martegani nella genesi e nelle attività di Civiltà Italica, lo storico Roberto Sani afferma che «le carte personali di p. Martegani permettono di ricostruire la genesi di “Civiltà Italica”, ed evidenziano il profondo legame tra le iniziative del movimento di monsignor Ronca e il progetto che anima la prestigiosa rivista romana dei gesuiti. “La Civiltà cattolica”, per i limiti imposti dal suo ruolo e per lo stretto controllo esercitato su di essa dagli organismi Vaticani e dallo stesso Pio XII, appare a Martegani e agli altri scrittori poco idonea a condurre fino in fondo la battaglia contro la politica degasperiana e a promuovere un ampio fronte anticomunista» [10]. Alla fine del 1946, con l’approssimarsi dell’apertura dell’Assemblea Costituente, si afferma in seno alla Civiltà Cattolica un orientamento di netta opposizione «[…] ad ogni forma di dialogo con i partiti di sinistra, ma anche con le forze politiche dell’area laica. Artefice di tale mutamento di linea politica è il direttore p. Martegani, che stabilisce solidi contatti con gli ambienti ecclesiastici romani facenti capo al Rettore del Seminario Maggiore, monsignor Roberto Ronca, e con i partiti di destra, primo fra tutti l’Uomo Qualunque» [11].

Guardando agli stretti rapporti sia di padre Martegani che di padre Riccardo Lombardi [12] con  monsignor Ronca, non credo si possa parlare, come fa Sani, di «differenze tra la visione pacelliana e gli orientamenti politici de “La Civiltà cattolica”» [13].

Come ricorda anche lo storico del movimento cattolico Mario Casella, infatti, sono ben «noti gli stretti rapporti tra Pio XII e il p. Lombardi», il gesuita siciliano in seguito conosciuto come «il microfono di Dio» a motivo della sua intensa attività predicatoria svolta durante la battaglia del 18 aprile 1948 [14] «per espressa volontà» [15] di Papa Pacelli. Tanto che il Pontefice, alla morte dal cardinale vicario di Roma Francesco Marchetti Selvaggiani (1871-1951), «[…] per un momento pensò a dargli come successore Lombardi» [16]. Inoltre, come ha ricordato recentemente lo storico gesuita Giacomo Martina in un suo saggio basato sugli archivi della Civiltà Cattolica, allorquando Martegani poté incontrare De Gasperi — presidente del Consiglio dei Ministri dopo il 1948 —, «[…] facendogli capire le reali idee di Pio XII, che sostanzialmente avrebbe voluto un governo capace di attuare uno Stato cristiano […,] ebbe una risposta molto gentile ma significativa: […] [De Gasperi] difendeva la sua autonomia politica: Martegani certo capì, colse il distacco delle due posizioni, l’abisso che separava Pio XII e lo statista» [17].

Il comitato promotore di cui parlava, come abbiamo visto, nel 1946 monsignor Ronca, e che «funzionerà da Comitato nazionale» [18] di Civiltà Italica, sceglierà poi una conferenza di quello stesso padre Lombardi — che nel dopoguerra, avvicinandosi «alle forze conservatrici, in parte raccolte attorno a “Civiltà Italica” e a monsignor Ronca», non comprendeva, secondo il giudizio di Martina, «il realismo e l’efficacia di De Gasperi» [19] per decretare la fondazione del movimento [20]. Il gesuita era quindi perfettamente in linea — se non addirittura ne era l’ispiratore — con l’iniziativa politica di monsignor Ronca e pare improbabile che di questo suo aperto appoggio egli non avesse parlato al Papa. Tanto più che in un foglio di propaganda intitolato Civiltà Italica, stampato in duecentocinquantamila copie e affisso «in tutte le città» [21] durante la campagna per il 18 aprile, del nome di padre Lombardi era apertamente fatta «spendita». «Chi non vede — affermava un editoriale presente nel giornale murale — che molti, poco meno della metà degli italiani, secondo le recenti statistiche elettorali, sono estranei alla vita pubblica, in un isolamento ostile e sfiduciato? […] In un chiaro articolo pubblicato da un giornale romano [[22]], il dotto religioso Padre Lombardi che ha così frequenti contatti con le moltitudini, ha indicato questo tesoro inestimabile e tuttavia inerte, esprimendo il voto che si trovi il modo di farlo fruttare per il bene comune. [] Prima ancora che questo invito del Padre Lombardi fosse rivolto dalla tribuna della stampa, l’idea e l’iniziativa avevano già mosso all’azione alcuni uomini di buona volontà» [23].

Difficilmente poi quel Martegani che, come ha ricordato recentemente il gesuita Giovanni Sale, storico e membro dell’attuale collegio degli scrittori della Civiltà Cattolica, «ogni 15 giorni si recava da Pio XII a mostrare le bozze della rivista» e «per fare il punto sugli avvenimenti d’attualità» [24], avrebbe potuto «sponsorizzare» un’iniziativa come Civiltà Italica senza avere almeno consultato Papa Pacelli in proposito.

L’importanza del ruolo di padre Martegani e degli altri scrittori della rivista nell’ambito dell’attività di Civiltà Italica è poi confermata dal riscontro che costoro davano di pressoché tutte le iniziative del movimento di monsignor Ronca. In una lettera del settembre 1950 di Vittorio Trocchi a padre Martegani, per esempio, si poteva leggere: «Per espresso desiderio di Sua Eccellenza [monsignor Ronca] le invio le bozze del secondo numero di “Civiltà Italica”, che sarebbe puntualmente uscito il 1° settembre se non si fosse protratta l’assenza da Roma di Monsignore e se io avessi avuto conoscenza di questo ritardo per poter venire a conferire con Lei prima che partisse. Si tratta soprattutto di decidere sulla organizzazione del numero in base al sommario che io accludo alle bozze. […] Qualunque osservazione o modifica Ella volesse suggerire degli articoli è per noi sufficiente la firma degli autori. […] In attesa della restituzione del plico e del suo “si stampi” la prego di benedirmi» [25].

In un editoriale del 1950 rievocativo dei primi mesi del movimento di monsignor Ronca, lo stesso Trocchi, ne descriveva in maniera suggestiva motivazioni e sviluppo: «un gruppo di figli d’Italia rivolse caldo appello a tutti gli italiani veri perché si unissero sotto il nome prestigioso di Civiltà Italica. [] Dal gennaio ’947 Civiltà Italica è andata via via crescendo e sviluppandosi, costituendo suoi Comitati in ogni capoluogo di provincia e nei maggiori comuni» [26]. Fin dall’inizio il movimento volle precisare la sua differenza fondamentale sul terreno organizzativo e operativo rispetto ai partiti politici, di cui denunciava il settarismo e la faziosità: «la critica e l’opposizione sono esercitate in funzione dell’interesse di parte e risultano perciò disperatamente sterili e negative per il bene comune, che è indissolubile dalla rinascita e dalla prosperità della Nazione. “Civiltà Italica” ha l’ambizione di sperare che l’essenzialità dei suoi fini e la libertà della sua organizzazione rispondano al bisogno generalmente avvertito di una intesa comune di quella comune ricchezza, che nessuna avversità di fortuna e ingiustizia di uomini potranno mai rapire all’Italia se gli Italiani non verranno meno al loro destino provvidenziale» [27].

Di conseguenza, come si indicava fin dal 1946, la costituzione di Civiltà Italica avrebbe dovuto «[…] essere semplice ed agile. Operare cioè per comitati, di cui è proprio il promuovere, il chiamare a raccolta, l’agire secondo le immediate emergenze, il coordinare forze, interpretare aspirazioni, guidare o rappresentare correnti di pensiero e di azione; comitati di personalità cattoliche il cui nome stesso sia garanzia oltre che di esemplare professione di fede cattolica dell’assoluta apoliticità di parte del movimento che sono chiamati a svolgere» [28]. Nell’editoriale sopra citato, Trocchi così sintetizza le attività svolte da quelli che erano indicati nella primavera del 1948 come i novanta comitati provinciali di Civiltà Italica [29]: «Convegni di studio, dibattiti pubblici, giornali parlati, conferenze su problemi politici, economici, sociali e di attualità, comitati d’intesa, manifestazioni artistiche e ricreative, concerti, itinerari turistici, mostre d’arte, sono le attività che da tre anni svolgono in ogni città d’Italia i Comitati di Civiltà Italica» [30].

Credo sia opportuno sottolineare come l’operato e la propaganda del movimento di Ronca non siano quindi esclusivamente di carattere «elettoralistico», ma cerchino sempre di portare avanti un discorso integrale, volto cioè a richiamare e restaurare tutti gli aspetti della tradizione civico-culturale del Paese.

 

 

3. Il modello di riferimento di Civiltà Italica: l’Unione Romana

 

Nel delineare nel 1946 i contorni della costituenda Civiltà Italica, un suggestivo riferimento e «parallelo» ideale è indicato in quel movimento di cattolici, l’Unione Romana (1883-1888), che, nella Capitale ormai strappata al papato, tentò da un lato di essere espressione unitaria dei cattolici e, dall’altro, di coinvolgere tutti i cittadini romani attorno alla bandiera della sana e onesta amministrazione, estranea ai giochi delle fazioni partitiche [31]. Nella stessa Città Eterna della seconda metà degli anni 1940, «sotto il peso d’una disfatta» [32] e sospesi «tra le rovine della guerra e le incognite della pace» [33], ci si richiama dunque all’esperienza vissuta dai cattolici romani sessant’anni prima, in seguito alla grande crisi aperta dalla «breccia di Porta Pia», quando «in condizioni assai simili e malgrado la eccezionale situazione creatasi fra la Santa Sede e lo Stato italiano dopo il ’70 con la conseguente astensione dei cattolici italiani dalla attività politica, di fronte alla necessità suprema ed immediata di difendere la causa cattolica, sorse proprio in Roma la Unione Romana, che per il suo programma chiaramente volto a quel solo scopo, non fu e non apparve un partito [] Non altrimenti per una somigliante azione odierna, la quale, perseguendo esclusivamente quegli scopi comuni, non sarebbe né potrebbe essere una attività politica di partito, bensì azione civica; e come tale promossa e svolta da cattolici e fra cattolici, in quanto cittadini» [34].

Civiltà Italica sorgeva quindi nella convinzione di rispondere alla particolare necessità del momento in cui si trovava a vivere la nazione, in un frangente in cui, peraltro, sosteneva che vi erano «fra noi troppi partiti», segnalandosi dunque come un movimento «trans-partitico», nel quale i cittadini cristiani di tutti i partiti politici o di nessun partito, avvrebbero potuto «sinergicamente» incontrarsi a difesa dei valori del pensiero e del costume tradizionale del popolo italiano, così da «[…] avvicinare i partiti ed i gruppi ed a determinare tra loro il superamento di eventuali malintesi e la frequenza di accordi ovunque ciò sia possibile, in vista di una più ampia e più alta intesa nel riconoscimento concorde delle glorie e delle sorti che in ogni tempo furono e saranno la luce indeclinabile dell’Italia e di Roma» [35].

Per Civiltà Italica «i valori morali intorno ai quali essa chiama le forze sane della Nazione, sono forza che unisce e non programma limitato che differenzia e divide. Uomini di partiti diversi, se credono ai principii che alimentano la nostra civiltà e che costituiscono il patrimonio comune di tutti gli Italiani, postulando una comune difesa, possono aderirvi» [36]. Monsignor Ronca e i suoi collaboratori, considerando «l’azione politica come propria di qualsiasi attività intesa al pubblico interesse non esclusiva dei partiti» [37], assumevano il tricolore come «[…] l’unica bandiera di Civiltà Italica: sotto la sua insegna tutto ciò che è essenziale alla vita e alla fortuna della Patria prevale e trionfa, perché la civiltà italiana, dal patrimonio secolare delle sue tradizioni, ha assimilato l’intuizione della verità, l’armonia dei diversi interessi, l’anelito alla libertà nel rispetto della legge e nella solidarietà nazionale» [38].

 

 

4. Civiltà Italica, l’Azione Cattolica e i Comitati Civici di Gedda

 

Il tipo di organizzazione, la cultura politica e il modus operandi di Civiltà Italica che ho richiamato ricordano, come conferma Andrea Riccardi, «[…] per tanti aspetti [i] Comitati Civici di [Luigi] Gedda [(1902-2000)], che verranno realizzati negli anni successivi» [39].

Il rapporto fra le due organizzazioni cattoliche del secondo dopoguerra merita di essere maggiormente approfondito. Esso configurerebbe infatti una specie di «precedente», sia dal punto di vista della originalità culturale, sia da quello organizzativo, di Civiltà Italica rispetto all’opera di Gedda.

Il 10 e l’11 gennaio 1947 si tiene a Roma un’importante riunione della presidenza e degli assistenti centrali dell’Azione Cattolica, in cui si inizia, fra l’altro, a mettere a fuoco il problema costituito dalle elezioni politiche del 1948. Non è un caso che, «[…] pochi giorni dopo il dibattito […] in cui Luigi Gedda adombra l’idea di un Comitato civico, si presenti, a Mons. [Giovanni] Urbani [(1900-1969)] [[40]], Monsignor Ronca latore di una proposta di “movimento civico apartitico di influenza politica”» [41]. Il 16 gennaio 1947, infatti, «accompagnati da monsignor Ronca, si presentarono a mons. Urbani il sen. Umberto Ricci [(1878-1957) [42]] e il Marchese [Anselmo] Guerrieri Gonzaga [(1895-1964) [43]] per annunciare e illustrare l’imminente costituzione di un “movimento civico apartitico di influenza politica”. […] L’iniziativa fu accolta con freddezza dall’assistente dell’Azione Cattolica, che al di là delle formali espressioni di interessamento, si limitò a prendere atto di quanto gli era stato esposto, osservando come essa, pur sembrandogli “molto interessante”, “proprio per questo esige[va] un più profondo esame”» [44].

In un resoconto dell’incontro si legge: «Alcuni cittadini di sentimenti cattolici, preoccupati dell’attuale situazione italiana e scossi dalla parola recente del Santo Padre con il proposito di suscitare in Italia una coscienza decisamente cristiana e con la volontà di illuminare e guidare i partiti e gli uomini responsabili con la stampa e l’intervento personale nelle vie maestre della dottrina cattolica, hanno invitato altri cittadini — circa 300 persone — ad una conversazione tenuta da P. Lombardi Sabato 11 [gennaio 1947] nel pomeriggio. Dopo la conversazione alcuni dei presenti si sono costituiti in Movimento civico apartitico di influenza politica. I nomi dei più rappresentativi del Movimento sono, oltre ai due visitatori Ricci e Gonzaga, il sen. Motta [Riccardo (n. 1875) [45]], l’Ing. [Giuseppe] Nicolosi [(n. 1901) [46]], il Sen. [Camillo] Cantarano [(n. 1875)], […] l’ing. Sinigaglia Oscar [(1877-1953) [47]],  il Comm. Anselmo Anselmi [(1891-1953) [48]], il Conte [Giuseppe] Dalla Torre [di Sanguinetto (1885-1967) [49]]. “Il Movimento” per non coinvolgere persone ed istituzioni che per loro natura devono rimanere fuori della mischia politica non ammette tra i suoi componenti ecclesiastici: tuttavia è in ottimi rapporti con Monsignor Ronca, anzi si è giovato fino a qui della sua ospitalità, di P. Lombardi e P. Martegani. A far parte del movimento sono chiamati tutti gli uomini di buona volontà, di condotta morale ineccepibile, non gravemente compromessa con il passato regime repubblichino, e non impegnati in posti di responsabilità politica nei partiti o al governo. Pur avendo i promotori chiaro il compito e precise le finalità del movimento (dare cioè all’Italia una fisionomia cristiana richiamando cittadini, Enti, partiti, Governo ai doveri civici sulle basi cristiane, onde opporsi alla marea montante del sovversivismo, e ai gravi pericoli della guerra civile), tuttavia dichiarano che il movimento sa come nasce, ma non sa quali potranno essere i suoi sviluppi futuri, se come si spera troverà seguito e credito fra gli Italiani. Non pensano i promotori di peccare di presunzione o di superbia in questo loro grandioso programma, in ogni caso ritengono gravissimo dovere di coscienza non rimanere inerti e passivi. Si propongono di cominciare da Roma e poi di allargarsi a tutta l’Italia, puntando specialmente sui grandi centri. […] All’osservazione della fluidità della situazione politica, e quale sia il loro atteggiamento nei riguardi dei partiti attuali e possibili in futuro, essi rispondono che non hanno alcuna pregiudiziale, eccetto quella di un cristianesimo integrale, che proprio per la situazione fluida sentono di dover intervenire per orientare popolo, partiti e governo, mediante memoriali chiari ed esaurienti. [] Il Marchese Gonzaga fa qualche rilievo sulla politica debole di De Gasperi e sugli errori della D.C. Mons. Urbani prende atto di tutto quanto gli è stato detto, osservando come tutto ciò è molto interessante, ma proprio per questo esige un più profondo esame, aggiungendo che essendo l’A.C. alle dipendenze della Gerarchia, assicura che informerà di tutto i Suoi superiori. Il Sen. Ricci riafferma che la visita non ha altro scopo che quello di far conoscere il Movimento al Vescovo dell’A.C., che rappresenta in Italia la più forte organizzazione delle forze cattoliche. Semplice comunicazione che si è creduto doversi fare all’A.C. prima di presentarsi, come ci si propone, ai vari partiti e a tutto il paese» [50].

 

 

5. L’ostilità dell’Azione cattolica

 

Due giorni dopo la visita a mons. Urbani, il 18 gennaio del 1947, i direttori e gli amministratori dei quotidiani cattolici italiani si recano nella sede dell’Azione Cattolica per uno scambio di idee sulla situazione politica. Dal resoconto di questa discussione è possibile trarre alcuni elementi che «giustificano» il mancato appoggio dell’Azione Cattolica al movimento di Civiltà Italica. L’allora assistente generale dell’Azione Cattolica informa infatti i presenti del colloquio da lui intrattenuto con Ronca, Ricci e Guerrieri Gonzaga, «al che mons. [Giulio] Guidetti [[51]] rilev[a] che “queste iniziative nuocciono alla compattezza dei cattolici che hanno bisogno di un partito forte”» [52].

L’Azione Cattolica in seguito si esprimerà svariate volte negativamente a proposito di Civiltà Italica. Nella riunione della Presidenza generale del 18 giugno 1947 Vittorino Veronese (1910-1986), Urbano Cioccetti (1905-1978) [53], Armida Barelli (1882-1952) e mons. Sergio Pignedoli (1910-1980) [54] respingeranno il contenuto di alcune non meglio specificate «note inviate in via riservatissima» da monsignor Ronca a mons. Urbani, incaricando l’assistente generale di esprimere «in modo chiaro» alla Commissione episcopale il parere della Presidenza. Si può leggere nel verbale di quella riunione: «La Presidenza è unanime sulla necessità di non creare confusioni che possano ancora di più disorientare l’opinione dei cattolici, soprattutto è necessario che sia tenuto fermo il principio che è compito dell’A.C. esplicare attività ed iniziative per illuminare la coscienza civica degli italiani» [55]. Autorevoli esponenti dell’Azione Cattolica, nonostante il suo intenso impegno propagandistico, manifestano diffidenza nei confronti di Civiltà Italica anche alla vigilia del 18 aprile: «Al presidente diocesano di Rieti che si era favorevolmente espresso nei confronti dell’organizzazione di monsignor Ronca (lettera a Veronese del 26 gennaio). Il segretario dell’AC Palma così risponde il 5 marzo 1948: “Civiltà Italica è un movimento nato circa un anno fa e che fa capo a buoni cattolici: ha preso le mosse dalle note conferenze che il P. Lombardi ha in questi ultimi tempi tenute un po’ dappertutto in Italia. Non è un partito politico e mantiene abbastanza buoni rapporti con la D.C. L’A.C. pur guardando senza prevenzione alcuna ogni movimento che tenda ad imprimere nell’animo degli italiani, soprattutto in quella massa di indifferenti e freddi, un sentimento di comprensione dei doveri civici, ha ritenuto — e questo lo scrivo in forma strettamente riservata e personale — di non incoraggiare eccessivamente nuove iniziative al fine di non generare nel pubblico perplessità e confusioni, dato che non mancano nel campo cristiano iniziative ed attività alle quali uomini  di buona volontà possono dedicarsi servendo così la propria fede cattolica”. Nella sua lettera a Veronese, il presidente di Rieti aveva scritto che Civiltà Italica ha scopi “in massima parte” corrispondenti “ai nostri”, e cioè: “valorizzazione della persona umana, democrazia intesa non come sopraffazione della libertà individuale, rispetto della proprietà, dovere di amore e carità cristiana verso i nostri simili, elevazione materiale e morale dei lavoratori, esaltazione della famiglia, ecc.”» [56].

Di diverso avviso, ancora una volta, con parte della dirigenza dell’Azione Cattolica, è il professor Gedda che, nello Schema di organizzazione, che presenta alla riunione dei Presidenti e degli assistenti centrali del 6 febbraio 1948, prevederà esplicitamente che dei Comitati Civici possano far parte anche persone e realtà non legate all’Azione Cattolica, suscitando le perplessità di alcuni dirigenti dell’associazione, fra cui il presidente della Federazione Universitaria Cattolica Italiana maschile Alfredo Carlo Moro (1925-2005). «Aveva forse Gedda, nel suo progetto, previsto la possibilità di un aggancio anche in direzione di formazioni politiche o parapolitiche di destra? — si chiede in proposito lo storico Mario Casella — Sembra probabile. Se infatti è vero che nello “Schema di organizzazione” illustrato da Gedda ai presidenti e agli assistenti centrali era genericamente detto che il “coordinamento” doveva riguardare “tutte le opere cattoliche collaterali all’A.C.I.” e “ogni altra forza” ritenuta “utile […] in vista del maggiore apporto possibile alla battaglia elettorale”; è altrettanto vero che nel primo “indirizzo” programmatico del “Comitato Civico Nazionale” si faceva esplicito riferimento a Civiltà Italica» [57].

 

 

6. Il programma politico di Civiltà Italica

 

Civiltà Italica sorge nell’ipotesi del pluralismo politico dei cattolici — riconoscendo che «non tutti i credenti militano in un partito» [58] — e tenta di garantire un coordinamento delle iniziative di difesa degli interessi della Chiesa, nonché dei vari cattolici militanti nei diversi partiti. «Avrebbe potuto definirsi — si dice in un suo manifesto — con un respiro più vasto CIVILTÀ CRISTIANA, ma volle, conservando la forza della missione universale, esprimerla in una più stretta aderenza alla Patria che è in virtù di un privilegio e di un primato accordati dalla Provvidenza e confermati dalla storia d’Italia, il centro irradiatore di quella universalità» [59].

Il richiamo alla tradizione di Roma cristiana e alla sua missione universale, una proposta di civiltà fondata sul magistero sociale della Chiesa, nonché su un ordine morale e sociale specificatamente cristiano — quell’ordine sociale, com’ebbe a scrivere Ronca, «[…] che è l’ambiente nel quale il cristiano può liberamente attendere al proprio perfezionamento naturale e soprannaturale» [60] — sono i tratti essenziali del bagaglio ideale del movimento. Esso si schiera di conseguenza per: (a) l’intangibilità del Concordato del 1929, «per il rispetto della Religione Cattolica come religione dello Stato» [61], coerentemente con la «prassi cristiana dei rapporti fra la Chiesa e lo Stato, così come sono definiti nei Patti Lateranensi e quindi nel mantenimento e rispetto integrale di questi» [62]; (b) «la indissolubilità della famiglia e l’integrità del diritto dei genitori ad educare la prole» [63]; e (c) «la funzione sociale della proprietà» [64], in una «sintesi» però che, alla stregua dell’insegnamento di padre Lombardi, avrebbe dovuto «[…] contemperare la libertà individuale con la solidarietà sociale» [65].

 

 

7. L’anti-comunismo di Civiltà Italica

 

L’efficacia e l’originalità dell’impegno anti-comunista di Civiltà Italica in occasione della battaglia del 18 aprile si ravvisa sia nella profondità della sua analisi — e conseguente confutazione delle dottrine marx-leniniste, condotta mediante efficaci «sintesi» propagandistiche indirizzate ai ceti popolari —, sia nel ricorso a notizie e descrizioni «di prima mano» dell’esperienza sovietica, provenienti da testimoni che l’avevano vissuta in prima persona.

Da un Appunto non firmato conservato nell’Archivio di monsignor Ronca, redatto presumibilmente subito dopo il 18 aprile 1948 e intitolato «Piano “R” e anticomunista: diretto a recuperare i comunisti in buona fede», apprendiamo che nel «materiale preparato [in vista delle elezioni] per i 100.000 attivisti del piano “R” mobilitati da Civiltà Italica», sono compresi: La tattica, ossia un «opuscolo di studio approfondito dei testi classici del comunismo sulla sua tattica e strategia politica», Io operaio in Russia e Io contadino in Russia: di entrambi fascicoli è autore Ettore Vanni, operaio italiano comunista, che negli anni 1940 si era recato personalmente in Unione Sovietica e ne era tornato anti-comunista [66], il primo dei quali «[…] illustrante in modo pratico e veritiero le condizioni degli operai nell’U.R.S.S.» [67] e il secondo sulla vita dei contadini in Russia.

Del «bagaglio» del propagandista di Civiltà Italica  facevano poi parte risme di «fogli recanti la riproduzione fotografica dei testi della legislazione sovietica circa i lavoratori nelle edizioni ufficiali del Partito Comunista: per l’operaio, per il contadino, per l’artigiano e il piccolo proprietario, per l’intellettuale, impiegato, libero professionista» [68]. Ciascuno di questi fogli, la cui tiratura complessiva sarebbe consistita, secondo i compilatori dell’Appunto, in ben «14.000.000 copie», recava quella che veniva denominata la «sfida di Civiltà Italica», in base alla quale il movimento «[…] si impegnava a versare un milione di lire a chiunque dimostrasse falso, inesatto, ecc. quanto ivi riportato» [69].

Alla diffusione di questo «stile» di lotta anti-comunista, che non era, né voleva apparire, né umorale né passionale — nel senso deteriore del termine —, bensì scientificamente e politicamente fondato, il movimento di monsignor Ronca contribuì anche dopo la vittoria alle elezioni. Stampando per esempio a Roma, e diffondendo dalla fine degli anni 1940, il breve saggio storico-politico di un «fuoriuscito» dal comunismo staliniano, Ivan Krasnov, intitolato L’enigma del 1938 ovvero del potenziale bellico dell’URSS [70]. In esso, fra le altre cose, si ammonivano le potenze occidentali a proposito del «servizio di informazioni» di cui disponevano prima della guerra — e su cui potevano pienamente, se non di più, ancora contare — i bolscevichi, «ben più addestrato ed efficiente di quello di ogni altro Paese […] avvalendosi pure delle quinte colonne dell’estero» [71]. Anche a motivo di ciò, monsignor Ronca svolgerà — presumibilmente a livello riservatissimo  — un’attività di aiuto ai resistenti anti-comunisti dei paesi del socialismo reale. Di quest’azione è fatta menzione da una fonte che può ritenersi attendibile, ovvero un giornalista campano, Antonio Morese, che nella prima metà degli anni 1950 conobbe bene il Prelato di Pompei, sia perché appartenente, come egli si definiva, a quel numero di «laici [che] pur auspicandosi una società più umana, più giusta ed egualitaria […] restano ammiratori delle stupende Opere fondate da Bartolo Longo» [72], sia perché contribuì in prima persona alla campagna di diffamazione che il quotidiano comunista Paese Sera [73], insieme ad altri, avevano orchestrato contro monsignor Ronca per infangarne la figura e per favorirne l’allontanamento da Pompei. Come lo stesso Morese rievocherà nel 1994, Ronca in quegli anni «aiuta a espatriare i fuoriusciti dai Paesi dell’Est: promuove la nascita di periodici e giornali stampati in russo, polacco, ceco che, clandestinamente, farà pervenire negli Stati d’oltre­cor­ti­na. Tra queste testate da ricordare “Fronte Est” (settimanale che tirava oltre 50.000 copie)» [74]. Al Prelato di Pompei non erano del resto affatto sconosciuti i legami e i finanziamenti che il Pci riceveva dall’Interna­zionale comunista se, nel «Materiale preparato» in vista delle elezioni del 1948, diffonderà anche, e in un milione di copie, un «“Documento segreto”, rivelante i legami del comunismo italiano con il Cominform» [75]. Su tale aspetto batterà anche negli slogan coniati per la campagna elettorale, fra cui primeggia «il motto conclusivo posto sul manifesto tricolore […]: “Italiani votate per chi volete ma votate per gli italiani”» [76].

Varie pubblicazioni anti-comuniste a livello nazionale furono in seguito promosse per iniziativa di monsignor Ronca e di Civiltà Italica, fra le quali non può non essere ricordato il vero e proprio «manuale anti-comunista», edito nel 1953 in collaborazione con la casa editrice Cappelli di Bologna, scritto da un sacerdote da sempre vicino al vescovo romano, mons. Ugo Lattanzi (1899-1969), e intitolato Occidente in pericolo [77]). Subito dopo il 1948 troviamo don Lattanzi impegnato come «Direttore Nazionale dei Corsi Specializzati» del «Centro di Lotta Anticomunista-C.L.A.C.», costituito a Roma sotto la presidenza di un «delegato del Comitato Superiore di Civiltà Italica». Organizzazione sorta «contro il comunismo e ogni forza para-comunista», ponendosi come scopo precipuo «la costituzione ed il funzionamento delle scuole di specializzati per una azione organica e sistematica di difesa della invasione del marxismo in Italia» [78].

Tutto quanto finora esposto, sta a dimostrare come il comportamento di monsignor Ronca sia stato diverso da quello di quei vescovi, preti e attivisti cattolici italiani che, come ha scritto Mario Casella, «dopo aver dato il loro contributo alla battaglia per la “civiltà cristiana”, consideravano chiusa l’emergenza, e si ritirarono per riflettere e per progettare una presenza nella società italiana più attenta alle ragioni dello spirito e pastoralmente maggiormente aperta ai “diversi” e, come si diceva allora, ai “lontani”» [79].

Sebbene nel suo impegno anti-comunista Civiltà Italica tentò, come ricorda anche Morese, «[…] di riunire quanti più intellettuali fosse possibile per avversare il Marxismo» [80], convinti però che il comunismo non rappresentasse «il nome di un’unica infezione spirituale; ma il termine equivoco che si applica a molte infezioni gravi spirituali dalla eziologia non soltanto diversa, ma contraria» [81], gli attivisti mobilitati da monsignor Ronca ebbero sempre ben presente l’infiltrazione dell’ideologia marxista nei ceti popolari. Per la campagna del 18 aprile furono per esempio diffuse «30.000 copie per 15 numeri di pubblicazioni umoristiche, accette ad una massa impenetrabile ad ogni altra pubblicazione, assumendo però un contenuto fortemente anticomunista, inviate a 20.000 barbieri» [82]. L’atten­zio­ne di monsignor Ronca fu rivolta in particolare alle periferie romane dove, fra la fine degli anni 1940 e l’inizio dei 1950, «il comunismo ha potuto lavorare in terreno fertile senza sforzo malgrado che non sia mancato e non manchi l'assistenza dei Sacerdoti». In un Appunto redatto per il vescovo romano, si sottolinea la consapevolezza della necessità di un impegno anti-comunista politico e laicale, in quartieri dove «i comunisti lavorano indisturbati e sono così solidali e accaniti nella lotta (che essi chiamano lotta per la vita, contro gli sfruttatori della classe operaia), che anche giovani di buone opinioni, temono parlare tra quegli operai imbevuti di comunismo» [83]. Nelle attività di Civiltà Italica non manca quindi la formazione dei giovani, come documenta per esempio il corso del 4-6 febbraio 1951, al quale partecipano «100 giovani provenienti dalle Regioni dell’Italia Centro-Meridionale, […] scelti accuratamente dai nostri dirigenti regionali e provinciali, secondo le istruzioni date dalla Segreteria Centrale, e fra gli elementi più attivi e volenterosi di varie tendenze politiche: liberali, socialdemocratici, monarchici, repubblicani, iscritti o simpatizzanti al M.S.I., democristiani» [84].

 

 

8. I «settori di propaganda» di Civiltà Italica nelle elezioni del 18 aprile

 

In un’opera celebrativa edita nel 1968 in occasione del ventennale dell’episcopato di monsignor Ronca, riferendosi all’attività di «apostolato politico» svolta dal movimento, si sottolinea come esso si sia impegnato «[…] soprattutto nella grande battaglia politica dell’anno 1948», svolgendo un’«[…] opera decisiva nel campo propagandistico e organizzativo» [85]. I «settori di propaganda» di Civiltà Italica, «debitamente preordinati e coordinati», consisterono in «affissioni  di manifesti murali in tutti i capoluoghi di provincia e città con oltre 30 mila abitanti. Volantini aerei. Comunicazioni alla stampa. Diramazione di due Agenzie elettorali V[otate], […] striscioni in cellofane per le auto, vendita di distintivi “V” in 50 città italiane. […] Testi per la radio. Inoltre è stato diramato un complesso di lettere, circolari chiuse e indirizzate “ad personam”, o aperte con affrancatura stampa ai seguenti enti, organizzazioni e persone: Comitati Civici Diocesani, LL.EE. i Vescovi, i Presidenti e Direttori di Federazioni Nazionali e associazioni provinciali degli industriali, agricoltori e commercianti, Presidenti provinciali di Civiltà Italica, Direttori di giornali quotidiani, esclusi i 17 di netto carattere e tendenza frontista, Segretari comunali, Segretari  provinciali dei seguenti partiti: D.C., P.S.L.I., P.L.I., U[uomo]. Q[ualunque]., P[artito]. M[onarchico]., P[artito]. R[epub­bli­cano]., 2.500 agricoltori scelti tra i principali del paese e 1.003 industriali scelti tra i principali del paese» [86].

Oltre che nel campo della pubblicistica, Civiltà Italica s’impegnerà anche in quello cinematografico. Per la campagna del 1948, infatti, produrrà direttamente e divulgherà «in centinaia di copie tre films documentari:1) Il discorso del Santo Padre ai Romani nella domenica di Pasqua [1948]; 2) “Voto vale vita”: intervista cinematografica del Presidente del Consiglio [Alcide De Gasperi],[] e dell’On. Pastore [Giulio (1902-1969)]; 3) “Aiutati che Dio ti aiuta”» [87].

La propaganda attraverso gli slogan, coerente con il carattere fortemente patriottico di Civiltà Italica, susciterà negli italiani esclusivamente «ideali capaci di ristabilire una profonda e feconda unità nazionale» [88]. Esempi di motti lanciati durante la campagna elettorale che, secondo il movimento, riscuoteranno «pieno successo», saranno fra gli altri: «“votate Italia”, “la difesa sul nuovo Piave”, “la difesa della civiltà latina e cristiana”» [89].

Come ebbe a scrivere in seguito Vittorio Trocchi [90], «nel grande cimento della battaglia elettorale del 18 aprile, l’opinione pubblica rimase colpita dall’azione di Civiltà Italica, che, attraverso, la sua propaganda, contribuì decisamente a sensibilizzare i cittadini, svolgendo, tra le altre, quella campagna del piano “V” che invitava gli italiani ad andare alle urne per compiere il più importante dovere, che è anche il primo diritto del cittadino democratico; campagna integrata da propaganda di italianità invitante a dare il voto ai partiti sinceramente democratici, a tutti quei partiti cioè che offrivano garanzie di ordine, di giustizia, di libertà; postulati che sono poi i principi etico-politici di Civiltà Italica» [91].

Monsignor Filippo Caraffa (1909-1988), vice-rettore del Seminario Maggiore durante la «reggenza» Ronca, e suo vicario generale a Pompei dal 1951 al 1955, testimonierà come nello sforzo per la campagna del 18 aprile, Civiltà Italica non possa contare molto sul supporto finanziario del Vaticano, puntando piuttosto su viaggi negli Stati Uniti da parte di simpatizzanti, al fine di sollecitare raccolte «di fondi per far fronte alle spese della campagna elettorale; che Civiltà Italica ha sostenuto in modo ingente senza chiedere alla Santa Sede se non un contributo di carta da stampa secondo la domanda a suo tempo fatta […] nel marzo 1948. Ed in seguito alla quale potemmo ritirare più di 10 milioni in carta in bobina di cui sono stati pagati i nove/decimi circa» [92].

 

9. La fine di Civiltà Italica

 

Il mancato appoggio dell’Azione Cattolica a Civiltà Italica dovrebbe far riflettere, considerando la fiducia che sembrava nutrire Pio XII sia verso monsignor Ronca, sia verso il suo movimento, una fiducia tale da indurlo per un certo periodo di tempo addirittura a pensare di poter puntare su di esso in vista della scadenza elettorale del 18 aprile 1948. E credo che tale mancato appoggio si possa far risalire allo stesso Gedda. Questi, ripercorrendo nel suo memoriale l’udienza concessagli da Papa Pacelli il 9 gennaio 1947, riferisce infatti che, in previsione delle elezioni dell’anno successivo, «il Santo Padre menziona Civiltà Italica, una iniziativa politica di Monsignor Ronca», quale fattore di successo, al che egli obietta «[…] che meglio sarebbe riprendere l’Unione Elettorale Cattolica nominata dai Vescovi» [93]. Tale posizione non deve comunque interpretarsi come una differenza nell’analisi politico-culturale della situazione italiana se, rileva anche Mario Casella, «almeno in parte, e soprattutto sul terreno dell’anticomunismo, ma in termini meno politicizzati, c’è in Gedda, all’inizio del 1947, una coincidenza di interessi e di posizioni con monsignor Roberto Ronca e la nascente Civiltà Italica» [94]. Il parere contrario del professore veneto all’utilizzo del movimento dell’allora Rettore del Seminario Maggiore di Roma nell’imminente «scontro di civiltà» del 18 aprile, potrebbe piuttosto risalire alla sua analisi dell’estrazione politico-culturale e delle opinioni fino ad allora espresse da parte della classe dirigente dell’Azione Cattolica, che lo avevano persuaso che Civiltà Italica non avrebbe sicuramente avuto il suo appoggio da quegli stessi uomini e donne allora a capo del laicato organizzato italiano.

Esattamente un anno dopo, il 20 gennaio 1948, la situazione infatti evolverà nel senso di una investitura da parte di Papa Pio XII a Gedda in relazione al compito di affrontare organizzativamente l’imminente battaglia elettorale. Così quell’iniziativa sulla quale puntare che, nel 1947, pareva a Gedda essere qualcosa di simile all’Unione Elettorale Cattolica (UECI) del 1906-1919 — e che aveva contrapposto a Civiltà Italica —, diventa ora una realtà che sotto più di un aspetto assomiglia a quest’ultima. Il professore racconta infatti che, quel giorno, nel congedarsi da Pio XII dopo un’udienza privata, «durante il percorso penso a come chiamare il movimento elettorale che avevo ricevuto l’incarico di formare, senza che esso si confonda con l’Azione cattolica o con la Democrazia Cristiana, e mi viene in mente il nome che fu quello definitivo e fece epoca: Comitati Civici» [95].

In questa luce si situa, pochi mesi prima di questa udienza, il fatto, riportato da Andrea Riccardi, «[…] che Civiltà Italica ricevesse risposta negativa, nel giugno 1947, alla domanda di tenere conferenze nelle sale delle parrocchie romane: è il card. [Francesco] Marchetti [Selvaggiani (1871-1951) [96]] che porta questa proposta al papa in udienza, e ne riceve un rifiuto (“non esperire”)» [97]. Ma forse, prima e più del parere di Gedda, a decidere la sorte dell’iniziativa politico-culturale di monsignor Ronca, contribuisce la linea alternativa dell’allora Sostituto alla Segreteria di Stato mons. Giovanni Battista Montini. «In un appunto di monsignor Ronca, del giugno 1945 — scrive Riccardi —, si nota come il Sostituto non fosse del tutto soddisfatto delle iniziative politiche del rettore: questi per la sua intraprendenza, anche in campo organizzativo ed economico, veniva a urtare con altri interessi e varie volte il Sostituto garbatamente lo riprende» [98].

All’indomani della vittoria elettorale del 18 aprile, la linea favorevole all’unità politica dei cattolici nella Democrazia Cristiana conquista anche ecclesiastici dalla cultura politica assai distante da quella del futuro Papa Paolo VI e più affine invece a quella di monsignor Ronca. Oltre alla presenza e al lustro riportato dai Comitati geddiani, questo elemento compromette definitivamente ogni residua possibilità di sviluppo per Civiltà Italica. Il card. Ernesto Ruffini (1888-1967), arcivescovo di Palermo, è il primo e più autorevole esponente «conservatore» a prendere esplicitamente le distanze dal mo­vi­men­to di monsignor Ronca: «La Civiltà Italica — scrive ad esempio il porporato in una lettera a mons. Montini del 30 luglio 1948 —, comincia con dire che non è un partito, ma in realtà ha un programma sociale-politico: collaborazione di classe, alleanza dei partiti affini, ufficio sindacale ecc. Non sarà, in pratica, un movimento antidemocristiano? Sta il fatto che Civiltà Italica porta via soggetti all’Azione Cattolica e al suo apostolato» [99].

L’alternatività fra l’iniziativa del professor Gedda e quella di monsignor Ronca alla vigilia delle elezioni del 18 aprile non deve far pensare, ancora una volta a una divergenza politico-culturale fra loro o a una mancanza di collaborazione fra i due movimenti. Anzi, in talune località del Mezzogiorno, come a Taranto, Civiltà Italica risulterà addirittura «[…] completamente confusa coi Comitati Civici» [100]. Per non parlare poi dei frequenti incontri a Roma fra Ronca e Gedda prima, durante e dopo la cosiddetta «operazione Sturzo» [101], ovvero un’alleanza elettorale fra cattolici e conservatori alternativa alla Dc, messa in atto sotto la regia di Ronca per impedire la vittoria socialcomunista nelle elezioni comunali romane. I due principali elementi che uniscono le due organizzazioni cattoliche sono, in primo luogo, la volontà di smascherare, come si può leggere in uno degli Appelli elettorali del Comitato Civico nazionale, «[…] l’ipocrisia di coloro che mal celano i loro propositi di asservire l’Italia al regime sovietico» [102]. In secondo luogo, la contrarietà all’ideologia dell’unità partitica dei cattolici, dato che, riprendendo le parole dello stesso appello, «ci sono parecchi partiti che non vi tradiranno, né come lavoratori, né come italiani» [103].

Una delle finalità costantemente perseguite da monsignor Ronca e da Civiltà Italica è appunto quella di creare «[…] un accordo con le destre in opposizione alle sinistre, onde schiacciare la formula centrista in un ampio fronte anticomunista» [104]. Ciò nella piena consapevolezza che, come si legge in un Pro-memoria del movimento, «[…] anche i partiti di destra possono giovare molto all’Italia e che gli iscritti all’Azione Cattolica possono aderire ad essi liberamente perché i tempi sono cambiati» [105].

Nonostante le ripetute manifestazioni d’insofferenza di Pio XII verso il comportamento politico della Democrazia Cristiana, la sua «mancanza di giudizio» — febbraio 1948 —, il suo mostrarsi «disorientata e assente» nell’affrontare le urgenze pressanti del momento storico — luglio 1948 —, nonché il fatto che essa «[…] non si cura della sua base elettorale» — dicembre 1948 [106] —, pare che proprio la linea anti-Dc, portata innanzi a Roma da monsignor Ronca, «[…] fu una delle cause» [107] nel 1956 del suo «dimissionamento» dalla diocesi di Pompei per essere inviato, senza rilevanti incarichi, a Roma.



[1] Cfr. S. Ecc. mons. Roberto Ronca nuovo Prelato di Pompei, in Il Rosario e la Nuova Pompei. Periodico bimestrale, quad. 3, Pompei (Napoli) maggio-giugno 1948, pp. 74-76.

[2] Trocchi aveva conosciuto monsignor Ronca fin dagli anni immediatamente successivi al 1931, quando il sacerdote romano divenne assistente del Circolo romano della Fuci. Come mi ha personalmente testimoniato l’avvocato romano, anch’egli era «[…] iscritto all’associazione degli universitari cattolici, studiando Giurisprudenza all’Università di Roma “La Sapienza”. Poi negli anni dell’occupazione nazionalsocialista di Roma, nel 1944-45, fui ospite del Pontificio Seminario Maggiore, temendo persecuzioni dagli occupanti. Lì ebbi incarichi di responsabilità da Mons. Ronca, come quello di controllare che le persone addette a vari servizi “logistici” nel Seminario (come pulizie, ecc.), facessero il loro lavoro. Del resto, potevo godere della fiducia dell’allora Rettore anche perché ero nipote di mons. Tito Trocchi [(1864-1947)], che era molto più anziano di Ronca e lo conosceva fin dal suo ingresso nel sacerdozio». Trocchi fu designato da monsignor Ronca  alla carica di Segretario centrale di Civiltà Italica, com’egli stesso dichiara, «probabilmente perché ero uno dei pochi di cui Mons. Ronca si fidasse» (Interviste a Vittorio Trocchi del 19 novembre e 13 dicembre 2004-Sintesi, Archivio privato dell’A., pp. 1-3, citazioni rispettivamente alle pp. 1 e 2).

[3] Ibid., p. 2.

[4] Monsignor Ronca occupò la «sede titolare» di Lepanto fino alla morte, e quindi anche dopo il «dimissionamento» dalla prelatura di Pompei, avvenuto nel 1956. La stessa risulta ancora fra le «sedi titolari» previste dall’Annuario Pontificio, ma è rimasta vacante a tutt’oggi (cfr. Annuario Pontificio per l’anno 2004, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004, p. 840).

[5] Personalmente non condivido l’opinione di chi interpreta la nomina di Ronca a Pompei come l’allontanamento dalla Capitale di un prelato «politicamente scomodo». Per esempio, Roberto Sani — ma anche Andrea Riccardi (cfr. Idem, Ronca, Roberto, in Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia. 1860-1980, vol. III/2 (M-Z), Le figure rappresentative, Marietti, Casale Monferrato (Alessandria) 1984, p. 73) — ha in questo senso affermato: «All’indomani del 18 aprile la destra cattolica che intendeva favorire un più diretto coinvolgimento della Chiesa nella politica italiana entra in crisi. Qualche settimana dopo le elezioni, mons. Ronca viene nominato Vescovo di Pompei e allontanato da Roma. Questa decisione — sulla quale pesa, molto probabilmente, l’influenza di mons. Montini e degli ambienti filo-democristiani in Vaticano — suscita l’immediata reazione dei circoli ecclesiastici romani» (Roberto Sani, «La Civiltà Cattolica» e la politica italiana nel secondo dopoguerra 1945-1958, Vita e Pensiero, Milano 2004, p. 84). Non condivido questa interpretazione in primo luogo perché le parole dette da Pio XII (1939-1958)  in occasione della consacrazione episcopale avevano tutto meno che il tono di un provvedimento punitivo: «Ci siamo tolti un tesoro per darlo a Pompei», disse il Santo Padre il giorno successivo al rito, celebrato l’11 luglio 1948 nell’arcibasilica di San Giovanni in Laterano (cfr. La consacrazione episcopale di S. Ecc. mons. Roberto  Ronca, in Il Rosario e la Nuova Pompei. Periodico bimestrale, quad. 3, Pompei (Napoli) maggio-giugno 1948, pp. 77-79 (p. 79)). In secondo luogo perché, dal santuario campano, il prelato romano continuò regolarmente il suo lavoro in campo politico, come testimonia una lettera a Papa Pacelli, nella quale Ronca si fa cura di ricordare di essere stato inviato a Pompei «[…] concedendomi nello stesso tempo di occuparmi dell’Unione Nazionale Civiltà Italica» (Lettera di Mons. Ronca a S.S. Pio XII, del 7-7-1949, in Carte Ronca, F. I, b., Civiltà Italica, cit. in A. Riccardi, Il «partito romano» nel secondo dopoguerra (1945-1954), Morcelliana, Brescia 1983, p. 118, nota 89). In realtà durante tutti gli anni del suo incarico episcopale a Pompei, come ha dichiarato suor Serafina Polito, direttrice dello studentato nella Capitale delle Oblate della Madonna del Rosario — una delle due congregazioni religiose fondate dal Prelato nel 1949 —, che a partire dal 1952 fornì «assistenza logistica» alla sede centrale di Civiltà Italica, monsignor Ronca «soleva venire tutti i giovedì sera a Roma, per rimanervi sino al sabato, al fine di seguire le attività politiche e la vita delle sue due congregazioni religiose» (cfr. in merito la mia Intervista a Suor Serafina Polito rilasciata a Roma il 9 dicembre 2004, pp. 1-3 (p. 2), Archivio privato dell’A.).

[6] Mario Casella, Clero e politica in Italia, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1999, p. 457.

[7] Si tratta di carte — che d’ora in poi chiamerò «Archivio Ronca CI» — non ancora catalogate,  raccolte in cinque casse etichettate «Civiltà Italica», presenti negli alloggi che a Roma furono per molti anni residenza privata di monsignor Ronca, ove attualmente risiedono alcuni dei suoi Oblati.

[8] Appunto non firmato (ma attribuibile a monsignor Ronca) e s.d. (ma del 1946), che d’ora in poi chiamerò, Sulla costituzione di Civiltà Italica, in Archivio Ronca CI, p. 5.

[9] Intervista a Carlo Del Frate rilasciata a Roma il 9 dicembre 2004, Archivio privato dell’A., p. 3.

[10] R. Sani, «La Civiltà Cattolica» e la politica italiana, op. cit., pp. 74-75.

[11] Ibid., pp. 51-52.

[12] Rapporti che saranno conservati anche durante l’incarico episcopale a Pompei, come testimonia Biagio Carelli, allora alunno dell’Istituto Bartolo Longo, che conobbe monsignor Ronca fin da quando il presule giunse per la prima volta nella Città Mariana: «Ricordo di aver visto il padre Riccardo Lombardi predicare e guidare le varie processioni sia del Corpus Domini che quella con il quadro della Madonna del Rosario, che portavamo con mons. Ronca per le strade di Pompei» (Intervista a Biagio Carelli rilasciata a Roma il 4 gennaio 2005, Archivio privato dell’A., p. 1).

[13] R. Sani, op. cit., p. 56.

[14] Sarebbe stato proprio padre Lombardi a ideare e a proporre la «mobilitazione» anti-comunista che condusse alla vittoria del 18 aprile 1948, seppure, come recentemente ricordato, «per l’esattezza, quel “piano” era stato sottoposto a Monsignor Montini dal direttore della “Civiltà Cattolica”, padre Giacomo Martegani» (Filippo Ceccarelli, Gesuiti, quando la «casistica» va all’opposizione, in La Stampa, 16-5-2003).

[15] M. Casella, op. cit., p. 465 (entrambe le citazioni).

[16] Giacomo Martina SJ, Storia della Compagnia di Gesù in Italia (1814-1983), Morcelliana, Brescia 2003, p. 289.

[17] Ibid., p. 304.

[18] Il Comitato Promotore, Civiltà Italica. Unione Nazionale per l’Ordine Cristiano, gennaio 1947, in Archivio Ronca CI, p. 1.

[19] G. Martina, op. cit., p. 289.

[20] La rinascita spirituale e morale dell’Italia nella parola di Padre Lombardi, in Il Quotidiano, 12-1-1947.

[21] Appunto non firmato (ma attribuibile a monsignor Ronca) e s.d. (ma redatto dopo il 18 aprile del 1948), intitolato Piano “R” e anticomunista: diretto a recuperare i comunisti in buona fede, in Archivio Ronca CI, pp. 1-2, p. 2.

[22] Riccardo Lombardi SJ, Mobilitazione della gioventù, in Il Quotidiano, 8-2-1948.

[23] L’Ora Presente, in Civiltà Italica, s.d. (ma 1948), p. 1.

[24] Entrambe le cit. in Ignazio Ingrao, Tutti i misteri dei papi, in Panorama, 3-2-2003.

[25] Lettera di Vittorio Trocchi a p. Giacomo Martegani del 2-9-1950, cit. in R. Sani, op. cit., p. 76, nota 31.

[26] Vittorio Trocchi, L’Unione nazionale «Civiltà Italica», in Civiltà Italica. Mensile di studi politici economici sociali, anno I, n. 1, 1°-8-1950 , pp. 77-80 (pp. 77-78).

[27] La Nostra Meta, in Civiltà Italica, s.d. (ma 1948), p. 3.

[28] Sulla costituzione di Civiltà Italica, cit., pp. 4-5.

[29] Nel Piano “R” e anticomunista, cit., p. 2, si parla di «90 sedi provinciali» del movimento.

[30] V. Trocchi, art. cit., p. 80.

[31] Come documenta Andrea Ciampani in Cattolici e liberali durante la trasformazione dei partiti. La «questione di Roma» tra politica nazionale e progetti vaticani (1876-1883) (Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano-Archivio Guido Izzi, Roma 2000), negli ultimi due decenni dell’Otto­cen­to, intorno alle società cattoliche romane, alla nobiltà fedele al Papa, ai circoli universitari cattolici, a nuove riviste e rinnovati quotidiani, si costruisce l’esperienza dell’Unione romana, che, con una notevole autonomia di elaborazione, ma comunque in sintonia con l’indirizzo di fondo del pontificato, pone le basi per preparare una eventuale discesa in campo dei cattolici in occasione delle elezioni politiche. Gli stretti legami tra Leone XIII (1878-1903), la curia romana e le iniziative del gruppo «unionista» rivelano le posizioni di un partito cattolico in fieri, un partito virtuale dei cattolici sul piano nazionale, preparatosi a scendere in campo quando fossero venute meno le ragioni che avevano promosso il non expedit. Fu la frattura crispina a recidere, mettendo in discussione l’equi­li­brio di Roma e le attività «conciliatoriste» del 1887, ogni speranza per il progetto coltivato dalle associazioni cattoliche romane e dal Pontefice per un decennio. Il cammino dei cattolici della Capitale rimase così un cammino incompiuto.

[32] L’origine e lo scopo di «Civiltà Italica», in Civiltà Italica, s.d. (ma 1948), p. 1.

[33] Per il Bene dell’Italia, in Civiltà Italica, s.d. (ma 1948), p. 2.

[34] Sulla costituzione di Civiltà Italica, cit., pp. 1-2.

[35] Entrambe le citazioni in La Nostra Meta, cit., p. 3.

[36] Per il Bene dell’Italia, cit., p. 2.

[37] Il Comitato Promotore, Civiltà Italica. Unione Nazionale per l’Ordine Cristiano, cit., p. 1.

[38] Civiltà Italica, Italia, in Civiltà Italica. Mensile di studi politici economici sociali, n. 1, 1°-8-1950, pp. 3-4 (p. 4).

[39] A. Riccardi, Roma città sacra?, Vita e Pensiero, Milano 1979, p. 308.

[40] Il cardinale Urbani, «nominato nel 1946 assistente generale dell’Azione Cattolica Italiana e vescovo titolare di Assume, lasciò Venezia per Roma, dove rimase sino al 1955, con il compito di rinvigorire l’organizzazione sul piano spirituale e culturale» (Antonio Niero, Urbani, Giovanni, in Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia. 1860-1980, cit., pp. 871-872 (p. 871)).

[41] A. Riccardi, Roma città sacra?, cit., p. 308.

[42] Umberto Ricci, che era stato prefetto di Udine, di Bolzano e di Torino negli anni 1920 e 1930, era entrato il 28 luglio del 1943 a far parte, in qualità di Ministro dell’Interno del primo Governo Badoglio, incarico che ricoprì fino all’11 febbraio del 1944.

[43] Il bolognese marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga, che era stato Medaglia d’argento al Valor Militare per la guerra 1915-1918 (cfr. <http://www.sardimpex.com/files/guerrieri-gonzaga.htm>), dopo la liberazione di Roma riassunse (il 5 giugno 1944) le proprie funzioni di direttore generale dell’Ente di gestione e liquidazione immobiliare (EGELI). Guerrieri Gonzaga, durante la campagna del 18 aprile, prestò a fianco di Civiltà Italica «gratuitamente» la sua opera a sostegno dei valori cattolici e nazionali (cfr. Piano “V”. Relazione finale: 9 marzo-19 aprile 1948, in Archivio Ronca CI, pp. 1-7 (p. 7)).

[44] M. Casella, 18 aprile 1948. La mobilitazione delle organizzazioni cattoliche, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1992, p. 18.

[45] Nel testo del resoconto dell’incontro con mons. Urbani del 16 gennaio 1947, riportato nel libro di Casella, è presente l’indicazione di un «sen. Motta Rinaldo», forse a causa di un refuso: invece la personalità che partecipò alla costituzione di Civiltà Italica dovrebbe essere piuttosto identificata con quel Riccardo Motta «prefetto, senatore» di cui riporta l’Indice Biografico Italiano (3a ed. corr. e ampl., K. G. Saur, Monaco di Baviera 2002, ad vocem, p. 2.510). Nel medesimo monumentale repertorio biografico, del resto, non è presente nessun Rinaldo Motta.

[46]  Si tratta senz’altro di quel Giuseppe Nicolosi «professore universitario di architettura, ingegnere» di cui riporta l’Indice Biografico Italiano (op. cit., ad vocem, p. 2.557), dato che, nel primo ciclo degli «Incontri di Civiltà Italica», tenutosi fra il 29 maggio e il 17 giugno 1952, fra i convocati alle riunioni, risulta anche un «Ing. Prof. Giuseppe Nicolosi» (cfr. Gli «Incontri» di Civiltà Italica, in Civiltà Italica. Mensile di studi politici economici sociali, anno IV, n. 8-9-10, agosto-ottobre 1953, p. 85).

[47] A Oscar Sinigaglia, industriale di alto ingegno, va attribuita la rinascita del settore siderurgico nazionale dopo la seconda guerra mondiale. Sulle sue posizioni politiche, cfr. l’opuscolo Rifare l’Italia, che riporta un suo discorso in cui propone un programma di tipo politico-economico per l’Italia del dopoguerra (testo nel sito <http://www.cronologia.it/storia/a1948b.htm>).

[48] Anselmo Anselmi, dapprima magistrato, dal 1927 al 1943 fu direttore generale nel ministero delle Corporazioni, e segretario generale del Consiglio Nazionale delle Corporazioni.

[49] Giuseppe Dalla Torre di Sanguinetto dal 1920 al 1960 fu direttore de L’Osservatore Romano; risulta nel 1946 e nel 1947 «consulente» di una delle iniziative giornalistiche di monsignor Ronca, l’ARI, Agenzia Romana d’Informazione (cfr. Archivio Ronca CI, A.R.I.-Assegni e stipendi per il mese di dicembre 1946, 23-12-1946, e A.R.I.-Assegni e stipendi per il mese di marzo 1947, 22-3-1947).

[50] Cit. in M. Casella, 18 aprile 1948, cit., pp. 18-19, nota 47.

[51] Guidetti ricopriva allora la carica di presidente del Consiglio d’Amministrazione del quotidiano L’Avvenire d’Italia di Bologna.

[52] Cit. in M. Casella, 18 aprile 1948, cit., p. 26.

[53] Cioccetti era allora il vicepresidente dell’Azione Cattolica Italiana.

[54]  Mons. Pignedoli nel 1967 sarà nominato prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli e nel 1973 creato cardinale.

[55]  Cit. in M. Casella, 18 aprile 1948, cit., p. 96, nota 54.

[56]) Ibidem.

[57] Cit. ibid., p. 120.

[58] L’origine e lo scopo di Civiltà Italica, art. cit., p. 1.

[59] Ibidem.

[60] Mons. R. Ronca, Nobiltà dei compiti del direttore penitenziario alla luce del vangelo, estr. da Rassegna di Studi Penitenziari, fasc. 2, marzo-aprile 1963, Tipografia delle Mantellate, Roma 1963, pp. 239-250, (p. 250).

[61] Il Comitato Promotore, Civiltà Italica. Unione Nazionale per l’Ordine Cristiano, cit., p. 1.

[62] Sulla costituzione di Civiltà Italica, cit., p. 4.

[63] Il Comitato Promotore, Civiltà Italica. Unione Nazionale per l’Ordine Cristiano, cit., p. 1.

[64] Ibidem.

[65] La rinascita spirituale e morale dell’Italia, cit., p.2.

[66] Dai suoi due opuscoli Vanni trarrà poco dopo il libro Io, comunista in Russia, edito da Licinio Cappelli (1864-1952) a Bologna nel 1949, ma stampato dalla Tipografia fondata da monsignor Ronca a Pompei presso l’Istituto per la Specializzazione Industriale (IPSI).

[67] Piano “R” e anticomunista: diretto a recuperare i comunisti in buona fede, cit., p. 1.

[68] Ibidem.

[69] Ibid., pp. 1-2.

[70] Ivan Matveevich Krasnov, intellettuale russo, ben addentro alle cose militari sovietiche, durante il periodo staliniano lasciò l’Urss per rifugiarsi negli Stati Uniti d’America. Con l’appoggio americano pubblicò in italiano, oltre a quella citata, un’altra opera anti-sovietica — anche se egli in realtà durante la de-stalinizzazione tornò in patria, aderendo al nuovo corso o forse collaborando con i servizi americani a Mosca, come testimonia, fra l’altro, una sua raccolta di versi pubblicata a Mosca nel 1973 per una casa editrice vicina al Ministero della Difesa —, intitolata La tattica: insegnamenti di Stalin (Tip. V. Fracassini, Roma 1948.

[71] I. Krasnov, L’enigma del 1938 ovvero del potenziale bellico dell’URSS, Tipografia Civiltà Italica, Roma s.d. (ma presumibilmente 1948), p. 18. Successivamente, Civiltà Italica editò anche un ulteriore saggio di Krasnov, intitolato Il «pacifismo» sovietico (Tipografia Civiltà Italica, Roma s.d. (ma 1952)), oltre a ospitare, fra il 1951 ed il 1953, svariati suoi articoli contro lo stalinismo ed i Soviet, sulla rivista del movimento Civiltà Italica. Mensile di studi politici economici sociali.

[72] Antonio Morese, Nel ricordo di E. A. Mario e Edoardo Nicolardi. Immortali cantori delle gioie e dei dolori come pure delle speranze della nostra gente, Tipografia F. Sicignano, Pompei (Napoli) 1982, pp. 14-15.

[73] Cfr. Idem, In pericolo a Pompei le opere filantropiche, in Paese Sera, 31-12-1954 e La situazione a Pompei delle opere filantropiche, ibid., 22-1-1955.

[74] Id., Fuori dall’ombra. Anche nel dopoguerra vite umane salvate da monsignor Ronca prelato di Pompei,  in Il Giornale di Napoli, 28-6-1994.

[75] Piano “R” e anticomunista: diretto a recuperare i comunisti in buona fede, cit., p. 2.

[76] Piano “V”. Relazione finale: 9 marzo-19 aprile 1948, cit, p. 2.

[77] Ugo Lattanzi, Occidente in pericolo, Cappelli, Bologna [ma Tipografia IPSI, Pompei] 1953. Il sacerdote, che negli anni 1930 in cui Ronca era rettore, aveva insegnato presso la Facoltà Teologica del Pontificio Ateneo del Seminario Romano, e fin da quegli anni aveva stretto un’amicizia col futuro Prelato di Pompei, elaborava in questo corposo volume le tesi già illustrate nel suo più breve saggio Marxismo e cristianesimo, pubblicato nel 1945 per le edizioni AVE di Roma. In particolare, obiettivo di don Lattanzi era di rivolgersi «a quei cristiani che pretendono di accettare il materialismo storico di Marx, ripudiando il materialismo dialettico, che in altre parole accettano il Comunismo come sistema economico-politico e lo respingono come concezione atea del mondo, essi evidentemente si basano sopra una pericolosa utopia o sopra una folle speranza» (U. Lattanzi, op. cit., pp. 7-8).

[78] Appunto non firmato (ma attribuibile a monsignor Ronca) e s.d. (ma redatto dopo il 18 aprile del 1948), intitolato, Piano “P”, in Archivio Ronca CI, p. 2.

[79] M. Casella, Clero e politica in Italia, cit., p. 482.

[80] A. Morese, Fuori dall’ombra. Anche nel dopoguerra, cit.

[81] Appunto non firmato, ma redatto per monsignor Ronca, e s.d. (ma presumibilmente risalente al 1952), intitolato La lotta Anticomunista in Italia nelle attuali condizioni politiche, in Archivio Ronca CI, p. 9.

[82] Piano “R” e anticomunista: diretto a recuperare i comunisti in buona fede, cit., p. 2.

[83] Appunto firmato «T.U.», redatto per monsignor Ronca, s.d. (ma presumibilmente risalente al 1951), intitolato Impressioni, in Archivio Ronca CI, pp. 1-3, citazioni rispettivamente alle pp. 1 e 2.

[84] La Segreteria Centrale, Notiziario, in Civiltà Italica. Mensile di studi politici economici sociali, anno II, n. 2, febbraio 1951, Pompei (Napoli), pp. 165-167 (p. 165).

[85] Un ventennio d’episcopato, Città Nuova, Roma 1968, p. 40.

[86] Piano “V”. Relazione finale: 9 marzo-19 aprile 1948, cit., pp. 2-3.

[87] Appunto non firmato (ma attribuibile a monsignor Ronca) e s.d. (ma redatto subito dopo il 18 aprile del 1948), intitolato, Piano “S”, in Archivio Ronca CI, p. 1.

[88] Civiltà Italica, La Nostra Meta, art. cit., p. 3.

[89] Piano “P”, cit., p. 1.

[90] Trocchi ha dichiarato che comunque il suo ruolo durante la campagna per le elezioni del 18 aprile fu marginale, avvalendosi monsignor Ronca per l’attività di mobilitazione e propagandistica «principalmente dei suoi assistenti mons. Pietro Palazzini [(1912-2000)] e Mons. Claudio Righini [(1912- 1993)]» (Sintesi delle interviste a Vittorio Trocchi, cit., p. 2).

[91] V. Trocchi, L’Unione nazionale «Civiltà Italica», cit., pp. 78-79.

[92] Minuta di lettera inviata a Pio XII, s. d., ma presumibilmente risalente all’autunno del 1950, e non firmata, ma attribuibile a monsignor Caraffa, in Archivio Ronca CI, p. 3.

[93] Luigi Gedda, 18 aprile 1948. Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare, Mondadori, Milano 1998, p. 104.

[94] M. Casella, 18 aprile 1948. La mobilitazione delle organizzazioni cattoliche, cit., p. XXI. Anche Casella riporta che Civiltà Italica nasce «“contestualmente” alla prima ideazione dei Comitati Civici», posizione che non condivido, dato che l’organizzazione di monsignor Ronca opera da molto prima del gennaio del 1948, come ho cercato di dimostrare anche nel mio articolo Mons. Roberto Ronca e l’alternativa alla DC negli anni del secondo dopoguerra, in Annali Italiani. Rivista di studi storici, anno II, n. 4, Milano 2003, pp. 127-177.

[95] L. Gedda, op. cit., p. 116.

[96] Mons. Marchetti Selvaggiani, «creato cardinale da Pio XI [(1922-1939)] nel 1930, si vide affidata dal papa la direzione dell’Opera della Preservazione della Fede. […] Succeduto al card. [Basilio] Pompili [(1858-1931)] come vicario di Roma […] nel 1939 fu nominato anche segretario del S. Uffizio, incarico che tenne assieme a quello di Vicario di Roma» (A. Riccardi, Marchetti-Selvaggiani, Francesco, in Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia. 1860-1980, cit., pp. 506-507 (p. 506)). In qualità di «vicario del Papa nella diocesi di Roma», il card. Marchetti Selvaggiani mostrò sempre molta fiducia nei confronti di monsignor Ronca, tanto che nel 1931 lo scelse personalmente come Assistente del Circolo romano della Fuci, «[…] senza consultare la presidenza centrale, per imprimere un orientamento diverso all’associazione, da un punto di vista religioso ed educativo» (A. Riccardi, Ronca, Roberto, in Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia. 1860-1980, cit., p. 733).

[97] A. Riccardi, Roma città sacra?, cit., p. 310.

[98] Ibid., p. 301. Mons. Montini, stando a quanto riporta Gedda, considerava un problema da risolvere per il buon esito delle elezioni del 18 aprile 1948 la presenza di cattolici organizzati al di fuori della Democrazia Cristiana. Secondo «[…] il pensiero di Monsignor Montini — come ricorda appunto Gedda nel suo memoriale — […] la battaglia elettorale si annunciava imminente e grave oltre che per la presenza del Fronte Popolare per l’esistenza di altri raggruppamenti politici, come quelli dei cattolici di Civiltà Italica e di altre ideologie» (L. Gedda, op. cit., pp. 125-126).

[99] Card. Ernesto Ruffini, Lettera a mons. G. B. Montini, del 30-7-1948, in Archivio Storico dell’Arcidiocesi di Palermo, Fondo Ruffini, Minute 1948, cit. in Francesco Maria Stabile, Palermo, la Chiesa baluardo del Card. Ruffini 1946-1948, in Le Chiese di Pio XII, a cura di A. Riccardi, Laterza, Roma-Bari 1986, pp. 367-392 (p. 381).

[100] Appunto di Civiltà Italica sulla situazione politica a Taranto, del 2-6-1951, cit. in A. Riccardi, Il «partito romano» nel secondo dopoguerra (1945-1954), cit., p. 161.

[101] Ciò risulta dalle Note di monsignor Ronca relative ai suoi soggiorni romani durante il periodo di episcopato a Pompei, cit. ibid., p. 175, nota 66.

[102] Documento dell’Archivio del Comitato Civico Nazionale, Roma, cit. in Santi Fedele, Fronte po­po­la­re. La sinistra e le elezioni del 18 aprile 1948, Bompiani, Milano 1978, pp. 228-230 (p. 228).

[103] Ibid., p. 230. Il passaggio citato smentisce ulteriormente la convinzione che l’operato dell’organizzazione di Gedda nel 1948 fosse esclusivamente diretto alla propaganda elettorale in favore della Democrazia Cristiana. Come ricorda lo stesso Gedda, declinando l’offerta, proveniente dal partito di De Gasperi, alla vigilia delle elezioni del 18 aprile, di essere il candidato della Dc per il collegio senatoriale di Viterbo, ciò «[…] avrebbe dato un’impronta personale e democristiana all’ideazione e al lavoro dei Comitati Civici, che invece dovevano rimanere come un’autentica iniziativa della Santa Sede» (L. Gedda, op. cit., p. 135).

[104] A. Riccardi, Il «partito romano» nel secondo dopoguerra (1945-1954), cit., p. 144.

[105] Civiltà Italica, Pro memoria sull’attuale situazione politica in Campania, Puglia e Molise, del 15-4-1953, cit. ibid., p. 162.

[106] Cit. in L. Gedda, op. cit., rispettivamente, p. 120, p. 139 e p. 140.

[107] A. Riccardi, Ronca, Roberto, in Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia. 1860-1980, cit., p. 734.




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