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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale





RECENSIONI



GREGORY HANLON, Storia dell’Italia moderna. 1550-1800, trad. it., il Mulino, Bologna 2002, pp. 578.


Studioso della storia italiana ed europea, Gregory Hanlon nasce a Toronto, in Canada, nel 1953, compie gli studi universitari a Bordeaux, in Francia, e nella stessa Toronto, insegna all’università di Berkeley, in California, quindi all’Università di Laval, nel Québec, e all’Università di Parigi-IV Sorbona; attualmente insegna Storia Italiana e Francese alla Dalhousie University di Halifax, in Canada. Sebbene questa città si collochi in posizione eccentrica rispetto ai circuiti accademici più significativi in relazione agli studi sull’Italia, Han­lon è un conoscitore atten­to delle vicende del nostro Paese e anima il sito Internet <www.EarlyModernItaly.com>, che contiene un elenco quasi completo delle pubblicazioni in inglese e in francese sull’Italia moderna. Sulla storia d’Italia ha pubblicato, oltre a numerosi articoli su riviste specializzate, The Twilight of a Military Tradition. Italian Aristocrats and European Conflicts, 1560-1800 («Il declino di una tradizione militare. Aristocratici italiani e guerre europee. 1560-1800 «), New York 1998, e Early modern Italy (1550-1880). Three seasons in European history, Londra e New York 2000, ora tradotto in italiano — non sempre in modo soddisfacente — con il titolo Storia dell’Italia moderna. 1550-1800.

L’intento di Hanlon è di colmare una lacuna nel panorama della storiografia anglosassone, curando un manuale di storia moderna italiana, che si possa affiancare a studi analoghi relativi ad altri Paesi europei. Nella breve Introduzione (pp. 13-18), rivelatrice di un’impostazione disincantata e libera da pregiudizi, Hanlon contesta l’atteggiamento critico di molti studiosi nei confronti del Barocco italiano, i cui valori portanti — «aristocrazia e monarchia, cattolicesimo militante e pietà dolente, tendenze regionalistiche e fedeltà locali « (p. 13) — sono stati a lungo criticati in quanto estranei alla «modernità «. Eppure, continua, l’età moderna, pur non avendo visto la creazione di uno Stato unitario, può essere considerato il periodo in cui sono nati gl’italiani di oggi: «Il Concilio di Trento, per esempio, ha formato la moderna disciplina sociale, ha affinato le coscienze individuali [...]. L’impatto della Chiesa cattolica sul modo in cui gli italiani concepiscono le relazioni sociali e i valori perdura ancora oggi [...]. La bella figura di matrice barocca so­pravvive in Italia come in nessun altro luogo del mondo occidentale» (p. 14).

Attingendo soprattutto alla storiografia più recente — che si colloca «tra i “laboratori” di ricerca più stimolanti di tutta Europa» (p. 16), pur soffrendo di qualche localismo e curando poco la divulgazione al grande pubblico —, l’autore approfondisce gli aspetti sociali, economici e culturali della storia italiana dal Rinascimento alla Rivoluzione francese, offrendone una sintesi quasi indispensabile per l’area anglosassone e molto utile anche per il lettore italiano, al quale non mancano ricostruzioni analitiche e recenti delle vicende degli Stati della penisola ma che deve lamentare la carenza di opere complessive e facilmente accessibili ai non addetti ai lavori.

Nei due capitoli introduttivi, L’Italia del 1700: un’espressione geografica (pp. 19-40) e Famiglia e vita sociale (pp. 41-52), Hanlon individua nell’eredità romana e nella precoce cristianizzazione della penisola gli elementi unificanti di realtà molto differenziate, e nel regionalismo «una struttura di lunghissima durata» (p. 20); sotto il profilo sociologico, sottolinea l’importanza della famiglia, soprattutto quella di tipo agnatizio — «un autentico “museo”:, una sedimentazione archeologica» (p. 41) —, e della «casa», come realtà organizzativa anche economica, in cui a ciascun membro era assegnato un ruolo ben preciso: «si trattava di solidarietà molto forti che sino a tempi recenti hanno ostacolato la riduzione della società a “individui”: governati da uno stato impersonale» (p. 45).

Nella parte prima, L’apogeo (1550-1620), descrive in dieci capitoli (pp. 53-268) gli anni in cui la civiltà italiana poté segnare maggiormente con la sua impronta la civiltà occidentale e che coincidono con il predomino esercitato dalla monarchia spagnola, la quale «[...] mantenne una situazione di pace nella penisola, impedendo invasioni di mare e di terra, e fungendo da mediatrice e arbitra di tensioni fra gli stati italiani» (p. 56). Segue quindi una descrizione articolata di tutte le formazioni politiche italiane e della loro economia — forse la dimensione meglio illustrata nel libro —, con attenzione particolare alle realtà urbane, caratterizzate dalle attività manifatturiera e commerciale; al settore finanziario, in cui gli italiani detenevano una superiore capacità tecnica; alla produzione, al trasporto e alla vendita dei prodotti agricoli. Nel secolo XVI — nota lo studioso — l’economia decolla e con essa cresce anche la popolazione, mostrando l’infondatezza della visione pessimistica del religioso anglicano Thomas Robert Malthus (1766-1834), perché la crescita demografica sollecitava la gente a escogitare nuove tecniche di produzione alimentare.

Sul «cattolicesimo tradizionale» e sulla «Chiesa tridentinaW Hanlon respinge sia la tesi di un’Italia mutilata dalla repressione clericale e assolutistica, sia la valutazione puramente negativa della Contro-Riforma, riconoscendo la qualità e l’autenticità dell’impegno degli uomini di chiesa e dei laici intellettuali che contribuirono a imprimere in quel periodo un nuovo tono e un nuovo corso alla vicenda religiosa e civile del Paese. Anche la ritrovata grandezza della città di Roma testimonia in quei secoli la vitalità dell’arte, della cultura e della religiosità italiane, finché la Breccia di Porta Pia, nel 1870, non fece dimenticare al mondo «[...] quanto moderna fosse stata questa città, come urbanesimo e spettacolarità si fossero in lei combinati per renderla la capitale universale che i papi si erano sforzati di creare» (p. 226). Questa grandiosità — espressione di un «mondo “spettacolare”» (p. 227) — era tipica dell’età barocca, segnata innanzitutto da una cultura musicale largamente diffusa, quindi dal trionfo delle arti decorative, che prosegue fino al secolo XVIII, quando si afferma il neoclassico, «non più stile ufficiale della religione cattolica quanto piuttosto corrispondente alla “visione” della Rivoluzione francese» (p. 247).

La parte seconda, Tempo di conflitti (1620-1730), articolata in sette capitoli (pp. 269-407), dà conto del logoramento della pax hispanica, conseguente alla Guerra dei Trent’anni e alle iniziative del Ducato di Savoia e della Repubblica di Venezia miranti a infrangere lo status quo della penisola. Le numerose campagne militari condotte nella valle del Po, le imposizioni fiscali della Corona spagnola — «con cui erano schierati la chiesa e moltissimi italiani» (p. 269) — per finanziare lo sforzo bellico, le epidemie del 1630 e del 1656, fiaccano l’economia del Paese e ne riducono l’influ­en­za culturale in Europa. Anche dopo la pace dei Pirenei, del 1659, che pone le premesse per un periodo di pace piuttosto lungo, la produzione italiana non si riprenderà, evidenziando una serie di rigidità che non le consentiranno, se non parzialmente, di adeguarsi alle sfide che venivano dai nuovi mercati dell’Europa del Nord, soprattutto quelli inglesi e olandesi. Il declino economico produce un decremento demografico, dovuto soprattutto all’innalzamento dell’età nuziale, e alcune crisi di sussistenza, che indeboliscono il sistema immunitario delle persone, esponendole ai grandi contagi del secolo XVII, ai quali, tuttavia, l’Italia risponde con forme di prevenzione e di assistenza che non avevano nulla da invidiare a quella di altri realtà europee; fra l’altro, fu «il primo paese a liberarsi dalle grandi epidemie di peste» (p. 354).

Hanlon descrive quindi il mondo culturale e scientifico italiano, sottolineandone la vivacità e l’apporto del mondo cattolico, soprattutto dei gesuiti riuniti attorno al Collegio Romano, anche se accede in parte alla vecchia impostazione liberale secondo cui i promettenti inizi della ricerca scientifica in Italia furono troncati sul nascere dall’Inquisizione. Precisa, però, che «si tratta di una conclusione in qualche modo prematura, dato che è difficile scrivere la storia intellettuale dell’Italia moderna finché una parte importante degli archivi dell’Inquisizione romana rimarranno chiusi agli storici» (p. 385). Questa seconda parte, iniziata con la narrazione dello scontro secolare in atto nel Mediterraneo fra l’islam e la Cristianità, si chiude con il crepuscolo dell’impero veneziano, che resta quasi solo a contendere ai turchi ogni isola dell’Egeo e ogni possedimento in Grecia e in Dalmazia, combattendo orgogliosamente la guerra di Candia, che culmina con la caduta dell’isola, nel 1669.

Nella terza parte, Un lento disgelo (1730-1800), in sette capitoli e una conclusione (p. 403-563), illustra le trasformazioni dell’Antico Regime conseguenti soprattutto alla fine dell’egemonia ispanica e all’ingresso nella penisola degli Asburgo d’Austria e dei Borbone, portatori di una visione «assolutistica» del potere: la drastica caduta delle vocazioni militari dei nobili italiani, l’e­mergere di una nuova élite — degli affari e dell’amministrazione —, la nascita di una «società civile» le cui regole soppiantano la visione del mondo aristocratica, la diminuita incidenza del cattolicesimo tradizionale in nome di una nuova efficienza, che però non determina né una rivoluzione culturale, né una scristianizzazione significativa. «In tal modo è possibile affermare che l’ancien régime italiano non crollò prima dell’invasione delle armate francesi con i loro giacobini al seguito, ma fu piuttosto reso quasi irriconoscibile grazie all’opera dei sovrani stranieri e dei loro ministri cosmopoliti, i quali imposero le riforme da loro volute tenendo in scarso conto le tradizioni e la sensibilità italiane» (p. 407).

La fine del breve periodo d’influenza in Italia del Regno di Francia, peraltro screditato dall’invasione del Palatinato renano proprio mentre l’impero era seriamente impegnato per l’assedio turco di Vienna, porta al predominio austriaco nella politica italiana, seguito dalla fine di quasi tutte le dinastie familiari — i Gonzaga di Mantova, i Farnese di Parma, i Medici di Firenze e gli Este di Modena — e da un lungo periodo di pace dopo il 1748. Hanlon ricostruisce il venir meno dell’influenza della Chiesa sui sovrani e sugli intellettuali, sensibili ai richiami del giansenismo e del giurisdizionalismo, e descrive i cambiamenti del clima culturale, che colpiscono soprattutto gli aristocratici, le cui rigide norme di comportamento cominciano a disgregarsi e le cui famiglie patriarcali vengono gradualmente sostituite da quelle coniugali. «Tuttavia, mentre questi dati sono indicatori dell’apertura dell’Italia verso le stesse influenze che trasformarono il nord Europa, è opportuno che non si perda di vista il fatto che i fattori moltiplicanti l’Illuminismo agivano su un debole coefficiente di base [perché] erano circoscritti alle élite sociali assai più di quanto accadesse in Inghilterra, Francia, Olanda o Germania» (p. 489). Vengono descritte infine le riforme assolutistiche nell’Italia borbonica e asburgica, che deturpano il volto dell’Antico Regime e lo rendono irriconoscibile, creando anche quella base adeguata su cui Napoleone Bonaparte (1769-1821) realizzerà il suo regime militare.

Nella Conclusione lo storico canadese afferma che l’Italia nella lunga età moderna non è stata mai separata dal contesto europeo, ma si è trasformata con ritmi propri e diversi anche al suo interno, varianti da area ad area, marcando quindi le sue peculiarità. Ribadisce, infine, che la decadenza italiana — caratteristica della seconda metà del secolo XVII — è stata soprattutto economica, in ciò allontanandosi felicemente dalla lunga tradizione della storiografia etico-politica, che va da Francesco De Sanctis (1817-1883) a Benedetto Croce (1866-1952) e anche oltre, e che ha sempre letto la decadenza come un problema della coscienza morale e civile degli italiani risolto soltanto con il Risorgimento.

Francesco Pappalardo





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