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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


inserito il 13 gennaio 2012


RECENSIONI



FRANCESCO CASELLA S.D.B., Il clero e lo Stato unitario nella provincia di Caserta. 1860-1878, Las. Libreria Ateneo Salesiano, Roma 2011, pp. 150, € 10.


Tra le pubblicazioni dell’anno centocinquantenario dell’Unità italiana non sono mancate quelle tendenti ad approfondire i rapporti fra Chiesa e Stato, anche a livello locale. In questo novero merita di essere segnalato, soprattutto per la ricchezza della documentazione, il lavoro del salesiano don Francesco Casella Il clero e lo Stato unitario nella provincia di Caserta. 1860-1878.

L’autore, ordinario di Storia dell’E-ducazione e della Pedagogia alla Università Pontificia Salesiana, dal 2009 e per un triennio è decano della Facoltà di Scienze dell’Educazione del medesimo ateneo. Ha pubblicato, tutte con la casa editrice Las, numerose opere storiche sulla congregazione cui appartiene, fra le quali Il Mezzogiorno e le istituzioni educative salesiane. Richieste e fondazioni (1879-1922). Fonti per lo studio (2000), I Salesiani e la "Pia Casa Arcivescovile" per i sordomuti di Napoli (1909-1975) (2002), e L’esperienza educativa preventiva di don Bosco. Studi sull’educazione salesiana fra tradizione e modernità (2007).

Nel nuovo studio ha ampliato il suo campo d’indagine, esaminando il rapporto dialettico fra Stato e Chiesa nella provincia di Caserta nei primi decenni del nuovo Stato unitario, con l’intenzione d’individuare eventuali analogie con quanto avveniva nel Mezzogiorno d’Italia e nel resto del Paese. Dopo una Introduzione (pp. 7-17) sul contesto storico e sociale in cui si è costituito il Regno d’Italia, caratterizzato da non poche asprezze nei rapporti fra le istituzioni e la Chiesa cattolica, don Casella prende in esame Il clero dal legittimismo borbonico all’opposizione verso lo Stato unitario (pp. 19-32), descrivendo l’atteggiamento dell’episcopato di Terra di Lavoro nel breve periodo fra la svolta costituzionale operata nel giugno del 1860 da Francesco II di Borbone (1836-1894) — e non Ferdinando II (1810-1859), come erroneamente indicato a pagina 16 —, e il plebiscito di annessione dei popoli delle Due Sicilie al nascente Stato italiano, quattro mesi dopo. I vescovi manifestarono subito la loro ostilità allo statuto concesso dal sovrano napoletano, non tanto perché "[...] fosse contrario agli interessi della Chiesa" (p. 22), quanto piuttosto per i gravi pericoli derivanti da quell’atto di manifesta debolezza. Concedere la libertà di stampa e permettere l’istituzione della guardia nazionale, composta da elementi poco fidati, significò infatti aprire le finestre a correnti d’aria rivoluzionarie mentre la Sicilia era in fiamme. Il problema venne presto superato dal crollo del regno e dal profilarsi di un nuova formazione politica, poco rispettosa della realtà ecclesiale, e dunque la reazione allo statuto borbonico si mutò in opposizione compatta al regno sabaudo. "Unica adesione tra i vescovi al nuovo corso politico in terra di lavoro fu quella di mons. Di Giacomo [Gennaro (1796-1878)], che occupava la diocesi di Alife" (p. 29).

L’opposizione del clero durante il governo della Luogotenenza (pp. 33-58), fra il novembre 1860 e l’ottobre 1861, fu molto serrata ed esacerbata in particolare dalla politica di Pasquale Stanislao Mancini (1817-1888), consigliere per gli Affari Ecclesiastici. Di fronte a numerosi atti persecutori, venne meno "l’avallo religioso ai momenti più significativi del nuovo Stato [...] fondamentale per la credibilità dello Stato stesso" (p. 44); l’intero episcopato napoletano, inoltre, redasse una protesta molto circostanziata in cui si mostrava, con adeguati riferimenti teologici, giuridici e storici, quanto fossero infondate le nuove misure legislative. I vescovi della provincia di Caserta — quasi tutti scacciati dalle loro diocesi o in volontario esilio — si allinearono prontamente, avvalendosi nella loro azione di vicari di fiducia, che operavano sul posto in perfetta sintonia con gli ordinari.

Nel capitolo su Clero reazionario e clero liberale (pp. 59-92) viene preso in considerazione l’atteggiamento dei sacerdoti nelle diocesi di Terra di Lavoro, prevalentemente antiunitario, anche se non mancavano esponenti liberaleggianti, la cui incidenza e influenza "[...] risultarono, agli effetti pratici, abbastanza ridotte" (p. 66). Lo scontro con le autorità avveniva frequentemente, innanzitutto per il rifiuto della Chiesa di solennizzare con cerimonie religiose le feste nazionali, destando grandi preoccupazioni nei prefetti, di cui vengono riportati numerosi rapporti nei quali si sottolineava l’influsso di quell’atteggiamento sulla popolazione: "sono atti rivolti a turbare la coscienza e a mantenere in un doloroso stato di dubbio, e a rendere meno facile e opportuna l’associazione del civile progresso con la religione" (p. 74), scriveva il prefetto di Caserta, avvocato Carlo Mayr (1810-1882), nel 1863. Un altro motivo di contrasto venne dalla polemica antitemporalistica, molto vivace nel 1862 e stimolata dall’iniziativa dell’ex gesuita Carlo Passaglia (1812-1887), che si fece promotore di un Indirizzo del clero italiano a Pio IX per la rinuncia al potere temporale. In quell’anno si moltiplicarono, anche nelle diocesi casertane, gli indirizzi al Pontefice da parte di gruppi di ecclesiastici, cui si contrapposero altri di segno opposto, che invitavano il Santo Padre a resistere. I vescovi, compatti in favore delle prerogative pontificie, stimolarono la raccolta di firme a sostegno della Santa Sede e censurarono i sacerdoti dissidenti, molti dei quali sospesi a divinis. Un’altra controversia riguardò la soppressione degli ordini religiosi, che nel Mezzogiorno ebbe luogo prima con il decreto luogotenenziale del 17 febbraio 1861, con cui veniva estesa alle province napoletane la normativa sarda del 1855, e poi con la legge nazionale del 7 luglio 1866. Sfruttando gli spazi offerti dalla legislazione, gli ordini continuarono a sopravvivere grazie alla monacazione clandestina e alla nomina, pure segreta, di nuovi superiori. Da un’indagine condotta nel 1877 dal prefetto di Caserta risultò che le religiose erano riuscite a eludere abbastanza bene la vigilanza governativa, facendo figurare come inservienti le novizie — che evidentemente non mancavano, nonostante le difficoltà —, mentre i religiosi, molto più colpiti, avevano cercato di ristabilire condizioni minime di vita comunitaria nelle chiese annesse ai conventi o, più raramente, riscattando gli stabili.

La Chiesa oppose una tenace resistenza alle iniziative liberticide dello Stato unitario e, soprattutto dopo il 1870, di fronte all’impossibilità di una restaurazione delle condizioni precedenti, impegnò le sue energie in una riforma della vita religiosa per meglio resistere all’assalto del laicismo. I vescovi casertani — com’è illustrato nel capitolo su Il clero e i vescovi tra reazione e rinnovamento (pp. 93-116) — "[...] diedero una interpretazione religiosa e morale degli avvenimenti [...], più che operare una riconsiderazione politica di quei fatti; non abbandonarono la cura pastorale della vita cristiana nelle loro diocesi [...]; infine, cercarono di rientrare nelle loro sedi, ma questo problema si avviò a soluzione solo dal 1866" (p. 101). Nel capitolo su Il clero e l’opinione pubblica (pp. 117-130) si constata l’esistenza in Terra di Lavoro di un diffuso malcontento e di un prolungato fermento antiunitario, sorretto anche dal clero, che però non trovò uno sbocco politico adeguato. Nacquero nuove associazioni, alcune di tipo caritativo e devozionale, altre di carattere civico, volte anche a influenzare i risultati elettorali nelle amministrazioni comunali per la tutela di interessi immediati, si prestò attenzione a nuove forme di vita pastorale e religiosa e si ricercarono strade idonee all’educazione dei giovani nella mutata situazione.

In Conclusione (pp. 131-135), la ricerca compiuta soprattutto nell’Archivio di Stato di Caserta, mostra la "[...] piena partecipazione delle diocesi di terra di lavoro al processo di reazione, prima, e di rinnovamento, poi, della vita della Chiesa, analogamente a quanto avveniva in tutto il Mezzogiorno e in Italia" (p. 133) e reca nuove informazioni, per quanto settoriali, su un periodo molto delicato della storia italiana.

Francesco Pappalardo

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