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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale





RECENSIONI



CARMINE COLACINO, ALFONSO GRASSO, ANDREA MOLETTA, ANTONIO PAGANO, GIUSEPPE RESSA, ALESSANDRO ROMANO, MARIA RUSSO, MARINA SALVADORE, MARIA SARCINELLI, La storia proibita. Quando i Piemontesi invasero il Sud, Controcorrente, Napoli 2001, pp. 288.


Il volume nasce come prodotto del lavoro di équipe di un gruppo di studiosi dalle qualifiche diverse e dalle diverse specializzazioni, tutti accomunati però da un solo intento: «violare» il tabù che esisterebbe sulla storia della conquista del Sud, una proibizione di raccontare la verità creato da chi fu non solo l’attore di tale conquista e il vincitore di chi a questa conquista — sovrani e popolo — si oppose, ma anche il latore nei fatti di una visione del mondo, ossia di una ideologia, quella liberal-nazionale, che proprio dal 1861 prende le mosse verso una «egemonia» destinata a durare in Europa finché l’orizzonte non comincia a tinteggiarsi del rosso socialista e del nero nazional-fascista. Dunque, un duplice divieto grava sulla memoria del Regno delle Due Sicilie, un divieto al tempo stesso, potremmo dire, congiunturale e ideologico.

E il libro vuole, almeno per sommi capi e per grandi temi, offrirci l’altra faccia della medaglia, portare alla nostra conoscenza quella faccia della memoria delle genti del Sud che è stata censurata dalla storiografia liberale e dagli storici delle correnti che si sono succedute nell’egemonia culturale, tutte antagoniste fra loro, ma tutte accomunate dal fatto di radicarsi nel mito del Risorgimento, nella esaltazione quasi «metafisica» dell’unità nazionale e dello Stato moderno.

Partendo dalla confutazione della liceità dell’uso del termine «Risorgimento» per descrivere il processo di unificazione politica dell’Italia (parte I), i temi si snodano attraverso una mise a jour delle condizioni sociali e politiche dell’antico Regno di Napoli (parte II), cui studi recenti ormai non riescono più a negare un, tanto effettivo, quanto equilibrato ruolo di avanguardia nella modernizzazione della società, rendendo sempre più insopportabili gli stereotipi denigratori ormai invalsi ed emblematizzati dal mitico «grido di dolore», che orecchie regali sostennero di aver inteso alla vigilia della spedizione dei Mille e dell’invasione militare della monarchia borbonica, grido che, lungi dall’essere espressione di popolo, altro non era che l’insofferenza di pochi agitatori rivoluzionari, gli unici in grado, fra l’altro, di emettere «grida» udibili fino a Torino.

Il percorso prosegue poi con una descrizione articolata dell’operazione «conquista del Sud», la quale, se nelle modalità realizzative poté godere di un insieme di circostanze favorevoli uniche e irripetibili, fu ben lungi da essere casuale o improvvisato. Gli storici radunati da Controcorrente — storici di professione e saggisti indipendenti — rivelano infatti i diversi piani su cui si attuò l’attacco al Regno borbonico: da quello finanziario, a quello industriale e di mercato, a quello propagandistico — emblematizzato dallo slogan della «negazione di Dio», inventato da sir William Ewart Gladstone (1809-1898) —, a quello diplomatico — approfittando del mutamento della politica inglese verso il Regno —, a quello «occulto» e, infine, a quello militare, con la spedizione garibaldina e l’invasione sabauda da nord.

Né manca la narrazione di come i sudditi di Francesco II cercarono prima di opporsi militarmente e con la guerriglia alla conquista e poi di reagire attraverso l’unica arma che restava, ossia il cosiddetto brigantaggio post-unitario. È la narrazione di un pagina che ricalca in pieno i lineamenti di una guerra civile o «partigiana», con tutto il corredo consueto di stragi, rappresaglie, esecuzioni capitali, carcerazioni e campi di concentramento che la storia più recente ci ha abituato a riconoscere di primo acchito.

La carrellata si conclude con alcune proposte operative per ricostruire la memoria autentica del Sud, senza escluderne alcuna delle vicende che rivelano quanto grande e drammatica sia stata l’ingiustizia patita dalle genti meridionali, che non varrà a sanare il «meridionalismo professionistico» di alcuni intellettuali e politici progressisti. Nessuno, se non qualche autore «di destra» o «codino», come quel grande scrittore che fu Carlo Alianello (1901-1981), osò infatti mai mettere in discussione le radici della patologia, ebbe mai l’ardire di sostenere — nei fatti non nelle parole — che la Questione Meridionale dipendeva da come il Sud era stato acquisito allo Stato unitario, dall’ottica «coloniale», in cui si era posta la dirigenza piemontese-italiana nell’ideare e nello svolgere la sua politica verso quell’anticipo di «Affrica», che si andva a tutti i costi «normalizzato». Se per il ricupero della memoria si vede come necessario — anche se non sufficiente — l’intervento sui programmi scolastici, sulla toponomastica e sulla monumentalistica, sotto il profilo politico si delinea una domanda di maggiore autonomia per il Sud, all’interno di una prospettiva autenticamente federalistica e sussidiaria in cui lo Stato intervenga sì, ma per avviare processi virtuosi da far partire e sviluppare con risorse intellettuali e materiali locali.

In chiusura del volume (parte IV), è da segnalare una breve storia della monarchia siculo-napoletana a partire dalla reconquista della Sicilia agli arabi e dall’insediamento della dinastia normanna, fino alla Repubblica Napoletana del 1799, alle gesta della Santa Fede del cardinale Fabrizio Ruffo (1744-1827), alla seconda invasione francese, via via fino al Quarantotto e agli ultimi sovrani della dinastia borbonica, di cui viene anche offerto qualche tratto della biografia privata.

Lo stile di questo insieme di saggi è generalmente piano e tende più ad accumulare fatti e dati, che sottopone al giudizio del lettore, piuttosto che a imbastire una, pur comprensibile, polemica. Per altro verso, non si tratta di uno studio neutro e asettico, ma di un contributo appassionato e militante, inteso a smuovere gli animi di chi legge, per indurlo ad agire e a far cambiare le cose. Il compromesso fra i due atteggiamenti sembra sufficientemente ben riuscito.


Oscar Sanguinetti



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