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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


inserito il 14 dicembre 2007


Giovanni Formicola


Spagna 1936: l’«assalto al cielo»


I miliziani del Fronte Popolare fucilano la statua (poi distrutta)
del Sacro Cuore di Gesù a Cerro de los Ángeles



1.
Domenica 28 ottobre 2007, in piazza San Pietro, la Chiesa ha beatificato quattrocentonovantotto martiri della «persecuzione religiosa in Spagna». Questi quattrocentonovantotto si aggiungono ad una folta schiera di martiri già riconosciuti, quattrocentosettantanove, e saranno seguiti da altri migliaia di «candidati» alla beatificazione, i cui processi sono in stato avanzato. La cifra è così imponente, persino strabiliante, che da sola impone una riflessione che condiziona la valutazione degli accadimenti storici all'origine di tale bagno di sangue, e costringe ad interrogarsi sul «perché».
Ce n'è abbastanza, sembra, per poter dire che quello che si consuma nella Spagna degli anni 1930 è un vero e proprio «assalto al cielo» (1), e che la reazione è piuttosto una «cruzada» (2) che non la difesa di uno specifico ordine socio-economico, ancorché sia stata anche e l' una e l' altra.
Tale «assalto al cielo» ha radici profonde nel secolo XIX, e in fondo è la continuazione di un progetto rivoluzionario che è allo stesso tempo politico e religioso, sociale e culturale, economico e morale, cui si prova a dare cruento compimento con una violenta accelerazione, che combina i metodi d'azione «legali» con quelli illegali, in prospettiva insurrezionale.

2. Infatti, già allora — specialmente durante i regni «liberali» di Isabella II (1833-1868) e della reggente, sua madre Maria Cristina di Borbone Napoli (1833-1840) — prende corpo un preciso programma di de-cristianizzazione della Spagna. Due terzi dei monasteri sono soppressi con relativa confisca dei relativi beni, la Compagnia di Gesù è bandita e numerosi prelati sono espulsi. Nel 1837 viene promulgata un costituzione progressista e anticlericale. L'eversione dei beni ecclesiastici impoverisce il paese e danneggia i più bisognosi, perché è la Chiesa ad occuparsi di assistenza, cura ed educazione. Le continue conseguenti tensioni rivoluzionarie che ne conseguono sfociano nel colpo di Stato del 1868, che è all'origine di una legislazione ancor più radicale: ad esempio, la nuova Costituzione, fortemente giurisdizionalista, rende obbligatorio il matrimonio civile. L'abdicazione di Isabella II, dopo la breve reggenza del generale liberal-progressista Francisco Serrano y Domínguez (1810-1885), porta sul trono Amedeo I di Savoia (1870-1873), personaggio in odore di massoneria. Il suo regno è però breve. Nel 1873 viene proclamata l'ancor più breve Prima Repubblica, estremista e anticristiana, che si distingue per la proibizione di scrivere «Dio» nei pubblici documenti, per il divieto di ogni manifestazione pubblica di culto, e il cui grido di battaglia è l'esplicito «Guerra a Diós».

3. L'inizio del XX secolo non è meno turbolento, e la semana trágica di Barcellona del luglio 1909, uno degli episodi più gravi e cruenti dei conati sovversivi che allora si verificano, sconvolge molti, fra cui il celebre architetto e candidato alla beatificazione Antoni Gaudì i Cornet(1852-1926) per la furia cieca con la quale vengono colpiti dai rivoltosi rossi gli ecclesiastici, i religiosi e le religiose, le chiese e i conventi (3).

4. Nella primavera del 1931 si svolge una tornata elettorale amministrativa. I partiti d'ordine e monarchici conseguono la maggioranza nel paese, ma vengono sconfitti nelle città principali. Imprevedibilmente il re, mal consigliato, abdica. Il 14 aprile 1931 viene proclamata la Repubblica, la seconda nella storia spagnola, che viene «festeggiata» con i consueti assalti a chiese e conventi, incendiati e profanati. La governa una coalizione tra i socialisti ed i repubblicani di sinistra, che vince le elezioni politiche del giugno 1931. Subito il nuovo governo espelle dal territorio nazionale alcuni vescovi, tra i quali il primate di Spagna, l' arcivescovo di Toledo, il cardinale Pedro Segura y Sáenz (1880-1957). La curvatura radicale e massimalista della politica della coalizione è plasticamente manifestata dalla nota espressione del leader massone e repubblicano, nonché capo del governo e poi presidente della Repubblica, Manuel Azaña Díaz (1880-1940): «España ha dejado de ser católica» («La Spagna ha smesso di essere cattolica») (4). È evidente il carattere piuttosto programmatico che descrittivo di tale dichiarazione, in quanto essa risulta di fatto uno dei principi ispiratori della nuova Costituzione e produrrà i suoi effetti e troverà sanzione solo dopo che avrà trovato ospitalità nella Carta fondamentale. Questa, in effetti, riduce la Chiesa al rango di un'associazione qualsiasi, le nega ogni sostegno economico pubblico, le impedisce di esercitare l'industria, il commercio e l'insegnamento — le impedisce in altri termini ogni presenza pubblica organizzata, sussumibile nelle tre categorie d'azione indicate —, ne mette i beni a disposizione «della nazione», — cioè li rende suscettibili d'esproprio senza condizione — e, dulcis in fundo, introduce il divorzio.
Segue il decreto di scioglimento della Compagnia di Gesù e di nazionalizzazione del suo patrimonio. In attuazione del dettato costituzionale, viene promulgata nel 1933 la Ley organica de Confesiones y Congregaciones Religiosas, che proibisce ogni manifestazione di culto al di fuori degli edifici religiosi, se priva di autorizzazione amministrativa, impone la rimozione dei simboli e delle immagini religiose da scuole, edifici pubblici, piazze e strade e la loro tassazione se esibiti dai fedeli, incentiva la laicizzazione dei matrimoni, dei funerali e dei cimiteri.
Si fa sentire a questo punto la protesta del pontefice Pio XI (1922-1939), che nella lettera enciclica Dilectissima nobis così si esprime «[...] non possiamo non levare la voce contro la legge testé approvata “intorno alle confessioni e congregazioni religiose”, costituendo essa una nuova e più grave offesa non solo alla religione e alla Chiesa, ma anche a quegli asseriti principi di libertà civile sui quali dichiara basarsi il nuovo Regime Spagnolo. [...] E vogliamo qui riaffermare la Nostra viva fiducia che i Nostri diletti figli della Spagna, compresi della ingiustizia e del danno di tali provvedimenti, si varranno di tutti i mezzi legittimi che per diritto di natura e per disposizione di legge restano in loro potere, in modo da indurre gli stessi legislatori a riformare disposizioni così contrarie ai diritti di ogni cittadino e così ostili alla Chiesa» (5).
Il riferimento al diritto naturale viene letto come una sorta di autorizzazione morale all'adozione anche di rimedi estremi (6). In ogni caso, il disordine legislativo interagisce con quello sociale, esasperandolo fino al parossismo, e suscita una prima reazione.

5. Infatti, alcuni partiti d'ordine si coalizzano nella Confederación Española de Derechas Autónomas (CEDA), che, alleata con il Partito radicale guidato dal massone Alejandro Lerroux García (1864-1949) (7), vince con gli altri partiti di destra le elezioni che si svolgono alla fine del 1933, le prime in cui il suffragio è esteso alle donne. La sinistra non accetta però il risultato delle urne. E quando nell' ottobre del 1934 tre componenti della CEDA entrano nella compagine ministeriale ne fa pretesto per tentare l'insurrezione, che però riesce solo nelle Asturie, dando luogo a quell'«ottobre rosso» (8) tra le cui vittime la Chiesa ha già riconosciuto non pochi martiri (9).
Questo primo tentativo d'insurrezione armata costituisce la premessa immediata dell'Alzamiento Nacional , in quanto segnala chiaramente le intenzioni della sinistra spagnola: instaurare, anche con la violenza (10), una repubblica socialista e collettivista, che estirpi la religione sin dalle sue radici dal suolo di Spagna (11).

6. Con la vittoria delle sinistre unite nel «Fronte Popolare» alle elezioni del febbraio 1936 la situazione precipita.
Esse sono indette anticipatamente perché il presidente della Repubblica, Niceto Alcalá Zamora (1887-1949), cattolico centrista — sostanzialmente un democristiano che «guarda a sinistra» e di fede repubblicana — scioglie le Cortes, rifiutando di dare l'incarico di formare il governo al leader della CEDA, José Gil Robles (1898-1980), nonostante esistesse una maggioranza parlamentare pronto a sostenerlo. I brogli elettorali, le violenze delle sinistre, le divisioni della destra, la costituzione di una «terza forza» cattolica, danno al blocco delle sinistre, per effetto della legge elettorale e per l'arbitrario annullamento delle elezioni nelle circoscrizioni in cui aveva vinto la destra, una forte maggioranza parlamentare.
Si scatenano immediatamente la violenza nelle piazze e la repressione di Stato. Il governo libera con un'amnistia ad hoc i rivoluzionari del 1934 ancora imprigionati. Per i partiti e per gli uomini di destra, ma soprattutto per i cattolici, gli ecclesiastici, i religiosi e le religiose, per la Chiesa e per le chiese, in Spagna l'aria si fa irrespirabile.

7. Nei pochi mesi che vanno dal febbraio al giugno 1936 si contano 269 uccisi, 1287 feriti, 251 chiese incendiate o profanate, di cui 160 completamente distrutte (12). Numerosissime sono le sedi dei partiti di destra devastate, le proprietà dei militanti distrutte o danneggiate, gl'imprigionamenti pretestuosi e illegittimi.
Il 12 luglio 1936 viene prelevato e barbaramente ucciso dalle Guardias de Asalto, una milizia istituita dai governi di sinistra come contraltare alla Guardia Civil — l'equivalente dei nostri Carabinieri —, ritenuta prevalentemente di orientamento monarchico e conservatore, il deputato monarchico José Calvo Sotelo (1893-1936).
Il fatto rappresenta quella che di solito si definisce «la goccia che fa traboccare il vaso».
Il 17 luglio nel Marocco spagnolo, il 18 luglio nel territorio metropolitano, un gruppo di alti ufficiali dell'esercito si solleva contro il governo del Fronte Popolare. L'Alzamiento e il conflitto civile che immediatamente si scatena vengono compresi da gran parte della popolazione spagnola come una «crociata» in difesa della fede cristiana, come dichiara presto il generale e futuro «Caudillo» dello Stato spagnolo Francisco Franco Bahamonde (1892-1975): «La nostra non è una guerra civile [...] ma una crociata [...]. Sì, la nostra è una guerra religiosa. Noi combattenti, non importa se cristiani o mussulmani, siamo soldati di Dio e non ci battiamo contro gli uomini ma contro l'ateismo e il materialismo» (13).

8. La persecuzione allora, nella zona repubblicana, si scatena tremenda e sanguinaria. Non più solo le leggi, non più solo la violenza diffusa contro i suoi edifici, i suoi simboli, i suoi uomini e le sue donne, ma una vera e propria sistematica volontà di cancellare il cristianesimo dalla Spagna eliminando i cristiani, di realizzare con ogni mezzo quello che abbiamo definito piuttosto un proposito che una constatazione — «España ha dejado de ser católica» —, fanno della Chiesa spagnola di quegli anni una Chiesa martire. La cifra della Seconda Repubblica spagnola è il martirio dei credenti: essa è animata da un odio sconfinato, che assume talora un aspetto «satanico» (14), contro Dio ed i suoi servi.

9. È noto che non la pena, ma la causa fa i martiri. Tali sono dunque, per la Chiesa, coloro che vengono uccisi in odium fidei, o in odium Christi, o in odium Ecclesiae, e accettano la morte volontariamente e per amor di Dio, perdonando i loro carnefici (15).
Dunque, oltre le disposizioni morali della vittima, per fare un martire, c'è oggettivamente «bisogno» di un odiatore attivo di Cristo, della fede, della Chiesa. Poi, se il martirio è diffuso nello spazio e duraturo nel tempo, se il numero delle vittime che esso provoca è ingente, allora si può parlare di una persecuzione organizzata. Nella Spagna di quegli anni, a giudizio di mons. Antonio Montero Moreno, vescovo emerito di Badajoz, si è verificato un episodio senza precedenti — neppure al tempo delle persecuzioni romane — nella storia della Chiesa universale: il sacrificio cruento, non esente da accanimento, da torture, da mutilazioni e, più in generale, dal ricorso anche a modalità di repressione particolarmente crudeli ed efferate, un sacrificio che ha assunto il carattere di un'autentica strage, in poco più di un semestre e in un territorio limitato, di quasi settemila (16) tra vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose. E gli ecclesiastici, secondo lo stesso mons. Montero, non sono che una modesta percentuale nella tremenda statistica delle vittime uccise in odium fidei, cioè solo perchè cattoliche (17) nella zona rossa.
La «qualità» di questa persecuzione, espressione di un odio del tutto singolare e d'intensità mai vista, è testimoniata dal numero dei martiri già riconosciuti dalla Chiesa — che quando canonizza, gode dell'infallibilità — e di quelli prossimi al riconoscimento: come si è detto, fra gli uni e gli altri, si tratta di quasi mille persone, di cui undici già canonizzate.
Innumerevoli, poi, sono gli oltraggi sacrileghi al Santissimo Sacramento, la distruzione o la profanazione blasfema e iconoclasta delle chiese, degli arredi e dei vasi sacri, delle reliquie, dei luoghi di culto, dei simboli della fede, persino dei cimiteri e dei cadaveri dei religiosi.
Sono noti i casi di processioni burlesche e sacrileghe che non risparmiavano l'Ostia consacrata — una di queste a Toledo costò la vita a un dirigente comunista locale, che vestiva per dileggio i paramenti sottratti al vescovo, ma che, purtroppo per lui, fu preso sul serio da un miliziano rosso, cui non parve vero poter piantare una pallottola in corpo ad uno degli odiati successori degli apostoli —, come pure sono note le «fucilazioni» del Sacro Cuore, del Cristo del Cerro de los Angeles presso Madrid e di quello del Tibidabo presso Barcellona, nonché la riesumazione dei cadaveri mummificati di suore esposti al pubblico dileggio a Barcellona, ed in altre città della zona rossa.
«Contrariamente a quel che si può credere — scrive lo storico Ranzato —, la distruzione delle chiese spesso non fu affatto l'effetto di una irrefrenabile furia popolare, ma un'operazione sistematica, deliberata dalle autorità locali repubblicane come un semplice atto amministrativo. Così, ad esempio, stabilì la giunta comunale di Castellón de la Plana a proposito della Iglesia Mayor, per la cui demolizione si consideravano, secondo quanto è restato agli atti del consiglio, “più importanti le ragioni morali di quelle di ordine materiale, (giacché) quella casaccia rappresenta qualcosa di così infame che è assolutamente urgente che si proceda al suo abbattimento”» (18). Né la persecuzione può essere spiegata, né tanto meno giustificata — se mai si potesse —, come reazione all'Alzamiento: essa inizia nel 1931, i primi martiri riconosciuti sono del 1934 in occasione dell'«ottobre rosso» asturiano, ma l'«olocausto» (19) vero e proprio si consuma nel 1936 e si protrae fino al 1939, a guerra ormai perduta, testimonianza ultima di un odio inestinguibile. «È un agire dominato dall'ossessione di un morbo epidemico che reclama misura di radicale disinfezione. Come osservava una poetessa inglese, Sylvia Townsend Warner [(1893-1968)], dopo aver visitato cosa restava delle chiese di Barcellona, esse “erano state pulite esattamente come si fa con la camera di un malato dopo una pestilenza. Ogni cosa che poteva conservare il contagio era stata distrutta”. La paura della contaminazione che emana dagli oggetti sacri ispira ai comitati rivoluzionari [...] la diffusione di bandi che imponevano, spesso sotto pena di morte, la consegna di tutte la immagini, libri di pietà, rosari ed altri oggetti di culto posseduti dai privati perché fossero dati alle fiamme» (20). Le parole di un ministro cattolico del governo repubblicano, il basco Manuel Irujo Ollo (1891-1981), contenute nel memorandum sulla situazione della Chiesa nel territorio controllato dalla Repubblica, da lui presentato il 7 gennaio 1937 al Consiglio dei ministri, chiariscono definitivamente, se ancora ce ne fosse bisogno, le intenzioni dei rossi: «[...] Tutte le chiese sono state chiuse al culto. Esso è pertanto totalmente sospeso» (21). L'«assalto al Cielo» sembra riuscito.

10. Ma la resistenza e la reazione di una parte della Spagna lo ripristineranno. Sono note le condizioni che rendono lecita la disobbedienza civile, la resistenza attiva e poi la stessa insorgenza in armi contro il potere costituito quando questo si renda tirannico. Il Catechismo della Chiesa Cattolica le riassume al n. 2243. Di fronte alla grave illegittimità d'origine o d'esercizio del potere politico, occorre che non vi siano altri rimedi, che questi non siano peggiori del male che affrontano, e che vi sia una ragionevole speranza di successo. Il giudizio sulla sussistenza di tutte queste condizioni è affidato al prudente apprezzamento di chi si trovi nelle condizioni di avere autorità sociale. Oggi non è difficile comprendere come tale giudizio sia stato all'epoca correttamente formulato da chi — anche se non da solo — aveva titolo per farlo, cioè i vertici dell'organo di autodifesa della nazione, cioè dell'Esercito.
Il governo del Fronte Popolare si era insediato grazie a violenze, brogli, falsificazioni di atti e illegittimi annullamenti di risultati elettorali; la sua azione era rivolta contro una parte cospicua della società, attuando contro di essa una vera e propria lotta di classe e contro la religione, sì da tramutarlo in autentico «nemico pubblico»; violava costantemente le norme più elementari del diritto naturale, dal diritto alla vita a quello di proprietà; non frenava il dilagare dell'anarchia e metteva in grandissimo pericolo il bene comune: nessuno nella Spagna repubblicana era più sicuro di sé, né delle sue cose, a cominciare dalla Chiesa cattolica (22) e dai cattolici. Come ho cercato di evidenziare, l'aggressione durava almeno dalla proclamazione della Seconda Repubblica, nel 1931, e si esprimeva in un'azione combinata «dal basso» — i disordini sociali, le violenze, i saccheggi, gli omicidi, tollerati, quando non fomentati, dall'autorità repubblicana —, e «dall' alto» — attraverso le leggi, l'esercizio della giurisdizione, i provvedimenti amministrativi adottati, l'indifferenza connivente con le violenze rosse quando al potere erano le sinistre massoniche e marxiste.
Era allora evidente che non si potesse fare altro, anzi che l'Alzamiento fosse un preciso dovere morale per chi deteneva istituzionalmente la forza e per chi aveva veramente a cuore il futuro della sua nazione.
La causa era giusta — la difesa dei diritti naturali e del vero ordine sociale e morale, gravemente violati e sovvertiti, a cominciare dalla impossibilità di vivere e praticare liberamente e pacificamente la fede cristiana —, si possedeva la forza per agire e insorgere era ormai — dopo l'assassinio da parte di una milizia di Stato, non da parte di incontrolados (23), di uno dei leader dell'opposizione parlamentare a seguito di un suo discorso con il quale denunciava le violenze nelle piazze e da parte degli organi dell'amministrazione —, non solo tutt'altro che un'offesa al bene comune, ma l'unico modo per salvaguardare quest'ultimo. Secondo la scolastica tomistica, infatti: «[...] si ista concurrerent quod haberent causam iustam et potentiam, et non esset detrimentum boni communis, moverent seditionem rationabiliter, et peccarent si non moverent» («se tutte queste condizioni concorressero, cioè che la causa sia giusta e si abbia la forza per sostenerla, e che non ci sia detrimento per il bene comune, ragionevolmente s'insorgerebbe contro il potere costituito,e anzi si peccherebbe se non s'insorgesse») (24). Del resto, e conclusivamente, che l'Alzamiento fosse praticamente richiesto dalla situazione lo riconosce un autorevole esponente repubblicano: «[...] ecco che cosa scriveva in quei giorni [primavera del 1936] il repubblicano Miguel Maura [Gamazo (1887-1971)] (già ministro dell'Interno nel 1931): “I cittadini pacifici, dalle simpatie politiche più diverse credono che ormai la costituzione sia lettera morta e che insulti, violenze, incendi, omicidi, distruzioni di proprietà non contino più per il codice penale se coloro che li commettono si pongono sotto l'egida stellata della falce e del martello. Noi repubblicani democratici che abbiamo fatto i più grandi sforzi personali per collaborare con il regime veniamo chiamati fascisti. Se la repubblica significa tutto questo, essa è condannata a una rapida estinzione per mano di coloro che si ergono a suoi difensori o, più probabilmente, da una reazione proveniente dalla direzione opposta”» (25). Così come un altro esponente repubblicano deve riconoscere che l'intervento dei militari sia stato oggettivamente difensivo ed abbia prevenuto un'accelerazione violenta di un processo rivoluzionario già in atto, di cui sarebbero state occasione le «olimpiadi proletarie», organizzate per la fine di luglio a Barcellona, come alternativa a quelle «fasciste» di Berlino: «Di fatto nel luglio del 1936 si organizzava già la distribuzione delle armi tra le milizie marxiste, e ciò, per noi che vivevamo a Madrid, risultava chiaro, in quanto uno dei capi rivoluzionari affermava che (citato da F. Suarez, in Razòn Española, n. 16, pag. 32), “non vi è altra verità se non quella che i militari ci anticiparono, per evitare che arrivassimo noi a scatenare la Rivoluzione”» (26).

11. Il giudizio sulla situazione, e quindi sulla legittimità e persino doverosità dell'intervento in armi dei militari e del popolo cattolico, è confermato dalla Chiesa.
Fin da subito, Papa Pio XI, che già si era espresso con la citata enciclica Dilectissima nobis, dichiara qual è la posizione della Chiesa sul conflitto in atto in Spagna e sulle parti che ne sono protagoniste, sebbene non senza riserve circa alcuni eccessi nel condurre la lotta e soprattutto circa le contaminazioni ideologiche di tipo fascista dello schieramento nazionale, il bando nacional. Egli, nella residenza pontificia di Castelgandolfo (Roma), il 14 settembre 1936 — a meno di due mesi dall'Alzamiento, dunque —, così si pronuncia in un'allocuzione rivolta a circa cinquecento profughi dalla Spagna rossa: «Si direbbe che una satanica preparazione ha riaccesa, e più viva, nella vicina Spagna quella fiamma di odio e di più feroce persecuzione confessatamente riserbata alla Chiesa ed alla Religione Cattolica, come l'unico vero ostacolo al prorompere di quelle forze che hanno già dato saggio e misura di sé nel conato per la sovversione di tutti gli ordini, dalla Russia alla Cina, dal Messico al Sudamerica [...27]. [...] la Nostra benedizione s'indirizza, in maniera speciale, a quanti si sono assunti il pericoloso compito di difendere e restaurare i diritti e l'onore di Dio e della religione, che è come dire i diritti e la dignità delle coscienze, condizione prima e la più solida di ogni benessere umano e civile» (28). Il giudizio — e le riserve — vengono confermati nel Radiomessaggio al Mondo intero del 24 dicembre 1936 (29).
La Chiesa in Spagna non è da meno. Con coraggio, determinazione e prontezza benedice nella sua sostanza l'Alzamiento Nacional ed esorta i cattolici a sostenerlo. Prima, con un'Istruzione pastorale dei vescovi di Vitoria e Pamplona del 6 agosto 1936, con la già citata lettera pastorale del vescovo di Salamanca del 30 settembre 1936, e con quella del Cardinal Isidro Gomá Tomás (1869-1940), arcivescovo di Toledo e Primate di Spagna del 30 gennaio 1937 (30).
Poi, con la famosa Lettera collettiva dei vescovi spagnoli ai vescovi di tutto il mondo del 1° luglio 1937, che merita uno studio a parte e di cui mi limito per ovvi motivi a riportare alcuni passi, per la loro inequivoca e solare chiarezza, espressione di un magistero, lo diciamo ancora una volta, forte e coraggioso, per nulla intimidito dallo «spirito dei tempi», né dalla violenza fisica e morale.
«[...] Se oggi — scrivono i vescovi —, collettivamente, formuliamo il nostro verdetto sulla questione molto intricata della guerra di Spagna, lo facciamo anzitutto perché, anche se la guerra fosse di solo carattere politico-sociale, è stata così grave la sua ripercussione nell'ordine religioso, ed è apparso così chiaramente, fin dai suoi inizi, che una delle parti belligeranti mirava alla eliminazione della religione cattolica in Spagna, che noi, Vescovi cattolici, non possiamo restarne al di fuori senza lasciare abbandonati gli interessi di Nostro Signor Gesù Cristo, e senza incorrere nel tremendo appellativo di “canes muti”, con il quale il Profeta censura coloro che, dovendo parlare, tacciono di fronte alla ingiustizia [...].
«A parte altre cause di minore importanza, furono i legislatori del 1931, e poi il potere esecutivo dello Stato col suo metodo di governo, a voler bruscamente orientare la strada della nostra storia in un senso totalmente contrario alla natura e alle esigenze dello spirito nazionale, e specialmente opposto al senso religioso predominante nel paese. La costituzione e le leggi laiche, che ne svilupparono lo spirito, furono un attacco violento e continuato alla coscienza nazionale.
[...].
«
[...] Nessuno potrà negare che, quando scoppiò il conflitto, la stessa esistenza del bene comune — la religione, la giustizia, la pace — era gravemente compromessa, e che il complesso delle autorità sociali e degli uomini saggi, che costituiscono il popolo nella sua organizzazione naturale e nei suoi migliori elementi, riconoscevano il pubblico pericolo. Per quanto riguarda la terza condizione richiesta dall'Angelico, quella della convinzione degli uomini prudenti sulla probabilità del successo, la lasciamo al giudizio della Storia; i fatti, fino ad oggi, non le sono contrari» (31).
Il giudizio non cambia con la conclusione della guerra. Il nuovo Papa Pio XII (1939-1958) il 1° aprile 1939, il giorno stesso della proclamazione della vittoria, indirizza un telegramma di felicitazioni al generale Franco (32) e, quindici giorni dopo, un radiomessaggio al popolo spagnolo, «con immensa gioia [...] per il dono della pace e della vittoria» (33).
Il Primate di Spagna così scrive: «Sono l'anima cattiva dell'anti-Spagna e l' anima buona della Spagna ad essersi affrontate sui campi di battaglia. È l'anima della nostra nobile storia, la vecchia anima dei nostri padri che ha sbarrato il passo all'anima bastarda dei figli di Mosca» (34).

12. Nella Madrid del 1936 la sinistra faceva sfilare le donne in corteo al grido «Hijos sì, maridos no», ed uno degli slogan più diffusi, che s'insegnava anche ai bambini, era «Ni Diós, ni patria, ni padres». Anche questo dimostra come — pur volendo «fare come in Russia» — la Rivoluzione in Spagna fosse non solo socio-economica ma avesse una chiara, esplicita e intenzionale curvatura culturale. La società, tuttavia, rivelò allora la presenza di sufficienti «anticorpi» capaci di sconfiggere il morbo.
La guarigione però, si deve constatare con il senno di poi, fu solo apparente. Infatti, oggi il governo socialista di José Luis Rodriguez Zapatero continua e attua, con altri mezzi, la stessa guerra contro la Chiesa, la religione, la famiglia, l'ordine morale e la dimensione sociale della verità sull'uomo: i figli senza marito e la cancellazione della stessa parola «padre» sono divenuti un fatto.
Ancora una volta in Spagna si muove un'avanguardia che dà «l'assalto al cielo», un assalto che, nonché respinto, si rivela perciò essere stato solo rinviato. E la società mostra di non avere più adeguati anticorpi per combattere il «morbo» che si ripresenta. Per tante ragioni, non ultima lo sbandamento pastorale che si manifesta a partire dagli anni 1960. Gli sconfitti di ieri sembrano i vincitori di oggi. Settant'anni dopo, complicato dall'«irreparabile fuga del tempo», il nodo rivoluzionario è ancora tutto da sciogliere, e lega ancora la religione, la cultura e la politica.

Giovanni Formicola


Note

(1) Cfr. Estanislao Cantero Nuñez, 1936. «L'“assalto al cielo”: la guerra civile spagnola. Le cause dell'“Alzamiento”», in Cristianità, 1996, n. 258. «Assalto al cielo» è la definizione che Karl Marx (1818-1883) diede dell'impresa rivoluzionaria della Comune di Parigi (1871), cfr. Vladimir Il'ič Lenin  (1870-1924), Stato e rivoluzione. La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 98.
(2) Il primo ad utilizzare il termine è il vescovo di Salamanca (poi primate di Spagna) mons. Enrique Pla y Deniel (1876-1968), nella sua lettera pastorale Las dos ciudades del 30-9-36: «[...] no se trata de una guerra por cuestiones dinásticas ni formas de gobierno, sino de una Cruzada contra el comunismo, para salvar la religión, la patria y la familia». La qualifica di cruzada, poi, viene ratificata nella Lettera Collettiva dei vescovi di Spagna (cfr. infra).
(3) Juan José Navarro Arisa, Gaudí. L'architetto di Dio, Paoline, Milano 2003, p. 199.
(4) Discorso alle Cortes Costituyentes del 14-10-1931.
(5) Testo consultabile all'indirizzo http://www.vatican.va/ holy_father/ pius_xi/ encyclicals/ documents/ hf_pxi_enc_19330603_dilectissima-nobis_it.html.
(6) Cfr. Francisco José Fernandez de la Cigoña, ¿Tuvo paz la Iglesia española durante la Repubblica?, in Iglesia Mundo, nn. 323-324, luglio 1986, pp. 16-17.
(7) Per comprendere al meglio il clima della Spagna di quel tempo, può essere utile ricordare come si esprimeva solo qualche anno prima lo stesso Lerroux, leader del governo di centro destra: «Bisogna saccheggiare la civiltà decadente e miserabile di questo paese [...]; bisogna sollevare il velo delle novizie e innalzarle a ruolo di madri; [...] bisogna distruggere la Chiesa» (cit. in Pío Moa, Le origini della guerra civile spagnola, Meridiana, Firenze 2006, pp. 30-31).
(8) Quando, secondo il liberale e già ministro della Repubblica, Salvador de Madariaga y Rojo (1886-1978), «[...] la sinistra spagnola ha perduto ogni parvenza d'autorità morale per condannare la ribellione del 1936» (España. Ensayo de historia contemporánea, Espansa-Calpe, Madrid 1978, p. 363, cit. in Vicente Cárcel Ortí, Buio sull'altare. 1931-1939: la persecuzione della Chiesa in Spagna, Città Nuova, Roma 1999, p. 77).
(9) Cfr. P. Moa, op. cit..
(10) «In che modo dovremo raggiungerli [i nostri obiettivi]? In ogni modo possibile! Già lo abbiamo detto mille volte. Il nostro obiettivo è la conquista del potere politico. Il metodo? Qualunque potremo impiegare!» (Francisco Largo Caballero (1869-1946), capo del Psoe, il Partito socialista spagnolo, cit. in Gabriele Ranzato, La Guerra di Spagna, Giunti, Firenze 1995, p. 48).
(11) Ulteriormente indicativo del clima dell'epoca e dell'orientamento delle forze Rivoluzionarie è il soprannome del ministro dell'interno della Generalitat della Catalogna, Eloy Vaquero: «Matacristos» (P. Moa, op. cit., p. 68).
(12) Quesi i dati forniti da José Maria Gil Robles al Parlamento (cfr. F. J. F. de la Cigoña, art. cit., p. 17).
(13) Intervista del 16 novembre 1937, cit. in Paul Preston, Francisco Franco. La lunga vita del caudillo, Mondatori, Milano 1997, p. 292.
(14) Questo l'aggettivo adoperato da Papa Pio XI in un'Allocuzione ai Rifugiati spagnoli (cfr. infra).
(15) Cfr. V. C. Ortí, Buio sull'altare, cit., p. 25;.
(16) Per la precisione, 13 vescovi, 4171 sacerdoti, 2365 religiosi e 283 (296, secondo altri ricercatori) religiose.
(17) Cfr. Miguel Ayuso Torres, El sentido de un conflicto, in Iglesia Mundo, cit, p. 6; cfr. anche Manuel de Tuya, O.P., Teología del martirio, ibid., p. 27.
(18) G. Ranzato, La guerra civile spagnola, in Idem (a cura di), Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea, Bollati Boringhieri, Torino 1994, p. 269-303 (p. 301).
(19) Così V. Carcel Ortí, in La gran persecución. España, 1931-1939. Historia de cómo intentaron aniquilar a la Iglesia católica, Editorial Planeta, Barcelona 2000, p. 18. E le cifre non gli danno torto: «a Lérida è stato ucciso il 65,8% del clero diocesano (270 sacerdoti su 410); a Tortosa il 61,9% (316 su 510); a Tarragona il 32,4% (131 su 404); a Vich il 27,1% (177 su 652); a Barcellona il 22,3% (279 su 1.251); a Gerona il 20% (194 su 932); a Urgel il 20,1% (109 su 540) e a Solsona il 13,4% (60 su 445)» (Idem, Intervista all' agenzia «Zenit» [www.zenit.org], 3 maggio 2004). I dati sopra riportati sono relativi alla Catalogna. Per il resto della «zona rossa»: Barbastro, 88%, Malaga, 48%, Minorca 49 %, Segorba, 55%, Toledo 48%, Madrid 30% (334), Valencia 27% (327), (cfr. G. Ranzato, La guerra civile spagnola, cit., p. 293).
(20) Ibid., pp. 301-02.
(21) Cit. in G. Ranzato, La guerra di Spagna, cit., p. 75.
(22) Appare esaustivo sul punto il breve saggio del padre domenicano Ignacio G. Menendez y Reigada, La guerra nazionale spagnola di fronte alla morale e al diritto (consultabile all'indirizzo http://www.totustuus.biz/ users/ altrastoria/ GUERRASA.htm).
(23) Cfr. G. Ranzato, La guerra civile spagnola, cit. p. 284.
(24) Petrus de Alvernia, Continuatio Sancti Thomae in Politicam, liber V, l. 1, n. 4 (consultabile all'indirizzo http:// www. corpusthomisticum. org/ xpo05.html).
(25) Arrigo Petacco, ¡Viva la muerte! Mito e realtà della guerra civile spagnola 1936-39, Mondadori, Milano 2006, p. 18.
(26) Álvaro d'Ors (1915-2004), La violenza e l'ordine, Marco editore, Lungro (Cosenza) 2003, p. 21.
(27) Pio XI, Allocuzione ai Rifugiati spagnoli, del 14-9-1936, in Insegnamenti pontifici, introduzione e indici sistematici dei Monaci di Solesmes, 2a ed., Edizioni Paoline, Roma 1962-1964, vol. V, La pace internazionale, pp. 223-224.
(28) Ibid., p. 225.
(29) Ibid., pp. 226-227.
(30) Cfr. M. de Tuya O.P., art. cit., pp. 26-30.
(31) Cfr. una nuova traduzione italiana del testo della lettera in Nova Historica. Rivista Internazionale di Storia, anno VI, n. 23, Roma ottobre-dicembre 2007, in via di pubblicazione.
(32) Cfr. Pio XII, Telegramma al generale Franco, 1 aprile 1939, in Insegnamenti pontifici, cit., p. 235.
(33) Idem, Radiomessaggio alla nazione spagnola, 16 aprile 1936, ibid., pp. 235-240 (p. 235).
(34) Isidro Gomá y Tomás (1869-1940), Por Dios y por España, Casulleras Librería, Barcelona 1940, p. 314, cit. in G. Ranzato, Un evento antico e un nuovo oggetto di riflessione, in Guerre fratricide, cit., pp. IX-LVI (p. XXIII).

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