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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


inserito il 29 agosto 2008



RECENSIONI


Fulvio Scaglione, I Cristiani e il Medio Oriente. La grande fuga, San Paolo, Milano 2008, 235 pp., € 15,00.


I Cristiani e il Medio Oriente. La grande fuga: il titolo dice già tutto su un tema che diviene ogni giorno più doloroso per chi ha a cuore le sorti della cristianità e della sua culla storico-geografica.

Il volume di Scaglione — giornalista, vice-direttore di Famiglia Cristiana ed esperto di problemi esteri — si inserisce così di diritto in una serie di pubblicazioni recenti che hanno il pregio di monitorare la situazione delle comunità cristiane orientali, le quali sono ormai in declino, ma rappresentano un vessillo, una testimonianza vivente di quella che fu la prima inculturazione del Vangelo. Con la «grande fuga» rischia di perdersi per sempre un patrimonio preziosissimo non solo per i tesori di arte e di cultura di cui tali comunità sono depositarie, ma per il ruolo di dialogo e di intermediazione che esse hanno svolto e che tuttora tentano di svolgere nel contesto musulmano. Questi Paesi sono anche la fotografia di ciò che molte realtà occidentali diventeranno se i processi di scristianizzazione e di islamizzazione del vecchio continente procederanno di pari passo, indisturbati, sino alle estreme conseguenze.

Il libro di Scaglione si presenta come un suo diario di viaggio in tre Paesi che, per un motivo o per un altro, sono sempre alla ribalta della cronaca internazionale: l’Iraq, il Libano, e Israele-Palestina. Le considerazioni personali si alternano alle interviste, fatte sia all’uomo della strada che ad autorevoli esponenti del mondo religioso e politico. Da segnalare, fra le tante, quella rilasciata da monsignor Fouad Twal, già arcivescovo di Tunisi e presidente della Conferenza Episcopale dell’Africa del Nord e adesso nuovo patriarca latino di Gerusalemme, succeduto a monsignor Michel Sabbah.

* * *

Iniziando dall’Iraq, dal volume si comprende che è qui la situazione più difficile, per non dire drammatica. Da quando è iniziata la guerra, nel 2003, l’esodo dei cristiani — caldei, assiri, melchiti, latini, siro-cattolici e siro-ortodossi — è diventato giornaliero, e l’antichissima comunità, particolarmente fiorente sin dai tempi dell’Impero bizantino, per la prima volta nella sua storia rischia di sparire. I cattolici di rito latino e di rito orientale, insieme agli ortodossi e a un piccolo gruppo di protestanti, componevano sino al 2003 un unico gregge di circa 750.000 fedeli, corrispondente al 3% dell’intera popolazione irachena — 25 milioni di abitanti. Oggi non si sa con esattezza quanti ne manchino all’appello, ma stime prudenti e condivise ritengono che oltre 250.000 cristiani delle varie denominazioni abbiano lasciato il paese in questi ultimi quattro anni.

Non che nel passato siano mancate persecuzioni ed eccidi da parte degli islamici. Dopo l’invasione araba del VII secolo, che mise fine all’indipendenza bizantina, i cristiani seppero fare buon gioco a cattiva sorte e servirono con prestigio nell’amministrazione califfale, dando un contributo determinante allo sviluppo della cultura araba. Da allora, pur nella loro condizione di «dhimmi» (sottomessi), hanno dimostrato sempre alto senso dello Stato, servendo per secoli nell’Impero ottomano. Ciò non risparmiò loro nel 1915 la medesima persecuzione da parte turca che in Anatolia distrusse la comunità armena; mentre nel 1933, sotto la neonata repubblica irachena, nuovi massacri colpirono, in particolare, la comunità assira. Con la dittatura nazionalista di Saddam Hussein (1937-2006) alcuni di loro hanno raggiunto posizioni di estremo prestigio, come il ministro degli esteri Tarek Aziz, che pur non essendo personalmente un praticante, è tuttavia di famiglia cristiana. Sotto il passato regime i cristiani godevano in generale di una certa protezione, in cambio, ovviamente, della sottomissione più assoluta al partito laico-nazionalista Baas. La guerra del 2003 ha sconvolto gli assetti, e il vuoto di potere che in questi anni si è venuto a creare ha favorito gruppi di estremisti musulmani — non di rado legati ad Al Qaeda —, ma anche gruppi di criminali comuni collusi con il fanatismo islamico. Il risultato è che fra i cristiani è aumentato il senso di smarrimento per le continue intimidazioni, per i rapimenti a scopo di estorsione, per gli stupri sulle donne, per gli assassini di sacerdoti e di laici impegnati, per le chiese sventrate dalle bombe e dalle raffiche di mitra. Nel 2007 i rapimenti dei cristiani e le minacce di morte nei loro confronti sono aumentate vertiginosamente, attività organizzate in modo scientifico per far andare via la gente e per impossessarsi delle loro abitazioni. Un intero quartiere cristiano di Baghdad, Dora, si è quasi svuotato. Dei circa 6 milioni di rifugiati iracheni — due milioni di rifugiati interni e quattro milioni all’estero —, una buona parte sono cristiani.

Per il vescovo ausiliare caldeo di Baghdad, mons. Shlemon Warduni, intervistato da Scaglione, nel 2007 sono successe cose «[…] che non avremmo nemmeno potuto immaginare: i cristiani sono stati trattati con particolare crudeltà, uccisi, cacciati dalle loro case, minacciati, costretti a convertirsi all’islam con la forza, a dare le loro figlie in spose a musulmani, a pagare la jiziya (la tassa dei sottomessi, n.d.r.)» (p. 77).

In questi anni, scrive Fulvio Scaglione, quasi nessuno ha risposto ai bisogni di sicurezza dei cristiani iracheni. La Costituzione del 2005 nonostante si sforzi di garantire il pluralismo religioso, all’art. 2 recita: «Non può essere approvata alcuna legge che contraddica i precetti dell’Islam».

Quanto agli Stati Uniti e ai loro alleati in Iraq, secondo Scaglione, avrebbero fatto poco o niente per sostenere la comunità cristiana. Anzi avrebbero favorito il proselitismo talora aggressivo di alcune sette protestanti del Nord America, che, arrivate per convertire i musulmani, hanno invece rivolto le loro attenzioni «missionarie» ai cattolici e agli ortodossi: con gli islamici, infatti, il gioco si faceva davvero troppo rischioso!

Le comunità ecclesiali dell’Occidente dal canto loro non sono mai riuscite a tradurre sul piano sociale e politico l’attenzione caritatevole che pure hanno dimostrato per i cristiani iracheni. Se a tutto questo si aggiungono i problemi tipici di una nazione attraversata dalla guerra civile, con strascichi di disoccupazione e di povertà, si comprende come l’unico desiderio sia quello di andare via. Fuga dal Medio Oriente. Ma non è facile. Scaglione intervista in proposito un immigrato cristiano iracheno, che è riuscito a raggiungere l’Italia. Ecco la sua testimonianza: «Qui da voi ci sono tanti arabi, com’è possibile? La gente, dalle mie parti, lo dice continuamente: per noi cristiani è così difficile avere i visti dell’Europa, per gli arabi invece è tanto facile. Perché?» (p. 35). Nell’agosto del 2006 la Corte amministrativa del Baden-Württemberg ha emesso una sentenza in base alla quale i circa ventimila iracheni, in gran parte cristiani, che vivono Germania con lo status di rifugiati politici devono essere rimpatriati verso il Kurdistan, considerato ormai sicuro dai giudici tedeschi. In effetti, a parte le incursioni aeree turche al confine, il Kurdistan è forse la regione più sicura. Proprio qui, nell’estremo nord, si trova la piana di Ninive, culla dei primi antichi insediamenti cristiani a seguito della predicazione dell’apostolo san Tommaso. Nella pianura di Ninive si è così rinforzata una minuscola enclave di villaggi a maggioranza cristiana — poco più di 120.000 persone). In quest’ultimo anno, poi, molti cristiani di Baghdad e di Mosul si sono rifugiati nella regione sotto la «benevola» protezione delle armi curde. E anche se l’idea di un autonomo safe haven (porto sicuro), all’interno di un più vasto Stato federale su base confessionale non entusiasma le autorità ecclesiastiche locali, molti laici invece vi intravedono l’unica concreta ancora di salvezza per impedire l’estinzione del millenario cristianesimo iracheno — della serie: meglio finire in una riserva protetta che rischiare l’estinzione! L’alternativa di ritornare a uno Stato laico e centralista, pur senza gli eccessi tipici del regime di Saddam, sembra infatti un obiettivo oggettivamente difficile da realizzare.

* * *

Continuando il suo percorso mediorientale, Scaglione ci porta in Libano, dove la situazione dei cristiani, almeno numericamente, è ben diversa. Oggi costituiscono circa il 40% dell’intera popolazione — su quasi quattro milioni di abitanti — e sono concentrati sul 30% del territorio. Dunque numeri ben più consistenti rispetto all’Iraq. Eppure fino al 1975 erano oltre il 50%, diffusi sul 70% del territorio libanese. Il 1975 è quindi l’anno-discrimine, con l’inizio della guerra civile contro i musulmani locali e i loro alleati arabi, prima i palestinesi e poi i siriani. Il giornalista ricorda che i soli maroniti, la principale componente del cattolicesimo libanese, «[…] ebbero 434.000 profughi durante la guerra, cioè i due terzi di tutti i profughi libanesi e quasi metà dell’intera popolazione maronita. E tra 200 e 300 mila furono i cristiani che abbandonarono il loro Paese per trasferirsi all’estero» (p. 100): una cifra che, considerate le ulteriori partenze, avvenute dal 1990 ad oggi, va a costituire quasi il 20% della popolazione. A questo esodo massiccio si contrappone un’immigrazione fatta non solo di palestinesi (350.000 sparsi in tutto il Paese), ma anche di siriani: nel 1994 il Presidente della Repubblica Elias Hrawi (1925-2006), cristiano ma di sentimenti filo-siriani, concesse la cittadinanza a 200.000 lavoratori stranieri, l’85% dei quali erano musulmani sunniti. Anche in Libano dunque il cristianesimo è la prima vittima di guerre e violenze, e si trova oggi ad essere minoranza, e minoranza in grave difficoltà.

Gli stessi cristiani, ora più che nel passato, sono divisi, ma il motivo della divisione in definitiva verte su quale gruppo musulmano ci si debba appoggiare: i sunniti filo-occidentali del premier Fuad Siniora o i bellicosi sciiti filo-siriani e filo-iraniani di Hezbollah? In ogni caso senza una qualche «protezione» musulmana è impensabile sopravvivere: anche nel Libano che, proprio in forza del suo confessionalismo elevato ad artificio di ingegneria costituzionale, sicuramente rappresenta la più riuscita forma di democrazia mediorientale.

* * *

Il viaggio di Scaglione si conclude in Israele e in Palestina. Nella regione dove sono presenti da duemila anni, i cristiani sono diventati due volte minoranza: rispetto agli ebrei e rispetto ai musulmani e in Israele e nei Territori occupati. «I cristiani in Israele sono circa 120.000 e sono quasi 50.000 nei territori palestinesi. Quindi 170.000 in tutta la Terra Santa. Ma bisogna distinguere perché, pur essendo i cristiani al 99% di origine palestinese, Israele e Palestina sono mondi completamente diversi. La situazione è drammatica in Palestina ma non lo è in Israele, dove il numero dei cristiani è stabile o cresce di poco» (p. 186). Ciò dimostrerebbe, secondo Scaglione, «[…] che si vive meglio e si pratica con più serenità la propria fede all’interno di uno Stato forte, democratico e sviluppato che in uno Stato, come quello palestinese, quasi inesistente, debole, caotico e sottosviluppato» (p. 188).

Da notare che in Cisgiordania esiste un piccolo villaggio con 1.300 abitanti, diviso a metà fra cattolici e ortodossi, che è l’unico della Terra Santa a essere ancora interamente cristiano. Si chiama Taybeh e si trova a trenta chilometri da Gerusalemme. Corrisponde alla cittadina di Efraim, dove Gesù — secondo il vangelo di san Giovanni — si fermò a riposarsi prima dell’ingresso a Gerusalemme che precede la Passione. Nel 2005 Taybeh è stata oggetto di un raid musulmano, che ha dato alle fiamme sette abitazioni cristiane, senza che la polizia intervenisse. Sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza la situazione è instabile, anche se i cristiani palestinesi, per sopravvivere, hanno più volte dato dimostrazione di essere politicamente omologati ai musulmani, condividendone le sofferenze e le lotte. Il Custode della Terrasanta, il francescano padre Pierbattista Pizzaballa, nel 2004 documentò in un dossier 93 casi di violenze e di soprusi commessi negli ultimi quattro anni da gruppi islamici ai danni di cristiani dell’area di Betlemme. Nella zona di Gaza, invece, dove vivono appena 200 cattolici e 3.000 cristiani ortodossi, nel 2007 si assistette impotenti alla distruzione delle croci e al rogo delle bibbie.

Il Patriarcato di Gerusalemme, oltre a Israele e alla Palestina, comprende anche la Giordania e l’isola di Cipro. A parte quest’ultima, per cui valgono considerazioni diverse, la situazione numerica dei cristiani in generale è preoccupante: i cristiani in Israele costituiscono il 2% della popolazione; il 2,5% in Giordania; l’1,8% nei Territori Occupati. A Gerusalemme i cristiani sono appena 8-10.000 fra 500.000 ebrei e 200.000 musulmani. La tendenza degli ultimi anni è verso un lento ma inesorabile esodo. Spesso guardati con sospetto sia dagli ebrei sia dagli islamici, per opposti motivi, si sentono e vivono fra l’incudine e il martello: islam ed ebraismo cercano infatti di dimostrare «[…] che ogni metro della Palestina ha un qualche significato religioso per poterne poi pretendere la restituzione» (p. 228). Qui la terra, che ormai ha prezzi inaccessibili, è la chiave di tutto. E i cristiani, i più deboli fra tutti, sono i primi a cederla e ad andar via.

Nonostante le testimonianze raccolte — da chi spesso vive sulla propria pelle minacce e ritorsioni —, e nonostante i gravi fatti constatati, con il suo volume Scaglione cerca di dimostrare che il grande esodo dei cristiani non è direttamente imputabile al fondamentalismo islamico. Nelle autorevoli interviste di cui il libro è ricco, altri attori vengono di volta in volta chiamati in causa: gli Stati Uniti in Iraq, le milizie cristiane in Libano, Israele e la sua politica della chiusura — si veda la costruzione del «muro» — in Palestina…

Quando i problemi sono antichi e gli attori coinvolti tanti, sicuramente le responsabilità sono estese e non è facile attribuire patenti «pro» o «contro». Eppure chi legge la storia dell’islam non partendo da ieri, ma con lo sguardo rivolto allo svolgersi dei secoli, non può non intravedervi un’intrinseca e progressiva politica di conquista territoriale. E forse, alla fine, non può non concordare con l’arcivescovo latino di Baghdad Jean Benjamin Sleiman, citato dallo stesso Scaglione.

Nato a Jbail (Libano) nel 1946, di credo maronita, mons. Sleiman vive in Iraq dal 2001, da quando la Santa Sede lo nominò arcivescovo di Baghdad dei latini. Nel suo libro Nella trappola irachena (Edizioni Paoline, Milano 2007) egli scrive: «I cristiani iracheni sono oggi malinconici e disillusi. Oltre che gli eredi delle antiche civiltà mesopotamiche, sono anche i continuatori della prima cristianità e hanno sempre svolto un ruolo positivo nella civilizzazione del loro paese. Nonostante tutte queste caratteristiche, nel corso dei secoli sono sempre stati cittadini di seconda categoria. La dhimmitudine, giuridica o morale, li insegue ineluttabilmente» (p. 111).

Ecco, al di là delle colpe degli Stati Uniti, di Israele o degli occidentali in genere — che ovviamente non mancano, ma è pur vero che siamo spesso insuperabili nell’arte dell’autoflagellazione! —, il nocciolo della questione è proprio la «dhimmitudine», quella condizione di sottomissione legale dell’altro — del cristiano nella fattispecie — che l’islam nella storia reclama per diritto divino. Se il regime di Saddam Hussein diventa tutto sommato il miglior sistema di protezione sperimentato dai cristiani negli ultimi anni in Iraq, o Hezbollah lo diviene oggi in Libano, allora, al di là degli errori di George Bush jr. o di Israele, c’è qualcosa che evidentemente non va…

Per parafrasare le parole di mons. Sleiman, quel perenne stato di «dhimmitudine», che oggi si rinnova e costringe alla fuga, è più pericoloso e devastante, per la comunità cristiana e per la sua identità, persino dell’atroce ondata di violenza di questi ultimi anni.

Roberto Cavallo


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