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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale





RECENSIONI



MATTHEW FFORDE, Desocializzazione. La crisi della post-modernità, Cantagalli, Siena 2005, pp. 387.

Nel linguaggio degli intellettuali odierni, soprattutto dei più giovani, sta facendosi strada la consapevolezza di vivere in un’epoca definita come postmoderna. Mentre la modernità era portatrice di un modello «forte» connesso ad un progetto di sviluppo sociale che vedeva l’uomo, «emancipato» dalle sue radici religiose, avviato verso un immancabile «progresso» assicurato dalla scienza e dalla politica, la post-modernità si caratterizza per una essenza «fluida», per la mancanza di punti di riferimento precisi al di là di un generico individualismo senza regole, né progetti, né fini che vadano oltre il soddisfacimento dei bisogni o dei desideri immediati dell’individuo stesso — come notava recentemente anche Marcello Pera —, considerati alla stregua di diritti da far valere contro ogni «repressione». L’individuo, peraltro, vive un’esistenza intrinsecamente frammentata e sovente contraddittoria, senza che però questo costituisca un problema per i teorici della post-modernità. Mentre, invece, lo è.

   Può essere forse persino consolante far coincidere la post-modernità con la fine delle grandi ideologie che hanno segnato in modo brutale, il secolo XX. Ciò non toglie, tuttavia, che l’età in cui siamo rechi in sé forme di ideologia o, se si vuole, paradigmi più subdoli ma non meno oppressivi ed alienanti per l’uomo, che non di rado li subisce senza esserne pienamente consapevole. Alcune menti acute — e non sembri strano se faccio riferimento anche a Madre Teresa di Calcutta (1910-1997) — hanno già da qualche decennio identificato una di tali sopravvivenze come il male per eccellenza dei nostri tempi, la solitudine, vale a dire la mancanza di quei legami sociali che permetterebbero all’uomo, ad ogni singolo uomo, di valorizzare ed esprimere la parte migliore di sé. Non sembra, tuttavia, che questo fenomeno, che sta accadendo sotto i nostri occhi, sia stato finora studiato nella sua genesi e nel suo divenire, quindi anche da un punto di vista storico, in modo approfondito: ci si limita, per lo più, o a una presa d’atto in un’ottica individualistica, o ad una generica e retorica deprecazione di tono moralistico, o alla proposta di rimedi — la spinta alla cosiddetta «socializzazione» — che in realtà non farebbero altro che aggravare il male, visto che coincidono con alcune delle tendenze che sono all’origine della post-modernità.

   Non è questo il caso dello studioso britannico Matthew Fforde, docente di Storia della Cultura Inglese presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma. Oltre che del saggio Conservatism and Collectivism. 1886-1914, uscito a Edinburgo nel 1990, Fforde è autore di una Storia della Gran Bretagna 1832-2002, pubblicata da Laterza nel 1994 e ristampata nel 2002. Subito dopo la laurea ad Oxford, con una tesi sul partito conservatore inglese fra il 1900 e il 1914, nel 1985 lo studioso inglese si è trasferito a Roma per approfondire lo studio del cristianesimo e degli effetti della modernità sulla società europea. Qui, nel contatto con ambienti cattolici, è maturata, pochi anni dopo, la sua conversione al cattolicesimo romano. Oltre a insegnare, collabora con L’Osservatore Romano, con diverse congregazioni vaticane e con la Rai.

Nel suo saggio Fforde parte dall’esame degli effetti della post-modernità nel suo Paese natale, visto come un laboratorio di quelle tendenze che sembrano destinate ad imporsi anche altrove, per elaborarne una critica di ispirazione cristiana — ma aperta a tutti coloro che vedono l’uomo come un essere dotato di un’anima o, almeno, aderiscono a certe verità di base e optano per forme di comportamento che promuovono l’autentico benessere spirituale interiore —, auspicando un’opera di «guarigione», che ha come perno essenziale l’insegnamento e l’opera di Gesù Cristo.

   Secondo Fforde, la dinamica che più caratterizza la post-modernità è appunto il venire meno dei legami sociali, fenomeno che egli definisce con il termine di «desocializzazione», la cui causa fondamentale è data dall’affermarsi di antropologie materialistiche magari, a ben vedere, non perfettamente sovrapponibili fra loro ma che di fatto si alleano per negare l’esistenza dell’anima e portano a vivere nell’individualismo egoistico e disgregatore della «comunità». Fforde le prende in esame una per una, designandole anche con qualche neologismo di sua coniazione: l’«umanismo», intendendo con questo termine il credo di chi considera l’uomo come coronamento dell’universo senza Dio; il razionalismo di matrice illuministica; il «dirittismo», ossia la convinzione, che ormai sembra dilagare, secondo cui l’uomo dovrebbe essere considerato esclusivamente come portatore di diritti innati, i quali però — ed è questo, secondo me, l’equivoco in cui cade larga parte del mondo cattolico odierno — non sono più collegati alla legge divina o naturale ordinata da Dio, bensì a determinati gruppi in cerca di affermazione perché si reputano oppressi — non a caso, commenta ironicamente lo studioso inglese, non si parla mai di «doveri innati» —; il «societarismo», per il quale l’uomo va considerato come un prodotto della società, concepita impropriamente come una specie di entità con vita propria, definita quasi sempre in relazione alla ricchezza e analizzabile e riprogettabile razionalmente senza tener conto delle persone reali — ed è a questo filone che si può ascrivere il marxismo, tuttora operante come tendenza intellettuale anche in Occidente —; l’economicismo, in cui l’uomo è un essere impegnato principalmente in uno sforzo costante per procurarsi risorse economiche; il «poterismo», secondo il quale l’uomo è principalmente l’espressione di una pulsione interiore per ottenere potere; l’animalismo, ove l’uomo è il mero risultato di una evoluzione biologica; il «sessualismo», nel quale l’uomo è visto in funzione esclusiva della sua sessualità; il «fisiologismo», interessato all’uomo come influenzato esclusivamente dalla propria costituzione fisica; il «sentimentismo», per cui sono i modi in cui l’uomo «sente», in senso lato, a determinarne atteggiamenti e credenze; lo «psichismo», che vede l’uomo influenzato da una misteriosa «psiche» in maniera in parte conscia e in parte inconscia.

   Tutte queste antropologie materialistiche — che vanno a formare quello che chiama il «paradigma materialista» — sarebbero contraddittorie fra di loro, ma ciò non viene notato, perché hanno in comune l’attacco alla visione cristiana dell’uomo, quella per cui esso è dotato di un’anima creata da Dio, Uno e Trino, che lo porta all’«amore all’amore» ed all’«amore alla verità», come efficacemente si esprime Fforde. Questo attacco le ha portate ad intersecarsi nel processo di scristianizzazione che ha investito l’Europa a partire soprattutto dal secolo XIX e di cui egli mostra esempi riferiti alla Gran Bretagna, in particolare in rapporto alla vita sociale e politica ed alla scuola, che ancora, sino alla seconda metà dell’Ottocento, erano impregnate del retaggio cristiano. Illustri uomini politici inglesi, come William Ewart Gladstone (1809-1898) e Robert Gascoyne di Salisbury (1830-1903) ritenevano ancora di dover fare riferimento a come il loro operato sarebbe stato giudicato dal Signore. Il venir meno del legame personale fra cittadini e amministratori con la nascita di partiti e sindacati di massa — Fforde critica anche il sistema bipartitico inglese —, l’espansione dei poteri di uno Stato centralizzato e burocratico, dunque anonimo, l’affermarsi anche nell’arte e nella letteratura di tendenze caratterizzate dall’esaltazione dell’anormale e del perverso, hanno prodotto come risultato finale la società di massa, composta di individui isolati — Fforde usa l’efficace immagine dei «puntini» —, anche perché ritenuti tutti «uguali», e deresponsabilizzati, di fatto appunto «desocializzati». Le comunità, in primis la famiglia — vista come un rifugio sicuro durante l’Ottocento —, che assicuravano nei rapporti interpersonali la pratica e l’apprendimento delle virtù, attraversano una grave crisi, mentre viene apertamente esaltato uno stile di vita praticamente imperniato su quelli che una volta si chiamavano vizi — ma, osserva Fforde, oggi anche il linguaggio è distorto, per cui nessuno osa più nominare i vizi. Il tutto avviene in un clima di relativismo assoluto, nel quale ogni affermazione deve essere seguita dalla postilla «secondo me» e non esistono regole assolute per giudicare alcunché, pena l’essere accusati di intolleranza: ne consegue, appunto, la frammentazione delle relazioni umane. Per inciso, lo studioso inglese rifiuta inoltre di parlare di «valori», perché gli sembra che anche questo termine sia connesso al relativismo. Fforde descrive magistralmente come il relativismo si sia affermato sfruttando un certo retaggio protestante e poi, abusivamente, il pensiero democratico e l’amore per la libertà; ha buon gioco nel mostrare come siano proprio i sostenitori del relativismo ad essere intolleranti, nonché incoerenti, col proprio postulato secondo cui non esisterebbe verità. L’attacco alla verità è accompagnato dall’attacco all’amore, portato dai sostenitori della conflittualità all’interno della società: i membri della «nuova sinistra», particolarmente impegnati ad occupare posizioni di «potere» nel mondo delle università e dei mezzi di comunicazione di massa — dove la loro prevalenza è schiacciante, mentre non lo è rispetto alla società tutta intera, come è verificabile nell’analisi dei risultati delle elezioni politiche — e sostenitori di una «politica culturale» contraria spesso al senso comune tradizionale; oppure i sostenitori del «mercato» visto come meccanismo autosufficiente, privo di rapporto con altre dimensioni spirituali della vita umana. Questi due gruppi si ritrovano di fatto alleati in diverse occasioni nello sforzo di cancellare ogni modo di vita non materialistico. Molto vulnerabili a questo attacco all’amore sono coloro che più avrebbero bisogno di amore, i bambini, i vecchi e i malati, dei quali si è arrivati a compiere o quanto meno a caldeggiare, a determinate condizioni, l’eliminazione. Degna di nota è anche la considerazione che il rifiuto della sofferenza che oggi si vede proclamato, oltre all’emarginazione di chi soffre, si oppone a quell’ammaestramento derivante dal dolore che già alcuni saggi pre-cristiani avevano apprezzato come componente della salute spirituale.

   Questo vero e proprio pervertimento dell’uomo, che lo studioso descrive minuziosamente nelle sue cause e conseguenze, anche riguardo alla vita quotidiana, si afferma grazie a quella che egli chiama «deculturazione», cioè il processo di depauperamento ed impoverimento del patrimonio culturale — quindi di costumi, di modi di vita e di comportamento — che caratterizza ormai la società britannica e, in prospettiva, quella dei Paesi occidentali — un ruolo determinante in questo decadimento è svolto dall’«americanizzazione». I rapporti interpersonali ne risultano impediti gravemente e ciò che era frutto di una tradizione accumulata nel corso dei secoli — Fforde cita più volte il filosofo inglese del secolo XVIII Edmund Burke (1729-1797) — viene eliminato, senza poter essere sostituito.

   Pregio notevolissimo del lavoro di Fforde è la descrizione di come le tendenze post-moderne conducano una vera e propria lotta senza quartiere contro le «anime sane», cioè contro coloro che ancora si ostinano a non uniformarsi allo stile di vita dominante perché ne vedono il male intrinseco o, comunque, la vanità e dunque ne costituiscono una smentita vivente. Li si contesta continuamente, anche da parte delle persone a loro più vicine, li si ostacola per invidia e risentimento, li si fa sentire anormali — proprio loro che sarebbero veramente normali! — e si tradisce la loro fiducia, sino a gettarli nello scoraggiamento, ad isolarli e a condannarli alla frustrazione, dato che una manifestazione della sanità spirituale è il desiderio di costruire rapporti interpersonali autentici.

   Il lavoro dello studioso britannico si conclude con una nota di speranza, in vista della «nuova evangelizzazione», cui anch’egli fa riferimento, citando Papa Giovanni Paolo II (1920; 1978-2005), e nella quale include la «cura dell’anima», che dovrebbe rimediare ai danni morali causati della post-modernità. Per tale grande scopo, osserva Fforde, «è necessario avere sempre un’idea molto chiara di quello che dobbiamo affrontare. [...] Ci dovremo impegnare in un Kulturkampf mirato ad estirpare il pensiero e la pratica del paradigma materialista; dovremo ripudiare l’affermarsi di modelli umani, sociali e universali come quelli che si sono radicati negli ultimi secoli; dovremo ricacciare indietro i demoni e sacrificare ben più di una vacca sacra post-moderna. [...] In futuro dovremo essere costantemente pronti e impegnati in una salvaguardia culturale» (pp. 364-365).

   Non vorrei essere troppo pessimista, ma mi sembra che manchi siffatta consapevolezza non solo — e la cosa non stupisce — fra i cosiddetti «intellettuali» italiani, spesso attardati su parole d’ordine ispirate ad un edonismo sessantottesco sostanzialmente nichilistico, ma persino all’interno di larga parte del cosiddetto mondo cattolico, ancora preoccupato di mostrarsi «moderno» e, quindi, non pienamente consapevole dei guasti della post-modernità attuale, nell’illusione intellettualistica di una autonomia delle realtà terrene che dovrebbero poi forse essere, magari sotto il segno di una ambigua «pace», cristianamente ispirate in modo «laico» e addirittura «adulto», come si dice, ma che, affidandosi ai citati paradigmi interpretativi materialistici, paradossalmente prescinde dall’esame della realtà quale essa è e proprio per questo, non riuscendo a cogliere quale sia il vero nemico, non dà vero aiuto a chi soffre e non promuove il vero bene. Vedremo se il volume di Mathew Fforde segnerà l’inizio di una netta inversione di tendenza.

Luca Pignataro
[8.7.2005]



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