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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale





RECENSIONI



ALBERTO ROSSELLI, La resistenza antisovietica e anticomunista in Europa orientale. 1944-1956, Settimo Sigillo, Roma 2004, pp. 160, con ill. b/n.


«L’insieme dei movimenti anti-comunisti dell’Europa Orientale — seppure con i dovuti distinguo — rappresentò un’autentica epopea: una risposta tenace e anche violenta ad un sistema che attraverso la violenza e la repressione, fisica e psicologica, aveva però modellato la sua filosofia e il suo unico credo».
Non scopriamo certo una gran novità dicendo che la storia è ricca di falsificazioni strumentali. Dai più remoti tempi, il «cronista» ha avuto sin troppo spesso un potente da esaltare e, in conseguenza, un nemico del potente da diffamare. Se la memoria non mi inganna, fu Bertrand Russell a dire che fra le materie di insegnamento obbligatorie avrebbe voluto introdurre la diffidenza.
Ma lo studio del Novecento ci ha spesso posto dinanzi a un fenomeno ancora più sottile e subdolo della falsificazione: l’omissione, la cancellazione tout court di fatti e di personaggi, non di rado di grande importanza. Nel Novecento ci sono state e ci sono tuttora «zone buie», delle quali non si deve parlare. Questo, anni fa, perché poteva essere pericoloso parlarne — esagero? pensate alla strana fine di tante persone che avrebbero avuto qualcosa da dire, per esempio, sull’oro di Dongo, il tesoro della Repubblica Sociale Italiana, svanito nei giorni della Liberazione. Attualmente, perché sembra «poco corretto» rivangare argomenti sgradevoli, in un clima ipocrita di «buonismo», utilissimo per chi deve rifarsi una verginità politica, ma deleterio per chiunque voglia scrivere di storia con onestà e correttezza.

È quindi con grande piacere che segnalo l’uscita del libro di Alberto Rosselli La resistenza antisovietica e anticomunista in Europa orientale 1944-1956, edito dalle Edizioni Settimo Sigillo di Roma. L’ultima fatica di Rosselli ci introduce alla conoscenza di un periodo storico, con i suoi personaggi e i suoi eventi, tutt’altro che secondari, per il quale era stata ampiamente adottata quella tecnica che definivo sopra «subdola e sottile»: la cancellazione dalla storia. Fino alla caduta dell’impero sovietico, il mondo occidentale aveva conosciuto i maggiori eventi di ribellione popolare contro il regime oppressivo che dominava l’Unione Sovietica e i paesi dell’Europa dell’Est, come la rivolta ungherese del 1956 o quella di Praga del 1968, che nemmeno l’efficiente censura delle varie polizie politiche comuniste aveva potuto evitare, che divenissero di pubblico dominio anche nel mondo libero. Erano stati eventi clamorosi, che avevano visto l’intervento in forze dell’Armata Rossa e che avevano commosso l’opinione pubblica.
Questi eventi sono noti: altro è invece lo scopo del libro di Rosselli, come egli stesso spiega: «L’obiettivo che ci siamo proposti […] è la riscoperta di quei movimenti di resistenza postbellici che per un decennio e più tentarono, con le armi e attraverso l’azione politica, di liberarsi dalla tirannide comunista. Si trattò — ed è bene precisarlo subito — di un fenomeno complesso, non certo elitario in senso sociologico o facente esclusivo riferimento — come per molti anni sostennero gli storici marxisti — a pochi gruppi di nostalgici e reazionari influenzati dall’ideologia borghese.
Al contrario, esso fu
[…] fenomeno vasto, idealmente motivato, squisitamente politico e socialmente trasversale, che interessò centinaia di migliaia di individui, appartenenti a gruppi etnici, culturali e religiosi diversi — talvolta avverso tra di loro — ma tutti uniti da un unico ideale di libertà».
Su questo argomento per tanto, troppo tempo, la pubblicistica non ha prodotto praticamente nulla, ad esclusione degli studi avviati da alcuni storici baltici alla metà degli anni Ottanta, quando gli scricchiolii dell’impero sovietico si manifestavano anche attraverso le prime voci dissenzienti non subito tacitate dal regime. Tre sono i motivi per cui su questo argomento era calato l’oblio. Anzitutto i regimi comunisti avevano tutto l’interesse a non far conoscere l’esistenza di movimenti di rivolta popolare — vera contraddizione vivente del «regime del popolo» — e al più le poche notizie che filtravano in Occidente parlavano appunto, come avverte Rosselli, di movimenti «reazionari e nostalgici».
Inoltre, l’appoggio, seppur disordinato e parziale, che i servizi segreti britannici, americani e francesi fornirono ai movimenti resistenziali d’oltrecortina venne sempre sottaciuto per ragioni di sicurezza. Infine, non possiamo scordarci che i media occidentali per tanti anni soffrirono di una diffusa pusillanimità — fatte le dovute ma, ahimè, poche eccezioni —: era comodo, non rischioso e faceva tendenza stracciarsi le vesti per qualsiasi movimento politico, più o meno libero, che si opponesse a regimi autoritari in qualche modo riferibili all’area occidentale, non parlando della rivolta che covava contro i regimi comunisti.
* * *

Per quanti anni è stato un assioma l’equazione «anti-comunista uguale fascista»? Per molti anni, a dimostrazione della validità del principio leninista per cui ripetendo ad alta voce, fino all’ossessione, un concetto, anche il più falso, questo finisce per diventar vero nell’immaginario popolare. Ora l’aria è cambiata: dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso, iniziano le prime aperture liberali dei regimi polacco, ungherese: erano le avvisaglie che il sistema stava vacillando e senza dubbio il colpo definitivo fu dato in quel memorabile 9 novembre 1989, quando la popolazione di Berlino Est, interpretando a modo suo le nuove norme sull’espatrio appena emanate dal governo comunista, si recò in massa a superare il famigerato «Muro della Vergogna», che dal 1961 divideva in due la città, impedendo con le armi, i reticolati, gli allarmi elettronici, i cani addestrati, ai berlinesi dell’est di unirsi ai loro fratelli occidentali.
Nessuno seppe chi diede ai «Vopos», la Volkspolizei, la Polizia del Popolo, i poliziotti del regime, l’ordine di deporre le armi. Sta di fatto che la caduta del Muro innescò quell’«effetto domino», che portò all’implosione dei regimi comunisti, al dissolvimento dell’URSS, alla riunificazione della Germania, eventi con tutta probabilità previsti da Mikhail Gorbaciov, l’ultimo segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, che ebbe l’intelligenza — come disse Indro Montanelli — di capire che la sua funzione vera era quella di liquidatore di un’azienda in fallimento.
Naturalmente molti documenti svanirono nella primissima fase dei capovolgimenti politici nei paesi dell’Est. Interi archivi delle diverse polizie politiche vennero distrutti, ciononostante lo storico poté finalmente attingere a fonti primarie: «Oggi però, grazie anche alla progressiva apertura a est della UE e soprattutto alla disponibilità di nuovo e inedito materiale proveniente dagli archivi di Mosca e di parte dei paesi del Patto di Varsavia, è stato possibile avviare sistematiche e fruttuose ricerche sull’argomento. Anche se a questo proposito occorre però premettere che, per quanto riguarda la Romania, la Croazia, la Slovenia e l’Albania, la quantità di documentazione messa a disposizione da questi governi appare ancora parzialmente insufficiente e comunque inferiore a quella relativa alle altre aree geopolitiche in cui si sviluppò il fenomeno».
È importante quanto Rosselli segnala circa l’attendibilità e l’imparzialità delle fonti: «La stragrande maggioranza della documentazione relativa alla storia e all’attività dei movimenti anticomunisti dell’Europa Orientale e della Russia sovietica proviene infatti dagli stessi archivi dell’esercito, della polizia politica e dei servizi segreti sovietici e del Patto di Varsavia». Da questi stessi archivi sono emerse, avverte, anche curiose pubblicazioni di regime stilate ai tempi della dittatura col preciso scopo di distorcere la realtà. In esse si parla comunemente dei partigiani anti-comunisti come di «banditi», «soggetti affetti da schizofrenia», «esseri deviati dall’ideologia borghese», «spie al servizio della reazione», «sadici», «ladri» e perfino «cleptomani», «psicolabili», «omosessuali» e/o «maniaci sessuali». Giudizi talmente grossolani e ridicoli da far dubitare circa l’effettiva presa che simili argomentazioni potessero avere sui loro destinatari, non solo i funzionari di regime, ma anche l’opinione pubblica.
Rosselli, con stile agile e giornalistico, conduce il lettore in un itinerario che non solo è interessante per l’argomento in sé stesso, ma perché si legge tutto d’un fiato, come in un romanzo: senza dimenticare tuttavia che in questo «romanzo» i fatti sono veri e i protagonisti ottengono finalmente giustizia, perché, come ci capitò di leggere anni fa in una pubblicazione clandestina proveniente dall’Unione Sovietica, «la vera angoscia non è la persecuzione, ma il timore di essere dimenticati».

* * *

Nell’Introduzione Rosselli ricorda per prima cosa le ricerche condotte finora, fra le quali emergono quelle condotte da Mart Laar, attuale premier estone, che con il suo War in the Woods: Estonia’s Struggle for Survival, 1945-1956 (Guerra nei boschi. La lotta dell’Estonia per la sua sopravvivenza. 1945-1956) ha fatto il primo tentativo sistematico di ricostruzione del fenomeno nel suo complesso, e poi, per i paesi baltici, quelle di Heinrichs Strods e di Zigmars Turcinskis, entrambi lettoni.
Il primo ha potuto attingere da oltre cento fascicoli della NKVD (Commissariato del Popolo per gli Affari Interni, la polizia politica sovietica), redatti tra il 1945 e il 1948 e da diciotto tabulati statistici pubblicati nel 1947 da un apposito bureau per la «lotta contro il banditismo» del Ministero degli Interni di Mosca. Turcinskis, lavorando su analogo materiale, ha effettuato uno studio comparato sulla cooperazione fra gruppi partigiani estoni e lettoni, da cui emergono le scarse interconnessioni col movimento partigiano lituano, individuato peraltro da Strods come il più vitale nel panorama della resistenza dei paesi baltici.

L’ultima parte dell’Introduzione è dedicata all’appoggio, che fino dalla metà del 1945 i paesi occidentali, tramite i loro servizi segreti, diedero ai movimenti di resistenza anti-comunista e anti-sovietica. Fra il 1949 e il 1953 segnatamente i governi di Washington, Londra e Parigi, con azioni dirette e col tacito consenso di altri paesi — Austria, Germania Ovest e Italia —, tentarono di cavalcare, seppure in maniera discontinua e abbastanza scoordinata, il fenomeno della resistenza nei paesi comunisti. Il gran segreto in cui si svolsero queste attività fu adottato per mettere al sicuro i paesi occidentali da eventuali ritorsioni sovietiche, ma, d’altra parte, «contribuì a far sì che il mondo libero non si accorgesse per tempo della reale e spietata natura dei regimi comunisti». Al termine dell’Introduzione, Rosselli propone anche un sintetico quadro della conquista dell’Est europeo operata da Josef «Stalin», che non teneva in alcun conto i principi fondamentali della Carta Atlantica — sottoscritta il 14 agosto 1941 da Franklin D. Roosevelt e da Winston Churchill e accettata dall’URSS —, fra i quali spiccava «il diritto da parte di tutti gli stati di riacquistare, alla fine della guerra, la propria indipendenza».
Già nella tarda estate del 1944 il Cremlino aveva iniziato a muovere le sue pedine per favorire la formazione di partiti comunisti nei paesi dell’Est europeo. E, tra la fine della guerra e il 1948, l’Unione Sovietica aveva dato corpo ai suoi piani di conquista: in Ungheria, Polonia, Bulgaria, Romania, Germania Orientale e Cecoslovacchia i locali partiti comunisti, tra l’altro inizialmente tutti minoritari, avevano conquistato il potere, attraverso la finzione giuridica di processi, in cui le accuse erano sempre prefabbricate — spionaggio, tradimento e altri crimini contro lo Stato —, oppure, come nel caso della Cecoslovacchia, attraverso la «tecnica del colpo di Stato»: il primo atto dopo la conquista del potere erano state ampie epurazioni fra gli avversari politici.

Oltre ai paesi formalmente indipendenti, ma di fatto satelliti di Mosca, altri popoli persero, nel vortice delle vicende belliche, la loro identità: fu questa la sorte dei paesi baltici, Lettonia, Estonia e Lituania, annessi anche formalmente all’URSS, mentre altri paesi caddero sotto la dittatura comunista, instaurando però dei regimi affatto personali, come la Jugoslavia e l’Albania.
L’Occidente rispose a questa avanzata in modo alquanto disordinato e scoordinato. I servizi segreti inglesi (SIS, Secret Intelligence Service), americani (OSS, Office of Strategic Service; CIC, Counter Intelligence Corps; e CIA, Central Intelligence Agency), tedeschi, iniziarono attività di contro-informazione e di intruding, addestrando piccoli commando di fuorusciti, che avrebbero dovuto penetrare attraverso la Cortina di Ferro, prendere contatti coi movimenti di resistenza, sviluppare azioni di sabotaggio e di propaganda per indebolire i governi comunisti. Tornano alla luce nomi sepolti nei ricordi della storia, come quello del mitico generale Rheinard Gehlen, già responsabile durante la guerra dei gruppi volontari baltici, ucraini e russi affiancatisi o entrati a far parte della Wehrmacht e delle SS, poi organizzatore di intruding per conto della CIA e, infine, reintegrato nel suo grado di generale, comandante del Servizio Informazioni della Germania Federale.
La gran parte delle missioni di intruding fallì, non tanto a causa della scarsa conoscenza dei teatri d’azione e dell’improvvisazione che contraddistinse alcune azioni, ma soprattutto per il lavoro costante ed efficien-tissimo di un agente inglese del SIS, distaccato a Washington precisamente per coordinare le azioni britanniche e americane di sostegno ai partigiani anti-comunisti. Questo brillante agente si chiamava Kim Philby, e quando si trasferì all’improvviso in URSS, dove divenne colonnello del KGB, si capirono molte cose.
Eppure, nonostante i fallimenti, l’insieme di queste operazioni costituisce una pagina di storia di rilievo. Scrive Rosselli: «[…] L’insieme dei movimenti anticomunisti dell’Europa Orientale — seppure con i dovuti distinguo — rappresentò un’autentica epopea: una risposta tenace e anche violenta ad un sistema che attraverso la violenza e la repressione, fisica e psicologica, aveva però modellato la sua filosofia e il suo unico credo. Praticamente isolata dal resto del mondo, a partire dal 1953 la guerriglia antisovietica (contrariamente ai movimenti armati marxisti africani, asiatici ma anche europei — vedi l’attività del movimento comunista greco — largamente sostenuti dall’URSS, dai paesi del Patto di Varsavia, dalla Cina e da Cuba) dovette quindi limitarsi e infine a soccombere. Non prima però di avere ridato un barlume di speranza a milioni di individui privati delle più elementari libertà individuali e ormai quasi incapaci di immaginare un avvenire appena simile a quello che dovrebbe spettare ad ogni uomo degno di questo nome».

* * *

All’Introduzione segue la narrazione delle resistenze nei vari Stati: i paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania), in Ucraina, in Romania, in Croazia e in Slovenia e, infine, in Albania. Ogni capitolo è corredato di una bibliografia per approfondimenti ulteriori.

a) I paesi baltici

I paesi baltici vissero, a distanza di pochi anni, prima l’occupazione nazista, poi l’inglobamento nel sistema comunista. In Estonia operarono i Fratelli della Foresta, formazioni paramilitari anti-comuniste, che anche per questo si trovarono in determinate occasioni a collaborare con quegli stessi tedeschi che poi li oppressero, imposero loro le leggi razziali e, infine, li abbandonarono alla mercé dei sovietici. I Fratelli della Foresta estoni e i loro omologhi lettoni diedero serio filo da torcere alle truppe sovietiche, impegnandole anche in battaglie campali. In Lituania il movimento partigiano ebbe, nel suo complesso, dimensioni e capacità operative maggiori, dandosi subito un ordinamento militare, sotto la guida del generale Peciulionis, ultimo rappresentante del Consiglio di Guerra del Comitato Supremo per la Restaurazione dell’Indipendenza Lituana. Impres-sionanti sono le cifre tratte dagli archivi dell’Armata Rossa e dei servizi segreti sovietici. I partigiani baltici «neutralizzati» sono nell’ordine delle centinaia di migliaia, tra uccisi in combattimento, uccisi dopo l’arresto, deportati nei GuLag.

b) L’Ucraina

Schiacciata tra le pretese di Mosca e quelle polacche, l’Ucraina ebbe sempre vita travagliata. Questo la portò ad una sempre maggior vicinanza con la Germania hitleriana, che appariva come l’unico paese in grado di controbilanciare le pretese sovietiche, contro le quali si era costituita la Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, OUN, che a un certo punto si diede una Direzione Rivoluzionaria, alla cui testa si pose Stepan Bandera. La resistenza anti-sovietica in Ucraina si accentuò dopo il patto Ribbentrop-Molotov del 1939, che lasciava di fatto mano libera ai russi nella Polonia orientale e isolava l’Ucraina. Il successivo cambiamento di fronte e l’attacco tedesco all’Unione Sovietica (22 giugno 1941) spinse l’OUN ad appoggiarsi nuovamente ai tedeschi, collaborando con la Wehrmacht e sperando in tal modo di indurre Adolf Hitler ad appoggiare la causa dell’indi-pendenza ucraina. Sappiamo quanto il calcolo si rivelò tragicamente sbagliato. Il ritorno dell’Armata Rossa in territorio ucraino si sintetizzò nelle terribili cifre di oltre 57.000 combattenti ucraini uccisi e oltre 50.000 arrestati e deportati.
Tuttavia la guerriglia anti-sovietica riuscì ad essere attiva fino al 1954: 14.424 attacchi contro caserme e installazioni militari dell’Armata Rossa e della NKVD, che provocarono la morte e il ferimento di almeno 35.000 tra ufficiali e soldati sovietici risultano dagli archivi russi. Il Cremlino rispose in modo spietato, aggiungendo alla repressione militare il sistema delle carestie «pilotate», ottenute riducendo le derrate alimentari e di generi di prima necessità. Queste misure, non difficili da prendere in un sistema di agricoltura a direzione centralizzata, provocarono, tra il 1945 e il 1948, la morte per inedia di almeno 10.000 persone. Sempre secondo le cifre ufficiali sovietiche alla fine del 1945 erano 218.865 le «unità ribelli» neutralizzate, giro di parole burocratico per parlare di persone uccise. Alla spietata repressione politica si accompagnò, non meno dura, la persecuzione religiosa. La comunità greco-cattolica ucraina, accusata di fiancheggiare il movimento nazionalista, venne perseguitata col dichiarato fine di eliminarla completamente.

c) La Romania

In Romania il Partito Comunista Romeno, formazione saldamente sostenuta da Mosca, riuscì a conquistare definitivamente il potere alla fine del 1947, dopo essersi sbarazzato di tutti gli oppositori — e in particolare del partito socialista, dapprima utile appoggio nella scalata al potere — e dopo aver costretto il re Michele all’abdicazione. Sostenuti dal clero e da buona parte della popolazione, ufficiali dell’esercito diedero vita, sulle montagne della Transilvania e della Vrancea, a un movimento militare di lotta alla dittatura comunista. La repressione fu tremendamente efficace e spietata nei metodi: nell’inverno del 1949, secondo quanto risulta dagli archivi della Securitate, l’onnipotente polizia politica, vennero catturati, grazie a un infiltrato, oltre duemila combattenti, eliminati con un colpo di pistola alla nuca e sotterrati in fosse comuni, dopo essere stati denudati e resi irriconoscibili con la calce viva. Tuttavia alcuni leader dotati di grande carisma, come Gheorghe Arsenescu e Altromitru Moldoveanu, continuarono una lotta che durò fino al 1956.
Anche in Romania le persecuzioni agli oppositori politici si accompagnarono a una feroce campagna anti-religiosa, che vide l’arresto e la morte in carcere di tre vescovi di rito greco-cattolico.

d) La Jugoslavia

In Croazia e Slovenia la guerriglia anti-comunista iniziò come reazione alle stragi operate dai reparti titini nel maggio-giugno 1945, dopo la definitiva cacciata dei tedeschi e la caduta dell’effimera Repubblica di Croazia, guidata da Ante Pavelič, capo del partito degli ustascia, di orientamento fascista. Furono circa 450.000 le vittime, tra combattenti ustascia e civili, cadute sotto la rappresaglia delle truppe guidate dal maresciallo Tito, attuate per vendicare le persecuzioni subite dai serbi e dagli ebrei a opera del governo di Pavelič.
Alcune centinaia di ufficiali croati, sfuggiti alle stragi del 1945, decisero di continuare la lotta, costituendo alcune formazioni politiche e militari, come quella dei Krizari (Crociati), che, nonostante l’appoggio del SIS britannico e (pare) del Vaticano e del governo italiano, non riuscirono a ottenere che pochi ed effimeri successi.
Sorte non migliore ebbe il movimento anti-comunista sloveno, promosso sotto la leadership militare di Franjo Lipovec e quella spirituale del vescovo di Lubiana, mons. Gregory Rozman, rifugiatosi nel 1945 a Klagenfurt, in Austria. Anche questo movimento, nonostante gli appoggi dei governi americano e britannico, che organizzarono operazioni di intruding da basi aeree austriache, tedesche e forse anche italiane, si trovò sopraffatto dalla reazione dell’esercito e della polizia jugoslavi. Secondo i dati ufficiali dell’esercito jugoslavo, tra l’agosto del 1945 e il settembre del 1946, vennero catturati o eliminati circa 2.900 sloveni, oltre ad alcune migliaia di ribelli di altre minoranze. Con la fine del 1946 la guerriglia anti-comunista slovena cessò si essere un problema per il governo di Belgrado.

e) L’Albania

In Albania, contrariamente agli altri paesi fin qui esaminati, non si assistette alla nascita di un vero e proprio movimento interno anti-comunista, quanto piuttosto a vari tentativi operati, tra il 1948 e il 1952, da parte dei servizi segreti americano e britannico, per infiltrare nel paese delle Aquile patrioti albanesi che avevano scelto l’esilio per non subire il regime dispotico comunista instaurato nel 1946 da Enver Hoxha. Le iniziative furono però tardive, perché il regime aveva avuto il tempo per consolidarsi, con una macchina repressiva efficiente e spietata e con una legislazione, caso unico al mondo, che arrivò a prevedere la pena di morte «nei confronti di ciascun cittadino di età superiore agli anni 11 (undici!) ritenuto colpevole di cospirazione contro lo Stato o di danneggiamento di pubbliche proprietà». Nel 1952 i tribunali albanesi mandarono al patibolo, dopo processi molto sbrigativi, circa trecento tra commando, basisti e simpatizzanti, inducendo Londra e Washington a interrompere qualsiasi iniziativa.
Questa breve panoramica deve menzionare anche una cronologia della Guerra Fredda 1945-1956, che correda il volume.

* * *

Il libro di Alberto Rosselli è un libro importante, non solo perché è l’unica narrazione di questi fatti «scomodi» disponibile in italiano, ma anche perché, leggendolo, viene in mente che l’uomo ha davvero in sé qualcosa di più grande, che lo spinge a non perdere mai le speranze, a saper rischiare la vita in nome di un principio di dignità e di libertà. Molti dei combattenti la cui memoria riemerge dal libro di Rosselli, infatti, persero la vita e per tanti anni non ebbero né una croce, né di loro rimase una qualche sorta di reminiscenza, se non a fini diffamatori. Molti di costoro sapevano che la loro guerra era persa in partenza, e lo verificarono sulla propria pelle quando furono abbandonati a dittature crudeli da un Occidente ingrassato e insonnolito. Eppure combatterono. Perché? Mi viene in mente una figura che appare nel poema dantesco, Catone Uticense, posto a guardia del Purgatorio, perché esempio di come l’amore per la libertà possa spingere anche alla rinuncia della vita stessa.

Un libro in conclusione pregevole ― lo sottolineo di nuovo ―, perché apre il cammino verso ulteriori approfondimenti e ricerche, perché rende onore alla memoria dimenticata di tanti caduti per la libertà e perché potrebbe ridare coraggio a tanti cuori induriti o storditi dal troppo benessere.

Paolo Deotto
[2.4.2005]



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