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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


inserito il 23 luglio 2008


Giovanni Formicola

E le vittime del comunismo?

 


«L a memoria è il punto più debole dei russi, soprattutto la memoria del male» (1). Il «rifiuto» di ricordare, specialmente il male, che Aleksandr Solženicyn attribuisce al popolo russo quasi come una caratteristica psicologica propria, ha avuto qualche eccezione.

Anzitutto, lo stesso Solženicyn, che, con Arcipelago Gulag, ha voluto preservare dall’oblio – pur avendo potuto «vedere […] soltanto da una feritoia» (2) –, se non il nome, almeno la sofferenza – e la causa di essa –, dei milioni e milioni – sessantasei, secondo il professore di statistica Ivan Kurganov (3) – di persone rinchiuse e sterminate nei campi di concentramento del sistema comunista sovietico. Nei quali la fame, il freddo, le vessazioni, il lavoro forzato in condizioni estreme e le malattie svolgevano il ruolo che nei Lager nazionalsocialisti era affidato al gas. E con Solženicyn hanno vinto la fobia per il ricordo del male anche uomini come Varlam Tichonovič Šalamov (1907-1982), con I racconti di Kolyma (4), nei quali, secondo lo stesso Solženicyn, «il lettore avvertirà più esattamente lo spirito spietato dell’Arcipelago e il limite della disperazione umana» (5), e coloro che oggi, nella Federazione Russa, con l’associazione Memorial (6), si sforzano di conservare la memoria delle vittime del comunismo nell’impero sovietico.

Ma la «dimenticanza» delle vittime del comunismo non è stata – e non è – conseguenza soltanto di una – reale o pretesa che sia – connotazione psicologica del popolo russo. Essa ha avuto una dimensione così universale da poter essere considerata un fenomeno ben più complesso, che ha molte cause. Non ultime tra le quali, la percezione da parte di neo- e vetero-illuministi e progressisti che il comunismo faccia parte dell’«album di famiglia», e l’egemonia culturale, e sui mezzi di diffusione e divulgazione del pensiero e delle immagini, conquistata gramscianamente dai comunisti, dove più, dove meno, in tutto il mondo. Lo studioso francese Alain Besançon ha parlato di «amnesia» – che diventa «amnistia»– per le vittime e per i crimini del comunismo, e di «ipermnesia» per le vittime e i crimini del nazionalsocialismo (7). Si può dire che, se a tutti è stata riservata una «morte da cani», gli uni sono stati anche dimenticati come cani, gli altri, almeno, sono stati e sono ricordati come uomini.

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E proprio Morte da cani (8) s’intitola l’opera d’esordio di un altro russo, che non ha paura di ricordare e di far ricordare, Igor Argamante (italianizzazione dell’originario Argamakow). Nato a Vilnius – allora non capitale della Lituania, ma città polacca con il nome Wilno –, poi naturalizzato italiano e in Italia da sessant’anni, già dirigente industriale della Olivetti e console onorario della Repubblica del Sudafrica a Trieste, Argamante, finalmente in pensione, si è potuto dedicare nella sua piccola patria d’elezione triestina agli studi storici.

E tra le tante storie delle vittime del Novecento, il «secolo del male» di Besançon, egli ha scelto quella di un «uomo qualunque», quella di suo padre, Aleksej Aleksandrovič Argamakow. Un uomo come tanti, che viveva a Wilno. Un uomo che, giŕ sfuggito al tritacarne del golpe dell’Ottobre e della Guerra fra eserciti «bianchi» e «rossi» che ne era seguita, dai fragili confini della Polonia si sentiva protetto. Almeno finché non aveva capito che, con lo scellerato patto «rosso-bruno», più noto come «Molotov-Ribbentrop», si stava organizzando, per lui, come per altre centinaia di migliaia di piccoli e grandi uomini (ma quale uomo è davvero «piccolo»?), fra i quali le vittime di Katyn del 1940, un viaggio.

Un viaggio «in luogo d’ogni luce muto» (9), in quell’inferno storico che era il comunismo realizzato, e dell’inferno nel cerchio più profondo: il GULag, precisamente il KARlag, in Kazachstan. Un viaggio senza ritorno. La sua colpa? Esistere, appartenendo a una classe – nel suo caso la piccola nobiltà – che lo «Stato giardiniere», come lo chiama Zygmunt Bauman (10), rubrica fra le erbacce da estirpare per bonificare la società e trasformarla nel giardino «edenico» prospettato dall’utopia socialcomunista. Gli ultimi brandelli della vita di Aleksej Aleksandrovič Argamakow, finché letteralmente sparisce nell’abisso del GULag, vengono riassunti in una pratica, la n. 51879, istruita dall’Nkvd e conservata «permanentemente» negli archivi del Kgb lituano, «aperti» e messi a disposizione dei ricercatori quando la Lituania ha conquistato la sua indipendenza. Così, Igor Argamante ha potuto ottenere una copia del dossier.

Da quelle aride e demoniache carte, e dai ricordi personali e di famiglia, ricava Morte da cani. Storia amara e triste di un calvario, una «cronaca familiare» temperata dalla tenerezza con la quale l’autore osserva il suo personaggio, che sottrae per sempre all’oblio per farne un esempio incarnato dell’esito anti-umano dell’utopia comunista. Argamante segue con ovvio e trasparente affetto suo padre, e ne vien fuori un’opera che, per il nitore dello stile, la vivacità del racconto, il sarcasmo e la pietà che ne intridono le pagine, l’inesorabile giudizio di condanna del comunismo e dei suoi volenterosi e meschini carnefici, merita d’essere divorata d’un fiato.

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Ultimamente, Argamante è riuscito a pubblicare la traduzione integrale, da lui curata e commentata, del dossier, con il titolo Archivio KGB di Vilnius (Ltsr). Dossier N° 51879, edito dall’Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia (<www.isig.it>) alla fine del 2003 (11).

Egli così mette a disposizione dei lettori e degli studiosi un documento unico: per la prima volta tutti gli atti di una… Come chiamarla? «Istruttoria»? Ma manca il giudice. «Indagine preliminare»? Ma oltre al giudice, manca pure il pubblico ministero. Meglio allora chiamarla «inchiesta di polizia». Attraverso di essa si perveniva alla consegna del perseguito (meglio «perseguitato»?) o al tribunale militare – che avrebbe applicato la misura suprema di «difesa sociale», qualche grammo di piombo sparato nella nuca –, ovvero all’Oso. La sigla è l’acronimo di Osoboje SOveščanie, «Consiglio Speciale» presso la polizia politica (allora l’Nkvd), composto da un membro di questa, da uno della procura e da uno del comitato centrale del partito comunista. Si trattava di un organo che con un tratto di penna (letteralmente) consegnava il malcapitato al sistema di rieducazione sovietico, all’«arcipelago GULag» (12), con provvedimento amministrativo, quindi non motivato. La durata della rieducazione mediante il lavoro forzato di Argamakow fu fissata in otto anni, comunque prorogabili, se il soggetto si fosse mostrato tardo a comprendere la lezione, fino a venticinque, sempre con un tratto di penna e senza dover motivare: la stessa misura che, solo quattro anni dopo, fu riservata a Solženicyn.

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Il volume, dopo una premessa del curatore – lo stesso Argamante – (p. 5), si apre con una introduzione del professor Alberto Gasparini, dell’Università di Trieste e direttore dell’Isig, intitolata puntualmente Dossier n. 51879. Dove si descrivono i modi di mantenere la rivoluzione (pp. 7-16).

In essa, con sintesi felice, egli coglie il carattere di «utopia violenta» della Rivoluzione. L’espressione rimanda ai «coercitive utopians», gli «utopisti coercitivi», di Rael Jean Isaac e Erich Isaac (13), che «[…] sono sempre stati poco inclini ad accettare la natura umana, ecco perché i loro sogni non si sono mai potuti realizzare senza violenza […]. L’errore fondamentale consiste nella credenza antiscientifica e disumana che l’uomo sia malleabile all’ infinito e che, alle “giuste” condizioni sociali, sia “perfettibile”, ovvero possa essere cambiato nel senso che piace a loro. Di conseguenza essi non ammettono che le istituzioni base che la nostra civiltà ha sviluppato nel corso dei millenni riflettano i caratteri essenziali della natura umana. La proprietà privata, la famiglia, la religione e la nazione, tutte insieme e separatamente, sono state sottoposte a continui attacchi negli ultimi due secoli, con risultati inevitabilmente disastrosi. Si è trattato, in definitiva, di una guerra combattuta per due secoli contro l’individuo, i suoi diritti, la sua dignità e la sua sovranità […].

Il comunismo era l’espressione più coerente delle loro aspirazioni» (14).

Il Direttore dell’Isig, quindi, non cade nella trappola terminologica secondo la quale si dovrebbe separare l’idea rivoluzionaria comunista, in sé nobile e giusta, dagli orrori che ne sono derivati, e addebitarli ad un suo preteso tradimento da parte di soggetti deviati e devianti, utilizzando allo scopo come categoria il termine «stalinismo», quasi contrapponendolo a «comunismo». È ormai sufficientemente noto agli studiosi che Josif Vissarionovič Džugasvili, detto «Stalin», (1879-1953) ha semplicemente applicato le leggi ed i sistemi voluti da Vladimir Il’ič Ulianov, detto «Lenin», (1870-1924), senza inventare nulla. Ma è pur vero che ciò è molto meno noto al grande pubblico, non è ancora «luogo comune». Non è cioè di «dominio pubblico» il fatto che, ben prima che Stalin avesse il tempo, il potere e la forza per attuarle compiutamente, era stato Lenin a dare le direttive. «Le masse devono sapere che […] loro compito sarà l’implacabile annientamento del nemico» (29 agosto 1906) (15). «Purgare la terra russa da ogni sorta di insetti nocivi» (Come organizzare la competizione, articolo del 7 e 10 gennaio 1918) (16). «Compagni, la rivolta di cinque distretti di kulaki deve essere repressa spietatamente. […] 1. Impiccare, in modo che il popolo veda, non meno di un centinaio di kulaki noti. […] 3. Prendere loro tutto il grano. 4. Designare gli ostaggi. 5. Attuare un implacabile terrore di massa contro kulaki, pope e guardie bianche; rinchiudere i sospetti in un campo di concentramento fuori della città» (Telegramma del 9 agosto 1918 al Comitato Esecutivo del Partito di Penza) (17). «È ora e soltanto ora, quando nelle regioni affamate la gente mangia carne umana e migliaia di cadaveri coprono le strade, che possiamo (e perciò dobbiamo) procedere alla confisca dei preziosi della Chiesa con la più selvaggia e spietata energia […] senza fermarci dinanzi a nulla. […] sono giunto alla conclusione inequivocabile della necessità di attaccare adesso con la massima decisione e spietatezza i preti […] e vincere la loro resistenza con una brutalità tale che non la dimenticheranno per decenni. Quanto più clero e borghesia reazionari giustizieremo per questo, tanto meglio» (Lettera segreta al Politbjuro del 19 marzo 1922) (18). «Il tribunale non deve eliminare il terrore; prometterlo significherebbe ingannare se stessi o ingannare gli altri; bisogna giustificarlo e legittimarlo sul piano dei principi, chiaramente, senza falsità e senza abbellimenti» (1922) (19).

La risoluzione sui campi di concentramento è del maggio 1918; quella sul «terrore rosso» del 5 settembre 1918; quella sugli ostaggi del 15 febbraio 1919. Gli stessi sistemi sono stati applicati ovunque il comunismo – e non Stalin – abbia conquistato il potere: dalla Spagna del Fronte Popolare (1934-1939), alla Cina; dall’Etiopia del colonnello Hailé Mariam Menghistu, a Cuba; dall’Europa centro-orientale, al Sud Est asiatico, e così via. È un’unica storia di orrore e morte, terrore e miseria. D’altra parte, i «padri fondatori» l’avevano promesso: «I comunisti ricusano di celare le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro scopi possono attuarsi solo tramite l’abbattimento violento di tutto l’ordinamento sociale sin qui esistente. Le classi dominanti tremino di fronte a una rivoluzione comunista» (20). E se il messaggio non fosse chiaro, viene accuratamente precisato. Si tratta «semplicemente» del fatto che «questa persona [“il proprietario borghese”] senz’altro deve essere abolita» (21). Così Karl Marx (1818-1883) e Friedrich Engels (1820-1895) nel Manifesto dei comunisti del 1848. Se pure fosse stato necessario, i fatti, la marxiana «prassi», si sono incaricati di dare l’interpretazione autentica di simili «opinioni» e «intenzioni». Insomma, come ha scritto Vladimir Bukovskij, che più che averlo conosciuto lo ha «saggiato», il socialismo reale «[…] era disumano non perché perseguitava gli uomini […] occupava i paesi limitrofi e minacciava il mondo intero, ma proprio per la ragione opposta: il regime faceva quelle cose perché lui era disumano». Ed era disumano perché «l’ideologia comunista era una fonte di male» (22), o, come dice Solženicyn, «un cancro» (23).

Il professor Gasparini, dunque, nella sua Introduzione spiega bene come la Rivoluzione uccida non per quello che le sue vittime hanno fatto e fanno, e meno che meno per una deviazione psicotica di tipo sadico dei suoi attori. Essa uccide per quello che le persone sono, «pues el delito mayor / del hombre es haber nacido» («poiché il delitto maggiore / dell’uomo è d’essere nato») (24), soprattutto se è nato nella classe, nella razza, nella nazione sbagliate. E perciò gli «utopisti coercitivi», guidati dall’«idea» che ha individuato la causa del male nel mondo – in primo luogo quello stesso Dio che l’ha creato male –, ne organizzano la chirurgica rimozione. Allo scopo, istituiscono, una volta impadronitisi del potere, una burocrazia che trasforma in attività di routine la bonifica sociale e la totale «ricostruzione» («ri-creazione») della Città, per trasformarla in «stampo» dell’Uomo e del Mondo Nuovi, finalmente redenti e per «mille anni» perfetti e paradisiaci. È pertanto il «progetto» stesso, cioè l’ideologia che lo alimenta, fin dalla fondazione, come dichiara apertamente il Manifesto, ad avere la pretesa di aver individuato le categorie – che per i comunisti sono di tipo sociale e religioso-culturale, per altri anche etnico-razziali – di uomini da eliminare per risanare il mondo. Ma, sebbene i Rivoluzionari fin dall’inizio ci diano dentro con impegno per estirpare il male dalle radici, né l’Uomo né il Mondo Nuovi, e meno che meno il paradiso, si profilano all’orizzonte. È allora il turno dei «capri espiatori» dell’inevitabile fallimento: altre «fiumane» (25) in marcia verso l’universo concentrazionario, luogo tipico della Rivoluzione, in cui lo sterminio viene pianificato secondo i canoni moderni e tecnocratici della produzione industriale e perciò «razionali». «Espropriazione, concentramento, deportazione, le “unità mobili di sterminio”, l’esecuzione giudiziaria e lo sfruttamento del lavoro forzato fino alla totale consunzione fisica favorita dalla denutrizione e dal freddo»: questi, secondo Besançon (26), i tempi e i modi tipici del potere comunista nella sua azione di distruzione fisica del «nemico di classe»: di quella morale, che ha causato la «catastrofe antropologica» dei sopravvissuti, rimando ad altra occasione.

Stupisce, però, che un osservatore così acuto come il professor Gasparini inserisca nella sua Introduzione, fra gli esecutori del crimine Rivoluzionario nel XX secolo, che così bene descrive e stigmatizza, accanto ai comunisti vari, ai nazi[onalsociali]sti e ai fascisti – e anche per questi ci sarebbe da discutere –, il generale Francisco Franco Bahamonde (1892-1975) e i non meglio identificati «franchisti». Appare davvero problematico ritenere che il Caudillo perseguisse – come è invece giusto dire che la perseguivano comunisti e nazionalsocialisti – la realizzazione di una «modernizzazione intesa […] come affrancamento dalla tradizione, trasposizione al futuro di una nuova religione “secolarizzata” […] come inizio di una nuova e millenaria era» (p. 10), e che mirasse – come gli «altri» miravano – alla reductio ad unum della società, con l’eliminazione di ogni altra istituzione e corpo intermedio fra il singolo e lo Stato. Se la Rivoluzione è anche – come è, e come giustamente la descrive il professor Gasparini – «tecnica del futuro», progetto ideocratico di un Uomo e di un Mondo Nuovi, «utopia coercitiva» del paradiso in terra con esclusione di ogni altra fede, soprattutto se rivolta al trascendente. Se è azione «catartica» e violenta sull’esistente riottoso alla propria trasformazione, e in concreto nei confronti di milioni di uomini perseguitati per il fatto stesso che esistono, pur non essendo previsti dal «progetto» e condannati dall’ideologia, e perché «sordi» al richiamo dell’ artefice della storia. Se la Rivoluzione è, come è, tutto questo, allora inserire Franco fra i «rivoluzionari», e quindi tra i «colpevoli» degli effetti tragici di tali propositi e azioni, appare quasi «convenzionale», e può essere spiegato solo come una sorta di riflesso condizionato da «correttezza politica». Infatti, un simile giudizio è lontanissimo dalla realtà personale, del pensiero e dell’agire politico di Franco, a prescindere dall’opinione che si abbia dell’uomo e della sua parabola storica.

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A sua volta, il dossier messo a disposizione dei lettori (pp. 19-120) contiene tra i numerosi atti della procedura (se ne contano trentotto) i dieci verbali d’interrogatorio (quasi sempre notturno), le note delle spie comuniste, che sorvegliavano fin dal 1928 i frequentatori – quorum l’inquisito – di uno studio odontoiatrico di Wilno ritenuto covo di cospiratori monarchici e contro-rivoluzionari, il verbale delle dichiarazioni del figlio primogenito del prigioniero, Anatolij, ingenuamente entrato nell’Urss nel 1935 da comunista, e immediatamente fucilato. Soprattutto contiene i tratti di penna che segnano il destino di un uomo fino ad allora tranquillo e pacifico, e, quel che più conta, innocente di tutto quello che il senso comune intende come «colpa». Ma «colpevole» di attività anti-sovietica – in realtà, «anti-sovietica» era la sua origine sociale, la sua stessa esistenza. E perciò «condannato» ad otto anni di Itl, «campo correzionale di lavoro», dal quale il povero Aleksej Aleksandrovič non tornerŕ più, nemmeno da morto. Otto anni – in concreto una condanna a morte – inflitti con tre frettolose annotazioni apposte e sottoscritte in tempi diversi dai tre componenti dell’Oso a margine dell’atto, di cui possiamo «ammirare» anche la riproduzione dall’originale, con le «conclusioni dell’ accusa» (p. 88).

Le circolari successive dell’Nkvd, emanate nel 1940, quando Wilno era divenuta Vilnius, siccome la città era stata assegnata dai sovietici alla Lituania, e poi che questa aveva ricevuto l’onore di essere ammessa tra le Repubbliche Socialiste Sovietiche – non senza un «aiutino» dall’Armata Rossa –, precisarono che i soggetti «anti-sovietici» da «liquidare» dovevano essere individuati, tra l’altro, «in base sia al loro stato sociale […] sia alle convinzioni religiose» (p. 152). Per Argamakow, quindi, non ci sarebbe stata comunque speranza, essendo d’origine nobile – e perciò appartenente alla classe degli «sfruttatori», anche se non aveva mai «sfruttato» nessuno –, e credente.

Il fascicolo si conclude con la vergognosa corrispondenza «segreta» tra i «colonnelli burloni» del Kgb di Mosca e di Minsk (pp. 113-119). Nel 1961, «in piena era di Kruščiov [Nikita Sergeevič (1894-1971)], del disgelo e delle prime timide riabilitazioni» (p. 154), disposero che alla richiesta promossa dalla vedova e inoltrata attraverso la Croce Rossa Internazionale di avere notizie di Aleksandr Aleksandrovič, si dovesse rispondere, ovviamente mentendo, «che non è noto dove si trovi ARGAMAKOW A. A.» (p. 117). L’ultimo colpo: segregato per sempre anche da morto, e nessuna notizia vera, né sul modo né sulla data della sua fine.

Fra gli annessi al dossier, un interessante «glossario degli acronimi» e una rassegna degli articoli dei codici penali sovietici russo e bielorusso del 1922, del 1926 e del 1961, concernenti la «repressione delle attività anti-sovietiche e controrivoluzionarie e dei delitti contro lo Stato» (pp. 127-138).

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La lettura degli atti del dossier non appare interessante soltanto per lo studioso o comunque per il tecnico della materia. Ed essi non costituiscono soltanto un reperto unico nel genere – il che basterebbe di per sé a conferire valore insolito alla pubblicazione –, ma rappresentano un modello.

È il modello di come il persecutore di tutti i tempi – sia esso «giudice», «pubblico ministero», commissario politico o «inquirente» della polizia politica che si dica –, anziché risalire dal fatto, e dal suo rapporto con la condotta di una persona, all’ipotesi di reato, discenda da questa – tante volte pura «scatola vuota», in assenza di ogni tipizzazione ragionevole – alla persona, il cui destino è segnato dall’origine sociale – ossessivamente richiamata in ogni atto –, e/o dalla religione che pratica, dalle idee che professa, o altrove dalla «razza» cui appartiene.

«Istruttoria e processo non sono che forme giuridiche, non possono cambiare la tua sorte decisa in anticipo. Se dovete essere fucilati, lo sarete anche se siete innocenti. Se dovete essere assolti, lo sarete, lavati da qualunque macchia, anche se eravate colpevolissimi» (così il giudice istruttore Mironenko, rivolto al condannato a morte Babic, nel lager di Dzidda, 1944) (27). Perché, come fin dal 1° novembre 1918, aveva scritto il cekista Martin Lacis (1888-1937), «noi non stiamo combattendo una guerra contro gli individui. Stiamo sterminando la borghesia come classe. Nel corso delle indagini non cercate di dimostrare che il soggetto ha detto o fatto qualcosa contro il potere sovietico. Le prime domande che dovete porvi sono a quale classe appartiene, qual è la sua origine. Le risposte a queste domande devono determinare il destino dell’accusato. In ciò risiedono il significato e l’essenza del terrore rosso» (28). Tanto, come sosteneva il pubblico accusatore presso la Corte Suprema dell’Urss, Nikolaj Vasil’evič Krylenko (1885-1940) «le finezze giuridiche non occorrono perché non occorre chiarire se l’imputato sia colpevole o innocente: il concetto di colpevolezza, vecchio concetto borghese, è stato adesso sradicato» (29).

Veniamo così posti plasticamente al cospetto di un potere che giustifica se stesso, perché l’«idea» (meglio, l’ideologia) che lo anima si pretende salvifica. Esso, perciò, si ritiene autorizzato a ricorrere ad ogni mezzo – anzi, qualifica il mezzo in funzione dal servizio che rende al «progetto»: «la verità è rivoluzionaria» significa che è vero solo ciò che giova alla Rivoluzione a giudizio dei Rivoluzionari – per affermarsi, conservarsi e perseguire i propri scopi. La sua azione è per definizione «giusta», al di là di ogni concezione «borghese» di giustizia.

Ma allora, perché ricorrere a tutte quelle «formalità» – si pensi solo alle sette richieste di proroga della carcerazione preventiva (il cui termine massimo è un mese!) in dieci mesi, dall’esito scontato, ma che farebbero sorridere un nostro Pm, che ha a disposizione ben altri tempi per ammorbidire un «indagato» – che hanno gonfiato il dossier? Perché gli interrogatori notturni – defatiganti, lo si dice senza ironia, anche per l’inquirente –, le varie formule procedurali, l’attenzione alle imputazioni e al nomen juris di reati che si sa inesistenti, in un contesto in cui non v’è difesa e non v’è processo perché, anche oltre l’Oso, non v’è giudice terzo ed imparziale, non v’è Appello, non v’è Cassazione?

Una risposta potrebbe essere nel fatto che la Rivoluzione si pretende Weltgericht, «giudizio del mondo», che mette in stato di accusa per purificarlo, e perciò deve – DEVE – agire paludata delle vesti del diritto e del processo. E lo fa fin dal tempo del Grande Terrore giacobino, come spiega il grandissimo giurista sardo Salvatore Satta (1902-1975), non meno grande come scrittore, dimostrando come il processo sia così trasformato in «azione rivoluzionaria» (30).

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Igor Argamante illustra, nella sua intensa postfazione che chiude il volume (pp. 141-157), il modo in cui l’esistenza di suo padre è stata cancellata, e come i colpevoli di tutto questo sono stati di fatto «amnistiati» dalla coscienza storica contemporanea, perché una sorta di «amnesia» collettiva ha coperto le loro colpe. E quando pure se ne parla, se la risposta non è un cenno di fastidio, analogo a quello con il quale nella calura estiva si scaccia una mosca petulante, si pretende comunque di discorrerne «in modo contenuto ed educato ed in ambiente ristretto» (p. 157).

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Sia Morte da cani, che la solo apparentemente più arida (ma tali non sono certamente l’Introduzione e la Postfazione) pubblicazione del Dossier n. 51879, meritano non poca attenzione, e soprattutto un ringraziamento all’autore e a chi gli ha consentito di pubblicarle. Si tratta di opere uniche, per le ragioni già evocate, ma anche perché si tratta della prima testimonianza da parte del figlio di una vittima dei crimini del comunismo. È la prima testimonianza «ereditaria». In modo tipicamente tradizionale, cioè con pietà filiale, Igor Argamante Argamakow ha ricevuto una consegna e non l’ha tenuta per sé, ma si è preoccupato di trasmetterla, in qualche modo di «eternarla».

I suoi lavori, fra tante cose, aiutano a capire che le decine di milioni di vittime del comunismo sono tanti Aleksej Aleksandrovič Argamakow, uomini veri, in carne ossa e affetti, e non numeri, del cui sterminio è diretta responsabile l’idea – che nega loro il diritto all’esistenza storica, e con il materialismo anche la stessa dignità di persona – e non già un qualche preteso tradimento di essa. La volontà di negare l’ordine della creazione e di ricostruire il mondo senza Dio, anzi contro Dio, si è tradotta inevitabilmente, come è proprio dell’utopia, in un’azione contro l’uomo (31). Lezione importante in un’epoca in cui, da parte di troppi, non si vuole accettare a proposito del comunismo – ma non solo – che, come ancora Besançon scrive, «quando si pretende di applicare alla realtà una sua concezione falsata, i risultati sono devastanti. La causa ultima del disastro è quindi un’idea inetta che si è impadronita di cervelli inetti o resi tali da questa idea. Grande mistero! Ma spiega perché Dzeržinskij [Feliks Edmundovič, 1877-1926] ammetteva già nel 1917 che per costruire il socialismo sarebbe stato necessario “sterminare alcune classi” e Zinov’ev [Gregorij Evseevič Apfelbaum, detto Z. (1883-1936)] parlava di “annientare” dieci milioni di russi su cento» (32).

Giovanni Formicola


Note

(1) Aleksandr Isaevič Solženicyn, Arcipelago GULag. 1918-1956. Saggio di inchiesta narrativa, Aleksandr Isaevic' Solz'enicyn, Arcipelago GULag. 1918-1956. Saggio di inchiesta narrativa, trad. it., 3 voll. in 6 tomi, Mondadori, Milano 1975, vol. II, p. III e p. 127.
(2) Ibid., p. 8.
(3) Cit. ibid., p. 12.
(4) Cfr. Varlam Tichonovič Ŝalamov (1907-1982), I racconti di Kolyma, trad. it., Einaudi, Torino 1999.
(5) A. I. Solženicyn, Arcipelago GULag. 1918-1956. Saggio di inchiesta narrativa, cit., vol. II, p. 8.
(6) Cfr. Centro Studi «Memorial» (Mosca), Il sistema dei lager in URSS, trad. it., in GULag. Il sistema dei lager in URSS, trad. it., a cura di Marcello Flores e Francesca Gori, Mazzotta, Milano 1999, pp. 25-27.
(7) Cfr. Alain Besançon, Novecento, il secolo del male. Nazismo, comunismo, Shoah, trad. it., Ideazione, Roma 2000, p. 42.
(8) Cfr. Igor Argamakow, Morte da cani. Piccola storia stalinista, il Mulino, Bologna 2000.
(9) Dante Alighieri (1265-1321), La Divina Commedia, Inferno, Canto V, v. 28.
(10) Cfr. Zygmunt Bauman, Modernità e Olocausto, trad. it., il Mulino, Bologna 1992, p. 31 e passim.
(11) Cfr. I. Argamakov Argamante (a cura di), Archivio KGB di Vilnius (Ltsr). Dossier N° 51879, con una introduzione di Alberto Gasparini, Isig. Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia, Gorizia 2003. Tutti i riferimenti tra parentesi nel testo rimandano a questo volume.
(12) Si tratta «di quello straordinario paese […], geograficamente stracciato in arcipelago, ma psicologicamente forgiato in continente, paese quasi invisibile, quasi impalpabile, abitato dal popolo dei detenuti» (A. I. Solženicyn, Arcipelago GULag. 1918-1956. Saggio di inchiesta narrativa, cit., vol. I, Premessa, p. 10). Besançon sostiene che nel GULag fossero ristretti i prigionieri a «regime duro»; nel resto dell’Urss, quelli a «regime ordinario» (cfr. A. Besançon, Novecento, il secolo del male. Nazismo, comunismo, Shoah, cit., p. 38). Il termine «GULag» è l’acronimo di Glavnoe Upravlenie Lagerej (Amministrazione Centrale dei Lager).
(13) Cfr. Rael Jean Isaac; e Erich Isaac, The Coercitive Utopians, Social Deception by America’s Power Players, Regnery Gateway, Chicago (USA) 1983.
(14) Vladimir Kostantinovič Bukovskij, Gli archivi segreti di Mosca, trad. it., Spirali, Milano 1999, pp. 787-788.
(15) Cit. in Victor Serge (1890-1947), L’anno primo della rivoluzione russa, trad. it., Einaudi 1991, p. 29.
(16) Cit. in A. I. Solženicyn, Arcipelago GULag. 1918-1956. Saggio di inchiesta narrativa, cit., vol. I, p. 43.
(17) Cit. in Pietro Sinatti, L’atroce logica dell’annientamento, in Il sole-24 ore, Milano 2-2-1997.
(18) Cit. in Richard Pipes, Il regime bolscevico. Dal Terrore rosso alla morte di Lenin, trad. it., Mondadori, Milano 2000, pp. 405-406.
(19) Cit. in Mihail Geller (1922-1997); e Aleksandr Nekrič, Storia dell’URSS dal 1917 a Eltsin, trad. it., Bompiani, Milano 1997, p. 159.
(20) Karl Marx; e Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista, trad. it., Newton Compton, Roma 1977, p. 105.
(21) Ibid., p. 74.
(22) V. K. Bukovskij, op. cit., pp. 741-42.
(23) A. I. Solženicyn, I pericoli che incombono sull’Occidente a causa della sua ignoranza della Russia, in Idem, L’errore dell’Occidente. Gli ultimi interventi su comunismo, Russia e Occidente con, in appendice, il «discorso di Harvard», trad. it., La Casa di Matriona, Milano 1980, p. 20.
(24) Pedro Calderòn de la Barca (1600-1681), La vita è sogno, vv. 111-112.
(25) Cfr. A. I. Solženicyn, Arcipelago GULag. 1918-1956. Saggio di inchiesta narrativa, cit., vol. I, pp. 40-107.
(26) Cfr. A. Besançon, Novecento, il secolo del male. Nazismo, comunismo, Shoah, cit., pp. 31-43.
(27) Cit. in A. I. Solženicyn, Arcipelago GULag. 1918-1956. Saggio di inchiesta narrativa, cit., vol. I, p. 159.
(28) In Krsnij Terror («Terrore Rosso»), periodico della Ceka, cit. in Cristopher Andrew; e Oleg Gordiewskij, La storia segreta del KGB, trad. it., Rizzoli, Milano 1991, p. 58.
(29) Cit. in A. I. Solženicyn, Arcipelago GULag. 1918-1956. Saggio di inchiesta narrativa, cit., vol. I, p. 313.
(30) Cfr. Salvatore Satta (1902-1975), Il mistero del processo, Adelphi, Milano 1994, pp. 11-37, in particolare, p. 37.
(31) «Un mondo senza Dio si costruisce, presto o tardi, contro l’uomo» (Giovanni Paolo II, Messaggio ai giovani di Francia, Parigi, 1 giugno 1980). Cfr. anche: «Il tentativo di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre più sull’ orlo dell’abisso, verso l’accantonamento totale dell’ uomo» (Joseph Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, trad. it., Cantagalli, Siena 2005, p. 62). La tesi viene successivamente così articolata e argomentata, questa volta con l’autorità pontificia: «Chi esclude Dio dal suo orizzonte falsifica il concetto di “realtà” e, in conseguenza,, può finire solo in strade sbagliate e con ricette distruttive. La prima affermazione fondamentale è, dunque, la seguente: Solo chi riconosce Dio, conosce la realtà e può rispondere ad essa in modo adeguato e realmente umano. La verità di questa tesi risulta evidente davanti al fallimento di tutti i sistemi che mettono Dio tra parentesi» (Benedetto XVI, Discorso all’inaugurazione della V Conferenza generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, Santuario dell’Aparecida, Aparecida do Norte (San Paolo del Brasile), 13-5-2007, in Supplemento a L’Osservatore Romano del 2-6-2007, p. 9). In questi pronunciamenti si sente l’eco di Henri De Lubac (1896-1991): «Non è poi vero, come pare si voglia dire qualche volta, che l’uomo sia incapace di organizzare la terra senza Dio. Ma ciò che è vero è che, senza Dio, egli non può, alla fine dei conti, che organizzarla contro l’uomo» (Henri De Lubac, Il dramma dell’umanesimo ateo, 1945, trad. it., Morcelliana, Brescia 1988, p. 9.
(32) A. Besançon, La guerra dei bolscevichi contro i contadini, in La Vandea, con una Prefazione di Raoul Girardet e un messaggio di Pierre Chaunu, trad. it., con una Premessa di Sergio Romano e un saggio di Jules Michelet, Corbaccio, Milano 1995, pp. 219-233 (pp. 220-221).


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ROBERTO MARCHESINI,
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