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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


inserito il 13 settembre 2009



RECENSIONI


NICOLA GUERRA, Controrisorgimento. Il movimento filo estense apuano e lunigianese, Eclettica Edizioni [via La Salle 1/a, 54100 Massa, tel. 0585.870809], Massa 2009, 134 pp., € 17.


Un recente studio di uno storico apuano – Nicola Guerra, massese e studioso dell’emigrazione – riporta alla luce la resistenza legittimistica sviluppatasi nella zona di Massa e di Carrara alla caduta del regime ducale estense-modenese nei primi mesi del 1859.

Attingendo a documenti di prima mano, essenzialmente rapporti di polizia del periodo di interregno tra la fine del Ducato e l’incorporazione a pieno titolo nel Regno sabaudo, Guerra dipinge un quadro del passaggio fra i due regimi alquanto distante dal cliché scolastico, secondo il quale l’annessione al Piemonte degli Stati pre-unitari sarebbe stata il coronamento dell’anelito unitario comune degl’italiani.

In realtà il regime di Francesco V – e, prima, del padre Francesco IV – era stato un buon governo e aveva lasciato parecchie nostalgie anche al di là dell’Appennino. Ad accentuare questo rimpianto per il precedente ordine di cose aveva contribuito la brutalità con cui era avvenuto il cambio di dominio. Infatti, i rettori pro tempore dei domini tirrenici dei duchi di Modena prima e le autorità sabaude poi avevano inaugurato un regime così capillarmente poliziesco, discriminatorio – nelle cariche pubbliche e negli affari – e persecutorio contro chiunque palesasse anche solo a parole o esibendo medaglie ducali il proprio dissenso dal nuovo ordine da indurre non pochi apuani e lunigianesi a ribellarsi e, in gran numero, a emigrare: una emigrazione, stranamente, che non aveva preso la strada degli Stati «liberi» – come il cliché risorgimentalista invariabilmente racconta –, bensì si era indirizzata verso i confini del regno autoritario e straniero per definizione, ovvero l’Austria.

Le due potenze europee entrate in conflitto nel 1859, ossia Impero Francese e Austria, prima a Villafranca (Verona) nel luglio, in sede di armistizio, e poi ancora nel novembre a Zurigo, in sede di pace definitiva, avevano disposto il reintegro sul trono di Francesco V. Per cui il passaggio ai Savoia del Ducato di Modena e dei ducati toscani era stato ottenuto surrettiziamente, facendo leva sulla volontà «popolare» di annessione che sarebbe stata espressa nei plebisciti dell’autunno del 1859 e che avrebbe trovato riconoscimento definitivo da parte francese nel marzo del 1860, dopo che Cavour aveva attuato la cessione di Nizza e della Savoia a Napoleone III.

Il Duca si sentiva dunque oggetto di un’aggressione brutale e ingiustificata – Guerra stesso cita alcuni dati relativi all’esiguo numero dei partecipanti e al modo «spigliato» in cui furono condotti i «plebisciti» in Apuania, aspetti entrambi che ne minano in radice la validità –, cosa che lo induceva a rivendicare con vigore il trono e a non smobilitare le sue truppe. È noto, infatti, come al momento dell’esilio del sovrano, quasi tutto l’esercito ducale, la cosiddetta Brigata Estense, oltre tremiladuecento uomini in assetto di guerra, aveva varcato il Po in direzione di Mantova e dei domini ancora austriaci per seguire il sovrano e per continuare a combattere contro il Piemonte. L’esercito estense si era acquartierato nel Vicentino ed era rimasto in armi fino al 1863, quando il Duca lo aveva sciolto: oltre metà dell’ufficialità e della truppa aveva allora optato – due anni dopo l’instaurazione del Regno d’Italia! – per rimanere oltre confine e aveva chiesto di essere incorporata nelle armate imperiali, dove veniva loro garantita la carriera e nessuna discriminazione verso chi parlasse solo italiano. La presenza di questo esercito a ranghi completi, benché in esilio, aveva così indotto, da un lato, le famiglie dei militari a ricongiungersi con i loro cari, mentre aveva spinto non pochi giovani apuani e lunigianesi dapprima a seguire le truppe ducali – asserragliatesi provvisoriamente a Fivizzano, al confine fra Lunigiana e Garfagnana, e poi rifluite verso la pianura padana – e, in seguito, almeno fino al 1862, a sfuggire alla leva italiana varcando il confine sul Po e arruolandosi invece nella Brigata ducale.

Il volumetto di Guerra, dopo una Introduzione dell’Autore (pp. 5-20), si articola in tre capitoli rispettivamente dedicati a descrivere la discriminazione verso i simpatizzanti del regime ducale (pp. 22-58), la resistenza popolare sviluppatasi nelle province tirreniche del Ducato (pp. 59-72) e, infine, l’emigrazione (pp. 73-115). Chiudono il volume (pp. 116-128), una breve riflessione interpretativa, alla luce dei fatti esposti, del Risorgimento e una buona bibliografia (pp. 129-134).

Sebbene ancora parziale, vista la frammentarietà dei dati disponibili – individuati specialmente negli archivi di Massa –, Guerra fornisce un buon quadro di questo diffuso rifiuto del nuovo dominio che si estrinseca, in forma attiva, attraverso prese di posizione individuali di ex funzionari estensi, di semplici popolani, di manifesti, di gruppi di resistenza cui si dovettero anche diversi tumulti, e, in passivo, attraverso il rifiuto della leva e l’emigrazione. Un quadro che aiuta a far rivivere una pagina di storia senz’altro poco nota ed estremamente utile per una lettura fuori dagli schemi e meno oleografica di quanto avvenne in quel fatidico 1859, ovvero centocinquant’anni fa.

Spiace solo che il volume sia «confezionato» in maniera inadeguata alla qualità della ricerca svolta: a dispetto della copertina, efficace e «professionale», l’interno si presenta redatto in maniera alquanto frettolosa, con non poche ripetizioni e diversi refusi. Ciononostante il volumetto rimane una lettura consigliabile.

Oscar Sanguinetti




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