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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


inserito il 25 gennaio 2008


Oscar Sanguinetti


Bush: dopo Yalta, Auschwitz?



Il presidente americano George Walker Bush, nel suo tour in alcune capitali del Medio Oriente, l’11 gennaio di quest’anno ha visitato il Museo dell’Olocausto, lo Yad Vashem, a Gerusalemme.

Davanti a un pannello che presentava una veduta aerea del grande campo di sterminio polacco — evidentemente presa da un velivolo alleato — pare che il presidente americano, commosso, si sia lasciato sfuggire una considerazione che suona all’incirca così: «We should have bombed it», «dovevamo proprio bombardarlo». Così riferisce il Corriere della Sera del 12 gennaio, che riprende dichiarazioni del direttore del Museo, Avner Shalev. Pare altresì che Bush abbia poi brevemente discusso della cosa con il Segretario di Stato, Condoleeza Rice, e con gli accompagnatori.

Le parole di Bush riportano sotto la luce dei riflettori la questione del perché durante il secondo conflitto i governi alleati non abbiano fatto abbastanza — anzi proprio nulla — per fermare o per rallentare la tragica macchina della morte nazionalsocialista, soprattutto nel settore dei campi polacchi, dove la scala dello sterminio era maggiore e la «produttività» degl’impianti più alta.

Eppure gli Alleati, a partire dalla svolta della guerra nel 1943, dopo le gigantesche battaglie di Stalingrado e di El Alamein, furono in grado di dispiegare un’immensa potenza militare — in particolare nel controllo dell’aria — su tutti i fronti. Allora perché, come scriveva già dieci anni or sono lo storico americano Richard Breitman nel suo volume Il silenzio degli Alleati — che ebbi modo di recensire nell’ambito di un mio più ampio saggio nel 2002 sulla rivista Annali Italiani —, gli aerei anglo-americani non cercarono quanto meno di mettere fuori uso l’efficiente infrastruttura che trasportava — quasi esclusivamente su rotaia — le vittime dai Paesi occupati verso i grandi conglomerati di sterminio in territorio polacco?

È ormai un dato storico acquisito che gli Alleati almeno dal 1944, grazie ai loro potenti apparati di informazione, «sapevano» e sapevano parecchio, certamente avevano notizie più precise e dettagliate di quanto potesse vantare il povero Pio XII, al quale, solo, si è voluta gettare addosso, senza pietà, la croce dei silenzi sul genocidio ebraico.

E non solo «sapevano», ma «potevano» certo molto di più di Papa Pacelli, che aveva dalla sua solo l’autorità morale e la sempre ancipite arma del monito e della censura.

Suonano davvero penose le giustificazioni secondo cui bombardare Auschwitz — su cui pare che anche Bush e la Rice abbiano discusso — avrebbe messo a rischio i prigionieri. Quanto meno si poteva, come detto, intervenire sui «canali di approvvigionamento»; non farli rischiare, poi — con i bombardamenti o con le ritorsioni —, equivaleva ad abbandonarli a una morte programmata e, quindi, sicura.

Particolarmente risibile è poi la tesi — ripetuta ancora in questo frangente da alcuni commentatori —, secondo cui, se si fossero distrutte le linee ferroviarie, i tedeschi le avrebbero ripristinate… E più puerile ancora appare sostenere che la Polonia era troppo lontana: non lo era certo dal suolo russo, né dalla Francia dopo lo sbarco del 6 giugno del 1944… Si pensi che il 18 aprile 1942, solo quattro mesi dopo Pearl Harbor, i grandi bombardieri anglo-americani giunsero a bombardare Tokio!

Perché è stata rasa al suolo Dresda nel febbraio del 1945? e perché senza alcuna contropartita? Non si poteva, per esempio, minacciare — e non attuare, possibilmente — la distruzione di Dresda o di un’altra città tedesca in cambio dell’impegno a fermare la strage? Con i bombardamenti a tappeto delle fortezze volanti sul territorio del Terzo Reich gli Alleati furono in grado di annientare intere città già dall’estate del 1943, quando sommersero Amburgo in un oceano di bombe e di fuoco.

Anche l’altra giustificazione, ancora, che qualunque intervento non sarebbe valso ad arrestare lo sterminio lascia a desiderare. Lo documentano i lavori ormai classici — mai ripresi ma mai smentiti — di Breitman e del suo collega israeliano Yehuda Bauer (Ebrei in vendita? le trattative segrete fra nazisti ed ebrei. 1933-1945, uscito in Italia nel 1998): i rari tentativi di minacciare di ritorsioni, anche solo diplomatiche, i nazionalsocialisti o, per altro verso, di offrir loro — come fecero alcune organizzazioni ebraiche — denaro in cambio di persone è provato che ebbero successo, anche se limitato. In effetti, se lo sterminio ebraico era per Hitler una sorta di «ragione sociale» — così come per Stalin era l’annientamento della «borghesia» —, alla fine del 1944 anche i nazionalsocialisti più convinti non potevano non cominciare a sentire odore di bruciato…

Per gli ebrei non vale nemmeno il ragionamento che ha presieduto allo sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima e su Nagasaki nell’estate del 1945, che cioè la conquista del Giappone con mezzi tradizionali sarebbe costata migliaia di vite americane: gli aviatori anglo-americani alla fine della guerra — ma a macchina di sterminio in funzione a pieno ritmo — avrebbero rischiato davvero ben poco. Gli eventuali morti sarebbero stati nell’ordine delle decine e non delle migliaia come nel caso dell’attacco al suolo giapponese… Quanti di loro, poi, erano polacchi ed ebrei? Costoro non avrebbero rischiato volentieri la vita per alleviare l’atroce sorte dei loro connazionali?

* * *

In realtà, la risposta più verosimile è che i vertici alleati non erano poi così «caldi» nei confronti della sorte dell’ebraismo europeo: quanto meno non ritenevano — e in questo erano nel vero, anche se sfuggiva loro, a torto o a ragione, la sconvolgente straordinaria gravità di un genocidio pianificato «industrialmente» — il «caso» ebraico l’unico crimine nazionalsocialista, né volevano trasformare la battaglia per la democrazia in una battaglia per una minoranza come gli ebrei. Perciò non vollero distogliere risorse militari e né sacrificare vite umane: il problema non pareva loro così urgente...

Dello sterminio ebraico si è presa coscienza collettiva solo dopo: mentre avveniva nessuno, ad esclusione proprio della Chiesa cattolica, di qualche autorità civile e militare minore — qualche generale italiano, qualche diplomatico, funzionari eroici come il questore-reggente di Fiume, ora beato, Giovanni Palatucci (1909-1945), e «improvvisatori» come il finto console spagnolo a Budapest Giorgio Perlasca (1910-1992) o l’imprenditore tedesco Oskar Schindler (1908-1974) — e di singoli e oscuri attori — più numerosi proprio proprio fra i «minores»: dal prete che porta a Roma i messaggi dai campi dell’est alla suora che per pura carità nasconde il bambino ebreo —, neppure in ultima analisi le grandi organizzazioni ebraiche, si è mosso per tentare di ostacolarlo.

* * *

L’episodio si presta però anche a considerazioni più ampie e di altro genere.

George Bush torna ancora a esprimere giudizi controcorrente sulla condotta americana del secondo conflitto mondiale: lo aveva già fatto durante la visita in Lettonia nel maggio del 2005.

È una coincidenza oppure il presidente americano sta operando una riconsiderazione attenta dei pro e dei contra, dei vantaggi e delle conseguenze non volute, che hanno mosso il governo americano di Roosevelt e i suoi alleati in quel frangente.

Limitandoci ai soli due punti che ha toccato Bysh jr., è un fatto che coinvolgere l’Unione Sovietica contro Hitler e lasciare eccessivo spazio a Joseph Stalin — come a Yalta — ha avuto come conseguenza di consegnare al comunismo decine di milioni di europei per almeno mezzo secolo, infliggendo ai popoli del’Est un vulnus da cui tuttora non riescono a guarire.

Così pure — questo pare il succo dell’ultima amara uscita di Bush —, aver concentrato tutte le risorse per annientare militarmente il gigante tedesco ha segnato la sorte di innumerevoli persone imprigionate al suo interno: a partire dagli europei di religione ebraica fino ai cattolici polacchi e agli zingari, nonché a tutti gli altri ostaggi del sistema anti-umano e anti-cristiano eretto dal totalitarismo nazionalsocialista.

Mi pare ci si trovi davanti a due riflessioni che «bucano» la «plastica" — l’Urss era una democrazia, anche se socialista, ed era giusto aiutarla contro il più pericoloso totalitarismo hitleriano; gli Alleati hanno fatto tutto il possibile per gli ebrei, il Vaticano no —, che l’ideologia ha applicato alla storia della seconda guerra mondiale e alla tragedia ebraica.

Questa nuova consapevolezza del suo vertice politico inciderà anche sulla linea politica estera degli Stati Uniti? Il futuro lo dirà: di fatto le sortite di Bush jr. paiono un sintomo che gli Usa non vogliono ripetere alcuni dei più tragici errori commessi nella loro storia.

Oscar Sanguinetti


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