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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


inserito il 21 febbraio 2009



RECENSIONI


GIOVANNI CANTONI - FRANCESCO PAPPALARDO (a cura di), Magna Europa. L’Europa fuori dall’Europa, D'Ettoris Editori, Crotone 2006, pp. 472, € 26,90.


A decenni di distanza dalla fondazione dell’Unione Europea, che cosa sia concretamente l’Europa e quale sia la sua missione è oggetto tuttora di impegnati dibattiti. Può quindi essere utile alla discussione questo volume che raccoglie gli atti del seminario La grande Europa. Aspetti e momenti storico-culturali organizzato da Alleanza Cattolica nel quadro di una rivisitazione storiografica del senso dell’identità europea. Il volume, curato da Giovanni Cantoni e Francesco Pappalardo, si apre con una presentazione di Cantoni sugli obiettivi dell’opera, in sé un’autentica pietra miliare. Non esistono infatti, per quanto se ne sa, storie organiche sul cammino della "Magna Europa". Che cosa si intenda per "Magna Europa" lo spiega poi nella presentazione lo stesso Cantoni.

La formula fu usata per la prima volta dallo storico della cultura olandese Henri Brugmans in riferimento al mondo umano e culturale nato dall’espansione degli europei, così come la magna Grecia è stata anzitutto la "Grecia di fuori" e, in ultima analisi, la Grecia in tutta la sua maturazione. Si tratta quindi non di un territorio geografico chiuso ma di un continente di cultura realizzato nell’incontro con altri popoli. Il motivo per cui della Magna Europa non sono state scritte storie lo evidenziava già lo storico protestante francese Pierre Chaunu nella seconda metà del XX secolo quando denunciava gli studi, dalla classificazione degli archivi all’ordinamento delle biblioteche, ancora legati al modello nazionale, secondo un’ottica particolaristica dura a morire. Tuttavia, questa Magna Europa è esistita e, pure in crisi, esiste ancora oggi, così che si può parlare a ragione di un Occidente come realtà unitaria che va dal Canada alle Filippine all’Australia passando per il Vecchio Continente. Quel Vecchio Continente che, ricorda Cantoni citando lo storico svizzero Gonzague de Reynold, per primo iniziò quel cammino di negazione di sé che ai nostri giorni arriva al parossismo: "L’avventura, il dramma dell’epoca moderna fu d’aver conquistato il mondo dopo aver distrutto nella stessa Europa il principio di unità che avrebbe a essa permesso di organizzare la sua conquista. Un’Europa unita attorno al principio cristiano avrebbe potuto fare opera civilizzatrice; un’Europa divisa in nazioni poteva solo fare opera colonizzatrice. Proiettando nelle altre parti del globo le sue divisioni religiose, i suoi conflitti politici, le sue rivalità economiche e, infine, le sue idee rivoluzionarie, l’epoca dell’uomo ha fallito il suo destino" (p. 11). La conquista del Nuovo Mondo dunque fu portata a termine mentre il luteranesimo iniziava l’opera di disgregazione della secolare societas christiana lacerando l’unità religiosa dell’Europa e assestando un colpo decisivo alla fonte della sua vitalità. Eppure, il patrimonio generato da quell’epopea è significativo, lo ricordava già lo storico belga Charles Verlinden: "Questa civiltà, anche dove ha incorporato importanti elementi indigeni preesistenti, come in America Centrale e nella maggior parte dei paesi sudamericani, è europea e occidentale nei suoi quadri, cioè nella sua struttura istituzionale ed economica. Se ha potuto conseguire il livello di unità nella diversità che la caratterizza e che fa sì che Città del Capo somigli più a Buenos Aires e a Parigi che a La Mecca o a Pechino, questo è dovuto anzitutto al fatto che la storia è andata nello stesso senso in tutta la zona che c’interessa, il che torna a dire che le basi di partenza sono state comuni, dal momento che vanno cercate nel Medioevo e in Europa" (cit. a p.18). Il lavoro mira a far percepire la realtà di questa grande area a contenuto culturale tendenzialmente omogeneo, il soggetto Magna-Europa come si è affermato nei secoli, tratteggiandolo in tre parti.

La prima, intitolata "L’Europa che parte" (pp. 33-102), illustra le caratteristiche dell’Europa che alla fine del Medioevo si prepara ad uscire da sé stessa. Si fotografa così chiaramente un dato talora discusso: la scienza, l’economia e la tecnologia sono potute fiorire in Europa appunto perché solo qui emersero determinate circostanze. Non si trattò di un caso ma di una conseguenza dell’analisi del reale frutto dell’antropologia cristiana, come spiega Luciano Benassi, che nel primo contributo tratta del Medioevo come tempo d’innovazione tecnologica. Contrariamente agli stereotipi di certa vulgata infatti, il millennio che segnò per sempre l’Europa fu tutt’altro che ‘monotono’ o ‘tenebroso’ per riprendere alcuni attributi con cui studi, anche recenti, definiscono l’‘epoca di mezzo’. Il mondo della produzione, del lavoro e della tecnica nacquero e si svilupparono invece allora grazie al sistema monastico, fondato da San Benedetto. Nello stesso periodo si rileva una crescita dell’agricoltura su grande scala e la diffusione dei primi trattati di agronomia, che inaugurano quella che sarà la scienza agronomica. Con la comparsa della ruota idraulica si registra anche un impressionante sviluppo nello sfruttamento dell’energia. E’ in questo periodo che si forma la scienza moderna come attesta, fra gli altri, la nascita dell’università, frutto della semina antropologica medioevale. Le università di Parigi, Oxford e Bologna che dettano i paradigmi del sapere continentale, sorgono tutte nel XIII secolo: non va qui dimenticato che, al loro interno, teologo e filosofo naturale sono la stessa persona. Si pensi a S. Alberto Magno (1205-1280), il più illustre cattedratico della facoltà di teologia di Parigi o ai francescani inglesi Roberto Grossatesta (1175-1253) e John Peckam (1240-1292).

La seconda parte ("L’Europa fuori dall’Europa", pp. 103-430) descrive la Magna Europa nelle sue espressioni storiche a partire dai viaggi di scoperta e dai relativi processi d’inculturazione. Francesco Pappalardo, offrendo un inquadramento dell’espansione europea dal secolo XIV al secolo XIX, ricorda con Chanu che "l’espansione europea rappresenta l’esplosione su scala mondiale della Cristianità latina" (cit. a p. 106) e che dunque, se non vanno sottovalutate le svolte (economiche e tecnologiche) che resero possibile il grande viaggio dell’Europa fuori dall’Europa, il valore aggiunto va però cercato in un differente atteggiamento del cristianesimo nei confronti della storia e della natura. E’ questa infatti la grande stagione missionaria che vede il massimo impegno dei regni portoghese e spagnolo e l’epopea di Cristoforo Colombo (1451-1506) che rientra proprio nella Reconquista spagnola e in una prospettiva della storia che trova nella diffusione del messaggio cristiano il suo centro ideale. Si spiega così come l’espansione mondiale non fu affatto strumentale, né meramente geografica ed economica, ma religiosa e culturale: lo confermano ad esempio la pratica dei matrimoni misti con le popolazioni locali (sconosciuta prima di allora) e la maggiore protezione di cui godranno gli stessi nativi.

Passando a studiare le vicende del continente americano gli Autori riflettono poi sulla dibattuta analogia tra la Rivoluzione Americana e quella Francese. In realtà di analogo nei fatti c’è ben poco perché se è vero che si tratta di eventi ‘rivoluzionari’ nel senso stretto della parola, le cause che li determinarono furono ben diverse. La Rivoluzione Americana si batte infatti contro il centralismo e la negazione delle autonomie locali che la madrepatria britannica tentava di imporre e che videro al contrario proprio nella Rivoluzione Francese la maggiore affermazione. Si tratta quindi di avvenimenti che vanno comparati per metterne semmai in contrasto le sostanziali diversità: la rivoluzione d’Oltreoceano scoppia perché i coloni americani vedono minacciata la loro libertà naturale, quella in cui erano cresciuti e in cui ravvisavano la condizione di legittimità del governo. Per cui, se confrontata con quella francese, bisognerebbe parlare di una "controrivoluzione politica" nel caso americano (p. 219). Il discorso può applicarsi anche all’indipendenza dell’America Centro-Meridionale: realtà tradizionalmente strutturata attorno al modello feudale, fondato sulla sovranità limitata. Le colonie, spiega infatti Cantoni in uno dei saggi fondamentali del volume ("L’Indipendenza iberoamericana (1808-1826): dalla ‘reazione istituzionale’ alla guerra civile", pp. 383-430), si rivolgeranno contro la madrepatria "nella misura in cui essa smette di essere se stessa" (p. 411), cioè una società garante delle libertà naturali, per diventare veicolo delle ideologie rivoluzionarie mutuate dal giacobinismo francese. Il volume si conclude infine con una terza parte che analizza gli organismi politico-militari ed economico-finanziari che attualmente ripropongono l’aspirazione dell’Europa a divenire un’unità sopranazionale in grado di superare quei focolai particolaristici che sembrano riemergere un po’ dappertutto in questi anni.

Se la storia però insegna qualcosa, secondo gli Autori, è che le strutture da sole non bastano ad appassionare i moti profondi dei popoli e spingere ad agire: essi hanno bisogno di recuperare la loro identità e la consapevolezza di una loro originalità. Nel caso dell’Europa appare decisivo che la "Magna Europa" debba rafforzare sempre più la sua autopercezione come legittima erede dell’Occidente che trova nella grande epopea della cristianità europea il suo senso e, prima ancora, la sua principale ragion d’essere.

Omar Ebrahime


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D'Ettoris,
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D'Ettoris,
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