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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


inserito il 15 settembre 2007



RECENSIONI


Mario Isnenghi, Garibaldi fu ferito. Storia e mito di un rivoluzionario disciplinato, Donzelli, Roma 2007, 215 pp., € 14,00.




Che di Giuseppe Garibaldi negli ultimi tempi si dica prevalentemente male è cosa assai dubbia, visto che le pubblicazioni ufficiali e agiografiche, sostenute da contributi significativi o da ambienti accademici spesso auto-referenziali, continuano a prevalere sugli studi di quanti cercano faticosamente di ricondurre a livelli accettabili il mito del Nizzardo.

Non è un caso che nella primavera scorsa, quando il politologo Ernesto Galli della Loggia è risalito al Risorgimento per deplorare la violenza che pare intrinseca alla vita pubblica nello Stato italiano fin dalle sue origini, gli storici di professione hanno reagito costernati (1).

Fra i più stizziti Mario Isnenghi, ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Venezia, studioso del primo conflitto mondiale e del culto della memoria civile, che nel Preambolo del saggio Garibaldi fu ferito. Storia e mito di un rivoluzionario disciplinato, pubblicato nelle settimane seguenti, ha preso la difesa dell’«Eroe» contro «municipalisti» e «clericali»: «Dicono male di Garibaldi grandi e piccoli leghisti. Dicono male di Garibaldi al Meeting estivo di Comunione e Liberazione a Rimini. [...] È venuto il momento di dir bene di Garibaldi» (p. 3).

Da questo sentimento di rivalsa è nato un libro che non è fuori luogo definire passionale, in cui vengono ripercorsi i momenti salienti della vita e del mito del Generale, sottolineandone i meriti nella storia d’Italia, primo fra tutti quello di aver rappresentato l’anima popolare del Risorgimento, che fu «minoritario sì, com’era logico che fosse, in quelle condizioni storiche, e però con una energia generativa e rigenerativa di emozioni e azioni collettive» (p. 31), tale da trasformare la storia dei popoli della Penisola.

A questa unificazione Garibaldi ha contribuito non solo con le sue «gesta», ma anche — e questo è ritenuto il suo secondo merito — con la partecipazione alla costruzione di simboli e di miti, a cominciare dal mito di sé stesso. Prende parte, in questo modo, alla sistematica «segnatura del territorio» (p. 130), che ha avuto luogo dopo l’Unità mediante la creazione di una liturgia civile, la diffusione di una ricca memorialistica, l’imposizione di una nuova nomenclatura viaria, la moltiplicazione di lapidi, monumenti ed epigrafi, nonché «cimeli e reliquie politiche quali i sigari di Garibaldi e ciuffi di capelli accreditati come appartenenti alla sua grande chioma» (p. 139).

Ma agli occhi di Isnenghi il merito più grande di quel «soldato del cosmopolitismo rivoluzionario» (2) che fu Garibaldi è l’esser stato un «rivoluzionario disciplinato», cioè una persona disposta a venire a patti con la realtà e dunque a sacrificare ogni interesse personale alla vittoria della Rivoluzione italiana. Agì spesso sul filo dell' illegalità e talvolta andò oltre, ma seppe dar sempre prova di realismo: «Rivoluzionario disciplinato o capitano del popolo. Tutt’e due, naturalmente» (p. 146).

Isnenghi sottolinea, infine, come il nome di Garibaldi sia legato a una lunga serie di vicende della nostra storia — non solo le sue imprese personali, ma anche quelle animate da spirito garibaldino, come la spedizione di volontari in Grecia nel 1897, la battaglia delle Argonne, in Francia, nel 1914-1915, la Resistenza italiana e poi le elezioni politiche italiane del 1948 —, che a suo avviso sono gli indicatori di un saldo radicamento del mito nella storia del nuovo Stato italiano.


Francesco Pappalardo


Note

(1) Cfr. Ernesto Galli della Loggia, Brigatismo senza fine, in Corriere della sera, 27-4-2007 e, fra le altre, la risposta di Giuseppe Galasso, Non c’è solo violenza nel nostro album di famiglia, ibid., 29-4-2007.
(2) Cfr. la definizione del francese Jean-Joseph-Charles-Louis Blanc (1811-1882) in Fulvio Conti, L’Italia dei democratici. Sinistra risorgimentale, massoneria e associazionismo fra Otto e Novecento, Franco Angeli, Milano 2000, p. 83.


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