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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


inserito il 10 aprile 2008



RECENSIONI


Raffaele Nigro, Giustiziateli sul campo. Letteratura e banditismo da Robin Hood ai giorni nostri, Rizzoli, Milano 2006, 700 pp., € 26,00.


Raffaele Nigro, caporedattore della Rai a Bari e autore di racconti a sfondo storico — ricordo fra tutti il primo, I fuochi del Basento, del 1987 —, si è cimentato nello sforzo di «[...] seguire la fortuna che il brigante, come soggetto letterario, sociale e politico, ha incontrato lungo i secoli, le correnti di pensiero cui ha dato vita, i sentimenti che ha suscitato, l’utilizzo che se n’è fatto da parte di filosofi narratori sociologi pedagogisti» (p. 9). Un obbiettivo ambizioso, a fronte di una letteratura sterminata, che può dirsi in buona parte raggiunto.

Partendo dalle ballate medioevali su Robin Hood, Nigro ripercorre sette secoli di racconti e di poemi — senza dimenticare gli apporti del teatro, dell’opera lirica, della pittura e del cinema —, che hanno per soggetto personaggi molto diversi fra loro per ispirazione e per intenti, le cui azioni sono state classificate dagli studiosi come banditismo, brigantaggio e ribellismo. La figura del «bandito», infatti, è fra le più ambigue e controverse della storia, confluendo in essa personaggi leggendari e malviventi sanguinari, miti e metafore del ribelle, sociale o politico, ma anche protagonisti di grandi rivolte in difesa del proprio paese, come «[...] quella antipiemontese del Regno di Napoli, dove fu sperimentata, non certo per la prima volta perché l’avevano già praticata i barbetti piemontesi contro i napoleonici, la positività della guerriglia» (p. 15). Controverso è anche l’influsso sul popolo: mitizzati nelle ballate, i briganti vengono utilizzati anche nella fiabistica come creature malvagie, proprio come accade nella vicenda di Robin Hood, furfante nei racconti popolari del XIV secolo ed eroe nelle ballate dei secoli seguenti e nei racconti romantici. «Ma a fare e disfare è il poeta e più tardi il narratore. Dunque una persona alfabetizzata che mutuerà dai poemi epici o da ciò che di orale vive nell’aria e assegnerà le idealità al brigante, facendole filtrare nella riflessione popolare, come sue aspirazioni legittime» (p. 13). Insomma, è il lavoro dei dotti che forgia il modello e lo consegna al popolo, che lo accetta con riserva, perché conosce l’efferatezza dei briganti «veri».

L’attenzione del libro è rivolta, comunque, soprattutto alle opere di e sui briganti nate in Italia: ballate e racconti di età premoderna, letteratura popolare, cronache e diari, narrazioni pre e postromantiche, racconti di appendice e analisi storiografiche, spesso connessi fra loro, cosicché un saggio o una memoria sono a volte di stimolo alla narrazione di un cantastorie, a un romanzo o, in tempi più recenti, a una produzione cinematografica. Se le ballate popolari tendono a fare del bandito un eroe o un cavaliere, le fiabe li presentano come creature feroci e temute, mentre i viaggiatori europei del Grand Tour in Italia li circondano di un’aureola romantica, considerandoli frutto della «torrenzialità irrazionale» (p. 23) della natura, e la letteratura colta dell’Ottocento legge il banditismo come fenomeno originato da malessere sociale ed economico oppure come esito inevitabile di una criminalità innata in alcune popolazioni, soprattutto quelle del vecchio regno napoletano. Oggi, «[...] in maniera mutata e con un banditismo trasmigrante nella modernità metropolitana, il fiume della violenza continua ad appassionare. Se ha cominciato la filmografia hollywoodiana la letteratura non è stata da meno e, invece di opporsi alla cultura della pistola, del mitra e del kalashnikov, si è lasciata cullare. Con una serie di narratori che dilagano da un commissariato di polizia a una caserma di carabinieri alle aule dei tribunali» (p. 18).

Quasi metà del ponderoso volume è dedicata al brigantaggio postunitario, di cui l’autore illustra le interpretazioni nel corso dei decenni, esaminando la documentazione fornita da entrambe le parti in conflitto e presentando le più recenti prese di posizione sul tema. La pubblicistica su questo fenomeno comprende i diari dei sequestrati, le memorie e gli epistolari dei comandanti sabaudi fattisi cacciatori di briganti ma anche le considerazioni di militari e di polemisti borbonici, la letteratura d’intrattenimento, la saggistica in chiave sociale e meridionalistica nonché i testi di revisione storica. Dalle pagine traspare, in linea con i romanzi, la posizione dell’autore, più incline a una lettura del fenomeno come rivolta sociale ma non ignara degli aspetti politici e religiosi di quella forma di resistenza contro un’occupazione brutale e quasi «coloniale», volta a recidere le radici storiche e culturali dell’antico Regno delle Due Sicilie.

Una vasta bibliografia, ordinata per argomento e cronologicamente, arricchisce quasi tutti i capitoli e rende l’opera molto utile «per consultazioni fatte al momento necessario» (p. 7), com’era negli auspici di Nigro.


Francesco Pappalardo


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